Cercando aria, luce e colori, mi sono spinto questa mattina con il mio cane per i colli senesi, sui quali la primavera, indifferente alla nostra angoscia, sta cominciando a celebrare la sua festa. Nessuno per strada; solo, di là dai cancelli, due uomini impegnati nella potatura degli ulivi. “Taglia più in basso, lì” le uniche parole sentite. Per il resto il silenzio morbido e gentile dei colli. E i rospi. Questo è il periodo della mattanza dei rospi. S’azzardano sull’asfalto e vengono falciati da un mostro di acciaio che nulla sa di loro. Restano lì, un ammasso di sangue e carne, fino a quando i raggi del sole non cominciano la loro operazione alchemica. In capo a qualche giorno, di loro non resta resta una sagoma di grigia e rinsecchita; qualche giorno ancora, e svanisce anche la forma – la tragica persistenza di una parvenza di vita, perfino di volontà. Mi hanno seguito per tutta la mia esplorazione dei colli, queste cose, fino a quando ho ceduto al loro invito alla riflessione. Sì, non siamo forse anche noi così? Possiamo davvero ritenerci diversi da un rospo, nell’economia dell’universo? Non siamo fatti fuori anche noi, da un momento all’altro? E resta…

“L’individuo è cosciente della vanità delle aspirazioni e degli obiettivi umani e, per contro, riconosce l’impronta sublime e l’ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L’esistenza individuale gli là l’impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo. Già nei primi stati dell’evoluzione della religione (per esempio in parecchi salmi di David e in qualche Profeta), si trovano i primi indizi della religione cosmica; ma gli elementi di questa religione sono più forti nel buddhismo, come abbiamo imparato in particolare dagli scritti ammirabili di Schopenhauer.”*- Direi che c’è tutto, qui.- Tutto? Cosa?- Il trascendimento. Quello che chiamo, anzi, attraversamento.- E che ti sembra dell’ordine ammirabile?- Che intendi?- Intendo l’ophiocordyceps unilateralis.- A suo modo è mirabile.- A condizione di non essere una formica. A meno che tu non voglia dire che la formica attraversa il suo ego.- Nemmeno io vedo una impronta sublime. Ma sento la necessità dell’attraversamento.- Che sarà verso il radicale non senso delle cose, immagino.- Fihi ma fihi.- E la formica?* Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton.

Sono immerso costantemente nello sguardo dell’altro, lo respiro come l’aria: ne ho bisogno. E questo bisogno è miseria, povertà, mancanza. Lo avverto quando, chiuse tre porte, mi ritrovo nudo con me stesso. E nemmeno allora sono al sicuro dallo sguardo dall’altro. Anche allora vorrei offrire la mia stessa nudità, a volte: e cercare una solenne approvazione. Ma altre volte il mio corpo diventa trasparente, il desiderio del desiderio dell’altro svanisce, e con esso svanisce parte di me: quella polvere d’umanità che mi dà un nome e un volto e una parte. E’ allora che il bisogno, il desiderio di desiderio, lasciano il posto al desiderio semplice, puro.

Versare il mio sangue è ormai lecito a tutti, senza taglione o riscatto. Nezami, Leyla e Majnun, Adelphi, p. 38. Lascia stare non scoccare la tua freccia zitto e ascolta non è un cervo né una lepre che si muove tra i cespugli forse è un uomo o forse no. Proprio qui proprio qui proprio qui passa lombrichi cavallette scarafaggi proprio qui passa il filo luce corda rospi serpenti bestie della terra qui passa la catena che ci tiene animanti del cielo uccelli teneri qui sotto al cuore passa la catena la rete che ci spinge e ci trascina insieme vivi insieme morti insieme sofferenti gioiosi schiavi liberi. Sembra un uomo mezzo pazzo nudo come un animale ha le mani nella terra parla e piange parla e ride forse è un uomo o forse no. Un tempo camminavo sulle gambe e tutti conoscevano il mio nome ma qualcosa è successo non so dire se scala inciampo trappola o via: ho visitato la notte e la luna ho visto l’altro lato delle cose la faccia tenebrosa della luce la faccia luminosa della tenebra l’amore ragnatela che fa folli l’amore ragnatela che fa saggi. Non è un uomo né una bestia guarda…

Gli atti vitali sono terribili. Mangiare, uccidere, scopare. Ma il più terribile di tutti è dormire. Ora ci sono, ora non ci sono più. Io per me stesso non sono una sicurezza. Il mio essere è intermittente. Il mio essere è inaffidabile. Il mio essere ha un vuoto al centro. Questa intermittenza dell’io è il grande tabù del pensiero, ciò che è sconveniente da pensare, ciò di cui non bisogna parlare (לָמָּה תָמוּת, בְּלֹא עִתֶּךָ.). Dove sei, chi sei, cosa sei quando non ci sei? è la domanda fondamentale. E’ solo attraverso il nihilum, dice Nishitani, che si giunge al vuoto.

Penseremmo di avere un corpo, se il nostro corpo scomparisse nel nulla per sette, otto, nove ore al giorno? Penseremmo addirittura di essere un corpo? No, dirai. Anche perché siamo abituati ad identificarci non con il corpo, ma con quella che una volta si chiamava anima: l’io, la coscienza. Ma la coscienza, ecco, è esattamente quella cosa che scompare per sette, otto, nove ore al giorno. Possiamo dire di avere una coscienza? O addirittura di essere una coscienza?

Allahu Akbar. Nel mio studio su Gandhi ho cercato di mostrare l’importanza che nel suo pensiero ha l’idea di Dio come Daridranarayana: Dio come povero. E’ il rovesciamento di quella idea di Dio che, in campo hinduista, si trova nella Bhagavad-Gita, libro che pure Bapu considerava fondamentale per la sua formazione spirituale, etica e politica. Dio è povero, è debole, è umile. Dio è negli intoccabili, che non a caso Bapu chiamava harijan, figli di Dio. Dio non è grande, Dio è piccolo. Dio è nelle cose piccole, e credere in Dio significa prendersi cura delle cose piccole. L’idea non è una creazione di Gandhi: l’ho trovata in Vivekananda, un pensatore che andrebbe riscoperto, ma forse si potrebbe risalire più indietro. Dio è grande: su questa convinzione si regge tutta l’arte occidentale; senza questa convinzione non avremmo il duomo di Monreale, Santa Maria Novella, San Pietro: eccetera. Dio è grande, e dunque bisogna onorarlo con la grande architettura, con la grande arte, con la grande musica. Ma Dio è grande vuol dire anche glorificare la potenza, la violenza, l’imposizione. Il Dio grande è sempre, anche, il Signore degli eserciti della Bibbia, il Dio assassino che guida i massacri e le…

Prendete due uomini, o due donne, o un uomo e una donna. Affamati. E tra loro del cibo, che basta per sfamare soltanto uno dei due. Dubito che esista una qualsiasi dottrina o teoria filosofica o morale, o religione, in grado di impedire che questi due si ammazzino per togliere il cibo all’altro. Il bene e la morale nascono una volta che si è placata la fame; la virtù esiste solo per le bestie sazie. Con il capitalismo succedono due cose. Una parte di umanità – l’occidente capitalista – sazia la fame. Di qui il diffondersi di ideali umanitari, dei diritti umani, delle religioni che, sanguinarie fino ad ieri, ora predicano la pace e l’amore. Dall’altra, il capitalismo ha bisogno di una fame infinita. Soddisfatti i bisogni primari, naturali e necessari, bisogna alimentare quelli naturali e non necessari e, ancora, quelli né naturali né necessari. Bisogna che si sia sempre nel bisogno; e per soddisfare questi bisogni non bastano il pane e l’acqua, né il caviale e lo champagne. Occorrono il petrolio, e il coltan, eccetera. Di qui, ancora, la violenza: una violenza ancora più feroce, ma nascosta dietro il palinsesto dei diritti umani e dell’etica dell’amore. L’uomo e la…

C’è una bestemmia molto più grave di qualsiasi vignetta di Charlie Hebdo, una bestemmia che colpisce al cuore qualsiasi religione. E’ la bestemmia per la quale Gesù Cristo è stato mandato sulla croce dagli ebrei. E’ la bestemmia per la quale ad Al-Hallaj i musulmani fecero subire, nell’ordine, i seguenti supplizi: amputazione delle mani e dei piedi, crocefissione, decapitazione. E dopo morto diedero il suo corpo in pasto alle belve.  La colpa di Cristo e di A-Hallaj, “Cristo dell’Islam”, è quella di aver detto: “Io sono Dio.” La colpa di aver superato quell’alienazione religiosa che fa credere che Dio sia qualcosa che può essere creduto, o che dev’essere pregato, e non qualcosa che si può essere. Che si deve essere. Che da sempre siamo. Dalla bestemmia del Cristo i cristiani – la cui stessa esistenza è una bestemmia – si sono difesi facendo del Cristo un altro Dio, un altro Altro da venerare: un’altra via di alienazione religiosa. Quei pochi che hanno capito, sono diventati a loro volta bestemmiatori. Ed hanno subito a loro volta il supplizio – come Margherita Porete – o l’hanno evitato per poco, come Meister Eckhart. Si venera il Cristo crocifisso, evitando di prendere la croce…

Nulla è più irreligioso del desiderio di immortalità personale. Prendiamo il signor X. Ha superato da poco i quarant’anni, ed il corpo glielo ricorda in ogni istante. Per gran parte della giornata è concentrato sui dolori: il mal di schiena, il dolore allo stomaco, il mal di testa, la pressione che non va. Eccetera. La sua giornata è scandita dall’assunzione delle medicine. La pillola del mattino, le gocce di prima di pranzo, e così via. Ed ecco la signora Y. Un tempo era bella, molto bella. Non lo è più da molto tempo. Gli anni l’hanno sformata, ingrossata, spenta. Ma lei non lo sa: si sforza di non saperlo. Continua a credersi una bella donna, appena un po’ invecchiata. A volte però la sorprende uno specchio meno pietoso degli altri. Si osserva con stupore, come se quella che si trova davanti fosse un’altra persona. Distoglie lo sguardo, poi torna a fissarlo sullo specchio, come ipnotizzata. Poi piange. Il signor Z non ha di questi cedimenti. Se lo specchio gli rimanda un’immagine poco piacevole, vuol dire che è ora di tornare dal chirurgo estetico. Il suo corpo non è un dato, ma un progetto. Come tutta la sua vita. E’ un…