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Il santo, la strega e l’angelo della storia

Se andate in Piazza del Campo, a Siena, fermatevi un attimo proprio davanti al Palazzo Pubblico. Guardate a terra. Una mattonella ricorda il luogo esatto in cui San Bernardino vi predicò, nel 1427. Possiamo rivivere la scena grazie ad un quadro di Sano di Pietro, nel quale stranamente non c’è molta gente ad ascoltare il santo, anche se sappiamo che la sua predicazione fu un grande evento, e fu scelta Piazza del Campo perché nessuna chiesa avrebbe potuto contenere la gente accorsa. Il santo è su un pulpito in legno; gli ascoltatori, inginocchiati – i maschi rigorosamente separati dalle femmine da un telone rosso – non sono più di qualche decina. Nel quadro di Sano di Pietro San Bernardino mostra agli ascoltatori il trigramma raffigurato su una tavola di legno, come era solito fare durante le sue prediche (e un trigramma, lavoro dell’orafo senese Tuccio di Sano, fa bella mostra di sé anche sulla facciata del Palazzo Pubblico). Ma sappiamo anche cosa disse, in quelle prediche, grazie al lavoro umile di un cimatore di panni, Benedetto di Bartolomeo, che usò per trascrivere con grande fedeltà le prediche del santo un misterioso metodo di scrittura rapida su tavolette di cera di sua invenzione./...

La Siena spenta e un po’ cafona del sindaco De Mossi

Cacio e Pere è uno dei pochissimi locali in cui a Siena si faccia musica dal vivo di qualità. O meglio: in cui si faceva. Al termine di una vicenda che ha dell’incredibile, il locale ha dovuto chiudere a causa di un vero e proprio bullismo istituzionale da parte del Comune di Siena.
Prima di analizzare la vicenda occorre qualche nota di contesto. Siena è una città con un basso tasso di natalità e un crescente invecchiamento dei residenti. Di contro, è una città universitaria, con molti studenti fuori sede. Il terzo aspetto da considerare, fondamentale quando si parla di Siena, sono le contrade, che per chi di Siena non è possono essere un mondo difficile da comprendere; luoghi di una socialità intensa, che va ben oltre i giorni del palio. Ed ecco dunque il quadro: i ragazzi di Siena si divertono nelle contrade, che spesso e volentieri fanno musica da discoteca ad altissimo volume fino a notte fonda; gli universitari provano a divertirsi nei locali fuori dalle contrade, soprattutto in via Pantaneto, la via della movida della città; i residenti sopportano, volentieri (se sono contradaioli) o per forza di cose le intemperanze delle contrade, ma sono sul piede di guerra ogni volta che un locale non contradaiolo crea il minimo disagio.

Cacio & Pere ha subito più volte provvedimenti di chiusura temporanea da parte della vecchia amministrazione Valentini, per violazione delle norme comunali sulla musica dal vivo. Fino alla chiusura, nello scorso febbraio. Ad aprile il locale ha riaperto in una nuova sede, in via della Stufa Secca, già sede di uno storico pub. Prima ancora dell’apertura, un comitato di residenti si è rivolto al Comune per esprimere preoccupazione per l’apertura del locale. Il clima di campagna elettorale ha fatto il resto. Quanti voti porta un comitato di residenti? Non solo. Il sindaco De Mossi ha vinto le elezioni perché è riuscito a presentarsi come alternativa a un sistema di potere che appare compromesso con la crisi di Montepaschi, ma anche come il difensore indefesso (in senso tecnico: è stato l’avvocato dei contradaioli processati per la rissa dopo il palio del 2015) delle contrade, e quindi della senesità più autentica. E in questo caso difendere le contrade significa anche interpretare quel certo astio, nemmeno troppo sottile, verso luoghi e forme di divertimento al di fuori delle contrade.
Il locale è stato oggetto di un vero e proprio accanimento da parte dei vigili urbani, che non hanno tuttavia rilevato nessuna infrazione. Le norme comunali sulla musica dal vivo sono state rigorosamente rispettate; gli spettacoli sono terminati addirittura prima dell’orario prescritto. Ma, come nella favola del lupo e dell’agnello, ciò non è bastato: il Comune ha disposto il 23 maggio la sospensione a tempo indeterminato delle attività del locale. Motivazione: il rumore. Si chiede una relazione sulle attività svolte, che viene presentata il giorno dopo. E poi il nulla. Un nulla burocratico, fatto di risposte che non arrivano, assessori assenti, uffici che non sanno nulla e rimandano ad altri uffici, porte chiuse a qualsiasi forma di dialogo. E intanto i giorni passano, e per un locale ogni giorno di lavoro perso è un passo verso il fallimento. Oggi il comunicato: il locale chiude, per gli otto dipendenti partono le lettere di licenziamento. Una impresa giovane, che faceva cultura nel rispetto del regolamento comunale, distrutta scientemente da un’amministrazione comunale. Difficile trovare altri casi simili in Italia.
Il sindaco di una città come Siena ha un compito delicato: da un lato deve saper difendere e valorizzare la sua straordinaria tradizione culturale, dall’altro deve evitare il rischio della città-museo, ammirevole per la sua perfezione architettonica ma priva di vita. De Mossi non ha dimostrato fino ad ora di riuscire a fare né la prima né la seconda cosa. Non è un caso che non abbia mai nominato un assessore alla cultura. L’idea di cultura della sua giunta è espressa bene dal trenino disneyano che durante il periodo natalizio ha condotto i turisti in giro per la città. Il termine chiave è location. La città diventa la cornice, lo sfondo per eventi dal gusto discutibile, buon ultimo il raduno delle Ferrari in piazza del campo della prossima domenica 9 giugno. Lo stesso museo Santa Maria della Scala, che era stato rilanciato dal direttore Daniele Pitteri (prontamente liquidato), rischia di diventare un contenitore – una location, appunto – di eventi enogastronomici, mentre la meravigliosa Sala del Mappamondo del Palazzo pubblico potrà essere adoperata per i matrimoni, per promuovere il turismo matrimoniale. Una città che si svende al miglior offerente, pronta a qualunque cafonaggine pur di incassare, e intanto costringe al silenzio chi, nel rispetto delle rigorose norme comunali, cerca di fare musica di qualità. Siena merita di meglio.

Gli Stati Generali, 4 giugno 2019.

Palio: il dialogo necessario


Siena ama i cavalli. E’ l’argomento ricorrente, in questi giorni in cui la città è tornata al centro delle polemiche per la morte di un cavallo durante il palio straordinario. Siena ama i cavalli: e dunque li protegge; e se qualcuno muore, è stata una fatalità. E’ lecito avere qualche dubbio, nel caso dell’ultimo palio, riascoltando quanto detto dal sindaco De Mossi in una intervista subito dopo la fine della gara. “Non fa mai piacere vedere un cavallo che cade però direi che il fatto che il lotto fosse di sette cavalli nuovi e quindi un po’ meno esperti della pista un pochino ha creato un po’ questa specie di palio all’antica, cioè con tanti cavalli scossi che era tantissimo che non vedevamo. E’ un po’ la cifra del palio, è una pista che necessita di un adattamento”, diceva De Mossi. Ma se sai che la pista necessita di adattamento, e mandi in pista dei cavalli che invece non hanno avuto il tempo di adattarsi, puoi aspettarti che qualche cavallo si faccia male, che qualche cavallo magari muoia.
Dopo la morte del cavallo della Giraffa (morte inattesa, perché il comunicato del Comune della sera del palio non lasciava affatto presagire un esito simile) il sindaco sul suo profilo Facebook ha risposto come segue alle polemiche: “Il dispiacere è di tutta la città che ama i cavalli e li rispetta, e non accetta provocazioni da chiunque abbia solo l’interesse a farsi pubblicità, non conoscendo la nostra cultura, tradizione, rispetto e cura dei cavalli.”

“Non fa piacere”, “il dispiacere”. La città è dispiaciuta, perché ama i cavalli. Non si fatica a crederlo. Ma il dispiacere è la mancanza di piacere – e certo sarebbe ben grave se una città intera si rallegrasse e provasse piacere per la morte di un cavallo -, non dolore. Non sono sicuro che De Mossi sappia interpretare i sentimenti della città. In molti la vista di un cavallo che si lancia a fortissima velocità contro una curva e si spezza una gamba suscita qualcosa di diverso dal semplice dispiacere. Suscita ribrezzo, scandalo, dolore. E no, non si tratta di “presunti” animalisti. Si tratta di animalisti veri, ma anche di molta gente senza etichette, cui la violenza sugli animali fa orrore (e per fortuna di gente così ce n’è ancora molta). E molti di questi sono senesi. Contradaioli nei quali la morte di Raol ha suscitato non meno dolore che negli animalisti. Con l’aggiunta di una ancora più dolorosa dissonanza cognitiva, perché quel fatto terribile è in contrasto con molte cose cui attribuiscono il massimo valore: la tradizione, l’identità, la festa collettiva. Un dramma psicologico-culturale che la rozza difesa del sindaco non riesce e cogliere. Nelle sue parole sembra esserci un altro processo psicologico: la proiezione. Perché ritenere che chi critica il palio sia mosso da bassi interessi non è solo una forma particolarmente puerile di processo alle intenzioni; è una uscita surreale, dopo un palio straordinario che, nella lettura di molti, è stato anche, se non principalmente, una audace mossa politica.
C’è poi, nelle sue parole, quella che potremmo chiamare la mistica della senesità. Chi critica il palio non conosce la storia e le tradizioni di Siena, è uno che semplicemente non può capire. C’è del vero in questa affermazione, come c’è molta verità nell’affermazione che Siena ama i cavalli. Siena ha una struttura sociale diversa da qualsiasi altra città italiana, ha nelle contrade una ricchezza straordinaria, che difende con le unghie e con i denti. Ma la vita delle contrade gira intorno al palio. Se si abolisse il palio, come qualcuno auspica, Siena non esisterebbe più, semplicemente. Quando si vive in un sistema sociale e culturale diverso dagli altri, tuttavia, si rischia di non essere compresi dagli altri, ma anche di non comprendere gli altri. Siena è una città unica, ma è anche una città italiana, per la quale valgono le leggi comuni. Compreso l’articolo 544-quater del Codice Penale: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque organizza o promuove spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni e con la multa da 3.000 a. 15.000 euro”. O come l’articolo 588, che stabilisce che la rissa è reato, senza fare sottili distinzioni antropologiche tra la rissa vera e propria e i fronteggiamenti tra contradaioli.
Che fare? Ieri il Consorzio di Tutela del Palio ha diramato il seguente comunicato: “Il Consorzio di Tutela del Palio, riguardo alle polemiche seguite all’incidente che ha coinvolto il cavallo Raol raccomanda a tutti i contradaioli di non rispondere a titolo personale a comunicati o post sui social. Comune e Consorzio sono all’opera per gestire l’esplosione mediatica sull’accaduto. Nelle prossime ore è plausibile un ulteriore massiccia intensificazione di commenti. Si invita a segnalare al Consorzio ogni nuovo servizio, articolo o post. La mail per segnalare: info@ctps.it. Aggiungere nella mail il nome di chi lo ha pubblicato e in quale social è stato trovato. Il Consorzio garantisce la tutela al cittadino che segnala.”
Ora, è evidente che gli scambi di insulti sui social non portano nulla di buono, ma questa chiusura dai toni non troppo vagamente minacciosi non è una grande alternativa. L’alternativa è il dialogo. Un dialogo che è possibile solo se c’è un riconoscimento reciproco. Non ci sono da un lato persone sanguinare che si divertono a torturare e uccidere cavalli e dall’altra pseudo-animalisti che attaccano il palio solo per visibilità. Il principio del valore della vita animale, che è per gli animalisti ed antispecisti una ragione di vita, è valido anche per i senesi, segnatamente per quanto riguarda i cavalli. Per questo il dialogo è possibile, oltre che necessario.

Nella foto: i cavalli prima del palio del 20 ottobre. Foto di Antonio Vigilante.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 23 ottobre 2018.

Dalla protezione umanitaria al foglio di via

Un mendicante che chiedeva l’elemosina davanti ad un supermercato, a Siena, è stato allontanato con foglio di via. Poiché si tratta del destino di un essere umano, e di un essere umano che presumibilmente ha sofferto molto, vorrei provare ad approfondire la faccenda.
“Chiedeva l’elemosina di fronte al supermercato disturbando i clienti con insistenza, poi ha inveito contro la Polizia di Stato intervenuta. Per questo un nigeriano di 22 anni è stato prima sanzionato per accattonaggio e poi denunciato.”
Questi i fatti, in sintesi, così come forniti dalla Questura di Siena.
Il Regolamento comunale vieta all’articolo 35 di “raccogliere l’elemosina con petulanza, esponendo cartelli, ostentando menomazioni fisiche o con l’impiego di minori e/o animali”. Ora, il ragazzo nigeriano non esponeva cartelli, non ostentava menomazioni e non usava né minori né animali. Anche queste condizioni a dire il vero espongono alla libera interpretazione di chi guarda. Per quale ragione una persona sana può chiedere l’elemosina e una persona con menomazione no? Perché è chiaro che è difficile stabilire se la menomazione c’è o è ostentata. Nel caso specifico, l’aspetto decisivo è la petulanza. E qui la faccenda non è meno arbitraria. Chi stabilisce il livello oltre il quale c’è petulanza? Come si dimostra la petulanza? Ho avuto a che fare diverse volte con quel ragazzo. Non è mai stato petulante con me, né con nessuna delle persone che erano con me. Ho sentito molti amici, in questi giorni. Tutti hanno confermato la mia impressione: quella di un ragazzo che nemmeno chiedeva l’elemosina, stava lì ad aspettare che qualcuno desse qualcosa, a volte aiutando a spingere il carrello. Lo stesso atteggiamento di un ragazzo che ho incontrato per più di un mese tutte le mattina andando al lavoro. Era fermo al lato della strada, con un cappello in mano. In rigoroso silenzio. Naturalmente si vedeva bene che aveva bisogno: ma lui non chiedeva, propriamente, l’elemosina.

A chiedere l’elemosina, e anche vistosamente, è una vecchina a piazza Salimbeni, di cui sembra non interessarsi nessuno: nemmeno i bravi cittadini del circolo Sena Civitas, che aprono una loro lettera aperta al prefetto con la constatazione che “ormai da un paio di anni la presenza di ragazzi di colore che chiedono ‘insistentemente’ l’elemosina per le vie del centro, davanti agli esercizi commerciali della città o presso l’ospedale di Santa Maria Le Scotte, sembra sia divenuta stanziale e sistematica”. Ragazzi di colore: della nostra vecchina nemmeno l’ombra. Abbiamo dunque un regolamento comunale discutibile – perché consente una certa libertà di interpretazione, e la libertà di interpretazione in questa faccende non è una cosa buona – e abbiamo una società civile che chiede che si intervenga contro i “ragazzi di colore”. E dunque gli agenti intervengono. Il ragazzo, stando al comunicato della Questura, li ha offesi e poi, portato in Questura, “ha proseguito con le imprecazioni, urlando e rendendo molto difficoltose le operazioni di identificazione”. Imprecazioni e urla non costituiscono un reato, ma le offese sì: e non sarò io a difendere il ragazzo per questo. Mi chiedo però se il foglio di via – il divieto di ritorno a Siena per tre anni – sia una sanzione adeguata al suo comportamento. Il foglio di via è regolato dal Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 / 2011, meglio noto come Codice delle leggi antimafia. Compare all’articolo 2 come misura di sicurezza per persone che rientrino in una di queste tre categorie: “a) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi; b) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose; c) coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica”.
Il ragazzo nigeriano che chiede l’elemosina, in modo petulante o meno, rientra in una di queste tre categorie? Il suo è un traffico delittuoso? Mette a rischio l’integrità fisica o morale dei minorenni o la tranquillità pubblica? Pare di no. Immaginiamo davanti al supermercato non il nostro “ragazzo di colore”, ma una prostituta. Anzi, una prostituta che con modi scandalosi adeschi i clienti davanti a tutti. Immaginiamo che gli agenti intervengano e che il Questore le dia il foglio di via. Bene: in un caso del genere la Cassazione ha stabilito che il foglio di via era ingiustificato, perché la legge “pone come presupposto dell’ordine di allontanamento non un qualsivoglia comportamento ‘pericoloso per la sicurezza pubblica’ (nozione che aprirebbe il varco a forme incontrollabili di discrezionalità)”, ma una precisa “condotta pericolosa” che rientri in una delle tre categorie indicate dalla legge (Corte di Cassazione, sezione I Penale, sentenza 17 dicembre 2014-8 gennaio 2015, n. 302). Se non rientra in nessuna di quelle tre categorie e non costituisce “condotta pericolosa” la prostituzione, sia pure con atteggiamenti “adescatori e scandalosi” (questa era l’accusa nei confronti della donna), può costituire “condotta pericolosa” il semplice chiedere la questua, sia pure con petulanza? E’ lecito dubitarne.
Consideriamo un ultimo punto. Il comunicato della Questura ci informa che “il giovane nigeriano era regolare sul territorio nazionale, in possesso di permesso di soggiorno per motivi umanitari”. Dunque non un clandestino. Una persona cui una commissione ha riconosciuto il diritto di ricevere protezione dal nostro Stato per ragioni umanitarie, in base alla Costituzione e al diritto internazionale. Perché un nigeriano riceve protezione umanitaria? Le ragioni possono essere diverse. Può essere, ad esempio, che si tratti di un cristiano in fuga da Boko Haram. L’ultimo attacco del gruppo jihadista nel nord-est della Nigeria c’è stato solo qualche giorno fa: sessanta case bruciate. Una notizia che in Italia non esiste, perché per i giornali italiani non esiste l’Africa. Figuriamoci ora un ragazzo che sia sopravvissuto a questo attentato. Capisce che al prossimo non avrà la stessa fortuna, che deve scappare. Riesce ad arrivare in Italia, riesce perfino ad ottenere la protezione umanitaria. Ce l’ha fatta, pensa. Ma è allora che comincia la beffa. Ottenuto il permesso di soggiorno, viene abbandonato a sé stesso. Potrebbe andare nel Foggiano e diventare un lavoratore-schiavo nelle campagne, portare soldi ai caporali e cercare di non morire nell’incendio del ghetto di lamiere e legno in cui sarà costretto a vivere, nel pieno della civiltà occidentale. Chiedere l’elemosina può essere una buona alternativa. Ma lui, ecco, è petulante. O così pare. E allora al diavolo Boko Haram, al diavolo la protezione umanitaria, al diavolo lui. Prendiamo il birillo nero e spostiamolo. Dove? Affari suoi. Vada a petulare altrove. Ce la stava facendo, ma era sono l’inizio di un gioco crudele che lo porterà ad essere sempre più solo, sempre più disperato, sempre più criminalizzato. E sempre più tentato dalla lotta per la sopravvivenza. Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 13 agosto 2017.

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