Tag: Islam

La laicità, la scuola e l’Islam

La brutale uccisione di Samuel Paty, il docente francese colpevole di aver mostrato le vignette di Carlie Hebdo durante una lezione sulla libertà d’espressione, mi ha colpito profondamente. Mi ha colpito perché sono un docente, perché sono laico, e perché negli stessi giorni ho tenuto nella mia terza una lezione sulla libertà d’espressione. Mi spiace che quella tragedia, che tanto sta facendo discutere in Francia, da noi non susciti grande interesse, e al tempo stesso ne sono un po’ sollevato, perché il livello del dibattito pubblico nel nostro Paese è infimo, e non ci sarebbe da aspettarsi molto di diverso dalla più becera islamofobia.
Confesso di essere stato tentato anch’io dalla rabbia. Di aver pensato che noi laici abbiamo conquistato la libertà di parola con il sangue di Giordano Bruno e di Giulio Cesare Vanini. E che è insufficiente ripetere fino alla nausea che “l’Islam è pace”, se poi si decapita qualcuno in nome di Allah. Ma è, appunto, una tentazione, e se cedere ad alcune tentazioni può essere cosa buona e giusta, cedere a questa tentazione è un errore grave./...

Velo e autodeterminazione femminile

Dopo gli insulti e le minacce sui social network, Silvia Romano ha parlato della sua conversione all’Islam e della scelta di mettere il velo in una intervista al giornale on-line islamico La luce. Nella parte che riguarda l’hijab afferma:

Il concetto di libertà è soggettivo e per questo è relativo. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti. C’è qualcosa di molto sbagliato se l’unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo. Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima. Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale.

Sulla conversione all’Islam aveva scritto cose dure Cinzia Sciuto, autrice dell’ottimo Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli); leggo ora su Micromega un intervento, non meno duro, di Monica Lanfranco. Due donne che stimo, ma con le quali non sono d’accordo./...

L’incarnazione del divino in Giuliano Ferrara

“Di persona che, per aver compiuto azioni particolarmente turpi e spregevoli, si è resa indegna della pubblica stima”, dice il vocabolario Treccani alla voce infame. E aggiunge: “Nell’uso corrente, con senso più generico, di chiunque si sia macchiato di gravi colpe contro la legge, la morale, la religione”. Adopera esattamente questo aggettivo, infame, Giuliano Ferrara, per parlare di nonviolenza sul Foglio di oggi. Storia della nonviolenza infame, titola.
Proviamo a seguire il suo ragionamento. Partendo però dalla fine.

Le donne viennesi e il burkini

Se volessimo individuare il momento – il tempo e il luogo – più alto della civiltà europea contemporanea, pochi luoghi potrebbero sembrare più adatti della Vienna dell’inizio del secolo scorso. E’ il tempo e il luogo della psicoanalisi di Sigmund Freud, della grande musica di Brahms, Mahler, Schoenberg, della grande scrittura di Hofmannstahl e Kraus, della grande pittura di Klimt e della Secessione viennese. Una civiltà raffinatissima, razionale, ottimistica. Una civiltà che come poche altre, nella storia, tiene in conto il teatro, la scrittura, l’arte, la musica.
Ora, leggiamo nell’autobiografia di Stefan Zweig, uno dei grandi figli di quella civiltà, questo passo che riguarda le donne viennesi di quegli anni:

Che le ragazze anche nella più calda estate giocassero al tennis con abiti corti o peggio a braccia nude, sarebbe stato considerato scandaloso, e se una signora ben educata incrociava i piedi in società, ne erano offesi i buoni costumi, perché avrebbero potuto apparire sotto l’orlo della veste i suoi malleoli. Persino agli elementi naturali, al sole, all’acqua e all’aria, non era lecito sfiorare la pelle nuda delle donne. Esse nuotavano a fatica con pesanti costumi, coperte dal collo al tallone, e nei collegi e nei conventi le ragazze, perché dimenticassero di avere un corpo, dovevano persino fare il bagno in lunghi camici bianchi. Non è leggenda né esagerazione che morissero allora in tarda età donne del cui corpo, all’infuori del marito, dell’ostetrico e di chi ne lavava la salma, non erano mai stati veduti neppure le spalle o i ginocchi. (S. Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 1954)

Prima di giudicare la civiltà altrui dagli abiti indossati dalle donne, sarebbe cosa buona ricordare che era questa la condizione femminile in uno dei momenti più alti della cultura e civiltà europea. Non per rivendicare quella condizione, ma per riflettere sul fatto che, per quanto la cosa possa sembrarci strana, in alcuni contesti sociali e culturali uomini e donne – anche colti, razionali, evoluti  – possono trovare assolutamente normale che una donna faccia il bagno interamente coperta. E quando smettono di considerarlo normale, non è spesso perché la cultura ha aperto loro la mente, ma perché i cambiamenti economici hanno travolto le vecchie forme di vita.

Nell’Egitto di al-Sisi la libertà di pensiero si paga con il carcere

Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco. Quando tutto è pronto per il sacrificio – Isacco ha portato anche sulle sue spalle la legna che sarebbe servita per il suo olocausto – e la mano del padre sta per scannare il figlio, Dio interviene. “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che rispetti Dio e non mi hai risparmiato il tuo figliuolo, l’unico tuo!” (Genesi, 22, 12). E per non restare privo d’un sacrificio, Dio fa comparire un ariete, che viene sacrificato al posto del ragazzo. Per ricordare questo episodio biblico, non dei più luminosi, ogni anno si celebra nel mondo musulmano la “festa del sacrificio”, Id Al-Adha. Si prende un animale, lo si sgozza e lo si lascia dissanguare, a maggior gloria di Dio. Può essere un montone o una pecora, una mucca, un cammello. “Milioni di innocenti creature saranno condotte al più orribile massacro compiuto da esseri umani per dieci secoli e mezzo. Un massacro che si ripete ogni anno a causa dell’incubo di un uomo giusto riguardo al suo bravo figlio”, ha scritto sul suo profilo Facebook ad ottobre dello scorso anno la scrittrice egiziana Fatima Naoot. E per queste parole il 28 gennaio è stata condannata a tre anni di carcere con l’accusa di aver disprezzato l’Islam, di aver diffuso odio settario e di aver attentato alla pace pubblica. /...

Nous sommes Charlie Hebdo?

Lo Spirito Santo, il Figlio ed il Padre presi in una relazione non proprio spirituale. E’ una delle vignette di Charlie Hebdo che hanno preso a circolare dopo il massacro di ieri. Suscitando sconcerto in non pochi cattolici che fino a poco prima erano pronti a dire “Je suis Charlie Hebdo”, e che si sono ritrovati invece a reclamare la censura e ad affermare i limiti della libertà d’espressione. Perché sì, la satira è importante, e rivendichiamo tutti il libero pensiero come conquista dell’Occidente, ma il Figlio che prende lo Spirito Santo nel didietro…
I soggetti che oggi sono Charlie Hebdo sono abbastanza male assortiti. Ci sono i laici, gli atei, i difensori del libero pensiero: ma ci sono anche gli islamofobi, gli xenofobi, i fascisti alla Salvini. Questo singolare assortimento è una conseguenza dell’ambiguità stessa della satira, che può essere due cose diverse; o meglio: avere due valenze politiche. A fare la differenza è il tipo di gruppo sociale contro cui si scaglia. La satira ha una funzione progressiva, positiva, liberatrice quando si scaglia contro gruppi potenti, dominanti, in grado di imporre la propria volontà anche con la forza, anzi con la violenza. Una satira del genere è sempre giustificata, anche quando è blasfema, anche quando ridicolizza i valori più sacri. Diversa è la satira che si dirige contro gruppi minoritari, deboli, socialmente discriminati. Formalmente sempre di satira si tratta; ma in questo caso è satira vigliacca. E’ una satira che ha una lunga tradizione, dalle vignette del fascismo e del nazismo fino a quelle della Lega Nord.
Ora, nel caso delle vignette contro il cattolicesimo la questione è semplice. I cattolici rappresentano un gruppo potente, che in un paese come il nostro ha anche gestito direttamente il potere, attraverso il suo partito di riferimento: e lo ha fatto nel modo che sappiamo, ossia usando come mezzi di governo la corruzione, le stragi, la collusione con la mafia. Ogni satira contro il cattolicesimo è un atto di libero pensiero. Più complessa è la faccenda per quanto riguarda l’Islam. Perché i musulmani sono, al tempo stesso, un gruppo debole ed un gruppo forte. In Italia ed altrove, i musulmani rappresentano una minoranza cui spesso si negano diritti elementari, come quello di avere un luogo in cui pregare; una minoranza guardata con sospetto, spesso calunniata, culturalmente e socialmente marginalizzata. Ma l’Islam è anche quello dei terroristi che, come è accaduto ieri, vendicano con il sangue le offese alla loro religione. Terroristi che naturalmente non rappresentano l’Islam, e che tuttavia uccidono chi ha offeso l’Islam. E’ per questo che le vignette contro l’Islam sono al tempo stesso un atto di coraggio e di vigliaccheria, una manifestazione al tempo stesso di libero pensiero e di xenofobia. Il fatto che i vignettisti di Charlie Hebdo siano stati massacrati, e che dunque appaiano come martiri del libero pensiero occidentale contro il fondamentalismo islamico, avrà l’effetto di attenuare quell’ambiguità, proprio mentre, per effetto di quello stesso massacro, i musulmani europei si troveranno ad essere ancora più fragili e marginalizzati.

Aggiornamento: Ma essere Charlie Hebdo non vuol dire anche essere Naji al-Ali? A quanto pare no.

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