La violenza delle radici

Nicolas Poussin: Battaglia di Giosuè contro gli Amaleciti

Michele Illiceto è intervenuto sull’Attacco del 17 settembre sul mio Dio è falso. Di seguito la mia replica, pubblicata sempre sull’Attacco il 22 settembre, con il titolo Perché Dio è falso.

Sono grato a Michele Illiceto per la sua lunga lettura del mio Dio è falso sull’Attacco di sabato 17 settembre. Sono abbastanza felice che sia riuscito a resistere alla tentazione di convertirsi all’ateismo, come scrive: perché l’obiettivo di quel libro non è quello di convertire chicchessia all’ateismo. In genere gli atei non fanno proselitismo. Si accontentano di poter dire le loro ragioni, una cosa che non è affatto scontata ancora nella nostra società. Ma in quel libro non cerco solo di spiegare le ragioni dell’ateismo. Il punto centrale è un altro, ed ha a che fare con ciò di cui mi occupo da sempre: la violenza.

La mia tesi non è affatto, come sembra ritenere Illiceto, che Dio è falso perché non è razionalmente dimostrabile. Una tesi che sarebbe tutt’altro che peregrina, a dire il vero, ma che richiederebbe una analisi preliminare di cosa è ragione. Nel libro in realtà mi sbarazzo abbastanza rapidamente della questione delle prove razionali, o presunte tali, dell’esistenza di Dio, sia perché esistono intere biblioteche sul tema, sia perché la questione per me è un’altra. A me interessano le ragioni reali della fede e non l’intellettualismo dei teologi. Chi crede in Dio non lo fa perché Dio è razionalmente dimostrabile, perché conosce la prova ontologica di Anselmo o è persuaso da quella cosmologica. Quello in cui si crede non è un Dio razionalmente dimostrabile, un Dio buono. Anzi, un Dio che è il Bene stesso.

Proviamo ad andare oltre la ragione, non senza aver prima osservato che ciò che chiamiamo ragione consiste in una serie di criteri logici che sono stati creati in Occidente per rendere possibile il discorso pubblico su ciò che è vero e ciò che è falso. Criteri ai quali la logica aristotelica ha contribuito in modo determinante e che la Chiesa ha accettato pienamente. Sospendiamo per un po’ la logica corrente e la ragione. Ammettiamo che vi possano essere narrazioni non strettamente razionali e tuttavia significative, profonde, in grado di orientare un’esistenza. Il punto, nel caso del cristianesimo, è che anche sospendendo la logica e facendo una generosa apertura di credito, la storia non torna. E non perché sia piena di offese alla logica e alla ragione — lo è — ma perché è piena di elementi che contraddicono e offendono il suo stesso fondamento.

Scrive Illiceto che il piano in cui Dio si offre è diverso da quello della ragione. E sembra che sia quello del “fremito del cuore”, che come diceva Pascal ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Ma questo è vero solo in parte. Il piano diverso dalla mera ragione sul quale Dio si offre è quello della storia. Dio — il Dio cristiano — è colui che guida Abramo verso la terra promessa e poi fuori dall’Egitto con la guida di Mosè. Dio è colui che poi nasce da Maria e muore sulla croce. Un fatto non mitologico, ma appunto storico, per chi è credente.

Poiché il Dio cristiano si offre su questo piano storico, l’analisi deve avvenire su questo piano. E può contestare la storicità dei fatti, osservare ad esempio che il fatto storico della resurrezione del Cristo è storicamente tutt’altro che solido, perché esistono pochissime testimonianza, tutte di parte e soprattutto contrastanti l’una con l’altra. Ma il punto è, ancora, un altro.

Il fondamento della fede è, dicevo, l’idea di un Dio buono. Ora, io posso mettere da parte la ragione e dispormi ad ascoltare la storia dell’azione di questo Dio buono, ma ben presto mi trovo di fronte a una successione di atrocità, di azioni incredibilmente crudeli, di veri e propri crimini. Questo Dio buono stermina l’umanità poco dopo averla creata, poi decide che tra tutti i popoli che ha creato uno solo è il suo popolo e istiga questo popolo affinché si muova in armi verso altri popoli. E insegna a questo popolo — che essendo il popolo di un Dio buono dovrebbe mostrare all’umanità la via della pace — che in guerra bisogna sterminare senza nessuna pietà, ammazzare uomini, donne, bambini, far scorrere il sangue a fiumi.

Il cristianesimo si pone in linea di continuità con questa storia. Il Dio trinitario cristiano è esattamente lo stesso Dio che ordina lo sterminio, anche se ci sarebbe da chiedersi come mai nell’Antico Testamento non si faccia alcun cenno alla natura trinitaria di Dio e i cristiani debbano rincorrere questo o quel versetto di Isaia per cercare labili tracce del Cristo, con una sorta di pareidolia ermeneutica. Dire dunque che sì, il Dio veterorestamentario è un po’ violento, ma poi c’è il Cristo, non ha alcun senso. Il Dio veterotestamentario, violento e criminale, è il Cristo, secondo la stessa teologia cristiana. Cristo è Dio da sempre, non compare a un certo momento, né segna qualche cambiamento nel seno di Dio, una sua conversione al bene.

Ora, si può dire che Dio è oltre la ragione, ma non si può dire che Dio è oltre il bene. Perché Dio è il Bene stesso. Ma un Dio che opera il male, un Dio che guida verso lo sterminio, non è un Dio buono. E qui davvero non è sufficiente nascondersi ancora una volta dietro il paradosso, lo scandalo della fede eccetera. Se Dio è paradossale e scandaloso, allora non è buono. Se da Dio è possibile aspettarsi qualsiasi atrocità, allora Dio non è buono. Come Illiceto sa bene, posto di fronte allo scandalo di Auschwitz Hans Jonas ha affermato che per il credente si impone una scelta: o Dio è buono ma impotente, o è potente ma non buono. E per Jonas la risposta non può che essere una: un credente in alcun modo può rinunciare a pensare che Dio sia buono.

C’è un curioso atteggiamento da parte dei cristiani. Da una parte si rivendica tutta la storia biblica, ci si pone in continuità con Abramo e Mosè. Dall’altra ci si distanzia dalle atrocità del Vecchio Testamento dicendo che quella è roba passata: è arrivato poi Gesù, che ha annunciato il Vangelo. Sfugge, ripeto, che Gesù è Dio, e dunque esattamente lo stesso Dio che ordina lo sterminio anche di donne e bambini.

Ma il cristianesimo non solo si pone in linea di continuità con una tradizione violenta — quella di un popolo che si ritiene in diritto di invadere altri popoli, ricorrendo allo sterminio, perché questo è ciò che vuole il suo Dio. Il Vangelo sposta la violenza su un livello più alto. Nel Vecchio Testamento la violenza è contro il popolo nemico; i cananei sono i nemici per eccellenza. I cristiani si ricorderanno del Vecchio Testamento quando colonizzeranno l’America. I popoli indigeni diventeranno i nuovi cananei, mentre gli europei interpreteranno sé stessi come i nuovi ebrei. E stermineranno, sicuri di fare la volontà di Dio. Con il Vangelo avviene una cosa nuova: compare il Diavolo. Praticamente assente nel Vecchio Testamento, la figura del Diavolo era stata messa a punto dal Libro di Enoch, un apocrifo che ha avuto grandissima influenza. Gesù giunge ad annunciare di essere Figlio di Dio. Un annuncio inaudito; invito il lettore a chiedersi che succederebbe oggi a chi facesse un annuncio simile. Quindi divide l’umanità in due: chi è con lui e chi è contro di lui. Chi crede nel suo annuncio inaudito e chi non vi crede. Ma, ed è questo il punto decisivo, chi non vi crede non è soltanto qualcuno che non è persuaso da una cosa effettivamente difficile da credere. La differenza di opinione si iscrive in un quadro metafisico. I credenti sono stati chiamati da Dio, quelli non credenti sono contro di Dio, sono anticristi, stanno con il Diavolo. E Gesù è chiaro sul destino di coloro che non credono in lui: l’Inferno. E non l’Inferno edulcorato di cui piane oggi parlare a certi teologi progressisti. Il Vangelo è chiaro: fuoco e stridore di denti.

L’annuncio del Vangelo è questo. L’umanità si divide in due. Quelli che credono in Cristo sono esseri divini e saranno salvati. Quelli che non vi credono sono esseri satanici e saranno condannati.

Quella cristiana è una visione noi/loro, in cui loro sono nemici assoluti, incarnazione del Nemico. È la distinzione tra esseri sacri ed esseri massacrabili. Ed è questa distinzione, terribilmente violenta, che ha giustificato nei secoli i tanti massacri di cui si è reso responsabile il cristianesimo. Di volta in volta sono stati associati al Diavolo i pagani, gli ebrei, gli eretici, le donne, i musulmani, i neri, i popoli indigeni, gli omosessuali, eccetera.

È questo il punto. Non intendo convertire nessuno all’ateismo. Mi piacerebbe che tutti riflettessimo sulla violenza culturale. I cristiani rivendicano la radici cristiane dell’Europa. Hanno le loro ragioni, anche se la storia europea è anche la storia dell’Illuminismo e del libero pensiero. Ma la storia dell’Europa è anche una storia violenta. E non si può fare a meno, se da quella violenza si vuole uscire, di interrogarsi sulla violenza delle radici.