16 marzo, lunedì

Cercando aria, luce e colori, mi sono spinto questa mattina con il mio cane per i colli senesi, sui quali la primavera, indifferente alla nostra angoscia, sta cominciando a celebrare la sua festa. Nessuno per strada; solo, di là dai cancelli, due uomini impegnati nella potatura degli ulivi. “Taglia più in basso, lì” le uniche parole sentite. Per il resto il silenzio morbido e gentile dei colli. E i rospi.
Questo è il periodo della mattanza dei rospi. S’azzardano sull’asfalto e vengono falciati da un mostro di acciaio che nulla sa di loro. Restano lì, un ammasso di sangue e carne, fino a quando i raggi del sole non cominciano la loro operazione alchemica. In capo a qualche giorno, di loro non resta resta una sagoma di grigia e rinsecchita; qualche giorno ancora, e svanisce anche la forma – la tragica persistenza di una parvenza di vita, perfino di volontà.
Mi hanno seguito per tutta la mia esplorazione dei colli, queste cose, fino a quando ho ceduto al loro invito alla riflessione. Sì, non siamo forse anche noi così? Possiamo davvero ritenerci diversi da un rospo, nell’economia dell’universo? Non siamo fatti fuori anche noi, da un momento all’altro? E resta di noi qualcosa di diverso, nonostante la premura dei superstiti?No, non siamo diversi. Sono come il rospo di cui non resta che quella labile traccia. La differenza è che io lo so: so che morirò. Questa consapevolezza mi riempie di angoscia, e fa della mia vita un problema. E come risolverlo?
Mai come in questi giorni ho compreso l’abbandono religioso. Abbandono è il termine esatto. E’ una resa, non una scelta. Ma è una resa – ora vedo – con la quale solo apparentemente si rinuncia alla ragione. Bisogna sapere – ma sapere davvero – cosa è stata, cosa è la vita per miliardi di esseri umani. La costante minaccia della malattia, della morte; la miseria, l’impotenza; la paura pressante, oppressiva. Le condizioni di vita sono state, sono tali da spingere con forza verso la follia. O verso il suicidio. Le favole della religione soccorrono la ragione sull’orlo del precipizio. Illudono, danno una speranza fondata sul nulla: ma è quella speranza che consente di non abbandonarsi a uno sconforto che è, semplicemente, morte.
L’altra via, l’altra soluzione al problema, è l’attraversamento. Sapere, sapersi in ogni istante non diversi da quel rospo. Familiarizzare con la propria miseria. Considerare ogni giorno il proprio cadavere nelle diverse fasi della sua decomposizione, come nella meditazione vipassana. E giorno dopo giorno, passo dopo passo, prendere congedo dal proprio io. Sì che quando sarà il momento della morte, non ci sarà più nulla da abbandonare – non ci sarà più nulla di io, più nulla di mio.

Lascia un commento