Chi è responsabile del genocidio dei palestinesi?

Non mi sento personalmente responsabile del governo di Meloni e Salvini. Non mi sento personalmente responsabile, a dire il vero, di nessuno dei governi che ho visto succedersi negli anni in questo Paese politicamente così infelice; nel caso di Meloni, anche meno, perché per contrastare l’eventualità di un suo governo ho anche votato un partito lontanissimo da me come il PD – turandomi il naso, come diceva quel tale.

In generale, ritenere che un popolo sia responsabile, in solido, delle azioni del suo governo vuol dire accettare una identificazione di popolo e governo che è già fascista. Sono dunque ben lontano dal ritenere che gli ebrei siano responsabili del genocidio di Gaza. E tuttavia, quando il governo israeliano compie un genocidio dei palestinesi per punirli dell’azione di Hamas sta facendo propria esattamente questa identificazione tra popolo e organizzazione politica che è evidente anche nelle recenti (19 febbraio) dichiarazioni della ministra May Golan durante un dibattito alla Knesset: “I am personally proud of the ruins of Gaza and that every baby, even 80 years from now, will tell their grandchildren what the Jews did”.

What the Jews did. Quello che hanno fatto gli ebrei.

Io spero vivamente che tra ottant’anni si racconti il genocidio di Gaza. Sono sicuro che lo racconterà ogni palestinese, o almeno lo faranno quelli che sopravvivranno al genocidio. Spero che a farlo siano anche gli altri, magari grazie a una giornata della memoria – dal momento che non siamo capaci di giornate dell’attenzione, immagino che compenseremo con la memoria della nostra distrazione. Mi piacerebbe che si ricordasse che Israele ha compiuto un genocidio, e non che a farlo sono stati gli ebrei. Perché significherebbe dar ragione a questi criminali di Stato.

Lo stupro di una donna che ha bevuto

Valeria Di Napoli, aka Pulsatilla, ha avviato un blog su Substack, Regina di Spade, in cui tenta tra l’altro una narrazione diversa dei rapporti di genere. L’ultimo articolo tratta il tema delicatissimo dello stupro di una ragazza che ha bevuto (rispondendo a un articolo di Andrea Casadio su “Domani” che non ho avuto modo di leggere, non essendo abbonato a quel giornale). Lo fa in un modo che ritengo inaccettabile, per ragioni che proverò a spiegare facendone una analisi dettagliata; dovrò ricorrere dunque ad ampie citazioni del suo articolo, che naturalmente vi invito a leggere.

Pulsatilla esordisce così:

Nella narrazione e nella ricostruzione dello stupro, di qualsiasi stupro, trovo che vengano fatti degli errori sistematici di bidimensionalità: si mira a dividere i buoni dai cattivi invece di mettere l’accento sulle risorse evolutive delle donne che hanno subìto la violenza. Il discorso sullo stupro si risolve quasi sempre dicendo che lui era un carnefice e lei era una vittima, ergo lui va punito, lei va difesa. Mai, mi risulta, vengono forniti alla donna degli strumenti di protezione o di crescita. Gli unici strumenti che le vengono forniti sono quelli della denuncia.

Cos’è un discorso sullo stupro? L’espressione può includere diverse cose. In primo luogo la sua ricostruzione e narrazione giornalistica. Poi la narrazione che ne viene fatta in tribunale, che come sappiamo ha modalità spesso umilianti per la vittima. Infine la narrazione che ne fa la vittima stessa al di fuori del tribunale, nei casi in cui decida di farlo, ad esempio scrivendo lei stessa articoli o libri sulla sua esperienza. Continue reading “Lo stupro di una donna che ha bevuto”

Due visioni

Questo mondo è atomi e vuoto, un infinito meccanismo che nulla sa degli individui che travolge ad ogni istante, senza che la vita di un essere umano valga più di quella di un insetto. Una trama di processi chimici e fisici, in cui la vita compare come fenomeno tra gli altri, e per di più come fatto violento; in cui ogni essere deve sopprimere altri esseri per sopravvivere.

Poiché un simile universo ci insegna che nulla siamo, vivere consapevolmente è questo: sapere che nulla siamo. Saperlo davvero. Essere un punto provvisorio di incontro di processi che ci trascendono.

Oppure.

Questo mondo è atomi e vuoto. Processi ciechi che travolgono in ogni istante le vite. Ma: la vita ha valore. Non posso accettare che un essere muoia. Non posso accettare un mondo che sopprime in ogni istante ciò che ha valore. Mi ribello al mondo in nome del valore di questo essere qui – di questo bambino o di questo fiore che domani sarà già appassito. Esigo un mondo altro. E so che non c’è, ma aderisco ad esso, vivo in questo mondo come uno che appartiene a un mondo altro assente – un mondo stupito d’erba e d’innocenza.

È possibile che siano una sola visione? Amare la necessità, dice Simone Weil. La più difficile forma di amore. Amare ciò che è il contrario dell’amore.

Una madre

Gli atomi sono tutti diversi tra loro per la forma e per l’aspetto. Lo dimostra, tra l’altro, il fatto che gli esseri viventi di una stessa specie non sono mai del tutto uguali tra loro. Questo tema introduce uno dei passi più commoventi del De Rerum Natura; uno dei pochissimi momenti in cui il mondo latino esprime una sincera compassione nei confronti del mondo animale. Per una mucca suo figlio non è un vitellino qualsiasi, e quando le viene sottratto, per sacrificarlo agli dei, la sua disperazione non è diversa da quella che potrebbe provare una madre. Si tratta anche di una ripresa, questa volta con protagonista un animale, del tema della scelleratezza cui conduce la religione, trattato in un passo ugualmente memorabile del libro I, quello del sacrificio di Ifigenia (tradotto qui).

Spesso davanti agli splendidi templi
degli dei, sugli altari profumati
d’incenso viene ucciso un vitellino:
un caldo fiume di sangue gli scende
355 dal petto. Ma la madre, desolata, 
percorre senza sosta i verdi anfratti
cerca dovunque la bifida impronta
getta lo sguardo inquieto in ogni luogo
se mai vi fosse il cucciolo amatissimo
e si ferma e muggisce tanto forte
da riempire l’intero bosco intorno 
e ritorna alla stalla, e poi ancora, 
360 straziata dall’assenza di suo figlio,
e né i teneri salici né l’erba
vivida di rugiada né il ruscello
che scorre giù, carezzando la riva,
possono darle alcun conforto o toglierle
la sofferenza che le invade l’animo;
365 né può distrarla o alleviare il dolore
la vista di altri vitelli nel campo
rigoglioso: perché quello che cerca
è proprio suo e lo conosce bene.

[Per il progetto di traduzione del De Rerum Natura e la licenza rimando al sito.]

Microteoria

Microteoria: Dio in Occidente è stato il puntello, l’impalcatura, l’esoscheletro dell’io. Per cui la morte di Dio porta con sé, necessariamente, la morte dell’io. Dio è morto, l’io è morto. Dall’ateismo all’anantropismo. Cioè: la mistica è l’esito inevitabile dell’ateismo (da Nietzsche a Simone Weil).

Dove ci conduce il desiderio

Per l’epicureo Lucrezio se non ci fosse una lievissima declinazione degli atomi non sarebbe comprensibile la nostra libertà: il fatto che non siamo spinti semplicemente dal mondo, cose tra cose, ma possiamo esprimere una nostra volontà, per quam progredimur quo ducit quemque voluptas (II, 258). Siamo esseri liberi perché andiamo dove ci conduce il desiderio. E la contraddizione sembra evidente. Il desiderio non è quella forza che ci conduce contro la nostra volontà verso quella schiavitù, quella follia erotica che lo stesso Lucrezio ha descritto in modo indimenticabile nel quarto libro del De Rerum Natura

Ma Lucrezio è chiaro:

Nec Ueneris fructu caret is qui vitat amorem,
sed potius quae sunt sine poena commoda sumit.
(IV, 1073-1074)

L’amore e il sesso sono due cose diverse. Il sesso è piacere, l’amore una follia. Si può, si deve godere del sesso senza la degenerazione dell’amore. È possibile sempre godere liberamente dei piaceri della Natura. E la libertà consiste proprio in questo: nel sottrarsi ad altri piaceri, che causano invece schiavitù. Il desiderio che ci distrugge non è quello legato alla Natura, ma quello che viene dalla Società. Ed è per questo che Lucrezio è oltre Schopenhauer. Le nostre sofferenze non provengono da una Volontà naturale che ci usa per perpetuare sé stessa, ricorrendo al piacere sessuale. La sofferenza che tutti proviamo è invece il risultato dell’azione su di noi della Società, che ci spinge a ricercare costantemente piaceri non naturali né necessari, il cui conseguimento non dà alcuna soddisfazione reale, e che ci riduce in quella condizione infelice, anzi tragica che il poeta latino tratteggia all’inizio del secondo libro. In questo senso il desiderio e il piacere hanno un carattere di liberazione: riaffermando la Natura contro la Cultura, il corpo contro la società.

Il senso di Salvini per gli italiani

Con il consueto equilibrio Matteo Salvini ha commentato il caso di Ilaria Salis, la donna italiana condotta in tribunale con i ceppi in Ungheria perché accusata di aver aggredito dei neonazisti durante una manifestazione. S’è detto scandalizzato, Salvini, perché “questa Salis” fa la maestra: lui ha evidentemente un’altra idea di come dev’essere una brava maestra italiana. E la cosa non sorprende. Quello che un po’ sorprende, perfino in Salvini, è che abbandoni del tutto, perfino cercando di screditarla con una notizia falsa (quella di una passata aggressione a un banchetto della Lega, per la quale la donna è stata assolta), una cittadina italiana:

Ma quella donna se è colpevole deve pagare. E se il reato l’ha commesso in Ungheria deve essere processata in Ungheria. La sinistra ci dice sempre che dobbiamo rispettare la magistratura, ecco, allora rispettino anche la magistratura ungherese.

Non si può fare a meno di ripensare alla reazione ben diversa che Salvini ebbe quando il Tribunale del Mare condannò a restare per altri due anni in India i due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, che in India non avevano malmenato qualche neonazista, ma avevano ucciso due pescatori. Allora i giornali lo descrivevano come “sconcertato e infuriato”. Al Tempo aveva dichiarato:

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Valutazione della Progettazione didattica condivisa

Come previsto, alla fine del primo quadrimestre mi sono fermato con la classe quarta per valutare la sperimentazione della Progettazione didattica condivisa. Si trattava di decidere se procedere anche nel secondo quadrimestre o tornare al modo di lavoro tradizionale.

La valutazione è stata effettuata in data 29 gennaio è stato sottoposto agli studenti con un questionario anonimo con domande a risposta multipla e a risposta aperta.

Queste le risposte.

Ti sembra che questo metodo abbia migliorato la qualità del tuo apprendimento?

Ti sembra che questo metodo abbia migliorato la tua autonomia nell’acquisizione delle conoscenze?

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30 gennaio, martedì

Uno scrittore che ho sempre un po’ snobbato – di quelli popolari: e dunque facili e leggeri (conclusione a volte ingiusta) – ha annunciato una sua grave malattia – ed è comparso alla televisione irriconoscibile. Pensavo, portando giù Mirò, a come vivrei io – a come vivrò io – dopo aver saputo di una grave malattia, anzi standoci dentro. A che farei del tempo, degli istanti. Come andrei avanti. Anzi: come mi fermerei. Che farei qui ed ora. Ascolterei forse molta musica. Ma cosa? Mozart o Wagner? Verdi o Puccini? O non preferirei forse Jimi Hendrix? No, niente musica. Mi darebbe nausea. Forse, ho pensato, mi rileggerei le cose che ho scritto. Ma presto ho escluso anche questo. Mi dà fastidio leggere quello che ho scritto molto tempo fa, quando ero in gran parte altro da quello che sono. Mi dà un duplice fastidio: perché mi pare, quell’io lontano, ingenuo, e considererei l’ingenuità un peccato capitale, se fossi credente; e perché al tempo stesso mi pare che quell’io lontano, con un diritto che gli viene dall’essere mio padre, benché più giovane di me, mi giudichi per aver perso per strada la sua passione: e la sua indignazione. Mi dà fastidio leggere anche quello che ho scritto più di recente, perché mi pare che manchi sempre qualcosa, che vi sia sempre un passo in più che non ho avuto la pazienza, la forza, la determinazione di fare. E aggrovigliarmi nella frustrazione di essere io non è certo un gran modo di passare il tempo ultimo. Leggerei, forse. Ma, anche qui, cosa? E perché impiegare gli ultimi scapoli di vita a frugare nella vita degli altri?

No, ho concluso. Non farei nulla. Starei seduto, infossato in me stesso, abitando le mie sensazioni. Mi godrei anche il dolore, se ci fosse. Ci sono passato, so quanta voluttà può esserci anche in un dolore atroce. E ho pensato che qualche voluttà, qualche inconfessabile piacere – inconfessabile in senso stretto: impossibile da spiegare – verrebbe anche dal sentire che questo momento è a un passo dall’annientamento.

Babbo Natale e quello che abbiamo perso per strada

L’ontologia è quella parte della filosofia che si occupa degli enti. Gli enti sono le cose che esistono. L’ontologia si interroga sulle caratteristiche generali degli enti – in soldoni: cos’è una cosa? – ma anche della classificazione degli enti. Proviamo. È evidente che un libro, ad esempio, è diverso da un’opera. Un libro è un oggetto, è questa cosa qui, mentre un’opera può incarnarsi, diciamo così, in diversi libri. Questa Bibbia, edizione 1992, non è la Bibbia. Evidente è che un ciottolo di fiume è diverso da una pietra intagliata: il primo è un ente naturale, il secondo è un ente naturale trasformato dalla nostra azione. E così via.

La cosa si complica quando si giunge a tipi di enti particolarissimi. Ad esempio la bellezza. Una pietra intagliata ad arte è bella. Ma cos’è la bellezza in sé? Per rispondere a questa domanda Platone ha creato un mondo a parte, l’Iperuranio, nel quale ha collocato le Idee: il Bene, il Bello, il Giusto eccetera. Cose che, nella sua filosofia, sono più reali del mondo che vediamo. Oggi non sono molti i platonici. Per lo più consideriamo valori la bellezza e la giustizia, ma non è facilissimo capire cosa sia e che tipo di realtà abbia un valore.

Vi sono poi gli enti personali non tangibili. Ho sulla mia scrivania una statuetta di Don Chisciotte. La statuetta è materiale, ma il personaggio è di fantasia. Questo non vuol dire che non abbia una sua realtà. La nostra cultura è piena di personaggi non tangibili, che tuttavia hanno avuto ed hanno una grande influenza sul modo in cui percepiamo la realtà. Può accadere anche che un ente personale tangibile si sdoppi, per così dire. Il Dante della Commedia è diverso dal Dante storico: è (era) una persona tangibile che diventa anche un ente non tangibile. Continue reading “Babbo Natale e quello che abbiamo perso per strada”

C’è ancora ieri (e non basta)

Il post contiene spoiler sul film C’è ancora domani di Paola Cortellesi.

C’è questa donna picchiata dal marito. Il cinema italiano non è in grado di mostrarci una donna realmente picchiata dal marito; per cui, nonostante l’omaggio al neorealismo, nel film di Cortellesi le botte sono a passi di danza. Questa donna, così infelice, ha una possibile via d’uscita: un suo ex fidanzato che la porterebbe via con sé. E lei si decide a prenderla, questa via d’uscita: e lo spettatore pregusta l’happy end. Ma ecco che avviene l’imprevisto, e la via d’uscita si richiude, e pare che non vi sia speranza. Ma giammai. “C’è ancora domani”, annuncia la protagonista. E lo spettatore immagina che domani, per chissà quale misterioso meccanismo – in fondo è la funzione di sceneggiatori e registi, escogitare misteriosi meccanismi – la nostra protagonista riuscirà e ricongiungersi al suo salvatore. Ma no. Domani è il giorno del voto. Del primo voto per le donne.

La via d’uscita per le donne, dice Cortellesi, non è romantica. Non è in un uomo che sostituisce un altro uomo, e può essere che non sia migliore di lui (come dimostra il fidanzato della figlia della protagonista). La via d’uscita è politica. E questo è un bel messaggio, senza alcun dubbio. E qui lo spettatore, spiazzato, applaude.

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La miseria affettiva e relazionale della scuola

Sono stato qualche giorno fa in una scuola media per fare orientamento. Appena entrato, gli studenti sono scattati in piedi, e sono rimasti così, rigidi come soldatini, fino a quando ho fatto cenno loro di sedersi. Accorgendomi, peraltro, di aver probabilmente violato qualche tacito protocollo: probabilmente spettava alla docente dare il permesso di sedersi.

Al liceo – ma non in tutti – gli studenti non si alzano all’ingresso del docente. Quando vi arrivano, però, hanno interiorizzato dopo anni e anni di scuola una certa visione del docente: il piccolo caporale della cultura che ha il potere di farti scattare in piedi, di farti sedere, di dirti come devi stare seduto, quando puoi bere o andare in bagno, eccetera. Hanno interiorizzato una concezione onestamente militare della disciplina scolastica. E per molti questo è un bene. Per molti è esattamente questa l’educazione. Imparare quando ci si può alzare, quando si si può sedere, eccetera. Stare nelle regole. Rispettare l’autorità. Contenersi.

Naturalmente non condivido questa concezione dell’educazione. Ritengo che quello dell’educazione sia esattamente il movimento contrario: espandersi, piuttosto che stare in una forma precostituita. Sono convinto che non sia possibile nessuna educazione senza una relazione umana viva, autentica e profonda. E non è evidentemente possibile nessuna relazione viva, autentica e profonda in un contesto ispirato alla disciplina militare.

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Palestina libera

La Russia ha invaso l’Ucraina. Quelli di Potere al Popolo sono andati in piazza a protestare contro la Nato. Perché è evidente che quel brav’uomo di Putin – che solo un calunniatore come chi scrive può considerare fascista – è stato costretto, col cuore che gli piangeva, ad invadere l’Ucraina per ristabilire un po’ di giustizia internazionale.

Israele sta massacrando i palestinesi dopo il gravissimo attentato del 7 ottobre. Quelli di Potere al Popolo vanno in piazza a bruciare la bandiera di Israele e a protestare contro la Nato, che ci sta sempre bene. E Hamas? Niente, non pervenuta.

Nel primo caso quello che rimane della sinistra comunista in questo Paese appoggia un dittatore palesemente fascista. Nel secondo caso evita – è il meno che si possa dire – di condannare il fascismo di Hamas. Nel comunicato della manifestazione di ieri scrivono:

Stop all’invio di armi per la guerra in Ucraina; riconoscimento dello Stato Palestinese; revoca dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele; via l’Italia dalla Nato; tagliare le spese militari per finanziare le spese sociali; stop al genocidio a Gaza.

Non una sola parola su Hamas. Zero.

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La controrivoluzione del merito di Luca Ricolfi

Morta la meritocrazia, ritorna il merito. Si potrebbe sintetizzare così La rivoluzione del merito di Luca Ricolfi (Rizzoli, Milano 2023). La meritocrazia è, per Ricolfi, una ideologia, e come ogni ideologia ha i suoi limiti concettuali e le sue contraddizioni pratiche. Cosa c’è dietro il merito? Almeno tre fattori: l’ambiente socio-economico, la dotazione genetica e lo sforzo personale. Ora, è evidente che i primi due fattori non comportano alcun merito reale e derivano dalla semplice fortuna. Quanto al terzo, si può considerare una qualità non diversa dalle altre, e come le altre indipendente da noi. Alcuni hanno una grande forza di volontà, senza che averla si possa considerare ragione di merito (come non lo è essere belli o intelligenti). In una società organizzata secondo l’ideologia meritocratica ognuno riceve dalla società solo ciò che gli spetta in base ai suoi soli meriti; il problema però è come isolare questo merito individuale da fattori come le doti naturali e l’origine sociale. Per neutralizzare quest’ultima, ad esempio, bisognerebbe imporre un’altissima tassa di successione o, addirittura, togliere ai genitori la responsabilità dell’educazione dei figli affinché tutti, educati dallo Stato, abbiano lo stesso livello culturale di partenza. In altri termini, l’ideologia meritocratica o è irrealizzabile o è realizzabile in società dai netti caratteri distopici.

Per Ricolfi si può e si deve rinunciare alla ideologia del merito senza rinunciare al merito stesso. E si può fare – mossa singolare per un sociologo – ricorrendo al senso comune, per il quale il merito è legato soprattutto allo sforzo individuale. Si tratta dunque di intervenire affinché lo sforzo individuale dei capaci, benché poveri, possa consentire loro di emergere. Ricolfi pone l’enfasi su questo sostegno sociale al percorso di elevazione sociale del povero, più che sul contrasto al vantaggio di chi proviene da un ambiente sociale privilegiato, cosa che gli sembra condurre inevitabilmente alla distopia. Continue reading “La controrivoluzione del merito di Luca Ricolfi”

Ancora sulla progettazione didattica condivisa

“Orizzonte Scuola” mi ha intervistato a proposito della mia proposta di progettazione didattica condivisa, anticipata in questo blog. Il titolo scelto – La classe che decide i contenuti da studiare, il metodo di lavoro e i criteri di valutazione: la proposta didattica condivisa – non ha favorito una discussione serena: sulla pagina Facebook i commenti sono stati per lo più scandalizzati: e sospetto che molti di quelli che hanno commentato non siano andati oltre il titolo.

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Il Regno di Dio è in voi

Per me, come per molti (Gandhi tra questi), Il Regno di Dio è in voi di Tolstoj è uno dei libri da portare con sé nelle diverse stagioni della vita, uno di quei libri che invecchiano con noi e che portano i segni di molteplici, spesso sofferte letture.

Invecchiata con me è la vecchia edizione Manca (1991), dalla copertina rossa e un Tolstoj accigliato in copertina, con all’interno il biglietto da visita di Ornella Pompeo Faracovi, che non è più tra noi (che è nella compresenza, direbbe Capitini). Mi pareva che non vi fossero a disposizione altre edizioni e per questo ho pensato di ordinare i miei appunti di (ri)lettura e farne una nuova edizione con mia introduzione. Mi sembrava urgente rimettere in circolazione in un periodo di grave crisi della nonviolenza un libro che è oggi più attuale che mai, per l’analisi implacabile, impietosa del sistema di dominio politico-religioso della Russia zarista, che non è troppo diverso dal sistema fascista della Russia di Putin.

Il libro è ora disponibile in cartaceo e digitale nell’ambito del mio progetto libertario endehors. Ho detto che credevo che l’ultima edizione fosse quella di Manca del ’91. Vedo che è uscita intanto anche una edizione, sia cartacea che elettronica, presso l’editore goWare, con introduzione di Stefano Garzonio e uno scritto di Giuliano Procacci. Scegliete l’edizione che preferite: ma leggetelo.

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La tombola a scuola (e Manzoni)

Per qualcuno è solo uno sgradevole ricordo d’infanzia. Per altri rappresenta ancora una minaccia, un tassello nel quadro depressivo delle feste comandate. Non so chi abbia inventato la tombola. Un nemico dell’umanità, immagino. Qualcuno che, infastidito da qualunque espressione di vivacità umana, si sia prefisso lo scopo di instaurare uno stato di placida noia, di quieta indifferenza, di apatico trasognamento; una esperienza priva anche della sfumatura mistica, o pseudo-mistica, del rosario.

Succede, a scuola, di accorgersi che si sta facendo – non ce la faccio a scrivere: giocando a – tombola. D’un colpo fissi lo sguardo su uno studente, poi sulla sua compagna di banco, ed ecco: l’espressione vuota della catatonia da tombola. Ma non è, dirà qualcuno, semplicemente la condizione normale a scuola? La scuola non è una disperante, accanita, pluriennale tombola?

Per quanto sia molto critico verso la scuola, non me la sento di dirlo. Non tutto è tombola. Accadono momenti di conoscenza, perfino a scuola. Accadono momenti di comunicazione profonda. Perfino di educazione comune. E tuttavia la tombola c’è. E tutto spinge verso di essa, a cominciare dalla folle asetticità – no: squallore – dell’ambiente, dal bianco dei muri, appena richiamato a qualche utilità dalla scritta “Giulia ti amo”. Continue reading “La tombola a scuola (e Manzoni)”

Una città pornografica

Malena ha pubblicato un libro – Pura. Il sesso come liberazione (Mondadori) – in cui racconta il percorso umano che l’ha portata da un piccolo paesino pugliese alla ribalta nazionale come pornostar. Il fatto che sia stata invitata a presentarlo a Manfredonia durante la prima edizione di un premio letterario ha suscitato reazioni sdegnate in quel paese cattolicissimo, tra le quali risaltano in particolare quelle del filosofo cattolico Michele Illiceto, che in un intervento dal titolo “Manfredonia, una città pornografica?” tra l’altro scrive:

E prego l’Amministrazione comunale di essere almeno coerente e onesta con se stessa. Il 31 agosto non andate dietro al sacro quadro della Madonna di Siponto, tutta pura e casta, e la cui purezza è tutt’altro rispetto a quella proposta dalla pornostar Malena.

In un intervento successivo Illiceto torna sulla ragioni filosofiche della sua dura presa di posizione, rispondendo alle obiezioni di un suo ex-studente. E lo fa ricorrendo a Kant, che per una curiosa svista definisce “agnostico”, e la cui etica considera pienamente laica. La questione dunque è: il modello di sessualità libera proposto da Malena nel suo libro è universalizzabile? La risposta per Illiceto è scontata: no. Perché? Se la risposta fosse sì, afferma, “allora, perché non insegnarla a scuola come materia di educazione sessuale, convinti che il sesso pornografico sia una forma di liberazione da tutti i tabù e i divieti.” Continue reading “Una città pornografica”

Re-istituire la scuola

Gustav Igler, On the Eselbank

Ivana Margarese mi ha intervistato per “Morel. Voci dall’isola”. È il secondo tassello di una indagine sulla scuola avviata con una conversazione con Sabina Minuto.

Cosa significa per te essere un insegnante oggi?

Vuol dire porsi la domanda, in primo luogo. E vuol dire porsela insieme: ai propri studenti e ai propri colleghi. Cosa facciamo tutti, chiusi in un’aula, un giorno dopo l’altro? Perché veniamo qui? Perché stare in un’aula è meglio che star fuori a fare altro?
La scuola è immediatamente percepita come una cosa buona. Dove non c’è si esige che vi sia. Dove c’è delinquenza, dove c’è mafia, si propone di fare più scuola.
“La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari”, diceva Gesualdo Bufalino. La scuola è un bene attraverso il quale ci si propone di combattere tutti o quasi i mali sociali.
Quando si mette piede in un’aula scolastica le cose appaiono in tutt’altra luce. Non c’è un mondo in ansiosa attesa della redenzione attraverso l’istruzione. C’è invece spesso un mondo che si ribella all’istruzione, rifiuta il ruolo del docente e non riconosce l’istituzione. Ed è quello che accade nelle aree cosiddette a rischio, nelle periferie, nei luoghi in cui si fanno più manifeste, e dolorose, le contraddizioni di una società nella quale le disuguaglianze sono venute crescendo negli anni, e non per qualche fatalità, ma per una precisa scelta politica.
Ma queste, certo, sono situazioni estreme. La normalità è un’altra. La normalità è trovare classi nelle quali gli studenti sono scolarizzati: riconoscono l’importanza della scuola, dello studio, dell’affermazione sociale, e dunque il ruolo del docente. Il quale però, se è appena attento, si accorgerà che l’istituzione piega e comprime spesso in quella condizione che Tolstoj chiamava “stato scolastico dell’anima” o, nella migliore delle ipotesi, fa adagiare lo studente in una sorta di meccanicismo che lo porta, da bravo operaio, a fare tutto ciò che il sistema richiede per conquistarsi la paga del voto.
Insomma: insegnare vuol dire fare i conti con la mancanza di senso. È evidente che la scuola, nonostante le aspettative che la società ancora ripone in essa, è una istituzione in crisi. Ma non lo è per qualche deviazione sociale che ci ha portati a non riconoscere più le buone cose di un tempo, come l’autorità del docente e il valore dello studio. Lo è perché è una istituzione che sconta antiche fragilità strutturali: prima fra tutte quella che le viene dall’essere fondata su relazioni verticali, e dunque inautentiche.
Insegnare con qualche consapevolezza vuol dire, oggi, sapersi fermare. Rendersi conto che il nonsenso, non tematizzato, cresce giorno dopo giorno e sfocia in un malessere sempre più profondo e sempre più difficile da affrontare. Un malessere che vediamo sui volti e nei corpi dei nostri studenti, ma che aleggia anche nelle sale docenti, si insinua nei discorsi preconfezionati tra colleghi, sboccia in un sospiro improvviso, eppure da tutti immediatamente compreso.
Come in una relazione malata è importante fermarsi a parlare della relazione, così a scuola è importante oggi fare metascuola: ragionare – ripeto: con gli studenti e i docenti; meglio ancora se tutti insieme – sulla scuola. Pensarla nuovamente insieme. Re-istituirla.

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La Folgore e lo spirito di corpo

Nell’estate del 2014  qualcuno ebbe l’infelice idea di postare su YouTube un video girato nella caserma “Bandini” di Siena, nel quale i parà della Folgore cantavano un certo inno che fa, tra l’altro, “Bombe a mano e carezze col pugnal”, esibendosi anche nel saluto romano. Libero riportava così la notizia:

Si sono ritrovati fuori dall’orario di servizio all’interno del piazzale della caserma “Bandini” di Siena, e si sono messi a cantare l’inno fascista “Se non ci conoscete“ con tanto di saluto romano facendosi riprendere da un telefonino. Ovviamente il video è finito su YouTube e poi è stato condiviso centinaia di volte sui social network provocando una marea di polemiche. Tanto che la bravata dei trenta Parà della Folgore è diventata un caso. Un caso sul quale lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano ha aperto un’inchiesta interna che arriverà poi alla Procura Militare o civile. Alcuni passi del testo cantato: “Bandiere rosse per pulirsi il culo”, “botte in quantità”, “bombe a man e carezze col pugnal” e sul finale il saluto “A noi!”. Tutti chiari riferimenti al Ventennio che non sono sfuggiti ai vertici militari che non sono disposti a passare sopra.

Ho sentito da allora, a Siena, attentissime esegesi di quell’inno, in cui mi è capitato di imbattermi anche in contesti ben diversi da una caserma; esegesi che dicevano che no, quell’inno non ha nulla di fascista, si tratta solo di una virile esaltazione dello spirito di corpo, o qualcosa del genere. Esegesi che devono aver avuto qualche efficacia, se cinque anni dopo, il 21 marzo 2019, il sindaco De Mossi ha ritenuto opportuno, anzi doveroso concedere ai parà della Folgore la cittadinanza onoraria di Siena. In quella occasione l’assessore alla sicurezza dichiarò:

Siete a rappresentare un’eccellenza dell’esercito italiano; un esempio da seguire per le giovani generazioni, per i valori e i comportamenti che trasmettete. La Folgore ha al primo posto il senso del dovere, il servizio, servire l’Italia, sempre tenendo presente lo spirito di corpo, l’essere comunità.

Evidentemente quella canzoncina non era nemmeno una bravata, come scriveva Libero. Perché forse anche una semplice bravata avrebbe suggerito di evitare un passo importante come la concessione della cittadinanza onoraria. Continue reading “La Folgore e lo spirito di corpo”

Progettazione didattica condivisa

La scuola è una istituzione: che vuol dire, tra l’altro, un ambiente in cui si entra e si trova una routine già pronta. I docenti insegnano, gli studenti studiano. Nessuno mette in discussione come si insegna e come si studia.

Questa proposta, rivolta alla mia quarta del prossimo anno, prevede che all’inizio dell’anno scolastico ci si fermi per decidere insieme cosa studiare, come farlo e come valutare. Che si progetti insieme il lavoro, stabilendo insieme metodi, contenuti, pratiche.

Questa è una bozza. Ogni contributo critico è ben accetto.

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Bruciare i libri sacri

Papa Francesco si è detto disgustato per il rogo del Corano, avvenuto qualche giorno fa davanti alla principale moschea di Stoccolma durante una manifestazione autorizzata. “Qualsiasi libro considerato sacro dai suoi autori deve essere rispettato per rispetto dei suoi credenti, e la libertà di espressione non deve mai essere usata come scusa per disprezzare gli altri, e permettere questo va rifiutato e condannato”, ha dichiarato.

Consideriamo le due affermazioni. Partiamo dalla seconda: la libertà di espressione non deve mai essere usata come una scusa per disprezzare gli altri? Potrei essere d’accordo, ma non sono sicuro che papa Francesco abbia il diritto di fare una simile affermazione. L’istituzione di cui è il capo gode della massima libertà d’espressione, che usa per offendere e disprezzare una molteplicità di soggetti. Io convivo da tredici anni con una donna, che è anche la madre di mio figlio. Di noi il Catechismo della Chiesa di cui papa Francesco è capo dice quanto segue (par. 2390):

Si ha una libera unione quando l’uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l’intimità sessuale. L’espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l’una nei confronti dell’altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell’altro, in se stessi o nell’avvenire? L’espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matrimonio come tale, incapacità di legarsi con impegni a lungo termine. Tutte queste situazioni costituiscono un’offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l’idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l’atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale.

Dunque per quest’uomo e l’istituzione che rappresenta io e la mia compagna siamo ancora, nel 2023, concubini (nel 1956 i coniugi Bellandi denunciarono il vescovo di Prato per averli definiti “pubblici peccatori e concubini”, dal momento che si erano sposati solo in Comune; il vescovo fu assolto), peccatori gravi, contrari alla legge morale. Non solo, per la Chiesa di cui papa Francesco è capo non costituiamo una vera famiglia e non abbiamo fiducia l’uno nell’altra e la nostra vita insieme rappresenta perfino una offesa alla famiglia. Non occorre sottolineare quanto tutto ciò sia offensivo e calunnioso. Ma non pretendo che la Chiesa cancelli questa parole. Credo nella libertà di espressione, con pochissimi limiti (razzismo, apologia del fascismo e poco altro).

Veniamo alla prima affermazione. Qualsiasi libro considerato sacro deve essere rispettato per rispetto dei suoi credenti. Questo vuol dire che i libri non sono tutti uguali e non sono tutti ugualmente degni di rispetto. I dialoghi di Platone, ad esempio, contano meno della Bibbia, perché non sono religiosi ed hanno solo lettori, non credenti. Il valore di un libro non è dato dal suo contenuto, ma dal suo status religioso. Ma questo vuol dire in generale attribuire all’esperienza religiosa un valore e un diritto al rispetto superiori riguardo ad altre esperienze. Se si considera giusta questa affermazione un credente potrà bruciare le opere di Voltaire o di Meslier (o magari di Onfray), mentre un non credente non potrà bruciare la Bibbia; perché le opere dell’ateismo e del libero pensiero hanno solo lettori, mentre i testi sacri hanno credenti. Continue reading “Bruciare i libri sacri”

Come insegnare filosofia

Prendete il manuale di filosofia. Apritelo. Toccate la carta. Saggiatene la consistenza. Si chiama grammatura. Ora fate una ricerca su quella carta. Che tipo di carta è, dove viene prodotta e come e quanto guadagnano gli operai che la producono.

Tornate al libro di testo. Guardate nel colophon dove è stato stampato. Non sapete cos’è un colophon? Ve lo dico io. Dopo però chiamate la tipografia e chiedete come viene stampato il libro. Le tecniche, i diversi compiti e quanto guadagnano gli operai.

Poi tornate al libro. Vedete che c’è un editore. Cercate informazioni sull’editore. Poi contattatelo. Chiedete come funziona il lavoro di un editore, chi fa cosa e quanto guadagna.

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Di cosa parliamo quando parliamo di burocrazia scolastica

Come tutti i docenti in questo periodo sono alle prese, oltre che con il complesso lavoro di valutazione finale, con la compilazione di un bel po’ di documenti, prime fra tutti le relazioni finali riguardanti il lavoro svolto con gli studenti. Documenti importanti, che servono a valutare il proprio lavoro, ad interrogarsi su cosa ha funzionato e cosa no, e su come si può migliorare, ma che per lo più vengono stilati seguendo modelli che richiedono il ricorso a crocette, mentre le parti testuali vengono risolte ricorrendo a formule più o meno stereotipate – più o meno copia-incollate – in puro didattichese.

Tra le altre carte quest’anno ho dovuto occuparmi di quelle relative alla mia attività di tutor di una docente immessa in ruolo. Ho osservato alcune sue lezioni, lei ha seguito le mie, e qualche lezione l’abbiamo fatta insieme. Alla fine ho scritto una relazione il più possibile onesta. Ma con il Signor Miur naturalmente non è possibile cavarsela così a buon mercato. Ed ecco dunque la meravigliosa scheda di osservazione approntata dal Ministero. Dieci pagine di crocette per ogni singola osservazione. Dieci pagine di crocette che, a volerle compilare in modo onesto, manderebbero in crisi chiunque. Perché, per cominciare con le Informazioni di contesto, cos’è uno studente straniero? Da cosa distinguo uno studente straniero da uno italiano? Lo studente filippino adottato da una famiglia italiana è straniero o italiano? La studentessa dalla pelle scura, ma nata in Italia, è straniera o italiana? E soprattutto: perché me lo chiedi? Perché dovrebbe avere qualsiasi rilevanza? Perché accomunare gli studenti stranieri agli studenti disabili?

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Il corto circuito

Una persona ferisce con un coltello – un’arma bianca, scrive un articolo che riprende l’italiano disarmante dei rapporti di polizia – un’altra persona. Ferite non gravi, roba da codice giallo. Una non notizia. Diventa notizia perché la persona ferita è una professoressa e l’aggressore è uno studente. E non diventa solo una notizia. Diventa una notizia in base alla quale è possibile trarre conclusioni generali sugli studenti di oggi, le loro famiglie e chissà quanto altro.

Il ministro si è affrettato a dire che nelle scuole serve lo psicologo. Una delle cose di cui fatico a capacitarmi è la fiducia che un Paese sfiduciato come il nostro ha ancora negli psicologi. Non ci fidiamo dei politici, non ci fidiamo dei docenti, non ci fidiamo dei preti, ma siamo assolutamente certi che persone che spesso si sono formate su concezioni non meno fantasiose di quelle che si insegnano in seminario possano risolvere tutto: sistemare la maglia strappata della nostra società, mettere a posto i cocci della nostra identità, ripescare la voglia di vivere dal baratro delle nostre quotidianità. Ed ecco dunque uno di loro – uno psicanalista!- dichiarare immancabilmente a Repubblica che “Siamo al corto circuito tra una scuola sempre più fragile e una famiglia che giustifica tutto”. Nell’occhiello si può leggere il corollario di questo luminoso teorema: “L’incapacità dei nostri ragazzi di elaborare le sconfitte può sfociare nella violenza”.

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La società delle persone

Vittorio Feltri ha scritto un tweet che contiene una delle cose più volgari che un essere umano possa dire a un altro essere umano.

Un tweet che con ogni probabilità non sarà rimosso, nonostante le molte prevedibili richiese. Perché le offese che vengono rimosse, su Twitter come su altri social, riguardano soprattutto (cito dal form di segnalazione di Twitter alla voce Attacchi per via della sua identità): “Offese, utilizzo intenzionale di un genere incorretto, stereotipi razziali o sessisti, incitamento di terzi a molestare oppure immagini d’odio”. Riguardano, cioè, soprattutto l’identità sessuale e razziale.

La morte è l’esperienza più nostra, più propria. O meglio: non la morte in sé, sulla quale in fondo aveva ragione Epicuro: quando c’è, noi non ci siamo. Ma la mortalità. L’esperienza di avere la morte come orizzonte vicino. Colui che sa di essere condannato a morte vive una esperienza che lo separa in modo irrimediabile da chiunque altro. Non è un caso che per filosofi come Michelstaedter e Heidegger quella esperienza sia la porta d’accesso alla autenticità.

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L’audacia e il coraggio

I miei studenti di terza si sono classificati secondi alla finale nazionale del torneo “Dire e contraddire” del Consiglio Nazionale Forense. Un torneo di Debate nel quale si trattava di sostenere una tesi contro l’avversario, indipendentemente dal fatto di ritenerla vera o falsa.

Ho scritto qui cosa penso del Debate, e non tornerò sul tema. Qualcosa voglio dire, però, sul tema di discussione della finale. Si trattava di essere a favore o contrari riguardo alla seguente affermazione di Nelson Mandela:

L’uomo audace non è colui che non ha paura, ma quello che vince la paura.

Ai miei studenti toccava il compito ingrato di essere contrari a questa affermazione. Ingrato, perché è ben evidente che la paura è una cosa negativa, una passione triste, e che vincerla è gran cosa. E c’è tutto un esercito di grandi uomini e di grandi donne da chiamare come testimoni: lo stesso Mandela, Falcone e Borsellino, Franca Viola: eccetera.

Siamo tutti d’accordo che vincere la paura sia una gran cosa. Ma l’audacia? Bisogna vincere la paura nella direzione dell’audacia? Cos’è l’audacia? Audere è compiere un’azione azzardata, con una sfumatura di tracotanza, di hybris. È un termine che appartiene al linguaggio militare; anzi: alla retorica militare. Memento audere sempre è motto dannunziano, e l’acronimo era un omaggio al motoscafo armato silurante (MAS). È con la retorica dell’audacia, dell’osare, dell’impresa azzardata ma eroica che da secoli si mandano i soldati a morire in nome di una causa più grande. E certo, bisogna vincere la paura. Dove non arriva la retorica, funzionano le droghe, di cui s’è fatto largo uso durante la seconda guerra mondiale.

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Cosa resta della Conoscenza

Dopo aver letto il mio post precedente un amico mi ha chiesto su quale base si possano credere cose simili. Come sappiamo che il fondo della realtà è l’Uno? Come sappiamo che dietro il manifestarsi delle cose c’è la Natura? E come sappiamo che dietro il nostro io c’è lo Spirito?

Il Samkhya, il più antico sistema filosofico indiano, risponde che lo sappiamo attraverso la conoscenza analitica del reale. Il testo fondante della scuola, il Samkhyakarika di Ishvarakrishna, si sofferma sul valore dell’inferenza, che insieme alla testimonianza dei sensi e alla rivelazione degna di fede di consente di conoscere l’essenza della realtà. Non sono sicuro però della solidità di tutti i passaggi logici – così come non sono sicuro della solidità dei passaggi logici che portano Platone ad affermare l’esistenza dell’Idea come realtà iperurania. Continue reading “Cosa resta della Conoscenza”

L’importanza di essere ignoranti

L0027331 MS Indic 37, Isa upanisad. Credit: Wellcome Library, London. Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0

Quand’ero adolescente raggiunsi la Conoscenza. Bastano poche parole per dirla. Noi non siamo il nostro io e la nostra mente, così come non siamo il nostro corpo. C’è un fondo, un al di là di quello che crediamo di essere, che è la nostra natura autentica. Attingere questo al di là è lo scopo della vita. E questo al di là è, al tempo stesso, il fondo dell’essere, che potremmo chiamare Dio. E questo fondo è Uno. La profonda unità di tutto. Limai una medaglietta, vi scrissi “Tutto è uno” e me la misi al collo. Non avevo altro da sapere.

Giunsi a questa Conoscenza dopo aver letto un po’ di testi di filosofia indiana. Stabilirmi, almeno con l’immaginazione, in questo altrove da me mi dava un senso di liberazione che rendeva quasi tollerabile il tempo sprecato a vegetare tra i banchi. Ma, anche, mi isolava terribilmente. Perché io ero quello che sapeva, gli altri vagavano nell’ignoranza. Mi rese, insomma, insopportabilmente arrogante.

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Come fare un blog di insuccesso

Questo blog esiste ormai da molti anni ed è riuscito nel tempo a mantenere un numero di visitatori meravigliosamente basso: in media meno di dieci al giorno. Uno di questi sparuti visitatori qualche giorno fa mi ha fatto notare che il mio blog non è più quello di una volta: troppe cose tecniche e poca poesia. Il nostro lettore è deluso, e questo vuol dire che probabilmente il numero di visitatori diminuirà ulteriormente. Attendo con ansia il giorno in cui il contatore dei visitatori sarà stabile sullo zero. E il mio blog avrà raggiunto la sua entelechia.
Intanto, forte di questa esperienza, sento di poter offrire una guida minima alla creazione di un blog di insuccesso. Continue reading “Come fare un blog di insuccesso”