In memoria di Thay

Quello di Thich Nhat Hanh è un buddhismo senza nibbida. I sutra insegnano che bisogna provare disgusto, nibbida appunto, nei confronti delle nostre sensazioni, del nostro corpo, delle nostre percezioni, della nostra stessa coscienza (Anattalakkhana Sutta, SN 22, 59). Si potrebbe tradurre — poiché il disgusto è una forma di avversione, e l’avversione non è un fattore di risveglio — indifferenza; si tratta del distacco che viene dal non provare più alcun attaccamento verso qualcosa. Un lettore occidentale non può che esserne sconcertato. Indifferenza verso le sensazioni? Verso il corpo? Perfino verso la coscienza, il nostro sacro cogito? È una cosa inaudita; e il traduttore pudicamente renderà con “sereno disincanto”.
Il Buddhismo di Thich Nhat Hanh parla la voce dell’Occidente. E non bisogna sorprendersi di trovare nella sua opera principale la seguente uscita:

Praticare il Buddhismo è un modo intelligente per godersi la vita. La felicità è già pronta, servitevene! (Essere pace, Ubaldini, Roma 1989, p. 67).

E da qui alla mindfulness dei life-coach il passo può essere breve. Non va diversamente con l’Inter-essere. Nel Buddhismo si afferma che nulla è sostanza, in senso stretto: se con sostanza si intende spinozianamente quod concipitur per se et in se. Ogni cosa è intersezione momentanea di fattori diversi, qualcosa come un miraggio causato dal fortuito, casuale e fugace incrociarsi di riflessi solari. Ed è una ragione per non attaccarsi alle cose, al mondo esterno, più di quanto non ci si attacchi a noi stessi. Anche qui, nibbida. In Thay invece questa trama di cose inconsistenti diventa in qualche modo solida. Che tutto sia intrecciato con tutto è una buona novella. Non è meraviglioso che in un foglio di carta ci sia il sole? Di più. Sfidando la legge di Hume, Thay fa di questa complicazione di tutto quel che è il fondamento di un’etica. Poiché siamo tutti legati, poiché tutto è legato a tutto, dobbiamo essere fratelli di tutti e di tutto. Un’etica universale ed ecologica fondata sulla glorificazione della prossimità e della contaminazione, che è un semplice fatto, non un valore in sé.
Non sorprende il successo di Thay in Occidente. Il suo buddhismo impegnato, che ha meriti politici e sociali immensi, ha percorso lo stesso tragitto del cristianesimo, che da austero s’è fatto gioioso; e il rischio di banalizzazione è lo stesso, appunto, cui si espone il Cristo amico di tutti che le chiese vendono nei grandi magazzini religiosi.
Eppure. Eppure non era possibile ascoltare Thay, vederlo camminare, cogliere il suo sguardo senza avere l’impressione di trovarsi di fronte ad un essere umano capace di far sprigionare qui ed ora, pura nonostante ogni contaminazione, la sorgente più autentica del Dharma.

Le dimore leggere

E’ uscito presso l’editore Petite Plaisance di Pistoia il mio libro Le dimore leggere. Saggio sull’etica buddhista. Ho impiegato più di qualche anno a scriverlo; anni di studio, ma anche di pratica buddhista. Non sono in grado di valutare l’esito di tanto sforzo, ma non esistono in Italia molti studi sull’etica buddhista, e mi piace credere che il mio libro, qualunque sia il suo valore, possa essere di qualche utilità. Poiché so che in Italia, a causa dei tagli alla ricerca, alle università e alle biblioteche, la ricerca comporta spesso anche uno sforzo economico individuale, sono disposto a far avere una copia gratuita agli studiosi che ne facciano richiesta mandandomi una mail all’indirizzo rimarerum [at] gmail.com

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Gli individui che non siamo

Il re greco Menandro, che regnò nel secondo secolo a.C. su un territorio che comprendeva l’India del nord e l’attuale Pakistan, fu con ogni probabilità uno dei primi occidentali convertiti al buddhismo, grazie ai lunghi dialoghi con un saggio buddhista, Nagasena, registrati in uno dei testi più importanti del buddhismo antico, il Milindapañha (Milinda è il nome greco del re). Al re che gli chiede il suo nome, il saggio buddhista risponde di chiamarsi Nagasena, ma precisa che si tratta solo di una convenzione, “perché nessuna persona è presente qui” (Milinda’s Questions, Luzac & Company, London 1969, vol I, p.34). Il re resta sconcertato. Come può essere che Nagasena dica una cosa del genere? Come può essere che lì, di fronte a lui, dica di non esistere?
Non è diverso lo sconcerto – lo choc culturale – di un occidentale di oggi quando si avvicina al pensiero buddhista. Fin dalle sue radici greche, la visione del mondo occidentale è fondata su tre cose: la solidità delle cose, assicurata dall’idea di sostanza; la solidità, razionalità, comprensibilità del mondo, assicurata dall’esistenza di Dio; la solidità di noi stessi, che nemmeno la morte può intaccare: l’immortalità dell’anima. A partire dall’età moderna questi tre pilastri dell’Occidente sono stati progressivamente attaccati, fino a sgretolarsi. Il mondo ordinato, solido, strutturato gerarchicamente come un sistema di enti con al centro l’uomo (proprio nel senso di maschio) entra in crisi sotto i colpi congiunti della scienza e del libero pensiero, mentre l’ascesa della borghesia spazza via i rapporti di produzione feudali. La morte di Dio annunciata da Nietzsche è il momento più noto, ma non necessariamente il più significativo, di questa lunga decostruzione. L’eclissi di Dio è un dato sociologico: nelle società occidentali il sacro tradizionale ha ormai un ruolo marginale. Restano saldi invece nel senso comune gli altri due pilastri: la certezza della cosa e la certezza dell’io.[read more]

Queste due certezze attacca uno dei libri più coraggiosi e interessanti prodotti dalla filosofia italiana negli ultimi anni: Tratti. Perché gli individui non esistono di Paolo Godani (Ponte alle Grazie, Milano 2020; il libro è uscito prima in edizione francese con il titolo: Traits. Une Métaphysique du singulier). La tesi di Godani, che ripercorre il pensiero occidentale da Aristotele ad Heidegger e Deleuze, ma rilegge anche L’uomo senza qualità di Musil, è quella del sottotitolo: gli individui non esistono. Non esiste tesi più irritante per il senso comune. L’individuo è ciò che ho di fronte a me, lo vedo, lo tocco, posso anche annusarlo: come dire che non esiste? E tuttavia le cose non sono così semplici. Questa realtà individuale, questa cosa o questa persona qui, è mutevole. Posso guardarla, farne esperienza, ma ogni volta sarà in modo diverso. Non ho mai una esperienza assolutamente identica di una realtà individuale. In cosa consiste allora il suo essere individuo? Dobbiamo postulare, in modo esplicito o implicito, che al di sotto di tutte le modificazioni esista qualcosa, un sostrato stabile, e che questo qualcosa sia l’individuo al di là delle sue modificazioni. Il libro di Godani, che sto riguardando ora per scrivere questo articolo, si presenta in un certo modo, con una certa luce dovuta al fatto che mi trovo alla mia scrivania, ed alla mia sinistra ho una finestra aperta con una tenda rossa. Se ora lo portassi in un’altra stanza, il libro apparirebbe diverso, con una diversa luce. Sarebbe lo stesso libro? Sì, pensiamo: è uno stesso libro che si mostra in modo diverso. Così pensando operiamo una distinzione tra un’essenza e le sue caratteristiche contingenti. Ma questa essenza, scrive Godani, è “una X indicibile e impensabile” (p. 145). L’alternativa proposta è quella di pensare “la coappartenanza essenziale dell’essere e delle sue determinazioni” (ivi). Il libro e l’ombra che appare sulla pagina in questo preciso momento; non un libro-essenza che ha ora, qui, questo particolare aspetto. Questo vuol dire pensare la realtà come una costellazione di tratti che si compongono in un certo modo, qui ed ora, ma che sempre possono tornare a comporsi in modi diversi.
Al re Menandro-Milinda, il saggio Nagasena rispose con il noto paragone del carro. Cos’è un carro, se non un insieme di elementi che non sono carro? Tolti le aste, le ruote, il telaio eccetera, non ne resta nulla. E tuttavia nessuna di queste cose, in sé, è il carro. Lo stesso vale per noi. Come ogni cosa, non siamo che il momentaneo aggregarsi di alcune caratteristiche. Nel libro di Godani il buddhismo compare di sfuggita, attraverso Derek Parfit, uno dei pensatori che con maggior rigore hanno messo in discussione l’identità individuale; ma vi compare nel momento decisivo: quando si tratta di trarre le conclusioni. Se non siamo individui, ma costellazioni di tratti, allora la morte non è (più), come nell’esistenzialismo, il segno della nostra irripetibilità ed autenticità, ma si spezza in “una molteplicità di piccole morti ricorrenti” (p. 223). E si presenta l’idea di una liberazione dall’io che non è davvero diversa dalla via che nel buddhismo conduce al nibbana.
Il libro di Godani conferma, mi pare, che al di là dei penosi e lucrosi fraintendimenti occidentali della tradizione spirituale orientale – con la meditazione vipassana che diventa mindfulness: una pratica per il trascendimento dell’io messa al servizio della crescita personale – è possibile una convergenza tra i temi più difficili e sofferti del pensiero occidentale contemporaneo e la millenaria riflessione buddhista. Il buddhismo è fin dall’inizio lì dove l’Occidente è sospinto dalla sua vis critica: un mondo fatto di relazioni più che di sostanze, una rete di connessioni che non impiglia, ma libera.

Gli Stati Generali[/read]

Le buddhanate di Fabrizio Rondolino

Il pāli è la lingua affine al sanscrito nella quale è scritto il Canone buddhista più antico (il Tipitaka). E’ una lingua apparentemente più semplice del sanscrito, se non altro perché non si presenta nella complessa (ma bellissima) scrittura devanagari, e tuttavia è una lingua difficile, che richiede anni di studio intenso per essere padroneggiata. Il Dhammapada è uno dei testi buddhisti più importanti e belli, una raccolta di insegnamenti che racchiudono il cuore dell’insegnamento buddhista con passi di grande intensità e forte suggestione; ed è scritto in lingua pāli.
Ora, mettiamo che un editore – un grande editore – voglia fare una edizione del Dhammapada. A chi affiderà la traduzione? A un sanscritista di fama? A qualche giovane studioso da valorizzare? Macché. A Fabrizio Rondolino. Che di pāli non sa una sola parola, ma compare spesso in televisione. A lui la Mondadori affida la traduzione e la cura della nuova edizione del Dhammapada nella collana Oscar. Nella introduzione seraficamente premette: “Questa nuova edizione ‘traduce’ altre traduzioni inglesi, italiane, francesi e tedesche”. Come il buon Vincenzo Monti, “traduttor de’ traduttor” (così lo coglionò Ugo Foscolo); con la differenza che Monti tradusse in endecasillabi.

Rumi, lo Zen e il lupo

Un leone, un lupo e una volpe vanno a caccia insieme. Catturano e uccidono un bue, una capra e una lepre. Al momento di dividersi le prede, il leone chiede al lupo di attribuire a ciascuno la sua parte. Il lupo attribuisce al leone il bue, poiché è più grande, a sé stesso la capra e alla volpe la lepre. Ma il leone non è d’accordo: e sbrana il lupo.

A questo punto del racconto Jalal alDin  Rumi – stiamo parlando del Mathnawi – introduce una delle sue frequenti, deliziose digressioni. Eccola:

آن یکی آمد در یاری بزد ** گفت یارش کیستی ای معتمد
گفت من، گفتش برو هنگام نیست ** بر چنین خوانی مقام خام نیست‌‌
خام را جز آتش هجر و فراق ** کی پزد کی وا رهاند از نفاق‌‌
رفت آن مسکین و سالی در سفر ** در فراق دوست سوزید از شر
پخته گشت آن سوخته پس باز گشت ** باز گرد خانه‌‌ی همباز گشت‌‌
حلقه زد بر در به صد ترس و ادب ** تا بنجهد بی‌‌ادب لفظی ز لب‌‌
بانگ زد یارش که بر در کیست آن ** گفت بر درهم تویی ای دلستان‌‌
گفت اکنون چون منی ای من در آ ** نیست گنجایی دو من را در سرا

Uno andò a bussare alla porta di un amico. L’amico chiese: “Chi sei; sei degno di fiducia?”
Egli rispose: “Io”. L’amico disse: “Vattene; non è il momento di entrare: ad una mensa come questa non c’è posto per una persona immatura.”
Chi cuocerà ciò che è crudo, se non il fuoco dell’assenza e della separazione? Chi lo libererà dall’ipocrisia?
Il pover’uomo se ne andò, e durante un anno di viaggio e di separazione dal suo amico, fu arso dalle fiamme.
Bruciato, si consumò; allora ritornò e ricominciò a camminare avanti e indietro davanti alla casa del suo compagno. Bussò alla porta con infinito timore e rispetto, temendo di lasciarsi sfuggire dalle labbra una parola irrispettosa.
Il suo amico gli chiese: “Chi è alla porta?” “Sei tu, alla porta, ammaliatore di cuori.”
“Adesso – disse l’amico – poiché tu sei me, entra, tu che sei me stesso; nella casa non c’è posto per due ‘io'”. [Jalal alDin Rumi, Mathnawi, libro I, 3070, traduzione di Gabriele Mandel Khan, Bompiani, Milano 2016, pp. 305-306. Testo farsi qui.]

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Il karma di Agamben

1. Karman. Breve trattato sull’azione, la colpa e il gesto di Giorgio Agamben (Bollati Boringhieri) è una delle non frequenti incursioni della filosofia italiana – di uno dei maggiori filosofi italiani, in questo caso – nel pensiero orientale, al di fuori del settore specialistico (e in Italia ancora quasi allo stato nascente) della filosofia comparata ed interculturale.
Il problema del libro è quello dell’azione responsabile e dunque imputabile; o meglio: del rapporto tra azione e soggettività. Un rapporto che si fissa, nell’etica occidentale, nel concetto di colpa. Ci si può chiedere se sia davvero opportuno mettere in discussione questo nesso, ma qui vorrei soffermarmi sulla lettura del buddhismo da parte di Agamben.
Come è noto, uno dei problemi più rilevanti del buddhismo dal punto di vista filosofico è la contraddizione tra la negazione dell’esistenza di un sé o anima e la concezione del karma e della rinascita. Se non esiste un sé, cos’è che rinasce? Come è possibile che vi sia continuità tra una vita e un’altra, se non c’è un sé sostanziale? Per Agamben, questa contraddizione apparente nasce da una precisa strategia: “si tratta di spezzare il nesso che lega il dispositivo azione-volontà a un soggetto”; “il soggetto come attore responsabile dell’azione è solo una apparenza dovuta alla nescienza o all’immaginazione (nei termini della nostra ricerca, esso è una finzione prodotta dai dispositivi del diritto e della morale)” (p. 128). 

Non c’è molto altro, oltre queste righe citate; se la prima parte del libro contiene una analisi raffinata dei concetti di causa e colpa in Occidente, la parte finale, dedicata al karman, si sviluppa per passaggi rapidi ed essenziali. Proviamo a ragionare su quelle poche righe. 

2.In uno dei testi fondamentali del buddhismo, il Milindapanha, il saggio Nagasena risponde alla domanda secca del re greco Menandro (Milinda) : “Chi nasce è lo stesso o un altro?”. La sua risposta è che chi nasce è al tempo stesso sé stesso e un altro, esattamente come noi, nello scorrere della nostra vita, siamo al tempo stesso noi stessi ed altri. Il neonato che eravamo, il bambino, l’adolescente, non esistono più in età adulta, e tuttavia l’adulto è al tempo stesso quel neonato, quel bambino, quell’adolescente. Come una fiamma che faccia luce per tutta la notte è al tempo stesso la stessa fiamma (alimentata dallo stesso olio e stoppino) e non lo è, poiché si rinnova di continuo [La rivelazione del Buddha. I testi antichi, a cura di Raniero Gnoli, Mondadori, Milano 2001, pp. 126-7]. Un altro esempio fatto da Nagasena illustra il rapporto tra questa dottrina e l’etica. Se l’individuo (namarupa, nome e forma) che rinasce non fosse lo stesso della vita precedente, pur essendo diverso, “allora una persona sarebbe liberata dalle azioni malvagie” (p. 133). E continua: si immagini un uomo che ha rubato dei manghi, e che viene processato per questo. Certo, i manghi che lui ha rubato non sono gli stessi che sono stati piantati dall’uomo che l’accusa (sono cambiati, crescendo), ma ciò non scagiona l’uomo.
E’ qui evidente la preoccupazione buddhista di confermare la responsabilità del soggetto, nonostante la negazione della sostanzialità del sé.

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Il dolore, l’amore, la liberazione

Solo il grande dolore, scriveva Nietzsche ne La gaia scienza, “costringe noi filosofi a discendere nelle estreme profondità di noi stessi e a sbarazzarci di ogni fiducia, d’ogni bontà, d’ogni infingimento, d’ogni mansuetudine, d’ogni via di mezzo, di tutto ciò in cui forse una volta abbiamo riposto la nostra umanità” (Prefazione alla seconda edizione, 3, trad. F. Desideri). E’ una delle possibilità del dolore, che può avere anche una funzione igienica, se quella che abbatte era una finta bontà, se l’umanità era riposta in qualche fragile finzione borghese. Ma nella profondità nella quale il dolore ci ricaccia c’è la possibilità di conquistare una positività più alta, una umanità più vera, una bontà più solida. Sotto i colpi del dolore, si subisce un processo più o meno completo e radicale di disidentificazione; ci si distanzia, per così dire, da sé stessi; ci si abitua all’idea della morte, ossia della perdita di sé. E’ questa disidentificazione che può aprire una visione più ampia e gettare le basi d’una più solida vita morale: poiché purifica il bene da ogni venatura egoistica. Il dolore trascina in quella dimensione transpersonale nella quale soltanto, per Simone Weil, è davvero possibile il bene.[read more]

Sui percorsi che conducono dalla negatività del dolore alla positività dell’amore riflette Michele Illiceto ne Il talamo e la tela. Un libro singolare, che percorre il confine a volte labile tra poesia e filosofia, intrecciando una fitta trama di rimandi filosofici, che è compito del lettore dipanare, lasciandosi provocare dalle suggestioni disseminate pagina dopo pagina. Dal dolore all’amore, dunque. Quell’amore che per un cattolico è legato alla fede. L’impressione di trovarsi di fronte ad una riscrittura di Giobbe è confermata dagli ultimi versi del libro (prima dell’ultimo capitolo, che riporta dei versi di Teresa d’Avila), che sono una citazione di Giobbe 42, 5-6: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto”. Ma quello che Giobbe incontra, alla fine del suo inquieto e drammatico interrogare, non è un Dio tranquillizzante. Se i suoi interlocutori cercano di convincerlo che, se sta soffrendo, se gli sono capitate disgrazie, è perché ha compiuto qualche colpa (cercano dunque di sostenere una concezione etica di Dio), Giobbe avverte su di sé il peso di un Dio persecutore, indifferente al dolore umano, al di là del bene e del male. E l’intervento finale di Dio non è per spazzare via questa interpretazione che può apparire blasfema. A dire parole giuste su Dio non sono stati gli interlocutori di Giobbe, ma Giobbe stesso, con le sue bestemmie: e per questo Dio lo premia ridandogli i beni che aveva perso in seguito alla scommessa con l’ha-shatan. Una conclusione estremamente inquietante per i credenti. L’esperienza del dolore pone due questioni: se Dio è, e come Dio è. Escluso l’ateismo, per il credente è pressante la seconda questione. Quale Dio permette il male? Per Hans Jonas l’esperienza del dolore, rappresentata emblematicamente da Auschwitz, pone di fronte a una scelta: o un Dio onnipotente, ma non buono; o un Dio buono, ma non onnipotente. A suo parere non è possibile rinunciare alla bontà di Dio, a nessun costo; anzi, anche a costo di rinunciare alla sua onnipotenza, e di credere in un Dio debole. Io ritengo che sarebbe un’avventura non priva di interesse percorrere invece l’altro sentiero: provare a stare al cospetto di un Dio non buono, ma potente. Come Giobbe. Un Dio al di là del bene e del male. A crollare sarebbe, in primo luogo, il nostro narcisismo. E forse distruggere il narcisismo è tutto quello che ha da fare una religione (per questo considero il buddhismo la religione meno imperfetta: è mistica allo stato puro, almeno nella sua forma originaria, non contaminata da pratiche devozionali).
Dal dolore all’amore è il percorso delle religioni. Dalla sofferenza della condizione terrena – segnata dal peccato per il cristianesimo, da quel disagio (dukkha) che nasce dal desiderio (tanha) per il buddhismo – alla beatitudine della liberazione, che è già su questa terra (“dacci fin da oggi il pane di domani [epiousion]”, prega il cristiano). Ma il che modo compiere questa opera alchemica, questa conversione del dolore in gioia, della tristezza in amore? La risposta buddhista è: cambiando il punto di vista. Fino a quando osservi il mondo dal punto di vista del tuo piccolo ego, sarai preda della sofferenza. Ti libererai dalla sofferenza quando imparerai a guardare con uno sguardo più ampio. A considerare il tuo sé come una realtà vuota in un mondo vuoto. Ad abbandonare il tuo sé nel vuoto della non-seità universale. Per un cristiano questa risposta è inaccettabile, perché considera il sé tutt’altro che vuoto – è un’anima creata da Dio – e il mondo tutt’altro che vuoto – è pieno di Dio e delle sue creature. Come mostra Illceto, per un cristiano il percorso da compiere va dalla separazione, che è lo stigma del dolore, al Tutto. “Il dolore – scrive Illiceto – è sempre dolore della parte che si vede fuori da ogni inclusione. Amore ferito di una parte a cui manca. In esilio da un Tutto che più non lo comprende” (p. 110). Il percorso dell’esistenza, dall’essere-gettati heideggerianamente della nascita in poi, è un percorso di ricerca di questo Tutto da cui siamo esiliati, da questa unità che ci sfugge. E ci sfugge, nota acutamente Illiceto, perché lo cerchiamo nel posto sbagliato. Cerchiamo il Tutto in noi, come se fosse qualcosa che si può possedere restando individui, quasi si trattasse di un bene da privatizzare. “Cercarlo in noi è rubarlo agli altri. Cercarlo in loro è restituirlo anche a noi. Perché il Tutto non sarà mai dove sarò solo io. Né dove sarai solo tu. Ognuno di noi è soglia di questo Tutto in cui io e te saremo insieme. Perché laddove siamo, mai abbastanza siamo. Esso sarà dove io e te saremo l’uno per l’altro. L’uno nell’altro” (p. 179). Il percorso da dolore all’amore è tutto qui. E’ il percorso che va dall’io-contro-tutti all’io-nel-Tutto. E’ un percorso che Aldo Capitini faceva cominciare dal “dire tu”, espressione con la quale indicava un’apertura infinita all’altro – infinita nel senso che in questa apertura l’altro si mostra come un ente esposto alla morte, eppure dal valore infinito. La sofferenza salva, allora, nel momento in cui ci costringe a fare i conti con la nostra limitatezza, ad esplorare i confini del nostro io, a ridiscutere le modalità relazionali abituali, che in una società capitalistica sono fondate sulla competizione e l’individualismo. A cercare l’altro in me, superate le gabbie dell’ego. E’ un percorso che Illiceto compie da cristiano, ma che ha un valore universale, trascende fedi e filosofie, ed ha da sé la forza e la solidità dell’esperienza.

***

Il 13 luglio se n’è andato Arturo Paoli. Il mio ateismo non mi ha mai impedito di considerarlo uno degli uomini più grandi che il nostro paese abbia avuto nell’ultimo secolo, e di guardare alla sua presenza umile di ultracentenario come ad una riserva di purezza morale in un’Italia sempre più sporca, sempre più macchiata da un’economia sbagliata che genera mostruosità senza fine. Ora che fratello Arturo non c’è più, restano i suoi scritti a continuare la sua presenza – così come restano gli scritti di Capitini, di Dolci, di Lanza del Vasto, di padre Balducci. Li ho ripresi, i suoi libri, in questi giorni. La mia copia di Camminando s’apre cammino porta la sua dedica: “Ad Antonio, con l’augurio di scoprire la vita come un rinascere”. Non c’è augurio più bello, per me, in questi giorni, in questa fase della mia vita. Una fase in cui più che in altre sento di riuscire davvero a capire, a vedere, a sentire verità che ho sempre riconosciuto, ma che non sono mai diventate carne e sangue. Rinascita e liberazione sono le parole-chiave del pensiero e del lavoro – del pensiero che si fa lavoro – di fratello Arturo. Non tutti i suoi scritti mi hanno entusiasmato; alcuni, come Il sacerdote e la donna, mi hanno lasciato per un po’ pensoso, benché ammirato dall’eleganza davvero classica dello stile; ma il Dialogo della liberazione è una di quelle opere che non ti stanchi di leggere e meditare per tutta la vita. Fratello Arturo riesce a scrivere un grande libro di mistica e, al tempo stesso, un grande libro di etica: risolvendo a modo suo, con straordinaria semplicità, l’annosa questione dei rapporti tra mistica ed etica.
Questo sacerdote non ha timore di dire che “la fede deve sparire come virtù intellettuale, come forza dell’io” (p. 17), poiché non si tratta di credere in Cristo, ma di essere Cristo. Ed essere Cristo, detto in un modo comprensibile ed accettabile per un ateo, significa scendere alle radici dell’essere. Fratello Arturo parla di “sparizione del dualismo”, e sembra di sentire un maestro dell’Advaita Vedanta, uno Sri Ramaha Maharshi o un Nisargadatta Maharaj. Superare il dualismo tra l’io e l’essere, tornare alle radici, oltrepassare l’io. E’ il messaggio della mistica di ogni tempo, di ogni luogo. E come ogni mistico autentico, fratello Arturo sa che questo oltrepassamento è doloroso. Bisogna fare i conti con la povertà del proprio essere, con il nulla che siamo, e quel nulla ridurlo ancora a nulla, nullificarsi affinché l’altro dall’io sgorga come una sorgente d’acqua in un alveo cavo.
Questa è la via contemplativa, la via che ha le stesse tappe, le medesime stazioni, perfino lo stesso linguaggio nelle diverse tradizioni religiose. Ma, avverte fratello Arturo, non è l’unica via. Una via alternativa è la via politica, “il desiderio di rifare un mondo nuovo nella verità” (p. 19). Ed è su questa via che il cristiano ed il marxista possono camminare insieme. Uno psichiatra spagnolo gli scrive: “Se fossi nato nel terzo secolo, sarei cristiano. Siccome sono nato in questo secolo, sono marxista” (p. 277). E fratello Arturo corregge: “Sono marxista perché sono cristiano” (p. 278). Essere cristianamente marxisti, o marxianamente cristiani, vuol dire pensare la liberazione, che dev’essere storica e politica, senza perdere la consapevolezza della realtà del peccato. Pensato al di fuori dei tradizionali schemi sacramentali, il peccato appare come l’incapacità di amare, una forza di diminuzione che si oppone ad una più piena realizzazione dell’essere. Il capitalismo è per essenza una struttura economica di peccato. Ma non basta rovesciare il capitalismo, se non si va al fondo del peccato, che è “rifiuto di Dio in quanto Essere” (p. 48). L’uomo può cercare di essere qualcosa di più (si pensi al ser mais di Paulo Freire) solo se non è il risultato di un contesto storico, di condizionamenti sociali ed economici, ma è legato a qualcosa di più profondo, una pienezza che lo spinge a sottrarsi ai condizionamenti storici ed a realizzarsi pienamente. E’ l’Essere che “mi chiama a una liberazione dolorosa dalle alienazioni per discendere al mio vero io” (p. 48). Parole che vanno lette non dimenticando quanto s’è detto sul trascendimento del semplice credere in Dio. Non c’è rivoluzione autentica senza un contatto con quanto di più profondo è in noi, che il credente chiama Dio, e in non credente può chiamare Essere. Una presa di contatto che è resa sempre più difficile nella società capitalista dalla stessa educazione che, denuncia fratel Arturo, dovrebbe essere “una formazione alla verità mediante la povertà, l’umiltà, la disposizione di sé”, mentre è l’esatto opposto: “una educazione al potere economico, al potere di comando, all’abilità di saper disporre degli altri” (p. 71). Provate a dare uno sguardo alle “competenze” che si vuole che i sistemi educativi coltivino nelle nuove generazioni: vi troverete le stesse cose, ma dette con altre parole, meno sincere.
Sono profondamente convinto che quella della liberazione debba essere la categoria fondamentale della nostra riflessione e della nostra prassi di oppositori del capitalismo. Le tristi vicende politiche degli ultimi decenni nel nostro paese mostrano che libertà è una parola che può diventare una bandiera per la destra neoliberalista. In una società capitalista, tutti vogliono la libertà, e tutti credono di averla. La libertà si acquista con il denaro, e consiste nel possesso di una certa quantità di beni. La liberazione è un’altra cosa. Nasce, spiega fratel Arturo (e spiegano con lui i grandi maestri della teologia, della filosofia, della pedagogia della liberazione: Freire, Boff, Boal, Dussel…), da una profonda insoddisfazione per la realtà così com’è, e comincia un movimento di progressiva umanizzazione, di lotta contro l’alienazione in nome di ciò che è più profondo – e vero.

M. Illiceto, Il talamo e la tela. Laddove il dolore incontra l’amore, Morlacchi, Perugia 2015.
A. Paoli, Dialogo della liberazione, Aragno, Torino 2012 (prima edizione 1969).[/read]

Žižek e il buddhismo

Nel suo ultimo libro tradotto in italiano, Evento (Utet, Torino 2014), Slavoj Žižek ripropone la tesi, già presentata in Credere (Meltemi, Roma 2005) del Buddhismo come “perfetto supplemento ideologico del capitalismo” (p. 75). Il mondo, spiega, va troppo veloce, ed è difficile tenersi al passo. “Il ricorso al Taoismo o al Buddismo offre una via d’uscita da questa difficile situazione, più efficace di un disperato rifugiarsi nelle vecchie tradizioni: anziché cercare di fronteggiare il ritmo accelerato del progresso tecnologico e dei mutamenti sociali, si dovrebbe piuttosto rinunciare allo sforzo di mantenere il controllo su ciò che accade, rigettandolo come espressione della moderna logica di dominazione” (ibidem). La meditazione buddhista è il modo migliore per vivere nel mondo capitalistico salvaguardando la salute mentale (ivi, p. 76).

Ora, chiunque conosca un po’ il pensiero buddhista, sa che più che di buddhismo occorre parlare di buddhismi – esattamente come, parlando di cristianesimo, occorre distinguere non solo il cattolicesimo dal protestantesimo o dai Testimoni di Geova, ma anche Tommaso d’Aquino da Eckhart, Müntzer da Calvino. Žižek invece non solo ignora la complessità del pensiero e delle scuole buddhiste, ma addirittura considera equivalenti buddhismo e taoismo, evidentemente accomunati dall’essere tradizioni orientali.

Una approssimazione non minore, nel ragionamento di Žižek, riguarda il capitalismo. Cos’è il capitalismo? Si può ricondurre davvero ai mutamenti tecnologici ed al mutamento sociale? Non c’è altro? La base del capitalismo è il consumismo. Il sistema capitalistico si regge sull’acquisto di beni di consumo. L’acquisto si basa a sua volta sul desiderio. Una società capitalistica è una società nella quale le persone desiderano beni di consumo e li acquistano. Senza questi soggetti desideranti, il capitalismo crollerebbe.

Come è noto, il buddhismo parte da una diagnosi della condizione umana, considerata piena di sofferenza e di disagio (dukkha). Questo disagio, nell’analisi del Buddha, nasce esattamente dal desiderio. La liberazione dalla sofferenza è possibile solo se ci si libera dal desiderio, incluso il desiderio stesso di ottenere il nirvana. Il soggetto buddhista è un soggetto non desiderante, e come tale poco utile al sistema capitalistico.

Affermare, come fa Žižek, che l’illuminazione buddhista è “il completo distacco interiore dalla realtà materiale” (p. 74) – per cui l’atto sessuale di un “illuminato” non sarebbe troppo diverso dall’osservare l’amplesso tra due sex toys – significa avere una percezione molto approssimativa di quella pratica centrale nel buddhismo che è la meditazione. Che non consiste nel distacco dal mondo materiale, ma al contrario proprio nel contatto costante con sé stessi ed il mondo. La meditazione vipassana si propone di condurre alla costanza presenza mentale: qualunque cosa faccia, un buddhista dev’essere pienamente presente, ed a questo lo abitua la meditazione.

Žižek continua notando la convergenza tra la dottrina buddhista del non-sé ed i risultati delle neuroscienze, che “ci stanno dicendo che la nozione di ‘Sé’ come soggetto libero e autonomo è una mera illusione di prospettiva” (p. 76). E’ vero, ed è la dimostrazione che, per quanto sia anch’esso pieno di superstizioni (o cose che appaiono tali ad uno sguardo superficiale), il buddhismo resta la religione che meglio si accorda con la scienza. Ma per Žižek la rinunzia ad un sé “libero e responsabile” (p. 84) è impossibile, e costringe il buddhismo ad una serie di vicoli ciechi. Il nirvana cambia solo il nostro atteggiamento verso la realtà, o cerca di trasformare la realtà in modo che gli esseri siano davvero felici? Come si conciliano la concezione del non-sé e l’azione etica in favore dell’altro? Se l’altro è un non-sé, perché provare compassione verso di lui? Come distinguere l’illuminazione raggiunta attraverso la meditazione dalla felicità raggiunta attraverso “pillole magiche (che si tratti di false credenze o di surrogati chimici)” (p. 83)?

Il primo apparente vicolo cieco nasce dall’ignoranza dei rapporti che, nel buddhismo, esistono tra processi mentali e realtà fenomenica. Secondo la dottrina della genesi interdipendente (o coproduzione condizionata), la sofferenza, la vecchiaia e la morte sono gli ultimi anelli di una catena che si origina dall’ignoranza (avidya), ossia da un’errata percezione della realtà. Superare l’ignoranza, vedere la realtà per quello che è, significa dunque cambiare la realtà stessa. E’ per questo che i buddhisti, dopo aver meditato, esprimono l’augurio che la loro pratica possa contribuire al risveglio ed alla liberazione dalla sofferenza di tutti gli esseri viventi. Il buddhismo cerca dunque di cambiare effettivamente il mondo affinché tutti gli esseri siano felici; per usare un’espressione di Shantideva (Bodhicaryavatara, III, 32), esso imbandisce “il banchetto della felicità, che sazia tutti coloro che vi convengono” (trad. Claudio Cicuzza).

L’altra questione è più complessa. Perché agire in favore di un essere vivente, se la sua esistenza è vuota? Dal punto di vista della vacuità, il dolore non esiste, perché non esiste il soggetto sofferente. Perché allora dovremmo provare compassione? Per rispondere bisogna considerare la distinzione, che Žižek sembra ignorare, tra verità assoluta e verità relativa, propria del buddhismo mahayana. Il punto di vista assoluto è quello della vacuità: e da questo punto di vista nulla esiste di sostanziale. Con il linguaggio della scienza contemporanea potremmo dire che, da un punto di vista assoluto, nessuna delle forme che osserviamo quotidianamente esiste. Non esistono i corpi, ma un fluttuare di atomi e di particelle subatomiche. E tuttavia noi viviamo in un mondo fatto di corpi. Se confondessimo i due piani, e pretendessimo di muoverci nel mondo come se i corpi non esistessero, la vita diventerebbe molto difficile. Sul piano della verità relativa i corpi esistono, e bisogna tenerne conto. E lo stesso vale per la sofferenza. Il Dhammapada, il testo fondamentale dell’etica buddhista, dice che non bisogna uccidere nessun essere vivente perché ognuno di essi, come noi, ha paura della sofferenza e della morte. “Tutti temono il bastone / tutti sono atterriti dalla morte. / Considerando gli altri come se stesso, / un uomo non dovrà né uccidere né far uccidere” (Dhammapada, X, 1; trad. Claudio Cicuzza). Un’etica altissima, che fonda il rispetto dell’altro (e qui si tratta non dell’altro umano, ma di qualsiasi essere vivente) sulla reciprocità. Ma il presupposto di questo discorso è che, appunto, esiste l’altro, che è come me, che cerca la felicità ed incontra la sofferenza.

La vacuità, afferma Nagarjuna, uno dei più grandi pensatori del buddhismo mahayana, è come un serpente: se lo si afferra male, uccide. Commentando queste parole, Candrakirti spiega che chi conosce realmente la vacuità evita i due errori di sostanziarla, ossia di concepire la vacuità come un essere, e di rifiutare la verità relativa del mondo, passando dal percepire l’esistenza del mondo (posizione dell’uomo comune) al percepirne l’inesistenza. “Non rifiutando poi la verità relativa del mondo – paragonabile a un’immagine riflessa – non rifiuta nemmeno l’atto e il suo frutto, il bene e il male morali ecc.” (Prasannapada, XXIV, 11, trad. Raniero Gnoli).

Quello che si perde è il valore metafisico dell’etica. Il pensiero occidentale ha tentato per secoli di fondare metafisicamente l’etica: di dimostrare, cioè, che la nostra azione morale ha profonde rispondenze nel seno dell’universo; che chi fa il bene si ricongiunge, con il suo atto, all’origine stessa del mondo. Questo tentativo è entrato in crisi nel pensiero post-hegeliano. A credere che al fondo dell’essere ci sia il Bene sono ormai solo i credenti, e con difficoltà sempre maggiori. Per il buddhismo, l’essere è vuoto: e sul vuoto è difficile costruire un’etica.

In filosofia morale possiamo distinguere due questioni: quella della determinazione del bene morale e quella della giustificazione del bene morale. Il primo problema consiste nel capire cosa è bene e cosa è male. Nel caso del buddhismo, il bene è rispettare ogni forma di vita, evitando di compiere violenza nei suoi confronti. E’ l’etica dell’amore universale (metta). Ma perché rispettare ogni forma di vita? Come abbiamo visto, il Dhammapada risponde che occorre farlo perché ogni essere vivente, come noi, cerca la felicità. Ma questo è il punto di vista relativo. Dal punto di vista assoluto, non ci sono né io, come cercatore di felicità, né quell’essere. L’etica ha dunque un valore relativo; al tempo stesso, però, essa è una via che conduce verso la visione della vacuità. Nella interpretazione buddhista, che mi sembra vera, il male nasce dall’io. E’ l’ego che, guidato dal proprio istinto di autoconservazione, sottomette a sé ogni alterità e ne fa un semplice strumento. Del resto, dopo Nietzsche e Freud lo stesso pensiero occidentale non nutre molta fiducia nei confronti del soggetto. Il soggetto “libero e responsabile” di Žižek è invece pronto a qualsiasi crudeltà pur di affermare sé stesso. Quando compie il bene, è perché un soggetto più grande di lui – Dio o lo Stato o il Padre – lo costringe.

Nell’ottica buddhista, il bene nasce quando l’ego molla la presa. Man mano che esso si fa evanescente, viene superata anche la radice del male. Il bene non ha alcuna sostanzialità, non si sottrae al vuoto, come tutto il resto; di per sé, è un concetto come gli altri, mentre la conoscenza assoluta è al di là di ogni distinzione concettuale. Nella realtà relativa in cui gli esseri soffrono, riconoscere e rispettare la loro sofferenza vuol dire fare un passo oltre l’ego, ossia oltre la realtà relativa stessa. L’etica è quella pratica che, ancorata nel relativo, ci conduce oltre la verità relativa nella quale tutto sembra assoluta, verso quella verità assoluta nella quale tutto è relativo.

L’ultima questione che inquieta Žižek è, dal punto di vista buddhista, un falso problema. Come distinguere l’illuminazione autentica da un’illuminazione provocata da false credenze o sostanze chimiche?, chiede. In realtà, il buddhismo stesso fa ricorso a “false credenze”, o a qualcosa di molto simile. Nella terminologia buddhista si chiamano upaya, “mezzi abili”. Nel Sutra del loto la loro funzione viene spiegata con l’apologo del padre di famiglia che convince i figli ad abbandonare la loro casa in fiamme dicendo loro che fuori dalla casa li aspettano dei giochi bellissimi. Se venisse inventata una pillola che conduce rapidamente all’illuminazione, essa potrebbe rientrare senz’altro in questi “mezzi abili”.

Nishitani Keiji,La religione e il nulla

Nishitani Keiji e Martin Heidegger
La religione e il nulla di Nishitani Keiji è il capolavoro di uno dei più grandi pensatori giapponesi contemporanei. Scrive nell’introduzione al’edizione italiana (Città Nuova, Roma 2004) James W. Heisig: “Bisogna leggere Nishitani con sospetto ed occhio critico, ma bisogna leggerlo. E, dopo, bisogna aprire un dialogo con questo sconosciuto” (p. 24).
Cos’ha da offrire questo sconosciuto con cui bisogna dialogare? Niente di meno di una lettura del nichilismo alla luce della tradizione filosofica del buddhismo zen.
La religione è affrontata da Nishitani non nell’ottica del rapporto tra Dio e l’uomo né in quella del sacro, ma in una prospettiva più ampia: religione è la vera consapevolezza della realtà, intendendo con ciò non solo il nostro diventare consapevoli della realtà, ma il realizzarsi della realtà stessa nella nostra consapevolezza della realtà. Non si tratta, in altri termini, di conoscenza filosofica, ma di un movimento integrale della mente e del corpo. Non a caso, spiega, l’esigenza religiosa si fa presente e pressante quando la nostra esistenza perde senso, e noi stessi diventiamo la domanda: perché sono? E’ evidente fin d’ora la connessione tra la religione e il nulla. E’ quando il nulla appare sullo sfondo della nostra esistenza che entriamo nella sfera religiosa, che si apre per noi un dubitare totale che è inizio del movimento verso la consapevolezza.
L’Occidente ha dubitato, con Cartesio, dell’esistenza di tutto, fuori che del soggetto; il soggetto, anzi, è l’origine di ogni certezza. E’ questo che Nishitani chiama “campo della coscienza”, che distingue un dentro ed un fuori, un soggetto ed un oggetto, con una distinzione che permane anche nell’autocoscienza, perché anch’essa comporta il porsi davanti a se stessi come una cosa da osservare. Nemmeno nell’autocoscienza l’uomo è a contatto con se stesso. Perché ciò avvenga, occorre oltrepassare il campo della coscienza e quello degli enti, occorre sporgersi nel nihilum, conquistare un dubitare più radicale di quello cartesiano, che giunge a mettere in questione il soggetto stesso. E’ una esperienza religiosa: Nishitani parla di “samadhi” e “grande morte”, seguendo la terminologia zen; il lettore cristiano può pensare alla “notte oscura dell’anima” di Giovanni della Croce. Nella posizione del nihilum il soggetto si scopre colpevole, sorprende al suo fondo un male, una corruzione radicale, la cui consapevolezza però rende possibile la redenzione. Nella prospettiva del nihilum ogni ente è infinitamente distante dagli altri, irrimediabilmente solo.
L’esistenza che si apre al nulla è disperata, e tuttavia la disperazione, il nulla non sono l’ultima verità sull’uomo. Dalla grande morte nasce l’uomo nuovo: e nasce non fuggendo dal nulla, ma attraversandolo, andando oltre il nulla: giungendo alla vacuità. “Una valle insondabilmente profonda all’interno di un infinito cielo aperto, ecco il rapporto tra nihilum e vacuità” (p. 139). La vacuità, spiega Nishitani, non è realtà di cui si possa dare rappresentazione oggettiva. E’, invece, una prospettiva. Non si tratta di percepire in qualche luogo un vuoto, ma di realizzare il nulla ed il vuoto come tutt’uno con l’essere. Non ci sono un essere ed un nulla sul cui rapporto si debba riflettere, ma un essere-eppure-nulla che supera ogni logica dualistica.
Nel campo della vacuità ogni ente accade nella sua natura propria (tathata), ogni cosa torna alla sua terra natia. Se nel campo nel nihilum tutti gli enti sono assolutamente, disperatamente soli e separati, nel campo della vacuità tutti gli enti sono uno. La vacuità è la grande apertura nella quale tutti gli enti si incontrano. L’Occidente ha pensato l’Uno, ma c’è per Nishitani una differenza essenziale: l’Uno occidentale è una Ragione assoluta che oltrepassa le singolarità, mentre l’Uno del campo della vacuità appare dopo aver attraversato il campo del nihilum, e proprio per questo si disperde costantemente, all’infinito. L’Uno è il centro di una circonferenza da cui si partono infinite linee che intersecano le circonferenze della sensibilità e della ragione in infiniti punti. Questo vuol dire che ogni punto della circonferenza – ogni ente, cioè – è “permanentemente immerso in un abisso senza fondo” (p. 190). Vuol dire anche che ogni ente è il centro. Ogni ente è il centro di tutte le cose, il punto da cui si dipartono le linee infinite degli enti, superata la distinzione tra fenomeno e cosa in sé.
Dal punto di vista religioso, il campo della vacuità è il luogo della liberazione, del distacco, della consapevolezza. Quando l’uomo giunge al fondo della propria esistenza, al di là della ragione speculativa, scopre l’infinità della finitezza, vale a dire la radicalità della finitezza stessa. E’ quella consapevolezza che il buddhismo esprime con la figurazione della “ruota del divenire” e con l’idea della trasmigrazione, nei confronti della quale Nishitani opera una demitizzazione, interpretandola come segno dell’abissalità del nihilum che è al fondo dell’esistenza. La liberazione dalla ruota del divenire, insegna il buddhismo, avviene con il nirvana. Il passaggio dal samsara al nirvana, dal ciclo delle esistenze alla liberazione, non è altro che la conversione dal campo del nihilum alla vacuità. La particolare logica del buddhismo non consente però di pensare una liberazione come fuga dal samsara. Il nirvana non è un luogo diverso dal samsara; al contrario: vivere il nirvana è vivere la vita di sempre, stare nel samsara senza chiedere nulla, qualcosa di molto simile alla “vita senza perché” di Eckhart (le affinità tra Eckhart e lo zen sono studiate in Italia da padre Luciano Mazzocchi e Jiso Forzani). Questo vuol dire anche accettare tutto ciò che accade, considerare l’essere di ogni cosa tutt’uno con il suo dover essere, con il suo dharma. Già Dogen aveva avvertito nello Shobogenzo (Bussho) che l’essere non nasconde nulla in riserve occulte. Non c’è nessun mondo perfetto da contrapporre a quello in cui siamo. L’essere è quello che dev’essere.
Il campo della vacuità è, insomma, il campo di un assoluto sì alla vita, conquistato dopo aver attraversato il deserto del nihilum. E’ anche, però, il campo dell’amore religioso. L’esistenza nel campo della vacuità è caratterizzata dal non-ego. Superata l’autocentricità e la persona, l’uomo nega se stesso e trova il proprio fine in tutti gli altri esseri. Con un’espressione che colpisce, Nishitani sostiene che la persona, il sé “deve diventare una cosa per tutti gli altri esseri” (p. 337): in realtà, infatti, nella posizione della vacuità l’uomo non è qualcosa di umano. Uccidendo se stesso, però, il sé uccide anche gli altri (lo stesso Buddha, secondo il famoso detto di Lin-chi), perché si pone al di fuori del campo in cui esistono soggetti diversi. Nel campo della vacuità non esiste l’ego mio, né quello altrui. Ogni ente, nel campo della vacuità, è centro: di qui un conflitto assoluto, inaudito tra infiniti enti-centri. A ragione Eraclito parlava, dunque, del conflitto come padre di tutte el cose. Ma nella misura in cui tale conflitto è tra enti che non sono enti, tra non-seità, esso è anche assoluta, inaudita armonia. E’ uno scontro, ma è anche compenetrazione amorevole. E’ guerra, ma è anche gioco. “Gioco è qui la pratica zen e la pratica zen è gioco: questo sorgivo gioco è sorgiva serietà, e viceversa” (p. 325).
E’ un gioco che avviene fuori dal tempo, perché nel campo della vacuità anche il tempo soggiace alla logica della concentrazione in uno: ogni istante è il centro del tempo e contiene tutti gli altri istanti. E’ superato così lo stesso eterno ritorno di Nietzsche, cui Nishitani attribuisce grande importanza, come realizzazione della grande morte, presentazione temporale del nihilum in cui l’essere si mostra come pura impermanenza, e la cui circolarità tuttavia riporta anche all’adesso, all’attimo presente. L’eterno ritorno è il punto di conversione alla vita, una volta raggiunta la massima negazione possibile. Tale conversione non fu possibile a Nietzsche perché “la volontà di potenza, la posizione finale di Nietzsche, è ancora concepita come qualcosa chiamata ‘volontà’. Finché viene considerata un’ entità chiamata ‘volontà’, essa non perde completamente la sua connotazione di essere un altro da noi e così non può diventare qualcosa grazie a cui possiamo veramente diventare consapevoli di noi stessi nella nostra sorgente” (p. 292).
E’ piuttosto chiara la intrepretazione di Nishitani della situazione contemporanea. L’Occidente è giunto, con il nichilismo e Nietzsche, alla posizione del nihilum, disperante e precaria, prossima ad una conversione di cui però è incapace. Completare questa conversione, accompagnare il passaggio dal nihilum alla vacuità, dalla disperazione al gioco, è il contributo del pensiero buddhista alla crisi attuale.
Ci sono tre modi di leggere questo libro. Il primo è quello di leggerlo come un confronto tra la tradizione culturale, filosofica e religiosa giapponese e quella occidentale. Si considereranno, allora, i giudizi sul cristianesimo, su Cartesio, su Eckhart, su Nietzsche, su Sartre; e qua e là potrà risultare qualche incomprensione, qualche azzardo ermeneutico, qualche forzatura. Il secondo modo è di leggerlo come una espressione di un pensiero altro, di cui bisogna sforzarsi di comprendere la peculiarità, facendo qualche sforzo anche per la comprensione del lessico filosofico, che, come succede, solo parzialmente può essere tradotto in una lingua diversa. Il terzo modo è quello di considerare La religione e il nulla come un’opera da meditare, come uno strumento per compiere quella radicale ricerca di sé in cui consiste forse l’essenza della filosofia non meno che della religione.

Rinunciare al karma

C’è una contraddizione, nel buddhismo, tra l’affermazione che tutto è pieno di sofferenza (sabbe dukkha) e la dottrina del karma. Un mondo pieno di sofferenza è un mondo privo di senso; un mondo nel quale la sofferenza, che accade, non ha alcuna giustificazione, si colloca al di là della nostra capacità di comprensione. La sofferenza è veramente tale solo quando è incomprensibile. Se riusciamo a collocarla in una visione delle cose piena di senso, essa non è più vera sofferenza: sarà facile sopportarla.
Ora, il mondo regolato dalla legge del karma è, appunto, un mondo dotato di senso, nel quale le cose non accadono a caso, ma secondo un ferreo criterio retributivo. Se soffro, so che la mia sofferenza ha un senso. Se una malattia mi colpisce, è perché ho fatto del male. E se qualcuno mi fa del male, so che prima o poi i frutti della sua azione giungeranno a maturazione, e toccherà a lui soffrire.
Perché dovremmo liberarci da un mondo del genere? Esiste l’impermanenza, esistono la malattia e la morte, ma sono cose che acquistano senso alla luce del karma.
Nel suo nucleo originale, il buddhismo è una concezione – più terapia che religione – che procede per passaggi logici, senza alcun elemento fantastico, o mitico, o irrazionale. Fanno eccezione la legge del karma e l’idea della rinascita. Non si tratta dell’ovvia constatazione che se si fanno certe azioni toccherà subirne le conseguenze (anche se non sempre accade, come è facile constatare: ed era già l’interrogativo di Giobbe e del Qohelet), ma di un meccanismo metafisico, di un legame che va di vita in vita, operando in modo misterioso. Un buddhismo occidentale, pienamente logico, dovrà fare a meno della legge del karma e della rinascita. E prendere atto che la liberazione è necessaria proprio perché viviamo in una realtà che sfugge a qualsiasi presa di senso.

Educare è come togliere la polvere

Questo articolo inaugura la mia rubrica Educazione e libertà, nel sito Il bambino naturale.

La conta dei frutti delle azioni nel mondo evanes­cente è una di quelle opere che si situano felicemente all’incrocio tra culture e civiltà diverse: nel caso specifico quella musulmana e quella buddhista del Tibet.
Sull’autore, Khache Phalu (Phalu il kashmiro), nulle sono le notizie certe e molte le congetture: c’è chi vuole che si tratti del quinto o del sesto Dalai Lama, chi di un ricco mercante musulmano amico del Panchen Lama, chi del Panchen Lama stesso. Quello che è certo è che l’autore di quel trattatello che ancora oggi i tibetani venerano come un indispensabile manuale di saggezza popolare conosceva bene la letteratura del sufismo islamico, ed in particolare la mistica di Sa’di.
Nel libretto c’è una sezione dedicata all’educazione che, come il resto del libro, è piena di un buon senso tutt’altro che superficiale. Tra le altre, mi ha colpito questa sentenza: “Finché non vengano rip­ulite dalla terra da cui sono emerse, non puoi sapere se una pietra è preziosa né se una las­tra di met­allo levi­gato è uno spec­chio” (trad. G. Magi).
La pietra è, naturalmente, il bambino. Phalu il kashmiro ci dice che non dovremmo mai dare giudizi affrettati sui bambini o sugli adolescenti, poiché non possiamo sapere cosa c’è davvero sotto la polvere. Quello che verrà fuori non lo sa nessuno. Il bambino che oggi appare indolente, capriccioso, incapace di mantenere un impegno, irresponsabile, potrà diventare un adulto rigoroso, serio, profondo. Ma potrà diventarlo solo se gli adulti lo aiuteranno, e per poterlo aiutare gli adulti – i suoi educatori – dovranno avere la capacità di vedere in lui l’oltre, il più, il diverso. Continue reading “Educare è come togliere la polvere”

Thay

Thich Nhat Hanh con Martin Luther King
“In qualità di Premio Nobel per la Pace per l’anno 1964, ho il piacere di proporvi il nome di Thich Nhat Hanh per il premio del 1967. Non conosco personalmente nessuno che sia maggiormente meritevole del Premio Nobel per la Pace di questo gentile monaco buddhista del Vietnam”.
Così scrive il 24 gennaio 1967, in una lettera indirizzata al comitato per il Premio Nobel, Martin Luther King, il leader nonviolento dei diritti civili, che sarà ucciso a Memphis l’anno successivo. La proposta non fu accolta: nel 1967 il premio Nobel per la pace non è stato assegnato propri a causa della guerra in Vietnam. Oggi, a distanza di più di quarantacinque anni, la proposta viene ripresa da diversi gruppi in rete, che raccolgono firme per una petizione all’Istituto Nobel.
Ma chi è Thich Nhat Hanh? Un monaco minuto, dai modi estremamente gentili, che riesce con la sua sola presenza a trasmettere un senso di pace e di nobiltà spirituale. Non bisogna lasciarsi tuttavia ingannare dalla semplicità dei modi e dalla modestia della persona: quel piccolo monaco è anche una delle menti migliori del buddhismo contemporaneo, un filosofo che è riuscito a ripensare la millenaria tradizione di pensiero del dharma adattandolo alle esigenze del mondo attuale, un poeta sensibile, un delicato calligrafo. E’, soprattutto, l’uomo capace di attraversare la frontiera per andare a parlare con il nemico, ed insegnargli che non esistono nemici. Durante la guerra nel suo paese Nhat Hanh (semplicemente Thay, maestro, per i suoi discepoli) ha creato la School of Youth Social Service, una rete di attivisti nonviolenti dediti alla ricostruzione dei villaggi distrutti dalla guerra. La sua attività di sostegno sociale, che si poneva al di fuori degli schieramenti in guerra, gli costò l’esilio. Da anni vive in Francia, dove ha creato l’Ordine Tiep Hien (in italiano: Ordine dell’Interessere) e fondato presso Bordeaux Plum Village, un complesso di sette villaggi che accoglie monaci e laici che vogliano dedicarsi alla meditazione.

L’insegnamento di Thay, che appartiene alla tradizione del buddhismo zen, è centrato su una originale interpretazione di uno dei concetti centrali del buddhismo: quello di vacuità (śūnyatā). Tutte le cose, per il buddhismo, sono prive di una identità propria. Nulla è per sé, tutto è composto di altro. Questa concezione, che pare negativa, acquista in Thay una valenza positiva. Se nulla è per sé, allora vuol dire che le cose non sono, ma inter-sono. Di qui l’idea di Interessere, che è la traduzione della vacuità in un linguaggio comprensibile anche per i non buddhisti. Il mondo è una rete di implicazioni, di relazioni, di rimandi. In ogni cosa c’è dell’altro: un foglio di carta contiene, a ben vedere, una nuvola, poiché non esisterebbe senza l’albero, e l’albero senza la pioggia, e la pioggia senza la nuvola. Tutto è relazione. E questo, naturalmente, vale anche per gli esseri umani. Ognuno di noi è in relazione con gli altri, ed anche con coloro che sembrano nostri nemici: perfino con l’assassino. In una poesia Thay parla di una bambina violentata da un pirata (una tragedia tutt’altro che infrequente nel suo paese), e scrive:
Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.
E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere e di amare.
La consapevolezza dell’interesse porta alla compassione, a conquistare un punto di vista che non è solo quello della vittima, ma anche quello del carnefice; a comprendere che quest’ultimo è tale perché le condizioni di vita lo hanno portato lontano dal bene, ed è lui stesso la prima vittima del suo male. Una convinzione che ha spinto il vietnamita Nhat Hanh a tenere dei corsi per la riabilitazione dei veterani di guerra negli Stati Uniti: ad aiutare, cioè, le stesse persone che hanno massacrato il suo popolo.
E’ grazie a Thich Nhat Hanh se esiste oggi un “buddhismo impegnato”, ossia un buddhismo che non è più soltanto una pratica per la liberazione individuale dalla sofferenza, ma un fronte di lotta politica contro le sofferenze del mondo dovute all’ingiustizia, all’iniqua distribuzione delle risorse, allo sfruttamento, alla violenza. E poiché molte violenze sono dovute proprio alle religioni, il primo dei quattordici principi di base dell’Ordine Tien Hien così recita: “Consapevoli della sofferenza creata dal fanatismo e dall’intolleranza, siamo determinati a non idolatrare né ritenere vincolante alcuna dottrina, teoria o ideologia, neppure quelle buddhiste. Ci impegniamo a considerare gli insegnamenti buddhisti come strumenti che ci guidano e ci aiutano a imparare a guardare in profondità e a sviluppare comprensione e compassione. Non sono dottrine per cui combattere, uccidere o morire”. Non è una concezione nuova, per il buddhismo. Secondo un’immagine usata dal Buddha stesso, la dottrina buddhista non è che una zattera, ossia uno strumento utile. Il buddhista che si attaccasse al buddhismo sarebbe simile a colui che, attraversato il fiume con la zattera, si caricasse la zattera sulle spalle e se la portasse con sé.
Ho avuto modo di partecipare ad una meditazione camminata guidata da Thich Nhat Hanh a Napoli, nel marzo del 2008. L’inusuale corteo partì da piazza del Plebiscito e, con lentezza estrema, si snodò verso via Chiaia, attraversò il traffico, bloccandolo (“abbiate un po’ di compassione buddhistica anche per gli automobilisti”, disse un automobilista) e si concluse in villa comunale, dove uno scugnizzo commentò così la lunghezza del corteo: “Ma questa è una pace infinita”. L’ho chiamato corteo. Ma i cortei si fanno in genere per rivendicare qualcosa, sono manifestazioni in vista di uno scopo. Quel lento camminare nel mezzo della città, tenendosi per mano ed in silenzio, era qualcosa d’altro: la realizzazione, qui ed ora, di una situazione di pace; e la dimostrazione che ovunque – in famiglia, a scuola, nel chiuso di un carcere, nella miseria dei non-luoghi postmoderni – è possibile fermarsi e praticare l’attenzione e la compassione.
Articolo scritto per Stato Quotidiano.