La violenza delle radici

Michele Illiceto è intervenuto sull’Attacco del 17 settembre sul mio Dio è falso. Di seguito la mia replica, pubblicata sempre sull’Attacco il 22 settembre, con il titolo Perché Dio è falso.

Sono grato a Michele Illiceto per la sua lunga lettura del mio Dio è falso sull’Attacco di sabato 17 settembre. Sono abbastanza felice che sia riuscito a resistere alla tentazione di convertirsi all’ateismo, come scrive: perché l’obiettivo di quel libro non è quello di convertire chicchessia all’ateismo. In genere gli atei non fanno proselitismo. Si accontentano di poter dire le loro ragioni, una cosa che non è affatto scontata ancora nella nostra società. Ma in quel libro non cerco solo di spiegare le ragioni dell’ateismo. Il punto centrale è un altro, ed ha a che fare con ciò di cui mi occupo da sempre: la violenza.

La mia tesi non è affatto, come sembra ritenere Illiceto, che Dio è falso perché non è razionalmente dimostrabile. Una tesi che sarebbe tutt’altro che peregrina, a dire il vero, ma che richiederebbe una analisi preliminare di cosa è ragione. Nel libro in realtà mi sbarazzo abbastanza rapidamente della questione delle prove razionali, o presunte tali, dell’esistenza di Dio, sia perché esistono intere biblioteche sul tema, sia perché la questione per me è un’altra. A me interessano le ragioni reali della fede e non l’intellettualismo dei teologi. Chi crede in Dio non lo fa perché Dio è razionalmente dimostrabile, perché conosce la prova ontologica di Anselmo o è persuaso da quella cosmologica. Quello in cui si crede non è un Dio razionalmente dimostrabile, un Dio buono. Anzi, un Dio che è il Bene stesso.

Proviamo ad andare oltre la ragione, non senza aver prima osservato che ciò che chiamiamo ragione consiste in una serie di criteri logici che sono stati creati in Occidente per rendere possibile il discorso pubblico su ciò che è vero e ciò che è falso. Criteri ai quali la logica aristotelica ha contribuito in modo determinante e che la Chiesa ha accettato pienamente. Sospendiamo per un po’ la logica corrente e la ragione. Ammettiamo che vi possano essere narrazioni non strettamente razionali e tuttavia significative, profonde, in grado di orientare un’esistenza. Il punto, nel caso del cristianesimo, è che anche sospendendo la logica e facendo una generosa apertura di credito, la storia non torna. E non perché sia piena di offese alla logica e alla ragione — lo è — ma perché è piena di elementi che contraddicono e offendono il suo stesso fondamento.

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L’oscurantismo politicamente corretto di Meta

Qualche anno fa ho letto un libro di Sergio Givone intitolato Quant’è vero Dio. M’è tornato in mente, il libro, qualche mese fa. Finita la stesura di un libro sull’ateismo, restava da decidere il titolo. E ho pensato che se un credente può titolare un libro Quant’è vero Dio, un ateo può titolarlo Dio è falso. Del resto, di questo si tratta. Per i credenti Dio è vero, per i non credenti Dio è falso. Ognuno crede di aver ragione, ma le due affermazioni dovrebbero avere la stessa legittimità.

Mi sbagliavo. Pubblicato il libro, ho pensato di pubblicizzarlo su Facebook. A dire il vero più per curiosità e per capire come funziona. Ed è stata, infatti, una esperienza istruttiva. La pubblicità è stata respinta con motivazioni poco chiare. Ho contattato il supporto Meta per chiederne la ragione. La conversazione è riportata di seguito (per comodità di lettura ho incollato il testo, ma posso naturalmente fornire lo screenshot).

Il libro è stato rifiutato per il contenuto e il titolo. Su Facebook non è possibile pubblicizzare un libro intitolato Dio è falso. Offende la religione. Con buona pace della libertà di pensiero.

Quello che sta accadendo è tanto chiaro quanto inquietante. Siamo in una società multiculturale. Gli individui si identificano sempre più con le culture, le culture si identificano con le religioni e le religioni diventano feudi inespugnabili. In nome della religione si può dire, proclamare, pubblicizzare qualsiasi superstizione, assurdità, atrocità, bizzarria e pretendere un assoluto rispetto. E in nome della religione e della sua inviolabilità si può vietare qualsiasi critica, qualsiasi espressione del libero pensiero. La via del politicamente corretto porta alla discriminazione della libertà di pensiero. Il principio è che se una affermazione, tesi, posizione offende qualcuno, è sbagliata e va vietata. E così l’ateismo sta sullo stesso piano dell’omofobia o del razzismo.

Di seguito la chat con l’assistenza di Meta.

Ciao Antonio , sono Gabriele da Meta Support Pro e sono felice di assisterti. Il numero della tua richiesta di assistenza è 1427551791098856

Salve Gabriele, come scrivevo, non mi è chiaro per quale ragione non è possibile pubblicizzare la pagina “Dio è falso”.

Ciao Antonio non ho nemmeno io il Motivo specifico ma per l Esperienza che ho come Operatore posso dirti che è per la Promozione di contenuti contro la Religione
Facebook non consente in alcun modo di Promuovere contenuti controversi o Discriminatori

E non è possibile su Facebook promuovere contenuti ateisticu?
Ma in questo modo sono discriminato io in quanto ateo.

Questo la si applica nel momento in cui si va a Pubblicizzare, è una politica effettuata data l alta Utenza presente sulla Piattaforma, circa quasi 2 Miliardi di Utenti
Non vedo dove vieni Discriminato essendo che come anche ad altre Persone Religiose ti è stato solo impedito di fare Pubblicità
Inoltre la Pagina ha un nome provocatorio mettendo per assoluto che Dio non esiste
Stessa cosa ovviamente viene applicata se una Pagina si chiama l Ateismo è Falso

La discriminazione è nel fatto che un libro religioso può essere pubblicizzato, un libro ateistico no.

Questa è la Normativa
No non è cosi Antonio
Non c’è nessuna Discriminazione

E in che modo un libro sull’ateismo riguarda caratteristiche personali?

Certamente e hai ragione ma nel momento in cui vai a Pubblicizzare ci sono delle Normative in vigore che non permettono a questo tipo di Contenuti di divenire virali

Certo che c’è. Consentite a chi è religiosi di fare cose vietate a chi è ateo

Dio è Falso è la cosa più che viola le Normative

Normative? Quali? Parliamone
Quale normativa?

Non mi pare, Io non sono religioso per esempio e nel mio Diario Personale condivido ciò che voglio contro o pro alla religione
Ma nel momento in cui vai a Pubblicizzare non puoi mettere in Evidenza questo tipo di Contenuti

I diritti riguardano la sfera pubblica. Se non ho il diritto di pubblicizzare il mio pensiero sono discriminato.

Dio è Falso, ripeto, stai mettendo per assoluto una cosa non provata, che non è verità assoluta ma per alcuni si e per altri no, inoltre è un nome provocatorio

E’ un po’ come dire a un omosessuale che può fare sesso a casa sua, ma non deve farsi vedere in pubblico

No perchè nel momento in cui vai a Pubblicizzare come Azienda Facebook adotta una Politica appunto per le Aziende
Quindi le Normative cambiano

Per me può essere provocatorio un libro intitolato “Dio è vero”.

No perchè se condividi questo genere di cose come contenuti personali sono visibili da tutte le Persone che interagiscono con te

Vorrei capire esattamente quale normativa è applicata nel mio caso.

Ma nel momento in cui vai a Pubblicizzare sei tu che stai dicendo agli altri guardate il mio contenuto, cosa giustissima ma per le Normative Facebook questo tipo di Contenuti non vanno bene

Mi indichi la precisa norma di Facebook?

Come ti ho detto all inizio della Chat non so nemmeno io quale Normativa nello specifico sia stata applicata, ma sto supponendo magari la motivazione
Ti giro le Normative cosi le puoi leggere attentamente
https://www.facebook.com/policies_center/ads?content_id=WzrrJ4A63UJlTK8&ref=sem_smb&utm_source=GOOGLE&utm_medium=fbsmbsem&utm_campaign=PFX_SEM_G_BusinessAds_PT_PT_DSA_Other_Desktop&utm_content=PT_PT_DSA_Other_Desktop&gclid=EAIaIQobChMIpOLs5p-F-gIVEeJ3Ch2JuQIPEAAYASAAEgLMIvD_BwE&utm_term=dsa-1675954003889&utm_ct=EVG
Leggile in questo modo puoi capire tu stesso magari quale sia stata violata, ti ripeto per la 3 volta non ho in possesso la ragione specifica e la Normativa specifica che hai violato

Chi sa in base a quale normativa mi è stato negato il diritto di pubblicizzare il mio pensiero? Posso rivolgermi a qualcuno per saperlo?

Sto solo supponendo

Quindi voi discriminate un utente in base a una norma non specifica, invitando lui stessi a cercare di capire perché è stato discriminato.

https://www.facebook.com/help/contact/164405897002583 Certo puoi provare a scrivere al Team che si occupa delle Pagine nello Specifico
tramite il Link sopra

Va bene. Grazie.
Questa chat è da considerarsi privata?

Limitare la Pubblicità ad una Pagina non costituisce nessuna Discriminazione, la stessa cosa viene eseguita su migliaia di Pagine che violano le Normative
La puoi considerare come vuoi, è soggettivo

Punto di vista tuo. Il mio è diverso. Sarebbe interessante vedere cosa ne pensa un giudice.
Va bene. Buon lavoro.

Infatti, molto vero
Grazie mille per aver contattato il Meta Support Pro
Ti auguro una splendida giornata! Inoltre, al fine di conoscere meglio la nostra piattaforma ti invito a seguire il nostro corso gratuito Blueprint : https://www.facebook.com/business/learn/courses che è stato progettato da Facebook come opportunità di apprendimento per gli inserzionisti e ti consentirà anche di ottenere una certificazione ufficiale, Riceverai un sondaggio per valutare il nostro supporto. Se vuoi, puoi anche compilarlo una volta ricevuta una risposta dal nostro team in modo da poter dare una valutazione completa del supporto ricevuto da noi





Un’intervista

Giusy Capone mi ha intervistato per il suo blog a proposito di Dio è falso. Una breve introduzione all’ateismo.

“Dio è falso” è un’introduzione all’ateismo. Qual è la sua posizione rispetto all’inclusione o all’esclusione della posizione degli agnostici sotto l’ombrello dell’ateismo?

L’agnostico ritiene che, riguardo a Dio, non si possa né affermare né negare. Spesso questa posizione è sostenuta con l’argomento che anche negare Dio, non potendosi dimostrare la non esistenza di Dio, è una forma di fede. Un argomento che però non considera che l’onere della prova spetta a chi afferma, non a chi nega. Spetta a chi afferma che Dio c’è, dimostrarne l’esistenza; e in assenza di prove valide, quella affermazione è falsa.

La mia idea è che l’agnosticismo sia ateismo. L’ateo non nega qualsiasi concezione di Dio. Se qualcuno affermasse che Dio è l’universo, l’ateo non avrebbe nulla da obiettare. Non si può negare a nessuno il diritto di considerare divino l’universo, né si può negare che l’universo esista. Quando si parla di Dio si intende, in Occidente, un essere personale, buono, creatore del mondo e che si prende cura dell’essere umano. Ma, soprattutto, si intende un essere che si rivela, che si rende conoscibile, anche se mai in modo completo. Quando l’agnostico afferma che non possiamo sapere se Dio c’è o meno, di fatto sta negando questo aspetto di conoscibilità e rivelazione, che è uno dei tratti fondamentali del Dio occidentale.

Percepito dai credenti e dalle classi sacerdotali come un pericolo per la Fede, l’ateismo rimane ancora oggi oggetto di timore, rifiuto, avversione. Ebbene, è un pensiero potenzialmente distruttivo per l’ordine sociale costituito?

Vedo che scrive Fede con la maiuscola e ateismo con la minuscola. Fino a quando la Fede sarà maiuscola e l’ateismo minuscolo, in effetti quest’ultimo sarà oggetto di timore, rifiuto ed avversione.

Bisogna chiedersi cos’è l’ordine sociale costituito. Alcuni ritengono che la società così com’è sia buona e giusta. Io penso che non lo sia. Di più: penso che la società occidentale non sia mai stata buona e giusta. Per secoli abbiamo avuto società nelle quali alcuni privilegiati concentravano in sé ricchezza, prestigio e potere, mentre la massa viveva nella povertà più assoluta. Per secoli abbiamo pensato la società in modo gerarchico, come una piramide sorretta dal sacrificio degli ultimi. E questo schema piramidale è stato giustificato e sostenuto dalla religione. Dimenticato il primato degli ultimi, Gesù è diventato il Cristo Re, modello celeste del potere terreno e vertice di una gerarchia spirituale che aveva un preciso corrispettivo nel mondo reale.

Questo sistema, apparentemente ordinato, è in realtà fortemente squilibrato, e dunque disordinato. Per me è ordinata quella società nella quale le risorse, il potere, il prestigio siano distribuiti in modo uguale tra tutti i componenti. È un tipo di società che non sarà possibile fino a quando non metteremo seriamente in discussione i principi sui quali continua a basarsi la nostra società, nonostante le profonde e rapide trasformazioni che sono sotto gli occhi di tutti. In questo senso considero l’ateismo anarchico: perché contesta la violenza dell’archè, del principio, dell’origine del nostro (dis)ordine sociale.

Spinoza, Meslier, Hume, Feuerbach, Nietzsche, Rensi, Onfray , Odifreddi, Vanini, Dawkins: nomi citati in bibliografia. Professore, quali tratti sono comuni agli argomenti razionalistici elaborati contro i testi sacri dei tre principali monoteismi?

Dal Trattato teologico-politico di Spinoza – che aveva il vantaggio di conoscere l’ebraico – in poi si è trattato semplicemente di trattare il testo sacro come qualsiasi altro testo: evidenziandone le contraddizioni, la complessa formazione, le interpolazioni, e considerandoli come espressione di una società lontana dalla nostra. Una cosa che oggi riconoscerà qualsiasi biblista. La differenza è che i credenti sono costretti a conciliare in qualche modo questa materialità, diciamo così, della Scrittura con il suo carattere sacro. Quello che piace, dunque, viene selezionato e riproposto ossessivamente ai fedeli, magari non senza qualche aggiustamento (si pensi alla libera rielaborazione dei dieci comandamenti), mentre quello che non piace (ad esempio le istruzioni per vendere la propria figlia come schiava, che si trovano subito dopo i dieci comandamenti) viene considerato espressione della cultura dell’epoca, come avvertirà senza alcuna apparente inquietudine una nota a piè pagina. Il problema è che nella Bibbia le istruzioni per vendere la propria figlia come schiava, o l’indicazione di uccidere le persone omosessuali, fanno parte della Legge di Dio esattamente come i dieci comandamenti. E se fossi credente questa operazione non lascerebbe tranquilla la mia coscienza.

Matrimonio, divorzio, diritti civili, discriminazioni, amore, sessualità. Il concreto vivere quotidiano in qual misura è regolato da norme religiose?

Nella misura in cui noi permettiamo che sia regolato da norme religiose. Praticamente tutto ciò che consideriamo progresso in tutti questi campi è stato ottenuto contro la religione. Non c’è un solo progresso nei diritti civili degli ultimi decenni che sia stato promosso dalle religioni. E non c’è progresso che non sia minacciato dalle religioni. La follia della Russia di Putin è eloquente: il patriarca Kirill che dichiara guerra alla civiltà occidentale, la cui decadenza è dimostrata dai diritti delle persone omosessuali, non è un folle fuori dalla storia. È un cristiano, semplicemente. Dice in modo meno diplomatico la stesse cose del Catechismo della Chiesa cattolica.

Professore, in mancanza di un Dio, quantunque truculento, feroce, efferato, a cui aggrapparsi come si  affronta il disagio, l’assenza di certezze, il dolore?

Aggrapparsi non è una grande idea. Come non è una grande idea decidere la propria visione del mondo lasciandosi guidare dalla paura. Il negativo fa parte della nostra vita. Qualsiasi tentativo di eliminarlo si ritorce contro noi stessi, perché ci porta a eliminare una componente importante della nostra umanità. Siamo esseri umani in quanto mortali, esposti alla sofferenza e all’incertezza. Possiamo far scomparire tutte queste cose con un colpo di mano metafisico, ma questo non ci renderà migliori. Ci farà vivere piuttosto una vita illusoria e inautentica.

Dio è falso

Ho lavorato lo scorso luglio a un opuscolo sull’ateismo che è cresciuto fino a diventare un libro: Dio è falso. Una breve introduzione all’ateismo, uscito con il mio progetto libertario endehors. Il libro è disponibile in ebook e cartaceo presso tutti gli store online: La Feltrinelli, IBS, Kobo, Amazon, StreetLib.

Ringrazio intanto Marco Trainito per questa bella recensione in anteprima (dal suo profilo Facebook).

La copertina

Sulla miseria morale del Dio biblico

Ho avuto il privilegio di poter leggere in anteprima questo brillante pamphlet dell’amico Antonio Vigilante, che sta per essere pubblicato in versione sia cartacea che digitale. Non si tratta solo di una rapida sintesi dei più noti argomenti razionalistici contro i testi sacri dei tre principali monoteismi che l’Occidente ha elaborato – diciamo – da Vanini a Dawkins (entrambi citati nella “bibliografia minima” posta in chiusura, insieme a Spinoza, Meslier, Hume, Feuerbach, Nietzsche, Rensi, Onfray e Odifreddi). Vigilante è filosofo e pedagogista, conosce l’ebraico ed è soprattutto un cultore della spiritualità orientale, e questo lo spinge a focalizzare l’attenzione soprattutto sugli aspetti etici delle dottrine religiose esaminate. Dopo una carrellata sulle classiche argomentazioni filosofiche contro l’idea stessa di un qualsiasi dio, il lettore è guidato nel luna park dell’orrore dell’Antico Testamento, in cui il dio ebraico appare in tutta la sua ferocia, a tratti persino grottesca: un creatore che ordina e compie in prima persona stragi pantagrueliche, tradisce il suo stesso popolo eletto, si contraddice platealmente e rivela tratti comportamentali di un infantilismo molesto e profondamente immorale.
Ma non è qui che Vigilante offre i suoi contributi più originali. La sua analisi diventa di notevole interesse filosofico-morale laddove decostruisce il dispositivo di discorso neotestamentario, rivelandone la natura intimamente violenta. Contro la vulgata che vede nel messaggio di Gesù una rivoluzione etica all’insegna dell’amore universale e di una nuova immagine di Dio, più conciliante e “umana”, Vigilante mette in luce il meccanismo della demonizzazione e della conseguente disumanizzazione del diverso che sta alla base del messaggio cristiano e che sfocia in una vera e propria metafisica del Nemico, in nome della quale chi non è già da sempre “con” Gesù è ipso facto esposto all’odio e alla cancellazione in questa vita e alla dannazione eterna nell’altra.
Per fare un esempio di come persino le prime comunità cristiane praticassero un’etica che oggi non può non farci inorridire, vale la pena leggere per intero la storia poco nota di Anania e Saffira, sulla quale giustamente Vigilante richiama l’attenzione. È narrata in Atti 5: 1-11 e questa è la versione della Bibbia CEI:

1 Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffìra, vendette un terreno 2e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. 3Ma Pietro disse: “Anania, perché Satana ti ha riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? 4Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. 5All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. Un grande timore si diffuse in tutti quelli che ascoltavano. 6Si alzarono allora i giovani, lo avvolsero, lo portarono fuori e lo seppellirono.
7Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dell’accaduto. 8Pietro le chiese: “Dimmi: è a questo prezzo che avete venduto il campo?”. Ed ella rispose: “Sì, a questo prezzo”. 9Allora Pietro le disse: “Perché vi siete accordati per mettere alla prova lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta quelli che hanno seppellito tuo marito: porteranno via anche te”. 10Ella all’istante cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta, la portarono fuori e la seppellirono accanto a suo marito. 11Un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in tutti quelli che venivano a sapere queste cose.

Già Voltaire aveva fatto riferimento a questo episodio nella voce “Pietro” del suo “Dizionario filosofico” (1764), scrivendo:

Casaubon non poteva approvare il modo in cui Pietro trattò il buon Anania e sua moglie Safira. Con che diritto, dice Casaubon, un giudeo schiavo dei Romani ordinava o tollerava che tutti coloro che credevano in Gesù vendessero le loro fortune e mettessero ai suoi piedi il loro ricavato? Se qualche anabattista a Londra si facesse portare ai suoi piedi tutto il denaro dei suoi confratelli, non sarebbe arrestato come seduttore sedizioso, come ladrone che non si mancherebbe di mandare a Tyburn? Non è orribile far morire Anania perché avendo venduto i suoi beni e avendone consegnato il denaro a Pietro, aveva trattenuto per sé e sua moglie, senza dirlo, qualche scudo per sovvenire alle loro necessità? Subito dopo che Anania è morto, arriva sua moglie. Pietro, invece di avvertirla caritatevolmente che ha appena fatto morire suo marito di apoplessia per aver tenuto per sé qualche obolo, e di dirle di badare bene a se stessa, la fa cadere in trappola. Le chiede se suo marito ha dato tutto il suo denaro ai santi. La brava donna risponde di sì, e muore sul colpo! (ebook Newton Compton 2012).

Aggiunge Vigilante, dopo aver richiamato il commento di Voltaire:

Che i due poveri coniugi siano stati uccisi realmente da Dio è, diciamo così, assai improbabile; non sarebbe certo una tesi, ripeto, valida in un processo. Ma se anche così fosse, le conclusioni sarebbero di non poco conto. Significherebbe che Dio è un essere terribilmente malvagio, che punisce con la morte una colpa risibile e comprensibile, come è con ogni evidenza questa. Di più: Dio guarda più al male che al bene. Perché Anania e Saffira hanno mentito, ma hanno anche dato i loro beni alla Chiesa. Perché Dio guarda il male, ingigantendolo, e non il bene fatto?
Lo scenario realistico è un altro. I due coniugi sono stati uccisi perché, con il loro comportamento, avevano disobbedito all’imperativo della setta di consegnare loro tutti gli averi. Ed è un episodio che illumina con una luce inquietante anche il cosiddetto comunismo primitivo dei cristiani. Per secoli i cristiani hanno ritenuto che la Chiesa delle origini fosse assolutamente pura, corrompendosi poi con il passare del tempo; e quale segno di questa purezza è sempre stata considerata la comunione dei beni. Molto più probabilmente questa comunione dei beni non era diversa dalla voracità che sempre caratterizza le sette religiose, che dopo essersi accaparrate le anime allungano le mani sui beni degli adepti, fino a spogliarli sia delle prime che dei secondi.

A tutto ciò Vigilante, consapevole che solo un dio clamorosamente inesistente può pretendere che si abbia fede in lui, oppone un’apologia dell’ateismo critico e ragionevole, e, da grande frequentatore del buddismo e del peculiare cristianesimo di Tolstoj, ovvero delle filosofie pratiche più autenticamente etiche, anche se legate a un qualche sistema di credenze religiose, raccomanda di non cedere mai alla tentazione di cadere nel fanatismo opposto.

Marco Trainito

L’autoassoluzione della Chiesa in Canada

Tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli anni Novanta del secolo scorso il governo canadese ha costretto i bambini appartenenti a famiglie di nativi americani a frequentare un sistema di scuole gestito da diverse Chiese cristiane, l’Indian residential school system. Il compito di queste scuole era quello di far sì che i bambini dimenticassero la loro cultura di origine e venissero formati secondo la cultura e la religione dominante. Questa violenza culturale, già terribile, è tuttavia solo parte della violenza che questi bambini si trovarono a subire. Sequestrati alle famiglie, sottoposti a maltrattamenti ed abusi sessuali, sterilizzati, racchiusi in edifici malsani, tenuti in condizioni igieniche precarie, migliaia di questi bambini – in alcuni periodi addirittura più della metà degli ospiti – hanno perso la vita negli anni in queste scuole più simili a lager che a istituzioni educative. Quelli che sono sopravvissuti hanno trovato, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la forza per denunciare ciò che hanno subito ed avviare le ricerche su quello che appare come un vero genocidio.

La Truth and Reconciliation Commission of Canada, nata nel 2007 per accertare la verità e favorire la riconciliazione nazionale, ha chiesto da tempo a papa Francesco di chiedere perdono per il coinvolgimento della Chiesa cattolica. Il viaggio apostolico dei giorni scorsi intendeva venire incontro a questa richiesta. Ma lo ha fatto in modo del tutto insoddisfacente.

Sin dai tempi di Giovanni Paolo II la richiesta di perdono papale – quasi ormai un genere letterario – segue uno schema autoassolutorio: una succinta ed eufemistica descrizione della colpa; una lettura della stessa che la riconduce alla ben nota imperfezione della natura umana; una lunga celebrazione della grandezza della Chiesa. Il viaggio apostolico di papa Francesco in Canada non fa eccezione.

In Canada il papa ha fatto tre cose. Ha chiesto scusa. Ha sottolineato, con una scelta attenta dei termini, che quello che è accaduto non è opera della Chiesa come istituzione, ma di singoli cattolici. E ha usato strumentalmente i valori, reali o presunti, della comunità nativa canadese come conferma dei valori cattolici.

Il punto fondamentale, per i nativi, è la mancanza di ammissione di una responsabilità istituzionale della Chiesa cattolica. In un primo discorso del 25 luglio presso la Chiesa del Sacro Cuore di Edmonton ha fatto ricorso alla parabola della zizzania:

E al tempo stesso, non dobbiamo dimenticare che anche nella Chiesa al grano buono si mescola la zizzania. Anche nella Chiesa. E proprio a causa di questa zizzania ho voluto intraprendere questo pellegrinaggio penitenziale, e cominciarlo stamani facendo memoria del male subito dalle popolazioni indigene da parte di tanti cristiani e chiedendone perdono con dolore. Mi ferisce pensare che dei cattolici abbiano contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento che veicolavano un senso di inferiorità, derubando comunità e persone delle loro identità culturali e spirituali, recidendo le loro radici e alimentando atteggiamenti pregiudizievoli e discriminatori, e che ciò sia stato fatto anche in nome di un’educazione che si supponeva cristiana. (1)

Analizziamo queste parole. Anche nella Chiesa c’è la zizzania. Quell’anche, che il papa sottolinea ripetendolo, vuol dire che la zizzania c’è soprattutto fuori dalla Chiesa, ma purtroppo la Chiesa non riesce ad esserne immune del tutto. Ed è per questo che dei cattolici hanno contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento. I responsabili sono dunque solo alcune persone, incidentalmente di fede cattolica, che si sono limitate a contribuire ad azioni che sono state intraprese da altri. Il resto del discorso è un’autocelebrazione della Chiesa.

Due giorni dopo, il 27 luglio, papa Francesco incontra le autorità civili presso la “Citadelle de Québec”. Non è più in una parrocchia: ci si aspetterebbe un discorso più serio e meno autocelebrativo. Tutt’altro.

Il papa esordisce con una polemica qualunquistica contro il mondo contemporaneo, l’individualismo, l’incapacità di ascoltare, la frenesia eccetera, cui contrappone la saggezza arcaica dei popoli nativi, capaci “di porsi in ascolto di Dio, delle persone e della natura”. Quindi entra in argomento. Vediamo come:

Questi insegnamenti vitali, tuttavia, sono stati violentemente avversati in passato. Penso soprattutto alle politiche di assimilazione e di affrancamento, comprendenti anche il sistema scolastico residenziale, che ha danneggiato molte famiglie indigene, minandone la lingua, la cultura e la visione del mondo. In quel deprecabile sistema promosso dalle autorità governative dell’epoca, che ha separato tanti bambini dalle loro famiglie, sono state coinvolte diverse istituzioni cattoliche locali; per questo esprimo vergogna e dolore e, insieme ai Vescovi di questo Paese, rinnovo la mia richiesta di perdono per il male commesso da tanti cristiani contro le popolazioni indigene. Per tutto questo chiedo perdono. È tragico quando dei credenti, come accaduto in quel periodo storico, si adeguano alle convenienze del mondo piuttosto che al Vangelo. Se la fede cristiana ha svolto un ruolo essenziale nel plasmare i più alti ideali del Canada, caratterizzati dal desiderio di costruire un Paese migliore per tutta la sua gente, è necessario, ammettendo le proprie colpe, impegnarsi insieme a realizzare quanto so che tutti voi condividete: promuovere i legittimi diritti delle popolazioni native e favorire processi di guarigione e di riconciliazione tra loro e i non indigeni del Paese. (2)

Ancora qui i termini sono eufemistici. Nessun accenno ai bambini morti, alle sevizie, alle violenze sessuali. Se il discorso finisse nelle mani di qualcuno che non ha mai sentito parlare di quello che è accaduto in Canada, mai riuscirebbe a farsi un’idea della sua gravità. Anche qui la riduzione della responsabilità: il sistema è stato promosso dal governo ma sono state coinvolte diverse istituzioni cattoliche locali. Questione di parrocchie, nulla più. Poi torna il ragionamento del discorso precedente, presentato in modo più chiaro. Quello che è accaduto è che la Chiesa si è adeguata alle convenienze del mondo. È il mondo ad essere cattivo. La Chiesa è buona, pura, spirituale, ma purtroppo vive nel mondo, e qualche volta, come è accaduto in Canada a qualche parrocchia, non riesce a non farsene contaminare. Ma la Chiesa, nessuno potrà negarlo, è grande. È stata essenziale “per plasmare i più alti ideali del Canada”, dice. E poi cambia subito discorso, lanciandosi in un discorso sul mondo contemporaneo.

A conti fatti, al genocidio dei bambini nativi canadesi sono dedicate meno di una decina di righe nella trascrizione dei discorsi. Nell’ultimo, prima di ripartire, ribadisce:

Anche oggi, anche qui, vorrei dirvi che sono molto addolorato e desidero chiedere perdono per il male commesso da non pochi cattolici nelle scuole che hanno contribuito alle politiche di assimilazione culturale e di affrancamento. (3)

Papa Francesco non è andato in Canada a chiedere perdono. È andato in Canada ad assolvere la Chiesa come istituzione e il cattolicesimo come visione del mondo. Della bontà ahimè non incontaminabile e tuttavia salda della prima e della santità del secondo non è possibile dubitare.

Non sorprende che la visita del papa abbia lasciato l’amaro in bocca. Mussay Sinclair, senatore che ha presieduto la Truth and Reconciliation Commission, ha dichiarato che il papa ha lasciato “un buco profondo nel riconoscimento del pieno coinvolgimento (full role) della Chiesa nel sistema delle scuole residenziali, attribuendo la colpa a singoli membri della Chiesa”. (4)

Ma non si tratta solo di questo. Quella delle scuole residenziali è stata una violenza istituzionale che aveva una precisa giustificazione culturale. Condannarla come violenza di alcuni singoli non solo assolve l’istituzione, ma impedisce qualsiasi riflessione sulla violenza culturale che l’ha sorretta e giustificata.

E invece una reale riconciliazione non può che partire da una domanda: perché? Perché i cattolici, i cristiani in generale sono stati così violenti? Cosa ha spinto a non vedere in un bambino nativo un essere umano? Da dove veniva quella ferocia?

La risposta a questa domanda è nella parabola stessa che il papa ha evocato nella parrocchia, parlando ai nativi. La parabola della zizzania, che è una sintesi efficace della violenza del Vangelo. C’è un uomo che ha seminato del grano. Qualcuno però nella sua terra ha seminato zizzania insieme al grano. Cha fare? Raccogliere la zizzania? Ma c’è il rischio di sradicare anche il grano. “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”, dice Gesù (Matteo, 13 30).

In questa parabola è di persone che si sta parlando. Di persone che sono grano e di persone che sono zizzania. Di persone che quando giungerà il Regno finiranno nel granaio e di persone che invece saranno legate e bruciate. Gesù invita a non raccogliere. Ma è un invito destinato, nella storia della cristianità, a restare inascoltato. Se alcune persone sono zizzania, se sono state piantate dal Maligno stesso, la tentazione di sradicarle subito, per ripulire il mondo dalla loro insidia, è irresistibile.

È questo che è accaduto, tra l’altro, nel Nuovo Mondo. Quando gli europei vi si trasferiscono, interpretano la loro vicenda storica alla luce della Bibbia. I cristiani sono il nuovo Israele che si fa strada nella terra del Diavolo. Scrive a fine Seicento il pastore Cotton Mather:

Gli abitanti della Nuova Inghilterra sono il popolo di Dio che si è insediato in quelli che un tempo erano i territori del Diavolo; e si può facilmente supporre che il Diavolo sia stato fortemente irritato, quando si è accorto che questo popolo stava adempiendo l’antica promessa fatta al nostro Gesù, che Avrai in possesso le terre più lontane. (5)

Il nativo americano non è diverso dal cananeo: è un essere corrotto, demoniaco, che non appartiene alla comune umanità. E che va sterminato, come propone nel Settecento il giurista Hugh Henry Brackenridge per quegli “animali volgarmente chiamati indiani”. (6)

Le azioni di una istituzione come la Chiesa cattolica si inseriscono in una storia. Il papa è l’ultimo successore di Pietro; c’è una linea di continuità che va dal primo papa fino a lui, ed è questa linea che giustifica la sua posizione. Ma non è l’unica linea. C’è anche una linea di continuità che va dalla violenza disumana di cui raccontano i primi libri della Bibbia – la storia di un popolo che Dio guida contro altri popoli, eccitandolo allo sterminio anche di donne e bambini – e dalla convinzione evangelica che il mondo si divina in salvati e dannati, esseri umani che sono da Dio ed esseri umani che sono dal Diavolo, alla lunga successione di atrocità di cui si sono resi responsabili i cristiani.

Fino a quando i cristiani non si libereranno dall’idea che un essere umano possa essere zizzania, la violenza cristiana sarà sempre possibile. E fino a quando non si metteranno seriamente in discussione radici dottrinali e scritturali – ma occorre dire: ideologiche – della violenza ogni richiesta di perdono non è che una facile autoassoluzione.

Note

(1) Viaggio Apostolico in Canada: Incontro con le popolazioni indigene e con i membri della Comunità Parrocchiale presso la Chiesa del Sacro Cuore (Edmonton, 25 luglio 2022), url: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/july/documents/20220725-incontroedmonton-canada.html
(2) Viaggio Apostolico in Canada: Incontro con le Autorità Civili, con i rappresentanti delle Popolazioni Indigene e con il Corpo Diplomatico presso la “Citadelle de Québec” (27 luglio 2022), url: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/july/documents/20220727-autorita-canada.html
(3) Viaggio Apostolico in Canada: Incontro con i giovani e con gli anziani nel piazzale della scuola elementare (Iqaluit, 29 luglio 2022), url: http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/july/documents/20220729-giovani-anziani-iqaluit.html
(4) A. Woods, ‘A deep hole’ — Murray Sinclair, Romeo Saganash harshly criticize Pope’s apology, in “Toronto Star”, 26 luglio 2022, url: https://www.thestar.com/news/canada/2022/07/26/pope-franciss-apology-fails-to-meet-truth-and-reconciliation-call-to-action-sinclair.html
(5) C. Mather, The Devil in New England, da The Wonders of the Invisible World, 1693, On-line: https://www.bartleby.com/400/prose/202.html. Il riferimento biblico è a Salmi, 2:8.
(6) D. Losurdo, L’ebreo, il nero e l’indio nella storia dell’Occidente, QuattroVenti, Urbino 1999, p. 9.

Papa Francesco, il piazzista di Dio

Dal Rinascimento in poi, gli sviluppi della scienza e della filosofia hanno progressivamente sgretolato il terreno metafisico-cosmologico su cui poggiava la dottrina cristiana. A fine Ottocento il processo è compiuto: si tratta solo di trarne le conclusioni. E lo fa Nietzsche con l’annuncio della morte di Dio; un annuncio fatto non a credenti, ma ad atei, proprio perché non si tratta di dire che Dio non c’è, cosa ormai banale ed evidente a tutti, ma che se Dio non c’è tutti i nostri valori devono essere trasmutati. Se era evidente a tutti, non lo era per la Chiesa cattolica, che per decenni ha continuato ad affermare e riaffermare caparbiamente il proprio contenuto dogmatico. Fino a quando è arrivato il colpo di grazia: la società del benessere, che progressivamente ha ridotto nei paesi industrializzati le basi sociologiche del suo consenso: una ampia massa di persone ignoranti, superstiziose, bisognose di rassicurazione ultraterrena perché spaventate da una vita difficile. Di fronte a questi cambiamenti epocali le posizioni possibili sono quattro. La prima è quella di un ripensamento serio e profondo del cristianesimo alla luce dei cambiamenti sociali e culturali. È la via imboccata dall’avanguardia più coraggiosa della teologia contemporanea, in particolare protestante, con autori come Bultmann, Bonhoeffer, Altizer, e in Italia da pensatori come Sergio Quinzio o quello straordinario provocatore che è stato Ferdinando Tartaglia. La seconda è quel ripensamento politico del cristianesimo come prassi di liberazione compiuto dalla teologia della liberazione sudamericana. La terza è la condanna della modernità. È la via del fondamentalismo evangelico ed ortodosso e, in modo apparentemente più blando, del papato di Giovanni Paolo II, con il suo attacco ossessivo al relativismo. L’ultima posizione è quella di un adattamento del cristianesimo al consumismo. È la via di certi telepredicatori evangelici statunitensi. Ed è anche la via che la Chiesa cattolica sembra aver preso con la guida di papa Francesco. Nulla lo dimostra meglio dell’ultimo suo libro. Che è, intanto, una operazione commerciale sfacciata. Il papa si affida, chissà perché, non alla Libreria Vaticana, ma alla semisconosciuta Libreria Pienogiorno di Milano. Una case editrice che si presenta così nel suo sito Internet: “Non un altro marchio editoriale, ma un marchio editoriale tutto nuovo che offre autori di successo, altovendenti, di qualità e proposte di assoluto interesse e rilievo del panorama italiano e internazionale”. Altovendenti. Non avevo mai incontrato questa parola, mi immagino che faccia parte di certo gergo aziendale sul quale sarebbe troppo facile fare ironia. Il fatto di essersi affidato a una casa editrice che pubblica autori altovendenti non è senza conseguenze. Perché, per quanto male di pensi di papa Francesco, è difficile credere che sia stato lui a pensare un titolo ruffiano come Buona vita e un sottotitolo ruffianissimo come Tu sei una meraviglia, che superano di gran lunga l’idiozia del precedente Ti auguro il sorriso. Per tornare alla gioia. Perché credere in Cristo? La risposta un tempo era: perché solo il Cristo ci salva dal peccato; perché siamo esseri profondamente corrotti e possiamo risollevarci solo con l’aiuto di Dio. Per secoli il cattolicesimo ha insistito sul peccato e la corruzione, con un compiacimento barocco di cui nessuno avverte la mancanza. Nel cattolicesimo di papa Francesco invece tutti gli elementi tragici e drammatici del cristianesimo sono rimossi o ridotti a burla. Il peccato, in primo luogo. Se vi accenna, è solo per tranquillizzare subito: quella nuvola è immediatamente fugata dalla luce di Cristo. Che vi siano stati migliaia di uomini di Dio, adeguatamente dotati di fede, che hanno compiuto le azioni più nefande sugli esseri più fragili, non lo induce a riflessioni amare sulla pervasività del male, o magari ad indagare – Dio non voglia! – su un possibile legame strutturale tra la dottrina, l’istituzione che la veicola e la pedofilia. Bisogna essere positivi. Sorridenti, anche. Allegri. Gioiosi. Ed è questa la risposta di papa Francesco. Bisogna credere perché la fede dà gioia. È un antidepressivo infallibile. Non è un particolare smarrimento del cristianesimo. Mi pare anzi che vi sia una piena continuità, una perfetta realizzazione della logica storica del cristianesimo. Se Dio muore per l’uomo, allora l’uomo è Dio. I pagani erano sorpresi e turbati da questo aspetto del cristianesimo: il sovvertimento del rapporto naturale, diciamo così, tra Dio e uomo. L’uomo va da Dio, perché Dio è Dio. Ma nel cristianesimo Dio va dall’uomo. Anzi, di più: si sacrifica per l’uomo. Ma ciò cui si sacrifica è Dio. Dunque nel cristianesimo il vero Dio è l’uomo. Dio è al servizio dell’uomo. Il cattolicesimo consumistico di papa Francesco è l’inverarsi postmoderno del Vangelo. Dio va all’uomo come un qualsiasi bene di consumo. Il suo scaffale, per la precisione, è quello dei prodotti adatti per una vita sana e salutare. Per i casi più difficili, può essere un antidepressivo; ma al tempo stesso è un ricostituente e un eccitante, perché al papa piacciono le persone energiche. In ogni caso, è un rimedio facile, a portata di mano, che costa poco. Pochissimo. E che funziona meglio di qualsiasi altro:
Probabilmente, nei momenti di difficoltà, tanti di voi si saranno sentiti ripetere le parole “magiche” che oggi vanno di moda e dovrebbero risolvere tutto: “Devi credere in te stesso”, “Devi trovare le risorse dentro di te”, “Devi prendere coscienza della tua energia positiva”. Ma tutte queste sono semplici parole e per chi è veramente “morto dentro” non funzionano. La parola di Cristo è di un altro spessore, è infinitamente superiore. È una parola divina e creatrice, che sola può riportare la vita dove questa si era spenta.
Dio funziona meglio. Ma lo scopo, la funzione, è la stessa: il benessere. E non occorrono grandi sacrifici per ottenerlo. Kierkegaard non aveva capito nulla. Essere cristiani è nulla più che vivere serenamente la propria vita. Non manca, è chiaro, la polemica contro questo mondo, l’invito ad essere diversi e in opposizione ad esso. Ma in papa Francesco anche questa opposizione diventa cosa da ridere. I giovani sono invitati ad avere ideali, senza che si specifichi quali (anche i fascisti dicono di avere ideali), mentre agli anziani raccomanda di non fare chiacchiere, un tema che chissà perché gli sta molto a cuore. Cose così. L’operazione di papa Francesco è a suo modo onesta. Il bene-Dio può dare quello che promette. Può essere che la vita diventi più facile, allegra, gioiosa. E tuttavia la conversione non riesce del tutto. Per usare un’altra metafora, papa Francesco vende un’automobile usata, usatissima, dopo aver sistemato la carrozzeria e rifatto la verniciatura. A vederla sembra nuova, quasi fiammante. Ma se sollevi il cofano scopri che il motore è logoro. Il motore del cristianesimo è nella sua cultura del giudizio, in quella divisione violenta tra salvati e dannati, tra chi è da Dio e chi è da Satana che è all’origine di tutte le atrocità commesse dal cristianesimo nel corso della sua storia, dallo smembramento di Ipazia al massacro dei bambini indigeni del Canada fino agli anni Settanta del secolo scorso. Un libro col sottotitolo Tu sei una meraviglia sembra voler scardinare questo stesso motore violento, in nome dell’accettazione totale e incondizionata del lettore. Ecco:
Scusa, fratello, non perderti d’animo. Hai la tentazione di sentirti sbagliato? Dio ti dice: “No, sei mio figlio!” Hai la sensazione di non farcela, il timore di essere inadeguato, la paura di non uscire dal tunnel della prova? Dio ti dice: “Coraggio, sono con te.”
Dio è un motivatore, un personal trainer metafisico. Bellissimo. Nessuno è sbagliato, perché siamo tutti figli di Dio. Ci sarebbe l’obiezione che se basta l’essere figli di Dio per non essere sbagliati, allora non si capisce perché l’Adam non abbia potuto godersi la vita nell’Eden, e Dio lo abbia fatto sentire così maledettamente sbagliato scacciandolo insieme ad Eva. Ma poi ecco che si fa avanti, poniamo, un pigro. E papa Francesco:
Dio detesta la pigrizia e ama l’azione. I pigri non potranno ereditare la voce del Signore. Capito?
Non ho la minima idea di cosa voglia dire ereditare la voce, ma è chiaro che i pigri non piacciono né a Dio né al papa. Se sei pigro, non va bene. Poi ci sono i tiepidi. Come ho accennato, al papa piacciono le persone energiche. E dunque al bando i tiepidi. “Gesù detesta più di ogni cosa la tiepidezza. Si vede il disprezzo di Dio per i tiepidi”. Dunque: Dio ti dice di non sentirti sbagliato perché sei suo figlio, ma se sei tiepido ti disprezza. Poi c’è la faccenda del sesso. Non venga in mente ai giovani di farlo, magari perché è una cosa naturale, naturalissima.
Io non vorrei fare il moralista, ma voglio dire una parola che non piace, una parola impopolare. Anche il Papa alcune volte deve rischiare per dire la verità. L’amore è nelle opere, nel comunicare, ma l’amore è molto rispettoso delle persone, non usa le persone. Cioè l’amore è casto. E a voi giovani in questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarsela bene, fare la bella vita, io dico: siate casti, siate casti.
C’è molta miseria morale nel non saper distinguere un rapporto sessuale fondato sull’amore da un rapporto sessuale fondato sul piacere reciproco ed entrambi da un rapporto sessuale mercenario, e ridurre tutto il sesso a quest’ultima tipologia. A meno il papa non voglia dire che ogni volta che due persone traggono piacere da una cosa che fanno insieme, vuol dire che si stanno usando a vicenda. Ma in questo caso tutto diventa peccato. Anche una conversazione intellettuale, che quanto più è profonda, tanto più dà piacere. Ma non è il caso di discutere davvero queste stronzate (pericolose, perché la vita sessuale è essenziale per la salute: è come se si dicesse ai giovani di essere anoressici), dando ad esse una dignità che non hanno. Sono sufficienti per mostrare come, sotto la carrozzeria riverniciata, vi sia lo stesso logoro motore cristiano, con il suo moralismo, la piccineria, la sessuofobia e al tempo stesso l’ossessione per il sesso, che finisce per occupare tutta la sfera morale, a discapito delle virtù civili – una perversione morale di cui noi italiani stiamo ancora scontando le conseguenze. Il papa è, secondo la dottrina cattolica, il rappresentante di Dio sulla terra. Papa Francesco lo è in un modo particolare: il rappresentante nel senso commerciale del termine. Il commesso viaggiatore. Il piazzista di Dio. Altovendente, bisogna dargliene atto.

Blasfemia e discorso pubblico

– Ecco il corpo di Cristo.
– Grazie. Se non le dispiace, gradirei il fegato. Sa, il dottore dice che ho carenza di ferro.

Ragioniamo di blasfemia.

La società è fatta, tra le altre cose, di discorsi. La pratica educativa, ad esempio, è il risultato dei nostri discorsi sulla pratica educativa, che hanno sempre un carattere performativo. La relazione educativa può essere simmetrica? No, c’è sempre un dislivello, un rapporto di potere. E questo discorso diffuso fa sì che la relazione educativa sia per lo più asimmetrica. Di per sé, non c’è alcuna asimmetrica intrinseca nella relazione educativa. Lo stesso vale per qualsiasi aspetto della società. La società è il risultato dei nostri discorsi pubblici.

Ora, ogni discorso pubblico può essere criticato. È un diritto elementare prendere parte al discorso pubblico con piena libertà di critica. È un diritto elementare poter dire, ad esempio, che no, la relazione educativa dev’essere simmetrica e libera da potere. È un diritto elementare di chiunque provare a cambiare la società dando il proprio contributo al discorso pubblico. E questo contributo può includere anche la critica aspra, il sarcasmo, la satira.

Da diversi secoli, la religione è diventata parte integrante del discorso pubblico. A dire il vero, in passato il discorso pubblico era discorso religioso, ed ogni tentativo laico di intervenire nel discorso pubblico era soffocato nel sangue. Le cose ora vanno diversamente. La religione non può vantare alcun privilegio nel discorso pubblico: e dunque qualsiasi affermazione o convinzione religiosa dev’essere trattata alla stessa stregua di qualsiasi altra affermazione.

In passato esistevano due livelli della religione: quello pubblico e quello misterico. È ancora difficile comprendere quasi fossero le convinzioni dei seguaci dei misteri orfici ed eleusini. Sappiamo che sono stati determinanti per la nascita della filosofia, ma dal momento che erano, appunto, misteri, non è facile far piena luce su di essi. I misteri erano convinzioni e pratiche religiose che erano sottratti al discorso pubblico, proprio perché il discorso pubblico è per sua natura corrosivo. Facevano parte del discorso pubblico i miti, le storie riguardanti le divinità, che non di rado erano oggetto di ironie o di argomentate critiche filosofiche.

Il cristianesimo ha una particolarità. È una religione a carattere misterico. Le convinzioni centrali del cristianesimo ed i suoi rituali — la morte di Dio, il suo sacrificio, la ripetizione del sacrificio nella pratica della comunione — sono affini a pratiche misteriche come quelle legate al culto di Mitra. Al tempo stesso, però, il cristianesimo non è un culto misterico. La messa e la comunione avvengono sotto gli occhi di tutti, e ad esse partecipano non degli iniziati, ma dei semplici credenti, spesso nemmeno praticanti. Il cristianesimo è un volgarizzamento dei misteri, che avanza la pretesa di partecipare al discorso pubblico rivendicando al contempo la segretezza dei misteri. E in ciò, naturalmente, c’è una pretesa irricevibile. Delle due l’una: o il cristianesimo rinuncia al discorso pubblico, si ripensa come pratica iniziatica, ricevendo da questo ritrarsi la protezione che viene dall’essere fuori scena; oppure, se pretende di partecipare al discorso pubblico — cercando anche di orientare le scelte politiche — non può sottrarsi alla corrosività del discorso pubblico. Pretendere una particolare intoccabilità nella sfera del discorso pubblico in nome delle proprie pratiche misteriche è disonestà intellettuale.

Le religioni sono violente?

“Un mondo senza religioni sarebbe un mondo più bello e meno violento?”, si chiede su Gli Stati Generali il pastore battista Gabriele Arosio. E posta così, la questione difficilmente può trovare risposta. In primo luogo, perché non è affatto facile distinguere cosa è religione e cosa non lo è. Il concetto di religione è occidentale; siamo sicuri che il dharma degli hinduisti, per non fare che un esempio, sia esattamente la stessa cosa? E il Confucianesimo cos’è? Confucio parla pochissimo di questioni ultime, e molto di etica. Sembra più un filosofo che un fondatore di religioni; ma del resto lo stesso concetto di filosofia è occidentale.
Ammesso anche che cristianesimo, islam, buddhismo e confucianesimo possano essere concepiti insieme come religioni, non ha molto senso parlarne all’ingrosso. Bisognerebbe chiedersi quanta violenza vi sia in ciascuna di essere, piuttosto che ritenere che meritino di stare in piedi o debbano cadere tutte insieme.
Ma più che di religione, sarebbe soprattutto il caso di parlare di Weltanschauung, visione del mondo. Noi esseri umani abbiamo una serie di bisogni, ben sintetizzati dalla piramide di Maslow. Abbiamo bisogno di mangiare e bere, di coprirci, di essere al sicuro, di realizzarci, di essere amati. Ma abbiamo anche un bisogno fondamentale, senza il quale la vita può essere difficile. Abbiamo il bisogno di inserire la nostra esistenza individuale in un contesto di significato che la inquadri e le dia una direzione, di una visione del mondo, appunto, che sia in grado di rispondere alle fondamentali domande di senso. Proprio perché una Weltanshauung risponde a un bisogno fondamentale, quando qualcosa, dall’esterno o dall’interno, la minaccia, accade la violenza. È la violenza che ha insanguinato l’Europa quando la visione del mondo della società tradizionale medioevale è stata messa in crisi dall’ascesa della borghesia e dallo sviluppo scientifico. Un cambiamento doloroso, che ha consentito però all’Occidente uno sviluppo tecnologico che ha travolto il resto del mondo. A persiani, indiani, cinesi l’Occidente appariva come un mostro irresistibile, che con il proprio potere militare, ma ancora di più con il fascino della propria civiltà, che si proponeva come l’unica evoluta, minacciava di annullare semplicemente mondi culturali millenari. Di qui la resistenza. Di qui la violenza. Perfino Gandhi giunge a distruggere pubblicamente i prodotti inglesi, in nome dello swadeshi, la valorizzazione dei prodotti e della cultura locale. In Iran prima della Rivoluzione islamica si diffonde il concetto di gharbzadegi, che si può tradurre con intossicazione occidentale. Espressione efficacissima: l’Occidente è percepito come un veleno che intossica e uccide tutte le civiltà diverse dalla propria.
Di qui la violenza. Che non è propriamente religiosa. È la violenza di qualsiasi civiltà che vede minacciata la propria visione del mondo. Anche religioni che predicano le forme più radicali di nonviolenza possono diventare violente in certe circostanze; lo dimostra, per non fare che un esempio, il Bodu Bala Sena cingalese.
Questa è una prima risposta. Una seconda risposta è che nella visione del mondo religiosa, come in qualsiasi visione del mondo, possono esserci semi di violenza, che in qualche caso sono evidenti, in altri meno.
La Chiesa cattolica negli ultimi decenni ha da un lato ammesso i propri errori passati, dall’altro aperto al dialogo con le altre religioni. Due cose senz’altro lodevoli; ma manca qualcosa. Manca ciò che è più urgente: comprendere le radici della violenza. Perché i cristiani hanno massacrato così tanto? Perché il cristianesimo è stato così feroce, se il Cristo insegna l’amore del prossimo? Come si spiega, per restare a tempi recenti, il genocidio degli indiani canadesi nelle scuole residenziali cristiane, per lo più cattoliche?
La mia risposta a questa domanda è che il Cristo ha insegnato l’amore, ma ha insegnato anche che c’è il Diavolo. E che c’è chi è con lui e chi è con il Diavolo. Dividendo in questo modo l’umanità in due, ha gettato le premesse terribili di qualsiasi violenza verso chiunque non rientrasse nella piena ortodossia e nella rassicurante identità del maschio bianco cristiano.
Questo è il seme violento del cristianesimo. Altre religioni hanno altri semi violenti. Ed è compito di chiunque voglia la pace, prima ancora di tendere la mano a chi segue un’altra religione, analizzare senza alcuna pietà la propria religione (ma anche: della propria visione del mondo, sia pure essa ateistica) e cercare in essa l’origine del male e della violenza.

Abominio

Si legge nella Nota verbale mandata al Governo italiano dalla Segreteria di Stato Vaticana per esprimere le perplessità della Chiesa riguardo al ddl Zan: “Diverse espressioni della Sacra Scrittura, della Tradizione ecclesiale e del magistero autentico dei Papi e dei Vescovi considerano, a molteplici effetti, la differenza sessuale, secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina.”

E vediamola, questa prospettiva antropologica non disponibile. “Chiunque abbia giaciuto con un uomo come si giace con una donna, hanno compiuto tutti e due un abominio; siano messi a morte. Il loro sangue ricada su di essi”. E’ il Levitico (20, 13), con l’Esodo il centro stesso dell’Antico Testamento.

Il termine adoperato è תועבה, che indica una cosa disgustosa, che suscita orrore. Che un uomo faccia l’amore con un altro uomo è una cosa disgustosa, e talmente disgustosa, che entrambi devono essere uccisi. Uccidere è meno disgustoso che amare. Esistono oggi persone che ritengono che questo passo non sia l’espressione di una società arcaica, patriarcale, rozza e violenta, ma nulla di meno che la voce di Dio. E come tale, appunto, “non disponibile”. Ora, bisogna dirlo forte: se c’è qualcosa che è abominio, è questo testo. E disgustoso, abominevole è chiunque rivendichi l’atroce violenza che esprime. Così facendo, si tira fuori dalla società civile, da qualsiasi discorso comune sul bene e sul giusto.  Se il cattolicesimo è questo, allora esso è totalmente incompatibile con la democrazia e i diritti umani. Bisogna prenderne atto e trarne tutte le conseguenze politiche.

Fratelli quasi tutti

Fratelli tutti, la nuova enciclica di papa Francesco, dice molte cose belle, buone e giuste. Dice che siamo tutti fratelli, e dobbiamo considerarci e trattarci come tali: e che dunque va condannata la disuguaglianza che constatiamo dolorosamente sia nel nostro Paese che nel mondo. Non ironizzo quando dico che sono cose giuste, anche se leggendola non ho potuto fare a meno di ripensare a quel passo de Il Regno di Dio è in voi di Tolstoj in cui il grande scrittore e pensatore russo – osannato come scrittore, rimosso come pensatore – scrive: “Siamo tutti fratelli, e nondimeno ogni mattina questo fratello e questa sorella fanno per me i servizi che non voglio far io. Siamo tutti fratelli – e nondimeno mi occorrono ogni giorno un sigaro, dello zucchero, uno specchio e altri oggetti alla cui fabbricazione i miei fratelli e le mie sorelle, che sono miei eguali, hanno sacrificato la loro salute; ed io mi servo di questi oggetti, ed anzi li pretendo” (edizione Bocca, Roma 1894, p. 129). E continua con una analisi spietata della miseria della società russa, fondata sull’ipocrisia e lo sfruttamento, con la benedizione di quella Chiesa ortodossa che lo scomunicherà. Ora, sono parole che papa Francesco sottoscriverebbe volentieri. Anzi, più che sottoscriverle, le scriverebbe. E in parte le ha scritte. Ma c’è una differenza essenziale. Il grande scrittore russo cercò – dolorosamente, tragicamente – il passaggio dalla teoria all’azione, la testimonianza, la coerenza tra vita e pensiero. Il papa, fratello di tutti, resta Sua Santità: per quanti tentativi faccia, sarà sempre infinitamente al di qua da quella orizzontalità che consente la vera fratellanza. Sarà padre – Santo padre – ma mai fratello. E la presenza nella società di figure come la sua è il maggior ostacolo alla diffusione di una effettiva cultura della fraternità.[read more]

Ma non è di questo che voglio parlare. Mi interessa il tema del dialogo, sul quale Francesco si sofferma nella seconda parte dell’enciclica. “L’autentico dialogo sociale – scrive – presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni e degli interessi legittimi” (§203). È vero: senza questa capacità non c’è dialogo. Ma Francesco è capace di questo rispetto? Nell’enciclica enfatizza la sua convergenza di vedute con quello che chiama il Grande Imam (un altro Padre, non fratello; magari in questo caso Zio: fratello del Padre) Ahmad Al-Tayyeb, noto da noi per alcune dichiarazioni non molto conciliabili con democrazia, civiltà e diritti umani; non mostra invece grande capacità di rispetto verso un punto di vista realmente diverso da quello religioso. Accogliendo pienamente l’eredità di Giovanni Paolo II e di papa Ratzinger, papa Francesco non riesce a vedere nel pensiero laico, ateo, agnostico, relativista, insomma nel pensiero che discute i fondamenti della sua fede, null’altro che una minaccia per la civiltà. Scrive: “Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità” (§244). Cioè: chi non crede in Dio non può davvero credere nella fraternità. Che è una sciocchezza colossale. Se non fosse chiaro, spiega citando la Centesimus annus di Giovanni Paolo II: “Se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini. Il loro interesse di classe, di gruppo, di Nazione li oppone inevitabilmente gli uni agli altri” (§273). Dunque: se uno non crede in Dio, dovrà per forza opporsi agli altri, ad esempio in nome della Nazione. È ben noto, del resto, che i fascisti hanno fatto un concordato con la Lega degli Atei, e non con la Chiesa cattolica.
Il nemico è, ancora, il relativismo. “La carità ha bisogno della luce della verità che costantemente cerchiamo e questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, senza relativismi” (§185). “Il relativismo non è la soluzione. Sotto il velo di una presunta tolleranza, finisce per favorire il fatto che i valori morali siano interpretati dai potenti secondo le convenienze del momento” (§191). Un’altra sciocchezza. Nel 1919 Giuseppe Rensi, con Carlo Michelstaedter il filosofo più inquieto del Novecento italiano, scrisse un libro – Lineamenti di filosofia scettica – in cui sosteneva che dopo la Grande Guerra era impossibile non dichiararsi scettici. La guerra è conflitto di verità: si uccide l’altro in nome della propria verità; e se le diverse verità si scontrano, è perché evidentemente nessuna è tale da imporsi da sé come Verità. L’anno successivo trasse le conseguenze politiche nella Filosofia dell’autorità: poiché non esiste alcuna verità, è solo la forza che stabilisce a chi spetta il potere. Ora, queste idee potevano storicamente incontrarsi con il fascismo. Non accadde, e Rensi fu anzi perseguitato dal Regime. La ragione è facile da comprendere. Un Regime, quale che sia, ha bisogno di una Verità forte. Nel caso del fascismo, il neoidealismo di Giovanni Gentile, con le sue solide certezze hegeliane. Sullo scetticismo, sul relativismo non è possibile fondare alcun Regime, né si dichiarano guerre per difendere la causa del dubbio. Ogni violenza organizzata ha bisogno di una Verità per muovere le masse, eccitarle, manipolarle.
Ecco insomma il limite della fraternità di papa Francesco. Fratello di chiunque creda nel suo stesso Padre immaginario (lo stesso, detto per inciso, su cui si fonda il suo potere, il fatto che viva una vita che è ben lontana da quella dell’uomo comune, e infinitamente distante dalla vita di quegli ultimi di cui i cattolici amano riempirsi la bocca), ha grandi difficoltà a confrontarsi e dialogare con chiunque non pretenda di avere in un certo volume rilegato in pelle, a richiesta anche in comoda versione tascabile, tutta la Verità.

Gli Stati Generali[/read]

Cristianesimo:
che farsene ormai?

Fa un certo effetto leggere Risorse del cristianesimo. Ma senza passare per la via della fede di François Jullien (Ponte alle Grazie). Jullien non è solo uno dei massimi pensatori europei; è uno dei pochissimi che riesca a pensare oltre l’Europa, grazie alle sue competenze di sinologo. In quest’opera si occupa, dunque, di cristianesimo. E comincia così: “Vi chiederete perché mi occupi oggi proprio di questo – ovvero, del ‘cristianesimo’. Che cosa farsene, ormai?”. E poco oltre aggiunge: “Finito il tempo del suo dominio e poi quello della sua denuncia, e oggi nel tempo della sua marginalizzazione, occorre infatti tracciare il bilancio di quel che il cristianesimo ha fatto avvenire nel pensiero”. Non voglio discutere, qui, le risorse che Jullien scopre nel cristianesimo e crede di poter riprendere anche senza la fede; dirò solo che sono risorse che con ogni probabilità sorprenderebbero buona parte dei credenti. Mi interessa soffermarmi sull’incipit, sul punto di partenza del suo discorso. Dunque: il cristianesimo è giunto al momento dei bilanci? Continue reading “Cristianesimo:
che farsene ormai?”

Quant’è falso (e pericoloso) Dio

Superati i settant’anni Sergio Givone, che conosciamo come uno dei massimi filosofi italiani, s’accorge d’aver sbagliato mestiere e ci consegna un’enciclica: Quant’è vero Dio. Perché non possiamo fare a meno della religione (Solferino, Milano 2018). Il titolo è azzeccato, e davvero rincresce che non sia venuto in mente a qualcuno degli ultimi papi, ai quali non si può rimproverare, tuttavia, di non aver pensato quello che si trova oltre il frontespizio. La tesi è semplice semplice, ed è tutta nel sottotitolo: non possiamo fare a meno della religione, perché se neghiamo Dio finiamo per negare anche l’uomo. Sì, Dostoevskij: se Dio non esiste, tutto è permesso. Poiché centottanta pagine bisogna pur riempirle, Givone aggiunge Berdiaev, Pareyson. Agamben e perfino un po’ di Habermas. Fosse stato più audace, avrebbe aggiunto anche un Ferdinando Tartaglia, e il discorso forse sarebbe diventato più interessante. Così com’è, non è che una stanca, piatta, inutile variazione su uno dei temi più stantii della pubblicistica cattolica degli ultimi decenni.
Primo compito d’un filosofo dovrebbe essere il rigore: rigore nell’argomentazione, rigore nella definizione dei termini. Che cosa vuol dire che non possiamo fare a meno della religione? Noi chi? Noi esseri umani, noi europei? E cos’è la religione? E cos’è Dio? Quale Dio? Non uno di questi concetti è scontato. Esistono religioni senza Dio, come il buddhismo. Givone sostiene che dopo duemila e cinquecento anni i buddhisti non possono, ora, fare a meno di Dio? Ma lo stesso buddhismo è poi una religione? Il concetto indiano di dharma solo molto approssimativamente può essere ricondotto a quello occidentale di religione. Di cosa abbiamo allora bisogno? Continue reading “Quant’è falso (e pericoloso) Dio”

Il dolore, l’amore, la liberazione

Solo il grande dolore, scriveva Nietzsche ne La gaia scienza, “costringe noi filosofi a discendere nelle estreme profondità di noi stessi e a sbarazzarci di ogni fiducia, d’ogni bontà, d’ogni infingimento, d’ogni mansuetudine, d’ogni via di mezzo, di tutto ciò in cui forse una volta abbiamo riposto la nostra umanità” (Prefazione alla seconda edizione, 3, trad. F. Desideri). E’ una delle possibilità del dolore, che può avere anche una funzione igienica, se quella che abbatte era una finta bontà, se l’umanità era riposta in qualche fragile finzione borghese. Ma nella profondità nella quale il dolore ci ricaccia c’è la possibilità di conquistare una positività più alta, una umanità più vera, una bontà più solida. Sotto i colpi del dolore, si subisce un processo più o meno completo e radicale di disidentificazione; ci si distanzia, per così dire, da sé stessi; ci si abitua all’idea della morte, ossia della perdita di sé. E’ questa disidentificazione che può aprire una visione più ampia e gettare le basi d’una più solida vita morale: poiché purifica il bene da ogni venatura egoistica. Il dolore trascina in quella dimensione transpersonale nella quale soltanto, per Simone Weil, è davvero possibile il bene.[read more]

Sui percorsi che conducono dalla negatività del dolore alla positività dell’amore riflette Michele Illiceto ne Il talamo e la tela. Un libro singolare, che percorre il confine a volte labile tra poesia e filosofia, intrecciando una fitta trama di rimandi filosofici, che è compito del lettore dipanare, lasciandosi provocare dalle suggestioni disseminate pagina dopo pagina. Dal dolore all’amore, dunque. Quell’amore che per un cattolico è legato alla fede. L’impressione di trovarsi di fronte ad una riscrittura di Giobbe è confermata dagli ultimi versi del libro (prima dell’ultimo capitolo, che riporta dei versi di Teresa d’Avila), che sono una citazione di Giobbe 42, 5-6: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto”. Ma quello che Giobbe incontra, alla fine del suo inquieto e drammatico interrogare, non è un Dio tranquillizzante. Se i suoi interlocutori cercano di convincerlo che, se sta soffrendo, se gli sono capitate disgrazie, è perché ha compiuto qualche colpa (cercano dunque di sostenere una concezione etica di Dio), Giobbe avverte su di sé il peso di un Dio persecutore, indifferente al dolore umano, al di là del bene e del male. E l’intervento finale di Dio non è per spazzare via questa interpretazione che può apparire blasfema. A dire parole giuste su Dio non sono stati gli interlocutori di Giobbe, ma Giobbe stesso, con le sue bestemmie: e per questo Dio lo premia ridandogli i beni che aveva perso in seguito alla scommessa con l’ha-shatan. Una conclusione estremamente inquietante per i credenti. L’esperienza del dolore pone due questioni: se Dio è, e come Dio è. Escluso l’ateismo, per il credente è pressante la seconda questione. Quale Dio permette il male? Per Hans Jonas l’esperienza del dolore, rappresentata emblematicamente da Auschwitz, pone di fronte a una scelta: o un Dio onnipotente, ma non buono; o un Dio buono, ma non onnipotente. A suo parere non è possibile rinunciare alla bontà di Dio, a nessun costo; anzi, anche a costo di rinunciare alla sua onnipotenza, e di credere in un Dio debole. Io ritengo che sarebbe un’avventura non priva di interesse percorrere invece l’altro sentiero: provare a stare al cospetto di un Dio non buono, ma potente. Come Giobbe. Un Dio al di là del bene e del male. A crollare sarebbe, in primo luogo, il nostro narcisismo. E forse distruggere il narcisismo è tutto quello che ha da fare una religione (per questo considero il buddhismo la religione meno imperfetta: è mistica allo stato puro, almeno nella sua forma originaria, non contaminata da pratiche devozionali).
Dal dolore all’amore è il percorso delle religioni. Dalla sofferenza della condizione terrena – segnata dal peccato per il cristianesimo, da quel disagio (dukkha) che nasce dal desiderio (tanha) per il buddhismo – alla beatitudine della liberazione, che è già su questa terra (“dacci fin da oggi il pane di domani [epiousion]”, prega il cristiano). Ma il che modo compiere questa opera alchemica, questa conversione del dolore in gioia, della tristezza in amore? La risposta buddhista è: cambiando il punto di vista. Fino a quando osservi il mondo dal punto di vista del tuo piccolo ego, sarai preda della sofferenza. Ti libererai dalla sofferenza quando imparerai a guardare con uno sguardo più ampio. A considerare il tuo sé come una realtà vuota in un mondo vuoto. Ad abbandonare il tuo sé nel vuoto della non-seità universale. Per un cristiano questa risposta è inaccettabile, perché considera il sé tutt’altro che vuoto – è un’anima creata da Dio – e il mondo tutt’altro che vuoto – è pieno di Dio e delle sue creature. Come mostra Illceto, per un cristiano il percorso da compiere va dalla separazione, che è lo stigma del dolore, al Tutto. “Il dolore – scrive Illiceto – è sempre dolore della parte che si vede fuori da ogni inclusione. Amore ferito di una parte a cui manca. In esilio da un Tutto che più non lo comprende” (p. 110). Il percorso dell’esistenza, dall’essere-gettati heideggerianamente della nascita in poi, è un percorso di ricerca di questo Tutto da cui siamo esiliati, da questa unità che ci sfugge. E ci sfugge, nota acutamente Illiceto, perché lo cerchiamo nel posto sbagliato. Cerchiamo il Tutto in noi, come se fosse qualcosa che si può possedere restando individui, quasi si trattasse di un bene da privatizzare. “Cercarlo in noi è rubarlo agli altri. Cercarlo in loro è restituirlo anche a noi. Perché il Tutto non sarà mai dove sarò solo io. Né dove sarai solo tu. Ognuno di noi è soglia di questo Tutto in cui io e te saremo insieme. Perché laddove siamo, mai abbastanza siamo. Esso sarà dove io e te saremo l’uno per l’altro. L’uno nell’altro” (p. 179). Il percorso da dolore all’amore è tutto qui. E’ il percorso che va dall’io-contro-tutti all’io-nel-Tutto. E’ un percorso che Aldo Capitini faceva cominciare dal “dire tu”, espressione con la quale indicava un’apertura infinita all’altro – infinita nel senso che in questa apertura l’altro si mostra come un ente esposto alla morte, eppure dal valore infinito. La sofferenza salva, allora, nel momento in cui ci costringe a fare i conti con la nostra limitatezza, ad esplorare i confini del nostro io, a ridiscutere le modalità relazionali abituali, che in una società capitalistica sono fondate sulla competizione e l’individualismo. A cercare l’altro in me, superate le gabbie dell’ego. E’ un percorso che Illiceto compie da cristiano, ma che ha un valore universale, trascende fedi e filosofie, ed ha da sé la forza e la solidità dell’esperienza.

***

Il 13 luglio se n’è andato Arturo Paoli. Il mio ateismo non mi ha mai impedito di considerarlo uno degli uomini più grandi che il nostro paese abbia avuto nell’ultimo secolo, e di guardare alla sua presenza umile di ultracentenario come ad una riserva di purezza morale in un’Italia sempre più sporca, sempre più macchiata da un’economia sbagliata che genera mostruosità senza fine. Ora che fratello Arturo non c’è più, restano i suoi scritti a continuare la sua presenza – così come restano gli scritti di Capitini, di Dolci, di Lanza del Vasto, di padre Balducci. Li ho ripresi, i suoi libri, in questi giorni. La mia copia di Camminando s’apre cammino porta la sua dedica: “Ad Antonio, con l’augurio di scoprire la vita come un rinascere”. Non c’è augurio più bello, per me, in questi giorni, in questa fase della mia vita. Una fase in cui più che in altre sento di riuscire davvero a capire, a vedere, a sentire verità che ho sempre riconosciuto, ma che non sono mai diventate carne e sangue. Rinascita e liberazione sono le parole-chiave del pensiero e del lavoro – del pensiero che si fa lavoro – di fratello Arturo. Non tutti i suoi scritti mi hanno entusiasmato; alcuni, come Il sacerdote e la donna, mi hanno lasciato per un po’ pensoso, benché ammirato dall’eleganza davvero classica dello stile; ma il Dialogo della liberazione è una di quelle opere che non ti stanchi di leggere e meditare per tutta la vita. Fratello Arturo riesce a scrivere un grande libro di mistica e, al tempo stesso, un grande libro di etica: risolvendo a modo suo, con straordinaria semplicità, l’annosa questione dei rapporti tra mistica ed etica.
Questo sacerdote non ha timore di dire che “la fede deve sparire come virtù intellettuale, come forza dell’io” (p. 17), poiché non si tratta di credere in Cristo, ma di essere Cristo. Ed essere Cristo, detto in un modo comprensibile ed accettabile per un ateo, significa scendere alle radici dell’essere. Fratello Arturo parla di “sparizione del dualismo”, e sembra di sentire un maestro dell’Advaita Vedanta, uno Sri Ramaha Maharshi o un Nisargadatta Maharaj. Superare il dualismo tra l’io e l’essere, tornare alle radici, oltrepassare l’io. E’ il messaggio della mistica di ogni tempo, di ogni luogo. E come ogni mistico autentico, fratello Arturo sa che questo oltrepassamento è doloroso. Bisogna fare i conti con la povertà del proprio essere, con il nulla che siamo, e quel nulla ridurlo ancora a nulla, nullificarsi affinché l’altro dall’io sgorga come una sorgente d’acqua in un alveo cavo.
Questa è la via contemplativa, la via che ha le stesse tappe, le medesime stazioni, perfino lo stesso linguaggio nelle diverse tradizioni religiose. Ma, avverte fratello Arturo, non è l’unica via. Una via alternativa è la via politica, “il desiderio di rifare un mondo nuovo nella verità” (p. 19). Ed è su questa via che il cristiano ed il marxista possono camminare insieme. Uno psichiatra spagnolo gli scrive: “Se fossi nato nel terzo secolo, sarei cristiano. Siccome sono nato in questo secolo, sono marxista” (p. 277). E fratello Arturo corregge: “Sono marxista perché sono cristiano” (p. 278). Essere cristianamente marxisti, o marxianamente cristiani, vuol dire pensare la liberazione, che dev’essere storica e politica, senza perdere la consapevolezza della realtà del peccato. Pensato al di fuori dei tradizionali schemi sacramentali, il peccato appare come l’incapacità di amare, una forza di diminuzione che si oppone ad una più piena realizzazione dell’essere. Il capitalismo è per essenza una struttura economica di peccato. Ma non basta rovesciare il capitalismo, se non si va al fondo del peccato, che è “rifiuto di Dio in quanto Essere” (p. 48). L’uomo può cercare di essere qualcosa di più (si pensi al ser mais di Paulo Freire) solo se non è il risultato di un contesto storico, di condizionamenti sociali ed economici, ma è legato a qualcosa di più profondo, una pienezza che lo spinge a sottrarsi ai condizionamenti storici ed a realizzarsi pienamente. E’ l’Essere che “mi chiama a una liberazione dolorosa dalle alienazioni per discendere al mio vero io” (p. 48). Parole che vanno lette non dimenticando quanto s’è detto sul trascendimento del semplice credere in Dio. Non c’è rivoluzione autentica senza un contatto con quanto di più profondo è in noi, che il credente chiama Dio, e in non credente può chiamare Essere. Una presa di contatto che è resa sempre più difficile nella società capitalista dalla stessa educazione che, denuncia fratel Arturo, dovrebbe essere “una formazione alla verità mediante la povertà, l’umiltà, la disposizione di sé”, mentre è l’esatto opposto: “una educazione al potere economico, al potere di comando, all’abilità di saper disporre degli altri” (p. 71). Provate a dare uno sguardo alle “competenze” che si vuole che i sistemi educativi coltivino nelle nuove generazioni: vi troverete le stesse cose, ma dette con altre parole, meno sincere.
Sono profondamente convinto che quella della liberazione debba essere la categoria fondamentale della nostra riflessione e della nostra prassi di oppositori del capitalismo. Le tristi vicende politiche degli ultimi decenni nel nostro paese mostrano che libertà è una parola che può diventare una bandiera per la destra neoliberalista. In una società capitalista, tutti vogliono la libertà, e tutti credono di averla. La libertà si acquista con il denaro, e consiste nel possesso di una certa quantità di beni. La liberazione è un’altra cosa. Nasce, spiega fratel Arturo (e spiegano con lui i grandi maestri della teologia, della filosofia, della pedagogia della liberazione: Freire, Boff, Boal, Dussel…), da una profonda insoddisfazione per la realtà così com’è, e comincia un movimento di progressiva umanizzazione, di lotta contro l’alienazione in nome di ciò che è più profondo – e vero.

M. Illiceto, Il talamo e la tela. Laddove il dolore incontra l’amore, Morlacchi, Perugia 2015.
A. Paoli, Dialogo della liberazione, Aragno, Torino 2012 (prima edizione 1969).[/read]

Papa Francesco e la cultura del dominio

Nell’enciclica Laudato si’, papa Francesco presenta una visione dell’ecologia che definisce più volte integrale. In cosa consiste l’integralità? Nel fatto che comprende le dimensioni interrelate dell’ambiente, dell’economia, della cultura, della società, considerando le conseguenze che i cambiamenti in ciascuna di queste dimensioni hanno su tutte le altre, ma non solo. L’ecologia di papa Francesco è integrale anche perché contempla tutti gli aspetti della visione del mondo cattolica. Utilizzando un termine di Raimon Panikkar, possiamo dire che l’ecologia cattolica di papa Francesco è cosmoteantrica. Se l’ecologia è la scienza dei rapporti, l’ecologia integrale di papa Francesco va intesa come la disciplina che si occupa dei rapporti tra l’essere umano, la natura e Dio. Riguardando anche Dio, una tale ecologia non potrà essere una scienza, ma dovrà risultare dal dialogo tra scienza e religione. Che rapporti ci sono tra Dio, l’essere umano e la natura? Secondo la Genesi, Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza e gli affidò il compito di dominare la terra. Il testo biblico dice, esattamente:

וַיְבָרֶךְ אֹתָם, אֱלֹהִים, וַיֹּאמֶר לָהֶם אֱלֹהִים פְּרוּ וּרְבוּ וּמִלְאוּ אֶת-הָאָרֶץ, וְכִבְשֻׁהָ; וּרְדוּ בִּדְגַת הַיָּם, וּבְעוֹף הַשָּׁמַיִם, וּבְכָל-חַיָּה, הָרֹמֶשֶׂת עַל-הָאָרֶץ.
E Dio li benedisse, e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e dominatela, e soggiogate i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni vita che si muova sulla terra” (Genesi, 1, 28).

I verbi adoperati in questo passo sono inequivocabili. Il verbo che ho tradotto con “dominatela” è kabash, che Gesenius, autore del più autorevole dizionario dell’ebraico biblico, traduce come segue: pedibus conculcavit, pedibus subiecit, e per estensione subegit (1). Letteralmente dunque si tratta di mettersi qualcosa o qualcuno sotto i piedi. L’altro verbo, che riguarda specificamente gli animali, è radah. Gesenius traduce: (pedibus) calcavit; subegit, dominatus est (2). Sono due verbi che esprimono una grande violenza: l’essere umano ha da Dio il mandato di mettere il proprio piede sulla terra e su tutti gli esseri viventi, compresi quelli che sono in cielo. In questa violenza originaria, in questo primo mandato violento, che ha in occidente un valore fondante, pur appartenendo al mito, molti hanno visto le radici della violenza umana sulla natura. Tra i primi, lo storico della scienza Lynn White, che in un articolo pubblicato su Science nel 1967 sostenne, appunto, che la crisi ecologica ha radici cristiane. Il suo ragionamento era basato su un semplice sillogismo: la scienza e la tecnica sono nate in Occidente e poi si sono diffuse in tutto il mondo; l’occidente è cristiano; la scienza e la tecnica non esisterebbero senza il cristianesimo. “Specialmente nella sua forma occidentale – scriveva – il cristianesimo è la religione più antropocentrica che il mondo abbia mai visto” (3). Il cristianesimo distingue l’essere umano, creato a Dio a sua immagine, da tutte le altre creature, sulle quali ha il mandato di dominare e che può usare per i propri scopi. La natura non è più sacra, come nel paganesimo. E tuttavia la natura è stata creata da Dio, e dunque è una via per mettersi in contatto con lui. Se la prima teologia ha interpretato la natura simbolicamente, dal tredicesimo secolo in poi si cerca Dio nella natura studiando il suo modo di funzionare e le sue leggi. E’ così che la scienza scaturisce dalla teologia. Purtroppo, questa tecnoscienza che intendeva conoscere la natura per conoscere Dio ha finito per devastare la natura. Secondo papa Francesco si è trattato di un equivoco. Il mandato biblico non dà all’uomo alcun potere assoluto sugli animali e sulla natura, poiché la terra appartiene solo a Dio. L’essere umano è chiamato da Dio a custodirla, ad esserne non il padrone, ma l’amministratore. Scrive papa Francesco:

Molte vol­te è stato trasmesso un sogno prometeico di do­minio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di in­tenderlo come amministratore responsabile (4).

Non c’è nulla di particolarmente nuovo in questa idea dell’essere umano quale “amministratore responsabile” della natura. E’ la formula individuata da quando la teologia cattolica ha cominciato ad occuparsi delle problematiche teologiche (il passo citato del resto è seguito da una nota che richiama una dichiarazione dei vescovi dell’Asia del 1993). Parole molto simili si trovano in papa Ratzinger, non particolarmente noto per le sue aperture teologiche o politiche. In un messaggio per la giornata mondiale della pace del primo gennaio del 2000, Benedetto XVI affermava che l’uomo e la donna sono stati creati “ad immagine e somiglianza del Creatore per ‘riempire la terra’ e ‘dominarla’ come ‘amministratori’ di Dio stesso (cfr Gen1, 28)” (5). E, oltre che non nuova né originale, non è nemmeno particolarmente rivoluzionaria. Si tratta di nulla più che di una sfumatura, che non muta in nulla l’aspetto fondamentale della questione: la posizione dell’uomo nel cosmo. Per White, come per altri critici del cristianesimo (compreso il cattolico Eugen Drewermann, sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale nel 1992)(6), l’antropocentrismo è il problema culturale da cui deriva la crisi ecologica, che non potrà essere superata fino a quando non si giungerà a considerare l’essere umano come una parte della natura. Quello proposto da papa Francesco è, per così dire, un antropocentismo moderato. L’essere umano resta il centro del creato, unica creatura fatta ad immagine e somiglianza di Dio, ma il suo potere non va inteso come potere assoluto. Il papa rifiuta risolutamente la prospettiva del biocentrismo, perché “Non si può esigere da parte dell’essere umano un impegno verso il mondo, se non si riconoscono e non si valoriz­zano al tempo stesso le sue peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità” (7); vale a dire: se non si riconosce la sua unicità di creatura fatta ad immagine di Dio. Papa Francesco non si limita a riaffermare l’antropocentrismo, garantito dal teocentrismo – l’essere umano è unico perché c’è Dio -, ma rilancia:

Non possiamo sostenere una spiritualità che dimentichi Dio onnipotente e creatore. In questo modo, finiremmo per adorare altre poten­ze del mondo, o ci collocheremmo al posto del Signore, fino a pretendere di calpestare la realtà creata da Lui senza conoscere limite. Il modo mi­gliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un domi­natore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi (8).

Altrove, nell’enciclica, si legge che “non si può proporre” una relazione con l’ambiente che prescinda dalla relazione con l’altro e con Dio, perché ciò sarebbe “un individuali­smo romantico travestito da bellezza ecologica e un asfissiante rinchiudersi nell’immanenza”(9). Il che vuol dire che tutti coloro che non credono in Dio non possono essere autenticamente ecologisti, e che l’ateismo, sia pure religioso (ad esempio il buddhismo, che è una religione ateistica che ha molto da dire sui temi ecologici), è necessariamente violento ed antiecologico. Con questa enciclica, in sostanza, il cattolicesimo si arroga l’ecologismo. Il citato Lynn White riteneva che all’interno del cristianesimo fosse presente una sorta di antidoto alla violenza verso la natura: il francescanesimo. Francesco d’Assisi è, per lo storico americano, “il più grande radicale nella storia cristiana dai tempi di Cristo”. Egli ha istituito una sorta di democrazia tra le creature, una fratellanza che supera e cancella il dominio. Ma la rivoluzione francescana ha fallito, ed è prevalsa “l’arroganza cristiana ortodossa verso la natura” (10). Ora, papa Francesco si richiama apertamente a Francesco d’Assisi, al suo amore per la natura, alla sua fratellanza verso gli esseri non umani. Ad un certo punto, giunge a sfiorare una affermazione importantissima: quella della sacralità della vita non umana. Come è noto, per la Chiesa cattolica la sola vita umana, anche quando è ancora in embrione, è sacra; nessuna altra vita lo è. Con una formula nella quale appare evidente la sua formazione gesuitica, papa Francesco afferma:

Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono comple­tamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento (11).

Il che dovrebbe significare che gli esseri non umani hanno un valore intrinseco, se non una loro sacralità. Nella stessa enciclica, però, il papa sottolinea che il pensiero ebraico-cristiano “ha demitizzato la natura” e, senza smettere si ammirarla, “non le ha più attribuito un carattere divino” (12). E questo significa invece ribadire che l’essere umano è l’unico essere divino della natura, in quanto imago Dei, e che la vita di nessuna altra creatura è sacra. Da ciò dovrebbe scaturire una cura nei confronti del creato, fragile ed imperfetto nella sua non-divinità. Nessuna orizzontalità, dunque; nessuna reale fraternità tra le creature. Papa Francesco ribadisce la tradizionale visione cattolica del cosmo: in alto Dio; sotto Dio l’essere umano; sotto l’essere umano, la terra e le creature. Questo “essere sotto” del mondo e delle creature non è più un “essere schiacciato”, ma resta la visione gerarchica. Uno che di ecologia se ne intendeva, Murray Bookchin (tra parentesi: è il creatore dell’ecologia sociale, espressione che il papa usa senza citarlo), sosteneva l’urgenza di “estirpare l’orientamento gerarchico della nostra psiche” (13), quella disposizione mentale che ci porta a creare realtà inevitabilmente disuguali, in qualsiasi campo della nostra esperienza. La stessa opzione etico-economica per gli ultimi ed i poveri – a proposito della quale papa Francesco in questa enciclica ed altrove dice cose importanti ed assolutamente condivisibili – può restare parziale, senza una rivoluzione psichica e culturale che ci conduca a cercare ovunque relazioni orizzontali, aperte, democratiche, a rigettare la cultura dell’alto e del basso, del primo e dell’ultimo, del sacro e del profano. La crisi ecologica richiede una rivoluzione culturale, un nuovo sguardo sul mondo che re-immerga l’essere umano nella natura e che porti in primo piano, anche dal punto di vista etico, la vita non umana. Quella proposta da papa Francesco è, su questo punto (che non è marginale, ed al quale si collegano tutti gli altri temi economici, sociali, etici) una riforma, più che una rivoluzione. 
Note 
(1) W. Gesenius, Lexicon Manuale Hebraicum ed Chaldaicum in Veteris Testamenti Libros, Vogelii, Lipsiae 1833, p. 465. 
(2) Ivi, p. 924. 
(3) L. Whyte, The Historical Roots of Our Ecologic Crisis, in Science, vol. 155, n. 3767, 10 march 1967. 
(4) Lettera enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana, Roma 2015, p. 91. 
(5) Benedetto XVI, Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la celebrazione della XLIII Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2010, http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20091208_xliii-world-day-peace.html 
(6) La critica di Drewermann all’antropocentrismo è in Der tödliche Fortschritt: Von der Zerstörung der Erde und des Menschen im Erbe des Christentums, Pustet, Regensburg 1981. 
(7) Lettera enciclica Laudato si‘, cit., p. 93. 
(8) Ivi, pp. 59-60. 
(9) Ivi, p. 93. 
(10) L. White, The Historical Roots of Our Ecologic Crisis, cit. 
(11) Lettera enciclica Laudato si’, cit., p. 55. (12) Ivi, p. 61. 
(13) M. Bookchin, L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia, tr. it., Elèuthera, Milano 2010, p. 518.
Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 20 giugno 2015.

Tolstoj, Kierkegaard e il crocifisso nelle aule dello Stato

In un paese che è stato governato per quasi cinquant’anni da un partito legato alla Chiesa – e governato male: con la corruzione, le stragi, la collusione con la mafia – non sorprende che dei docenti finiscano nei guai per aver staccato il crocifisso dalle pareti dell’aula. Succede a Trieste, dove Davide Zotti, docente di filosofia al Liceo “Carducci”, ha rimosso il crocifisso perché offeso da alcune dichiarazioni del cardinale Ruini sugli omosessuali. E succede a Terni, dove Franco Coppoli, docente di italiano e storia presso un Istitito tecnico, ha staccato il crocifisso dalla sua aula per rivendicare la laicità ed inclusività della scuola. Il primo ha subito il provvedimento disciplinare della censura, il secondo è stato sospeso dall’insegnamento per un mese. 
Le ragioni laiche per le quali il crocifisso non dovrebbe trovarsi in un’aula scolastica sono ben note e ben solide: perché il crocifisso è un simbolo religioso, ed un’aula non è un luogo in cui si facciano pratiche religiose, ma un ambiente di studio; perché il crocifisso è il simbolo di una religione, anzi di una sola confessione religiosa; perché la presenza del simbolo di una confessione religiosa è simbolo di chiusura verso chiunque sia di altra religione, o di nessuna religione. Ragioni ben solide che tuttavia sono destinate a restare inascoltate, poiché non hanno dalla loro la forza della maggioranza: ed è noto che, nella storia e nella vita civile, il prevalere di una ragione sull’altra è legato più alla forza della maggioranza che alla sua solidità. Un corollario di questa tesi è che, poiché la maggioranza, in Italia più che altrove, è spesso stupida, le buone ragioni sono per lo più ragioni sconfitte. 
Vorrei provare a spendere qualche parola per spiegare per quale ragione la presenza del crocifisso, oltre che offendere la laicità, offende la religione stessa. Lo farò ricorrendo a due pensatori tra i più religiosamente profondi dell’Ottocento: Lev Tolstoj e Soren Kierkegaard. Come molti sapranno, Tolstoj non è stato solo lo straordinario scrittore di Guerra e pace e Anna Karenina, ma anche l’appassionato ricercatore di una nuova etica e di una nuova religione, fondate sul principio della non resistenza al male e su una interpretazione radicale del Vangelo. In realtà non è così scontato che lo sappiano in molti, se si considera che il capolavoro del Tolstoj pensatore, Il Regno di Dio è in voi, è stato tradotto in italiano una sola volta nel 1894, ed ha poi avuto rare riedizioni di scarsa diffusione. Il suo pensiero, che gli valse la scomunica della Chiesa ortodossa, è tanto semplice quanto rivoluzionario. L’insegnamento del Vangelo è tutto concentrato nel Sermone della Montagna: la legge dell’amore, che afferma l’eguaglianza e la fratellanza di tutti gli esseri umani. Seguire questa legge, seguirla in modo non ipocrita né retorico, vuol dire cambiare radicalmente la propria vita e lottare per una società diversa: perché “il nostro ordinamento sociale è fondato, non come vorrebbero darlo ad intendere uomini interessati all’attuale ordine di cose, su basi giuridiche, ma sulla violenza più grossolana, sull’assassinio e sul supplizio” (L. Tolstoj, Il Regno di Dio è in voi, Bocca, Roma 1894, p. 304). E vuol dire, anche, lottare contro le chiese, poiché esse sono strutture di dominio fondate sul pervertimento del messaggio evangelico. Il Cristo esige un’etica purissima ed annuncia una società – il Regno – all’altezza di quest’etica; le chiese sostituiscono ad una tale etica una quantità di pratiche superstizione, ed intanto giustificano le violenze ed oppressioni dei forti sui deboli. Per Tolstoj la scelta è tra il Sermone della Montagna e il Simbolo della Fede. Tra il cristianesimo autentico, che è rivoluzionario ed esige una società senza oppressione, ed uno pseudo-cristianesimo che serve ad alimentare un clero che appartiene alla classe dei privilegiati. 
A conclusioni non troppo diverse era giunto in Danimarca una quarantina di anni prima Soren Kierkegaard, negli articoli pubblicati sulla rivista L’Ora, da lui stesso fondata. Se Tolstoj attaccherà la chiesa ortodossa, Kierkegaard attaccava quella luterana. Cosa vuol dire essere cristiani in Danimarca? Cosa diventa il cristianesimo, in uno stato in cui tutti sono cristiani? Il Cristo ha mostrato una via difficile, che esige decisione e sacrificio; ma ecco che essere cristiani è ora la cosa più semplice del mondo. E’ importante che essere cristiani sia facile, perché così saranno in tanti ad essere cristiani; ed è importante che i cristiani siano tanti, perché il loro numero serve a giustificare il potere degli ecclesiastici ed i loro stipendi statali. Se si volesse scientemente pervertire il cristianesimo, per Kierkegaard nulla sarebbe meglio che scegliere delle persone stipendiate dallo Stato per diffonderlo: esattamente quello che accade. Questo cristianesimo facile, agevole, che non richiede alcun sacrificio e che consiste, in buona sostanza, nell’essere bravi cittadini borghesi, è in realtà “una pura commedia di cristianesimo” (S. Kierkegaard, L’ora. Atto di accusa al cristianesimo nel regno di Danimarca, Newton Compton, Roma 1977, p. 76). Una tale cristianità si rende colpevole della più grave offesa che possa essere fatta a Dio: trattarlo come un idiota (ivi, pp. 38 e 54). 
Tanto per Tolstoj quanto per Kierkegaard il cristianesimo autentico e lo stato sono inconciliabili. “Il cristianesimo nel suo vero significato distrugge lo stato”, scrive il primo (Il Regno di Dio è in voi, cit., p. 254). Per il filosofo danese è piuttosto l’abbraccio mortale dello stato che distrugge il cristianesimo. La questione del rapporto tra cristianesimo ed il potere è non semplice. Nel Vangelo ci sono insegnamenti che sono autenticamente rivoluzionari, che se praticati fino in fondo hanno una reale valenza sovversiva: il Sermone della Montagna e l’etica della non resistenza al male. Ma Gesù è anche colui che invita gli ebrei, oppressi dai Romani, a pagar loro le tasse: perché questa e non altra, alla fine, è l’indicazione che viene dal “date a Cesare quel che è di Cesare”. Non è probabilmente azzardato ritenere che Gesù sia stato crocifisso proprio per questa affermazione, poiché secondo la concezione ebraica il messia è colui che difende il popolo ebraico dai suoi nemici e lotta per la sua liberazione. Da questo punto di vista, era effettivamente più messia lo zelota Barabba. In Paolo di Tarso l’accettazione dei poteri costituiti è anche più marcata. “Ogni persona si sottometta alle autorità che le sono superiori. Non esiste infatti autorità se non proviene da Dio; ora le autorità attuali sono state stabilite e ordinate da Dio. Di modo che, chi si ribella all’autorità, si contrappone a un ordine stabilito da Dio”, si legge nella Lettera ai Romani (13, 1-2). In Paolo c’è anche l’accettazione piena della schiavitù e l’invito rivolto agli schiavi ad obbedire ai loro padroni non solo perché sono padroni, ma perché così vuole Dio (Efesini, 6, 5-9). 
Queste prese di posizione furono decisive per l’affermazione del cristianesimo. Se avesse messo in discussione le autorità costituite ed una istituzione fondamentale del mondo antico come la schiavitù, il cristianesimo sarebbe stato spazzato via dalla storia, esattamente come è avvenuto al manicheismo. E’ grazie a questa accettazione dell’autorità – anzi, a questa giustificazione religiosa del potere romano – che il cristianesimo nel giro di pochi secoli è diventato la religione ufficiale dell’Impero romano, perseguitando tutte le altre religioni, a cominciare dal paganesimo. Se questa interpretazione non è sbagliata, le ragioni dell’affermazione del cristianesimo sono le stesse della crocifissione del Cristo (e della sua non messianità secondo gli ebrei). Il crocifisso alle pareti delle aule scolastiche e dei tribunali è il risultato di questa antica alleanza tra la Chiesa e lo Stato, della secolare giustificazione ecclesiastica delle disuguaglianze sociali, di quella ideologia religiosa che è servita per secoli a tenere al loro posto gli oppressi. 
Ora, qualcuno può legittimamente ritenere che il cristianesimo sia questo, e non altro. Che sia una religione d’ordine, che sta con i poteri costituiti, che si esalta nell’abbraccio con lo Stato. Ed i cui simboli è giusto che siano presenti nei luoghi dello Stato. Tolstoj e Kierkegaard (e molti altri: in modi molto diversi l’uno dall’altro Ernesto Balducci e Ferdinando Tartaglia, ad esempio, per restare in Italia) ritengono che al contrario il vero cristianesimo, quello insegnato dal vangelo, sia una religione rivoluzionaria, che contesta ordini e poteri costituiti, che trascende lo Stato con le sue miserie perché mira ad un assetto diverso, ad una piena fraternità e ad una compiuta giustizia, non nell’altro mondo ma già in questo. Se il cristianesimo è questo, allora mettere il crocifisso nelle aule dello Stato è una bestemmia: vuol dire costringere la potenza del messaggio evangelico nei miseri limiti dello Stato, la dirompente irragionevolezza del Sermone della Montagna e del principio della non resistenza al male nel cerchio borghese della legalità, ridurre il suo slancio etico alla ragionevolezza borghese del giudice e del maestro di scuola. Il fatto che siano ben pochi i cristiani che chiedono la rimozione dei crocifissi dai luoghi dello Stato dimostra che questo cristianesimo altro, questo cristianesimo inquieto ed inquietante, in lotta con il mondo perché “il mondo intero giace nel maligno” (1 Giovanni, 5, 19), è una luce che sta diventando sempre più fioca, ed è quasi prossima a spegnersi del tutto nel mondo industrializzato.

Articolo per Gli Stati Generali, 16 febbraio 2015.

פֶּסַח

Dio non può morire: se muore, non è Dio. Se muore e risorge, il Dio che risorge non è lo stesso Dio che è morto – è qualcosa di radicalmente altro.
Con la croce, Dio muore, una manciata di secoli prima dell’annuncio di Nietzsche. Il Cristo che risorge è altro: è l’Uomo che si fa Dio. Il senso del cristianesimo è questo: Dio muore e l’Uomo prende il suo posto. Così comincia la storia occidentale, che è storia dell’umanesimo come ateismo.
Pasqua è una festa atea.

Il culto paradossale della croce

L’Adam era in principio presso Dio, nel paradiso. Il suo peccato è consistito nel mangiare dall’albero del bene e del male. Sono propenso a credere che il peccato non sia consistito nell’aver disubbidito, ma semplicemente nell’atto in sé. Dio, cioè, non minaccia, ma avverte riguardo alle conseguenze di un atto in seguito al quale le cose non saranno più come prima.
Ora, cosa cambia? La conoscenza del bene e del male è esattamente ciò che rende possibile la conoscenza di Dio. Poiché Dio è Bene, è impossibile conoscere Dio senza distinguere il bene dal male. L’atto dell’Adam è dunque ciò che rende possibile il culto di Dio. Ed è questo il peccato. Nel momento in cui l’Adam vede Dio come buono e gli rende culto, il paradiso dell’unità è perso. E comincia la storia.
Morendo sulla croce, Dio si sottrae come Dio-Buono, ossia come Dio tout court. Cerca di porre fine alla caduta dell’uomo distruggendosi come Dio, morendo come Dio: aprendo l’epoca dell’ateismo, ossia dell’essere-in-Dio che rende impossibile ogni culto di Dio. Ma le tenebre, dice Giovanni, non hanno accolto la luce. Ed è cominciata l’epoca del nuovo culto. Il culto, paradossale, della croce, ossia del Dio che è morto. 

Versetti pericolosi?

Versetti pericolosi del frate servita Alberto Maggi (Fazi, Roma 2011) presenta una lettura dei vangeli talmente semplificata da apparire naïf. Gesù era buono: radicalmente buono. E’ venuto ad annunciare il vangelo dell’amore. Ma era, il suo, un messaggio nuovo, perché il Dio degli ebrei, il Dio dell’Antico Testamento, non era un Dio d’amore. Era il Dio della legge, il Dio che giudica e condanna, che separa il puro dall’impuro e che incute paura. I suoi rappresentanti, al tempo di Gesù, sono gli scribi ed i farisei, religiosi zelanti attenti più a rispettare la legge che a rispettare l’uomo.
Durante tutta la sua vita, Gesù non ha fatto che attraversare liberamente la linea di confine tra il puro e l’impuro, collocandosi dalla parte degli impuri ed operando in questo modo una trasmutazione dei valori. L’episodio più clamoroso, sul quale Maggi si sofferma ed a cui fa riferimento il titolo del suo libro, è quello della lapidazione dell’adultera. Che, spiega l’autore, doveva essere in realtà una bambina sui dodici anni, poiché non era una donna sposata, ma in attesa di nozze (l’adultera sposata secondo la legge invece andava strangolata). Erano talmente scandalosi, i versetti che raccontano l’assoluzione dell’adultera, che

Per almeno un secolo nessuna comunità cristiana accettò questo brano, che veniva ogni volta rispedito al mittente, e ci vollero ben tre secoli prima che questi versetti trovassero ospitalità in un vangelo, che non era quello originario, e venissero inseriti da Girolamo nel Nuovo Testamento.

Questo passo è scandaloso perché più di altri mostra il cambiamento avvenuto, che Maggi così sintetizza:

In ogni religione, compresa quella giudaica, si insegnava che Dio premiava i (pochi) buoni ma castigava inesorabilmente i (tanti) cattivi. Gesù annuncia e dimostra che il Signore “è benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35). Ma se Dio non premia più i buoni e non castiga più i malvagi, allora… non c’è più religione! Con Gesù è finita la religione e inizia la fede.

Le conseguenze di questa affermazione, sul piano dottrinale, sono piuttosto profonde. Per Maggi c’è una discontinuità assoluta tra prima e dopo, tra Antico e Nuovo Testamento, tra legge mosaica e vangelo. Il che vuol dire, con ogni evidenza, che i cristiani dovrebbero smetterla di considerate sacro l’Antico Testamento e ritenere che il Dio che parla attraverso le sue pagine sia un Dio falso e violento, ricongiungendosi con il marcionismo ed allontanandosi, ahimè, dall’ebraismo.

Ma le cose stanno proprio così? Quella di Maggi è una lettura dei vangeli molto selettiva. Non mancano, certo, i passi che indicano la logica dell’amore, che è ciò che più colpisce e seduce del vangelo. E tuttavia, se la storia della Chiesa è una storia violenta, se il cristianesimo storico ricorda più la legge mosaica che la logica dell’amore, è perché nel vangelo c’è anche altro.

Per Maggi con Gesù finisce la religione e comincia la fede. E’ vero. Ma non è detto che sia una cosa positiva. Credo di non sbagliare se affermo che prima di Gesù la figura del non credente era sostanzialmente sconosciuta in Israele. Esisteva la figura dell’empio, o di colui che, come Giobbe, mette Dio in stato di accusa. Ma si trattava di domandarsi come e chi è Dio, non se c’è Dio o meno. Con Gesù le cose cambiano. In primo piano viene ora la questione della fede. Gesù afferma di essere il Figlio di Dio. E’ vero? E’ falso? Per alcuni è vero, per altri è falso. I primi sono i credenti, i secondi i non credenti. Ora, questa distinzione del tutto nuova porta con sé una nuova violenza. I primi, quelli che credono, saranno i salvati, i secondi saranno i dannati. In altri termini, si ripropone ora la scissione del mondo ebraico. Prima il mondo umano era diviso in puri ed impuri, secondo la legge. Gesù supera questa scissione collocandosi dalla parte degli impuri. Ma propone ora una seconda scissione: quella tra credenti e non credenti. E nei confronti dei secondi si ripresenta tutto l’armamentario violento dell’ebraismo. “Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde” (Luca 11, 23).

Che Gesù sia venuto a salvare tutti è semplicemente falso. Il vangelo di Giovanni è chiarissimo: “Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero peccato” (Giovanni 15, 22). La venuta del Cristo rappresenta la salvezza per alcuni, la condanna per altri. Dopo la venuta del Cristo e grazie ad essa, chi doveva essere salvato è stato salvato, chi doveva essere condannato è stato condannato.

Ancora una volta un mondo scisso, spaccato: infelice. Quel mondo infelice che è stato ed è l’occidente

Il papa dice sì all’incesto, alla poligamia e all’adulterio

Nel messaggio di ieri ai partecipanti alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani papa Francesco ha detto, tra l’altro: “Anzitutto come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità”. Ma che dice il libro della Genesi sulla famiglia? Come saprete, è quel libro che comincia con “in principio” e racconta della creazione del cielo e della terra e delle stelle che non sono che lampade per illuminare la terra e finalmente dell’uomo e della donna – della donna dalla costola dell’uomo. L’uomo si chiamava Adam, la donna Eva. Adam ed Eva fecero quel fattaccio brutto che i preti ci ricordano ogni santo giorno come se lo avessimo fatto noi, e perciò furono cacciati dal giardino dell’Eden. Precipitati qui sulla terra, cominciarono la faccenda umana, che è piena di lacrime e sangue, ma tra un pianto ed uno stridere di denti pure qualche piacere lo concede: e fu così che Adam pensò di esercitare le virtù del suo organo riproduttivo, e generò Caino ed Abele. Adam ed Eva non dovevano essere granché come educatori – del resto sono i primi genitori della storia, e non è che educare si improvvisa così – a giudicare da quello che combinarono i loro figli; anche se nella faccenda dell’omicidio di Abele il Signore qualche responsabilità pure l’ha, ché non è bello apprezzare Abele e disprezzare Caino. Ma questa è un’altra storia.
Dopo il fattaccio, Caino parte e se ne va nel paese di Nod. Dove, ci informa la Genesi, “conobbe sua moglie e partorì Enoch” (4, 17). Un momento. Secondo la narrazione della Genesi, in questo momento al mondo esistono solo tre persone: Adam, Eva e Caino (Abele è morto, pace all’anima sua). Da dove salta fuori, ora, la moglie di Caino? Le ipotesi sono due. La prima è che in realtà Caino sia partito in compagnia di sua madre Eva, con la quale poi si è sposato ed ha partorito Enoch. La seconda ipotesi è che nel frattempo, anche se il libro non lo dice, Adam ed Eva si sono dati ulteriormente da fare, ed è nata qualche altra figlia, con cui Caino è partito e che ha preso in moglie. In entrambi i casi, comunque, si tratta di incesto. La famiglia secondo la Genesi, dunque, è una famiglia nella quale è lecito l’incesto, considerato invece tabù da praticamente tutti i popoli. Abbiamo detto che il figlio di Caino si chiama Enoch. Enoch a sua volta mette al mondo un figlio. Accoppiandosi con chi? Anche in questo caso, con la madre, che è pure zia, o con una ipotetica sorella. Da Enoch nasce Irad, da Irad Mecuaiel, da Mecuaiel Matusael e da Matusael Lamech. Arrivati a questo punto, il problema delle donne doveva essere stato risolto. Se Caino fu costretto ad accoppiarsi con la madre o la sorella, “Lamech si prese due mogli: una di nome Ada e l’altra di nome Zilla” (Genesi, 4, 19). Andiamo avanti. Dopo Adam e Noè, il vero eroe della Genesi è Abram. Il quale, un bel giorno, ha la visione del Signore, che gli dice: lascia la tua terra e vattene nella terra che io ti mostrerò. Il buon Abram, invece di andare da uno psicologo, prende la moglie e il nipote e le sue cose e parte. Viaggiando viaggiando arriva in Egitto. Qui ha qualche problema alla frontiera, ed allora, da bravo volpone quale è, pensa di usare la moglie – che la Genesi assicura essere bella assai – per essere accettato nel paese. Si accorda dunque con Sarai: dirà di essere non sua moglie, ma sua sorella. La cosa funziona, ma Dio si arrabbia assai e se la prende col faraone, che caccia in malo modo questo spostato e sua moglie. Per quanto avvenente, la povera Sarai non è in grado di avere figli. Questa stramba famiglia ha un modo tutto suo di affrontare i problemi. Se Sara non può avere figli, Abram potrà fare figli con un’altra. Facile, no? E dunque ecco qui la schiava (già, il Signore non ha nulla contro la schiavitù) Agar, pronta a dare il suo utero in affitto al vecchio Abram ed alla sua bella moglie. Eccola, dunque, la bella famiglia della Genesi: incesto, poligamia, prostituzione, adulterio. La nostra società frammentata ed alla deriva ha bisogno della ventata di moralità che viene da questo libro e dei periodici rimbrotti delle autorità religiose che su questo libro fondano il loro potere e la loro autorità.

Separare il grano dal loglio

Mi è stata chiesta qualche riflessione in occasione della festa patronale. Il mio è il punto di vista di un non cristiano fortemente critico nei confronti dell’aspetto istituzionale di tutte le religioni e fortemente interessato, invece, all’esperienza mistica ed eretica (due cose, misticismo ed eresia, che spesso coincidono). Avverto sin d’ora il lettore cattolico che nelle righe che seguono troverà pertanto cose sgradevoli: si regoli come meglio crede.
Per riflettere sul senso religioso di una cosa come la festa patronale bisogna prima porsi qualche domanda. Che cos’è la religione? Cosa vuol dire essere religiosi? Quali pratiche sono religiose, e quali no? Cosa distingue il religioso dal non religioso, e il profondamente religioso dal superficialmente religioso?
La risposta più ovvia a questa domanda sembra essere la seguente: religione è entrare in rapporto con Dio o con un Ente trascendente. Che può chiamarsi Yhwh o Allah, Ahuza Mazda o Shiva, essere Uno o molteplice, vicino o lontano, incarnato o disincarnato: ma è il Divino, distinto dall’umano. In realtà le cose non sono così semplici, perché esistono anche religioni, come il jainismo ed il buddhismo, che prescindono dalla divinità. Per un buddhista non si tratta di credere in Buddha (“Se incontri il Buddha per strada, uccidilo”, diceva il grande maestro zen Lin Chi), ma di diventare un Buddha. Fino a quando il Buddha è altro da noi, vuol dire che siamo ancora lontani dalla meta della nostra vita religiosa. Qualcosa di simile avviene anche in certa mistica speculativa cristiana, per la quale bisogna diventare Dio, più che venerare Dio (si pensi a Meister Eckhart), così come nel sufismo di Al-Hallaj, il Cristo dell’Islam, mandato a morte perché affermava di essere diventato la Verità, ossia Dio.
C’è poi la spiritualità, che si può caratterizzare come presa di contatto con sé stessi. Tutte le religioni hanno elaborato quelle che Foucault chiamava tecnologie del sé: dalla confessione all’esicasmo, dallo yoga alla meditazione vipassana dei buddhisti. La persona religiosa si riconosce per la capacità di conoscersi, di raccogliersi, di stabilirsi per così dire in sé stessa, analizzando i moti interiori, le passioni, le emozioni, le inquietudini. Da ciò discende la tendenza di molte persone religiose a chiudersi nella ricerca della perfezione spirituale, allontanandosi dalle cure mondane, ma può anche scaturire una nuova forma di prassi, un impegno più puro.
Se la spiritualità porta al contatto con sé stessi, l’etica ci conduce al cospetto dell’altro. Tutte le religioni predicano la comprensione, il rispetto, l’amore dell’altro. Una persona religiosa – profondamente, autenticamente religiosa – si riconosce per questo: vive intensamente il suo rapporto con l’altro; ha reciso in sé le radici dell’odio ed è capace di un amore che giunge fino agli animali.
Un ultimo aspetto fondamentale della religione è l’aspirazione ad un mondo libero dal male e dalla sofferenza. C’è al fondo della religione una ribellione umanissima contro il dolore che segna l’esistenza umana e tutto il mondo naturale, il rifiuto di considerarli normali, la ricerca di una finale pacificazione universale. E’ l’aspirazione dei profeti ebrei ad una dimensione in cui il lupo possa pascolare con l’agnello, il Regno dei cristiani, l’auspicio buddhista di un mondo in cui i ciechi vedono, i sordi ascoltano, i nudi vengono vestiti e gli affamati trovano cibo.
Essere religiosi significa tutte queste cose. Ma può significate, e spesso significa, anche il contrario di queste cose. In nome della religione, che predica l’amore e la pace, ci si uccide. Succede perché l’altro da amare diventa il membro della propria comunità religiosa; la sfera etica si restringe fino a racchiudere solo i propri correligionari (la umma musulmana, l’ecclesia cristiana, il sangha buddhista), mentre chi ne resta fuori diventa l’infedele, il nemico da combattere. In nome della religione si giustificano le più gravi forme di oppressione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.
E’ chiaro, dunque, che quando si parla di religione è importante distinguere, passare al vaglio, separare il grano dal loglio.
Fatta questa lunga premessa, possiamo chiederci: una cosa come la festa patronale cos’è, grano o loglio? La risposta è: loglio. Provo a spiegare perché.
In religione la cosa importante non è, come credono molti, credere o non credere. Quello che conta è la concezione che si ha di Dio o del Divino: in quale Dio si crede. Anche qui bisogna dividere e distinguere il grano dal loglio. C’è un Dio che non è null’altro che la stampella del nostro io, il sostegno metafisico del nostro egoismo, il volto che ci rassicura, che ci dice che siamo il centro dell’universo, che tutto andrà bene perché Dio stesso, l’origine dell’universo, si prende cura delle nostre vicende. All’estremo opposto dell’esperienza religiosa c’è una concezione del Divino che ci costringe ad uscire da noi stessi, a deporre il nostro io come un peso e ad aprirci ad altro. E’ quella che Albert Einstein chiama “religiosità cosmica”. Così la caratterizza in Come io vedo il mondo: “L’individuo è cosciente della vanità delle aspirazioni e degli obiettivi umani e, per contro, riconosce l’impronta sublime e l’ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L’esistenza individuale gli dà l’impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo”. E’ una religiosità che non appartiene alle chiese, quanto agli eretici; qui il credente Francesco d’Assisi sta accanto all’ateo Spinoza.
E’ chiaro che, da questo punto di vista, nulla appare più lontano dalla religiosità autentica del concetto di patrono. Cos’è un patrono? Un personaggio religioso che ha una cura particolare di una comunità ristretta. C’è qualche traccia, in ciò, della predilezione del Dio biblico per il popolo ebraico. Dio, che si vuole creatore di un universo di miliardi di galassie, ognuna delle quali ha un miliardo di stelle, non solo si preoccupa della sorte di una delle infinite specie che vivono su un pianeta periferico di una di queste infinite galassie, ma addirittura elegge, chissà perché, uno solo di questi popoli (e, presentandosi come Dio degli eserciti, lo spinge a combattere e sterminare altri popoli). Difficile immaginare qualcosa di più assurdo. I cattolici ci sono riusciti. Per loro il Divino non si occupa soltanto di un popolo, ma addirittura di una città, di un paese, di un borgo. Non basta credere nella Madonna: occorre che la Madonna si moltiplichi all’infinito, diventando ora bianca ora nera, soccorrendo ora questa ora quella comunità.
I cattolici sono molto sensibili all’idolatria altrui, poco alla propria. In che modo portare in giro una icona, un simulacro del Divino, sia cosa diversa dall’idolatria, è un mistero della fede. E, certo, c’è emozione durante una processione o durante una festa religiosa di questo genere. Ma di che emozione si tratta? Ha a che fare con la religione? Non molto. E’, invece, quella sorta di contagio emotivo che si prova in tutte le manifestazioni collettive, quando si è immersi in una folla e quasi trascinati da essa. In questo caso si esce da sé stessi soltanto per chiudersi in un io più grande, quello della folla. E’ qualcosa di non troppo diverso da ciò che accadeva durante le adunate oceaniche dei regimi totalitari: e non a caso esisteva anche una mistica fascista. Da sempre il potere (o meglio: il dominio) si sostiene anche grazie alla capacità di suscitare emozioni collettive, la cui crescita è direttamente proporzionale alla diminuzione delle capacità riflessive e critiche. L’autentico sentimento – non emozione – religioso è qualcosa di diverso. E purtroppo non è così a buon mercato.

Editoriale per Stato Quotidiano

Papa Francesco tra arroganza ed interrogazione

E’ nota la facilità con cui sui social network si diffondono notizie non controllate e citazioni attribuite con grande leggerezza a questo o quel personaggio, che mai si sarebbe sognato di dire cose simili. In questi giorni ha avuto grande diffusione un presunto appello di Papa Francesco ad evitare la mattanza degli agnelli per Pasqua. Un appello che nasce in realtà interamente da un equivoco. Le parole citate non sono del papa, ma di una associazione animalista che, felicitandosi per le parole dette dal papa in occasione della festa di San Giuseppe – una omelia nella quale ha invitato ad essere custodi del creato -, ha invitato gli italiani a non mangiare agnello per Pasqua.

Come si spiega la bufala? Si tratta di un meccanismo frequente in campo religioso: ci si forma una certa idea di cosa è e di cosa dovrebbe fare o dire un sant’uomo, e quando qualcuno, per alcuni suoi tratti, ci sembra che possa incarnare questa idea, compiamo senz’altro la proiezione: gli facciamo dire e fare ciò che ci sembra che dovrebbe dire e fare. Benché papa Francesco sia stato eletto da poco, il meccanismo è già all’opera. Nell’immaginario dei credenti (e anche di qualche non credente) Francesco è già il papa buono: e dal papa buono ci si aspetta che faccia e che dica certe cose. Che magari non ha fatto o detto

Cosa pensa realmente papa Francesco su molti temi, può aiutare a comprenderlo il volume Il cielo e la terra, un dialogo con il rabbino Abraham Skorka pubblicato da Mondadori ed uscito in edicola con La Repubblica. Si tratta di una vera e propria summa del pensiero di papa Bergoglio: Dio, il potere, la donna, l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, il matrimonio tra persone omosessuali, eccetera. Leggendolo si può capire perché, ad esempio, è molto improbabile che in futuro possa davvero invitare a non mangiare agnelli a Pasqua. Un pensiero che ricorre nel libro è quello del dominio dell’uomo sulla natura. “L’uomo – afferma – è fatto per dominare la natura, questo è il suo compito divino” (1). E ancora: “Il potere è stato dato all’uomo da Dio, che ha detto: ‘Dominate la terra, siate fecondi e moltiplicatevi'” (2). Si tratta della visione tradizionale dei rapporti tra l’uomo e la natura: rapporti di dominio. La natura è stata fatta per l’uomo (ed anche gli agnelli, dunque). Nelle posizioni più aperte, si giunge ad affermare che questo dominio non dev’essere né dispotico né distruttivo, ma prendere la forma di una saggia amministrazione. Che è cosa ben diversa, tuttavia, dall’affermare che la natura ed il mondo animale hanno un valore intrinseco.

La prima tentazione, avendo tra le mani un libro del genere, è quella di andare a vedere che dice il papa sui temi caldi del dibattito anche politico: l’eutanasia, ad esempio, o i matrimoni omosessuali. Ma papa Francesco è il capo di una religione, e del capo di una religione conta, soprattutto, il pensiero teologico, vale a dire il modo in cui concepisce Dio e la verità. La Chiesa è una istituzione che negli ultimi decenni si è sempre più chiusa in sé stessa, assestata nella posizione di una condanna generalizzata del mondo moderno, sempre più incapace di dialogare con il pensiero laico, sempre più lontana dalla sensibilità morale diffusa tra gli stessi cattolici (tra i quali si diffonde la doppia morale: sono cattolico, ma faccio quello che credo essere giusto, anche se la Chiesa dice che è sbagliato). Questa chiusura deriva dalla convinzione di possedere tutta intera la verità e di essere l’unica via si accesso alla salvezza: extra Ecclesiam nulla salus. Una sorta di arroganza spirituale che impedisce il dialogo, che esige orizzontalità e pari dignità dei dialoganti. E’ la Chiesa che, guardando il mondo dall’alto, giudica e condanna. Il contrario dell’arroganza spirituale è l’interrogazione, il chiedere insieme. L’arrogante ha la risposta a tutte le domande, non conosce il dubbio o, quando ne fa esperienza, lo allontana come una tentazione diabolica. Non ha nulla da imparare da nessuno: è l’uomo chiuso nella cerchia di quelli che la pensano come lui; chi è al di fuori di quella cerchia, non ha nulla da dirgli. L’interrogante al contrario si considera in cammino verso la verità ed avverte questo cammino come un cammino comune. L’arrogante è uomo (o donna) dell’identità, l’interrogante è uomo (o donna) della differenza.

Il cambiamento più urgente, per la Chiesa, è questo: abbandonare l’arroganza e passare alla posizione dell’interrogazione, del dialogo reale. Smetterla di considerarsi unici detentori della verità e chiedersi, piuttosto, quale contributo si può dare alla soluzione dei problemi comuni. E’ la posizione che Aldo Capitini chiamava “aggiunta”. Che vuol dire: io non chiedo che il mondo mi segua, mi onori, mi ascolti, mi esalti, mi riconosca; mi chiedo cosa posso dare io al mondo, cosa posso aggiungere di buono e di valido alla vita di tutti.

Da questo punto di vista, trovo nel pensiero di papa Francesco dei punti non privi di interesse. Nella discussione con il rabbino Skorka la questione dell’arroganza viene fuori discutendo di ateismo. E’ arrogante l’ateo che “è convinto al cento per cento che Dio non esiste”, dice Skorka, mentre l’agnostico è in posizione dubitativa. Questa affermazione comporta la conclusione logica che, se è arrogante chi non dubita, il credente è arrogante non meno del non credente. E infatti Skorka afferma: “Ha la stessa arroganza [l’ateo] di chi sostiene l’esistenza di Dio con la stessa certezza con cui sosterrebbe l’esistenza della sedia su cui sono seduto”. Papa Francesco non protesta, anzi rilancia: “Anch’io concordo nel definire arroganti quelle teologie che non solo hanno tentato di definire con certezza e precisione gli attributi di Dio, ma hanno avuto la pretesa di dire esattamente com’era” (3). E sottolinea l’importanza della teologia apofantica, ossia la teologia che parla di Dio per via negativa, dicendo cosa non è. Cita a riguardo The Cloud of Unknowing, un trattato del tredicesimo secolo che parla di una “nube di non-conoscenza” che sempre si frappone tra l’uomo e Dio. Da questo punto di vista diventano molto meno nette, mi pare, le distinzioni tra credente ed ateo; poiché l’ateo è spesso colui che nega una certa concezione di Dio, o la pretesa di afferrare Dio, di averlo in tasca: è, in altri termini, una reazione all’arroganza religiosa. Nella mistica speculativa, peraltro, affermazione e negazione di Dio si richiamano in un modo estremamente affascinante. “Egli [Dio] è colui che, mediante l’opera della notte oscura, si ritira per non essere amato come un tesoro da un avaro. Elettra che piange Oreste morto. Se si ama Iddio pensando che non esiste, egli manifesterà la sua esistenza”, scrive Simone Weil (4). Ed Eckhart: “Preghiamo Dio di diventare liberi da Dio…” (5)

Il Dio in tasca, il Dio conosciuto e posseduto dal credente, è il Dio in nome del quale si combattono le guerre. Fa tutt’uno con la propria identità individuale e collettiva; è una stampella per puntellare le proprie incertezze. Con espressione che felice, Bergoglio parla di un “ideologizzare l’esperienza religiosa”, che porta ad “uccidere in nome di Dio” (6). E’, mi sembra, una osservazione importantissima, che potrebbe aprire nuovi capitoli della riflessione teologica. Cosa vuol dire avere fede in modo non ideologico? E’ possibile credere senza che la propria fede diventi una stampella o un segno di riconoscimento? E’ in questa direzione che va la riflessione teologica di Dietrich Bonhoeffer – una delle più alte del Novecento – con la sua distinzione tra religione e fede.

Sembra dunque che vi siano tutte le premesse per un nuovo rapporto non solo con le altre religioni, ma anche con la cultura laica e scientifica. Ma sono premesse che coesistono con elementi di segno opposto, con persistenti chiusure. Parlando delle “culture idolatre”, Bergoglio mette sullo stesso piano “il consumismo, il relativismo e l’edonismo” (7), ponendosi in linea di continuità con la condanna del relativismo (una vera e propria crociata) di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Discutendo di matrimoni tra persone omosessuali, sostiene che essi rappresenterebbero un “regresso antropologico” e che tale opinione “non ha un fondamento religioso, ma antropologico” (8). Anche questo modo di ragionare non è nuovo: si affrontano le questioni di morale sessuale pretendendo che le proprie opinioni non siano legate alla propria visione religiosa – e dunque rigettabili da chi non crede -, ma valide di per sé, perché fondate su una presunta legge naturale: e dunque vincolanti per tutti. Nel caso di Bergoglio, l’appello all’antropologia prende il posto del ricorso alla natura. Ma a quale antropologia si riferisce il papa? L’antropologia culturale è la via più sicura verso l’aborrito relativismo. Dal punto di vista dell’antropologia culturale non esiste una famiglia standard: la famiglia nucleare non ha più dignità della poligamia o addirittura della poliandria. Se poi ci inoltrassimo nei costumi sessuali dei popoli verrebbero fuori cose che scandalizzerebbero l’anima candida di un papa. E’ evidente che non all’antropologia culturale che il papa può chiedere soccorso. A quale, allora? All’antropologia filosofica. La quale consiste in questa operazione: ci si fa una idea dell’essere umano in base alle proprie convinzioni filosofiche o religiose; si dice poi che l’essere umano è senz’altro così; si fa capire, in modo più o meno garbato, che chiunque si allontani da quel modello è un essere umano dimezzato, parziale, insufficiente. Si dice, ad esempio, che l’essere umano è antropologicamente in relazione con Dio. Il rapporto con Dio, cioè, fa parte della sua natura. E se uno non crede? Gli manca qualcosa, naturalmente; è un essere umano che non realizza la sua natura se non in modo molto parziale. Un procedimento che è l’esatto contrario del dialogo.

Di qui, anche, conclusioni non proprio esaltanti sul rapporto tra scienza e fede. “La scienza – scrive Bergoglio – ha una sua autonomia, che va rispettata e incoraggiata. Non dobbiamo intrometterci nell’autonomia dello scienziato. A meno che questi non oltrepassi il proprio campo e sconfini nel trascendente. La scienza è fondamentale in funzione del precetto di Dio: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela'” (9). Questo vuol dire, in sostanza, negare qualsiasi valore conoscitivo alla scienza e ridurla alla tecnica. E’ sorprendente che un religioso che ha scelto come papa il nome Francesco sia così ossessionato dal dominio sulla natura, quel dominio nel quale molti pensatori, anche religiosi, anche cattolici, hanno scorto e scorgono la radice dell’attuale crisi ecologica. La scienza è scienza, ossia conoscenza. Il suo valore principale consiste nella ricerca della verità, non nel dominio della natura. La tecnoscienza è una degenerazione, una prostituzione del fine puramente conoscitivo della scienza. E’ inevitabile che la scienza oltrepassi il proprio campo, se il confine che le ha imposto il religioso è quello della tecnica. Si pensi alla fisica. Sappiamo che l’universo nel quale viviamo è di una complessità straordinaria, tale che per pensarlo dobbiamo accantonare il modo corrente di pensare cose come lo spazio ed il tempo. Possiamo, al cospetto di queste teorie, continuare a pensare alla creazione dal nulla? Possiamo pensare un Dio che crea i cieli e la terra “in principio”? Ha senso il concetto di principio, ad esempio? Porsi queste domande per un cattolico vuol dire interrogarsi, confrontarsi in modo aperto con la scienza. Dirsi che la fisica non riguarda la fede, perché il suo campo è quello del dominio del mondo, e nulla ha a che fare col campo intangibile e sicuro della verità religiosa, vuol dire peccare ancora una volta di arroganza religiosa.

Note
(1) J. Bergoglio, A. Skorka, Il cielo e la terra, tr. it., La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso, Roma 2013, p. 24.
(2) Ivi, p. 134.
(3) Ivi, pp. 23-24.
(4) S. Weil, L’ombra e la grazia, tr. it., Rusconi, Milano 1996, p. 29.
(5) M. Eckhart, Sermoni tedeschi, tr. it., Adelphi, Milano 1997, p. 133.
(6) J. Bergoglio, A. Skorka, Il cielo e la terra, cit., p. 29.
(7) Ivi, p. 31.
(8) Ivi, p. 110.
(9) Ivi, p. 116.

Editoriale per Stato Quotidiano.

Il diavolo e le fratture dell’occidente

Il diavolo come caprone
(F. M. Guaccio, Compendium maleficarum, 1626)
“Solo il cristianesimo ha dipinto il diavolo sulla parete del mondo; solo il cristianesimo ha portato il peccato nel mondo”, scriveva Nietzsche in Umano, troppo umano (1). E’ vero. L’oriente conosce una gran quantità di demoni, ma inutilmente si cercherebbe una figura paragonabile a quella del diavolo. Il negativo non rappresenta l’anti-divinità, ma è incorporato nel divino: è così che ad esempio Shiva può essere al tempo stesso il distruttore di mondi e il dispensatore di felicità, l’asceta per eccellenza e il dio che si venera attraverso il fallo (linga).
Perché l’occidente ha bisogno del diavolo? Perché è diabolico esso stesso. Diavolo deriva dal greco dia-ballein, separare, dividere (che è il contrario di synballein, unire, da cui simbolo). Il diavolo è dunque colui che divide, che crea separazioni, fratture, inimicizie, in primo luogo frapponendosi tra l’uomo e Dio, poi mettendo l’uno contro l’altro gli stessi esseri umani. Ma possiamo dare un’altra interpretazione: il diavolo come colui che è stato separato, diviso, emarginato. La considerazione della figura del diavolo nella cultura occidentale offre più di qualche appiglio per questa interpretazione. Nell’iconografia, il diavolo è in primo luogo rappresentato con dei tratti animaleschi, quali le corna ed il piede caprino. Il diavolo ha dunque un rapporto con l’animale. Ora, l’animale è per eccellenza ciò che l’occidente ha separato dall’umano. Nella visione del mondo giudaico-cristiana l’uomo è separato dal resto del creato, che è chiamato a dominare, poiché è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. Vero è che in Qohelet si legge che “la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti” (3, 19), ma si tratta di una posizione assolutamente isolata nel contesto delle Scritture, che al contrario esaltano la dignità dell’uomo ed il suo destino di salvezza. Gli esseri umani hanno un’anima e sono chiamati alla vita ultraterrena, gli animali no.
L’essere umano non è tuttavia solo anima; egli ospita in sé la natura, è sospeso tra il cielo e la terra, tra lo spirituale e l’animale. Il diabolico s’insinua dunque all’interno dello stesso essere umano, nella frattura tra la parte spirituale, volta a Dio ed al bene, e quella passionale, volta al male, al desiderio, alla carne. La battaglia è contro la natura fuori di sé, ma anche contro la natura in sé. E’ una battaglia difficile, poiché l’essere umano, nonostante la sua natura spirituale, avverte in modo irresistibile il richiamo della natura. Di qui le infinite tentazioni del diavolo di cui sono piene le vite dei santi.
Il diavolo che tenta si presenta per lo più sotto forma di donna. Ed è qui la terza frattura: quella tra uomo e donna. L’uomo rappresenta, nonostante le sue infinite debolezze, la ragione, la donna è invece per sua natura passionale, legata alla natura, animalesca. L’uomo è apollineo, spirituale, la donna dionisiaca, votata al vizio, corrotta. La teologia cattolica non manca di riconoscere la dignità della donna, anche se con ragionamenti che celano un fondo di disprezzo. Sant’Agostino, ad esempio, si chiede nei Sermones come mai Cristo è voluto nascere da una donna. Se avesse voluto, avrebbe potuto facilmente non nascere da una donna. Se non lo avesse fatto, avrebbe dimostrato che c’era la possibilità, per lui, di essere contaminato dalla donna (ex illa contaminari potuisse). E’ nato da donna, dunque, per dimostrare di essere al di sopra di ogni contaminazione. Non solo. Nascendo da una donna, Cristo è venuto a “consolare il sesso femminile” (sexum consolari femineum), mostrando che anche le donne possono salvarsi, nonostante abbiano introdotto il peccato nel mondo. “Generando Cristo, la donna compenserà il peccato di aver ingannato gli uomini” (Compenset femina decepti per se hominis peccatum, generando Christum) (Sermones, 51, 2.3). Posizioni teologiche come questa, benché autorevolissime, non sono riuscite ad arginare una misoginia e quasi orrore della donna – in particolare della donna che sfugge al controllo della rigida morale dominante, pensata dall’uomo, ed al ruolo imposto di madre o vergine – che troverà un esito tragico nella caccia alle streghe, che è stata in realtà un olocausto femminile, la soppressione violenta di qualsiasi forma di femminilità che anche di poco si discostasse dal cliché imposto, e mettesse a repentaglio le fratture consolidate.
Una strega rende omaggio al diavolo.
(F. M. Guaccio, Compendium maleficarum, 1626)
Il diavolo, poi, è nero. E non solo perché il nero è il colore del buio che si oppone alla luce (e la stessa parola Dio proviene da una radice sanscrita che indica luminosità), ma anche perché il nero è il colore della pelle dei popoli africani. Nell’iconografia, il diavolo si incarna spesso nella figura dell’etiope o in quella dell’egiziano, così come saranno neri, nella rappresentazione dominante, i musulmani nemici della fede, contro i quali si faranno le crociate, ossia la lotta del bene contro il male. Più sorprendente è che il diavolo appaia a volte sotto la figura del niger puer, il bambino nero. In tale forma appare ad esempio a Sant’Antonio abate ed a San Gregorio Magno (1). Sorprende perché in occidente il bambino indica purezza ed innocenza, e lo stesso Gesù Cristo viene rappresentato spesso come bambino. Ma Sant’Agostino la pensava diversamente. Nelle Confessioni considera espressioni di peccato l’avidità con cui il neonato esige il seno materno e, più tardi, le bugie ed i piccoli furti commessi dai bambini. Quando Cristo disse che dei bambini è il regno dei cieli, per Agostino non voleva esaltare l’infanzia e la sua innocenza, che non esiste, ma semplicemente riferirsi alla loro statura come segno di umiltà: Humilitatis ergo signum in statura pueritiae, rex noster, probasti, cum aisti: Talium est regnum caelorum (Confessiones, I, 19). Il bambino è (ancora) un essere irrazionale, rappresenta una alterità, una differenza che bisognerà piegare attraverso la disciplina ed il rigore dell’educazione.
Naturalmente sono imparentati con il diavolo anche gli ebrei, pur non essendo di pelle nera. Lo sono in quanto non cristiani, e lo sono per l’accusa di deicidio. La quarta frattura è quella tra i cristiani e tutti coloro che incarnano una differenza etnico-religiosa: gli ebrei, perseguitati fin dal quarto secolo, i musulmani combattuti con le crociate, i neri e gli indios del Sudamerica, massacrati e ridotti in schiavitù. Per Bernardo di Chiaravalle l’omicidio degli infedeli non è un vero e proprio omicidio, ma un malicidium: “Quando [il cristiano] uccide il malfattore (malefactorem) non è omicida ma, per così dire, malicida (non homicida, sed, ut ita dixerim, malicida), e senz’altro è stimato vendicatore di Cristo contro quelli che agiscono male e difensore dei cristiani” (De Laude Novae Militiae, III, 4).
Immagine del XV secolo che mostra
le relazioni degli ebrei con gli animali ed il diavolo. 
C’è infine l’eresia, o per meglio dire la non ortodossia. L’occidente cristiano è ossessionato dall’ortodossia. Quelle che in oriente sono semplici correnti o scuole, varianti di un tema di fondo, in occidente diventano sette da combattere con il ferro e col fuoco. L’annuncio di pace e di amore del Vangelo non costituisce affatto un freno. Quelli che sono al di fuori della Chiesa, chiarisce Sant’Agostino parlando dei donatisti, non sono nemmeno un esseri umani, poiché non hanno lo Spirito Santo: Non habent itaque Spiritum sanctum, qui sunt extra Ecclesiam: de illis quippe scriptum est: Qui seipsos segregant, animales, Spiritum non habentes (Epistolae, 185, 11.50). La conclusione è facilmente intuibile. Demoniaco apparirà a Lutero il papato, così come demoniaca sarà per i cattolici la chiesa protestante.
Il diavolo è dunque il simbolo, l’immagine che abbraccia gli esclusi dell’occidente, tutti coloro che sono stati vittime di una medesima violenza culturale, tutti coloro che erano e sono segnati da una qualche diversità, che per qualche aspetto si allontanavano e si allontanano dalla figura dominante: il maschio adulto ortodosso (cattolico o protestante) e naturalmente eterosessuale. La sua esistenza dimostra che il diaballein, il dividere e discriminare, fa parte per essenza del cristianesimo, della sua logica dualistica, che così apertamente confligge con l’annuncio dell’amore verso lo stesso nemico che si trova nel Vangelo. La figura del diavolo, l’appartenenza al suo dominio, consente di derogare alla sacralità dell’essere umano (l’animale non l’ha mai posseduta); e colui che è privato di sacralità può essere liberamente massacrato. La logica escludente, diabolica del cristianesimo non consente mediazioni. O si è con Dio o si è contro Dio; o si è salvi o si è dannati: e chi sarà dannato nell’altra vita lo è già in questa. Il cristianesimo ha dato un contributo determinante alla conquista della categoria della sacralità della vita (umana), ma ha anche posto condizioni a tale sacralità ed ha mostrato in opera, durante secoli e secoli bagnati dal sangue di pagani, ebrei, albigesi eccetera, le pratiche di dissacrazione, la negazione teorica della dignità di un essere umano che anticipa e giustifica la sua soppressione.
Note
(1) F. Nietzsche, Umano, troppo umano, II, 78, tr. it., Newton Compton, Roma 1976.
(2) Cfr. T. Gregory, Principe di questo mondo. Il diavolo in Occidente, Laterza, Roma-Bari 2013, p. 40.

Articolo scritto per Stato Quotidiano.

Esordio

Papa Francesco 
Habemus papam, dunque. Per gli uni, il papa della povertà, dell’umiltà, dell’amore per i poveri. Per gli altri, il papa che è stato connivente con la feroce dittatura di Videla, corresponsabile della tragedia dei desaparecidos. Con ogni probabilità la querelle andrà avanti per tutto il suo pontificato, ed ognuno resterà sulle sue posizioni, poiché non c’è evidenza che possa impedire ad un cattolico di credere nel suo papa – e ancora oggi un cattolico è in grado di sostenere, non necessariamente in cattiva fede, che Giovanni Paolo II andò da Pinochet perché è compito di ogni bravo cristiano accogliere chi sbaglia.
Che papa sarà, dal punto di vista non dell’immagine mediatica, ma della teologia e del magistero? Le prima parole dell’omelia pronunciata oggi durante la messa con i cardinali non lasciano ben sperare:

Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio. 

C’è qui l’extra Ecclesiam nulla salus, supportato dalla citazione di un oscuro fanatico come Leon Bloy. Chi non prega Gesù Cristo, prega il diavolo. Ma chi non prega Gesù Cristo? Gli ebrei, ad esempio. I quali non si sono risentiti, per quello che ne so, dell’affermazione: che però, presa sul serio, cancella  decenni di lavoro per il dialogo ebraico-cristiano. Gli ebrei vengono di colpo costretti nel ruolo tradizionale di adoratori del Diavolo. E c’è anche una condanna del mondo laico, non credente, anch’esso tout court diabolico, poiché non confessa Cristo.
Ce n’est qu’un debut. Ma sembra un pessimo inizio.

Sfuggire a Dio

Benedetto XVI
Sfuggire a Dio, affermare la propria umanità, la propria fragilità a costo di mandare all’aria il piano divino, è una tentazione che attraversa tutta la Bibbia. Il profeta che cerca di non essere profeta è Giona, che Dio vorrebbe mandare a Ninive a profetizzare sventura, e che invece fugge su una nave per Tarsis. Finisce che la tempesta travolge la nave, e per placarla i marinai gettano in mare il profeta riluttante. Lo inghiottirà una balena, riportandolo sulla spiaggia e riconsegnandolo a Dio – ed alla sua missione.
Cerca di sfuggire a Dio, con la forza della ragione e della giustizia, Giobbe, uomo di fede esemplare, che per una scommessa tra Dio e l’ha-Shatan ha perso tutti i suoi beni ed i suo affetti. Si avverte fragile, in balia di un potere immenso che lo scruta (“Perché non cessi di spiarmi / e non mi lasci nemmeno inghiottire la saliva?: 7, 19), ma pure tenta di resistere ribadendo la propria innocenza. Inutilmente: Dio non si lascia imbrigliare dalle ragioni umane.
Cerca di sfuggire a Dio lo stesso Figlio, sul monte degli ulivi. “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”. Ma aggiunge: “Tuttavia non sia fatta la mia volontà, ma la tua” (Luca, 22, 42).
La volontà di Dio viene prima di quella dell’uomo: ed a Dio non si può sfuggire. E’ questo il messaggio che attraversa tutta la Bibbia. A Dio si è legati fino al sacrificio; e la volontà, la stessa fragilità umana non contano nulla. Del resto, Dio non è in grado di soccorrere quella fragilità?

Alla luce di queste considerazioni, le dimissioni di papa Benedetto XVI possono realmente avere una portata rivoluzionaria. Commentando l’episodio evangelico del monte degli ulivi un anno prima delle sue dimissioni, aveva affermato:
E questo è importante anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli “sia fatta la tua volontà”, per conformare la nostra volontà alla sua. (1)
Dimettersi per via dell’età avanzata e della stanchezza vuol dire, esattamente, affermare la propria fragilità contro la Provvidenza, rinunciare ad uscire da sé stessi e ad affidarsi a Dio. E’ una scelta umanissima: troppo umana, per dirla con Nietzsche. Ed è in questo il suo valore storico. Il papa, di cui si è voluta affermare l’infallibilità, è in realtà un essere umano fragile come tutti. Quello che la Chiesa considera il rappresentante di Dio sulla terra è un vecchio appesantito dagli anni; e la Provvidenza non basta a sorreggerlo. Ratzinger ci ha risparmiato – e di questo dobbiamo essergli grati – la sacra rappresentazione della sofferenza di papa Giovanni Paolo II. Sofferenza che, per i fedeli, era appunto una offerta a Dio, a quel Dio cui non si può sfuggire, perché non ci lascia nemmeno inghiottire la saliva – e morire in pace. Ratzinger ha scelto di morire in pace, senza il peso dei paramenti e della missione. Come Giona, si è imbarcato per Tarsis. 
La papolatria, l’esaltazione isterica del capo, che ha raggiunto il suo apice con il pontificato di Giovanni Paolo II ed con i suoi raduni oceanici, è uno dei mali più seri della Chiesa cattolica ed il principale ostacolo al processo di apertura e democratizzazione (per quanto si possa parlare di democratizzazione per una istituzione come la Chiesa) avviato con il Vaticano II. Le dimissioni di Benedetto XVI dimostrano che il male non è incurabile e che forse la Chiesa può fare il passo epocale che va dal pontificare al discutere, dall’anatema all’ascolto. 

(1) Udienza generale del 1 febbraio 2012 (qui). 

Genuflessioni

Il Cortile dei Gentili è una iniziativa voluta da Benedetto XVI per favorire l’incontro ed il dialogo tra credenti ed atei ed organizzata annualmente da monsignor Gianfranco Ravasi. Gran cosa, si direbbe, ché il dialogo tra credenti ed atei è ciò che più manca alla nostra vita pubblica. Ma il dialogo, per essere autentico, esige schiettezza, durezza anche; è tale solo se le differenze non vengono nascoste per trovare un’armonia fittizia, un falso consenso. E’ una cosa rischiosa, che può fallire in ogni momento: se è autentico. Diverso è un garbato scambio di gentilezze e di riconoscimento, che non tocca nessuno dei temi reali. Tale è il Cortile dei Gentili.
A dialogare all’ultima edizione dell’iniziativa sono stati, ad Assisi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e monsignor Ravasi (il dialogo è pubblicato dal Corriere della Sera con il titolo Il Dio ignoto). Uno scambio intellettualmente e teologicamente modesto. Come da copione, Napolitano richiama le figure di alcuni grandi politici ed intellettuali laici (Leopoldo Elia, Togliatti, Concetto Marchesi, l’immancabile Bobbio) per mostrare che non erano chiusi al mistero ed al sacro. Poi cita Thomas Mann che parla del suo incontro con Pio XII:

Il non credente ed erede della cultura protestante piegò senza alcuna difficoltà interiore il ginocchio davanti a Pio XII e baciò l’anello del Pescatore, poiché non era a un uomo e politico che io mi genuflettevo, bensì a un idolo candido, il quale, circondato dal più austero cerimoniale sacro e aulico, impersonava con mitezza un poco sofferente due millenni di storia occidentale.

Ecco a cosa si riduce, in sostanza, il dialogo: una cultura che si genuflette ad un’altra, un presidente della Repubblica che, evocando uno scrittore, piega idealmente le ginocchia di fronte al papa, che impersona duemila anni di storia occidentale (e poco importa che siano duemila anni di violenze).
Quanto a Ravasi, parla di morale. Deplora la decadenza morale attuale, il fatto che abbiamo contratto la malattia dell’amoralità, “la totale indifferenza verso tutti e verso tutto, condita da dosi industriali di superficialità e banalità” e chiude ricordando il protagonista de L’impostura di Bernanos, un prete diventato ateo ed in cui non c’è più solo assenza di valori, ma “soltanto il vuoto, il nulla”. E’ appena il caso di notare che non è possibile alcun dialogo con qualcuno che si crede incarni il nulla. L’ateo compiuto, sicuro di sé, è una brutta faccenda, uno da cui bisogna stare alla larga. Torna utile, e comodo, l’ateo perplesso, quello che ha qualche dubbio o qualche apertura nostalgica. Meglio se è famoso ed è in punto di morte: gli si potrà sempre strappare qualche conversione in extremis, o qualche affermazione da manipolare ad arte.
Ma torniamo alla morale. Uno spiraglio sulla concezione della morale di Ravasi ce lo offre una osservazione che fa di sfruggita, citando Oscar Wilde:

A questo proposito cito spesso una frase di Oscar Wilde, scrittore inglese nato a Dublino, dal profilo morale un po’ discutibile…

Perché il profilo morale di Wilde è discutibile? Ha ucciso? Ha rubato? Ha fatto del male a qualcuno? Nulla di tutto questo. Era semplicemente omosessuale, “colpa” che ha espiato con il carcere ed i lavori forzati. Eccola qui la morale di Ravasi e della Chiesa cattolica. Uno sterile moralismo ossessionato dal sesso e spaventato dalla diversità,  con il quale chiunque sia autenticamente laico – non un laico da cerimonia e da genuflessione rituale – ha enormi difficoltà a dialogare.

Una morale miope

Nel Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace si legge:

Oltre a svariate forme di terrorismo e di criminalità internazionale, sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, chiamata a favorire la comunione e la riconciliazione tra gli uomini.

Difficile dargli torto: fondamentalismo e fanatismo sono nemici della pace. Il problema è che il fondamentalismo ed il fanatismo sono sempre quelli degli altri. Più avanti, nel discorso, c’è il seguente passo:

Per diventare autentici operatori di pace sono fondamentali l’attenzione alla dimensione trascendente e il colloquio costante con Dio, Padre misericordioso, mediante il quale si implora la redenzione conquistataci dal suo Figlio Unigenito. Così l’uomo può vincere quel germe di oscuramento e di negazione della pace che è il peccato in tutte le sue forme: egoismo e violenza, avidità e volontà di potenza e di dominio, intolleranza, odio e strutture ingiuste.

Il papa dice, dunque, che chinque non sia credente non può essere operatore di pace; nessuno che sia chiuso alla Trascendenza può vincere l’egoismo, la violenza eccetera. Tradotto in linguaggio corrente: tutti quelli che non sono credenti sono condannati ad essere cattivi. E cos’è questo, se non fondamentalismo e fanatismo?
Illuminati da Dio, aperto al Trascendente, in dialogo con Dio, il papa è così miope da vedere le maggiori minacce alla pace mondiale non nel commercio internazionale delle armi, ma nell’aborto, nell’eutanasia e nelle unioni gay. La pace è minacciata ogni volta che non si rispetta la vita umana:

Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale.

Che anche l’esistenza di una persona omosessuale sia vita umana, come tale degna di rispetto,  è una cosa che l’apertura al Divino non riesce a fare entrare nella testa di questo vecchio ottuso. E non è ovviamente lecito attendersi alcun cenno allo scandalo immenso della sofferenza della vita animale, che per i cattolici – fedeli al mandato del Genesi – semplicemente non esiste. Non c’è nessuna minaccia alla pace nel fatto che la vita di milioni ì di animali sia quotidianamente crocifissa negli allevamenti industriali – umiliata, offesa, derisa, smembrata. La miopia morale non gli consente di scorgere la continuità tra violenza sull’animale e violenza sull’uomo, tra l’organizzazione scientifica, sistematica dei macelli e quella dei campi di sterminio.
Non c’è, in un discorso del genere, soltanto una morale insufficiente (quella ottusità morale, per non dire peggio, che lo porta a ricevere in Vaticano Rebecca Kadaga, presidente del parlamento Ugandese, promotrice di una legge che prevede la pena di morte per i gay). C’è qualcosa di peggio: c’è insufficienza religiosa. La vera religione dà slancio alla morale, la apre, la rende più sensibile e profonda. Qui abbiamo una religione spenta che produce una morale spenta. Un sale che è diventato insipido.

Dio che non è

SE gli uomini conoscessero Dio, ne avrebbero orrore. Lo maledirebbero, cercherebbero di nascondersi dal suo sguardo, custodirebbero le parole per impedire la loro caduta nello spazio in cui Dio accade. Perché Dio è la morte, la negazione, la mancanza, l’assenza. Dio è un segnale di oltrepassamento: ovunque tu sia, non sei in Dio; e Dio è il non-essere che ti dice che ovunque tu sia, non sei.

Non c’è ateismo che nello stare; ovunque uno sia in pace con sé stesso, Dio non è. Quando la guerra comincia, il Dio che non è nientifica e libera, l’abisso si spalanca, la parola si spacca, nome e forma cedono all’ignoto. Non c’è più un qui, un quando; non c’è ateismo né fede. Solo Dio, che non è.