Categoria: Homo sum

Diritti umani e civili.

Gli unici davvero vivi

Le proteste mondiali dopo l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto di Minneapolis dimostrano che anche da una tragedia può venir fuori qualcosa di buono. È urgente che gli Stati Uniti riflettano sui limiti di una democrazia che mostra un volto feroce verso una parte consistente dei suoi cittadini, così come è urgente che in tutto il mondo si rifletta – in modo non retorico – sul persistere del razzismo e della discriminazione.
Se la morte di Floyd ha avuto questo effetto, è stato perché di quell’omicidio c’è stata una testimonianza fotografica. La foto del poliziotto bianco con il piede sul collo dell’uomo nero, con un’espressione sicura, quasi trionfale, incarna in realtà un archetipo dell’inconscio collettivo occidentale e cristiano: il bene, bianco, che prevale sul male, nero; l’arcangelo Gabriele che schiaccia la testa al Diavolo. Se in quella che con ogni probabilità è la sua prima rappresentazione artistica – i mosaici di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna – il Diavolo è un angelo che si differenzia dagli altri solo per il colore blu della tunica, ben presto, man mano che si consolida l’iconografia cristiana, tingendo la pelle di Cristo e della Madonna di un improbabile colore pallido e i capelli perfino di biondo, Satana diventerà nero. E il nero diventerà satanico. Ma il dispositivo funziona solo se c’è un contesto narrativo, una demonizzazione retorica della vittima. In questo caso c’era solo un uomo che invocava pietà, ucciso da un uomo senza pietà./...

Tonino è morto, e l’avete ucciso voi

Si è suicidato questa notte, Tonino Intellicato. Un bel po’ di farmaci questa volta sono stati sufficienti. Aveva quarant’anni. Ci aveva provato più volte, a farla finita. Nel 2012 si era buttato giù dalla finestra dell’ospedale in cui era ricoverato. Riferiscono le cronache che l’anno prima ci era finito, in ospedale, perché accoltellato dal fratello. Diciannove coltellate, da parte di chi avrebbe dovuto proteggerlo, sostenerlo, aiutarlo ad andare avanti. Ed invece – vittima in fondo anche lui – non ha retto la vergogna, il peso dello sguardo e del disprezzo. Perché Tonino era gay. Anzi no: ricchione. Una parola che a Cerignola, come altrove, equivale ad una condanna. Una parola che anni fa uccise, sempre a Cerignola, Francesco Quarticelli, freddato con tre colpi di pistola alla testa dal padre. Anche lui, pover’uomo, non poteva accettare di avere un figlio ricchione.
Quello di Tonino, bisogna dirlo chiaro e forte, bisogna dirlo con rabbia, non è stato un suicidio. Tonino è stato ucciso, non diversamente da Francesco. Perché quando la tua vita diventa impossibile, quando hai addosso uno stigma che fa di te un essere subumano, degno solo di derisione e di disprezzo, quando ogni possibilità di felicità, anzi di una vita appena accettabile, è sbarrata dal pregiudizio, allora la tua morte è una morte annunciata. Voluta. Farti fuori è la conclusione logica ed esistenziale di anni di esclusione e di sofferenza.
Tonino è stato ucciso. Ed è stato ucciso da persone che hanno un nome ed un cognome. Tonino è stato ucciso da quelli che credono in un libro scritto decine di secoli fa, nel quale si legge che i gay devono essere messi a morte, e per questo non possono accettare che le persone omosessuali vivano felici; ed è stato ucciso anche da quegli altri che non condividono l’omofobia della Chiesa, ma non fanno niente per esprimere il loro dissenso. Tonino è stato ucciso dai professionisti dell’odio, da quelli che sfogano le loro frustrazioni sui soggetti deboli – i Rom, gli stranieri, ed i gay – nascondendosi dietro la libertà d’opinione. Tonino è stato ucciso da chi, in questo paese, diffonde odio perché l’odio paga. La morte di Tonino è uno degli indicatori dello stato civile di un paese nel quale l’unica cosa che cresce è l’odio. L’economia è bloccata, la cultura ristagna, la politica langue: ma l’odio cresce. A meraviglia. A dismisura. Odiamo come mai abbiamo fatto. Vogliamo sacrifici. Vogliamo sangue, vogliamo morte.
Qualche giorno fa si è tenuto a Foggia il Puglia Pride. Nessuno l’avrebbe mai detto, solo qualche anno fa, che fosse possibile una cosa del genere in una città omofoba. E’ il risultato del lavoro fatto da singoli ed associazioni, con coraggio, con determinazione. Il sindaco non vi ha partecipato. Prima della manifestazione, ha rilasciato un comunicato alla stampa nel quale auspicava che la manifestazione non avesse “episodi di volgare folklore”. Evidentemente immemore, il sindaco, degli episodi di volgarissimo folklore che caratterizzano le feste tradizionali foggiane, da quella di Sant’Anna a quella del Carmine Vecchio. E’ stata invece una bella festa, partecipatissima, pacifica nei toni e composta nelle rivendicazioni, il cui successo è andato al di là delle stesse speranze degli organizzatori. Un segno che qualcosa, anche nel profondo sud, sta cambiando.
A frenare gli entusiasmi alcuni commenti letti su Facebook. Il signor L. M. ad esempio scrive: “La cosa che più fa schifo.. È l’ostentazione di questi soggetti… La tua sessualità te la vivi a casa tua per infatti tuoi… Roba da matti pretendono il rispetto ma sono i primi a nn darlo”. G. O. aggiunge: “Hanno permesso questo a Foggia è finito tutto”. Il signor E. G. che: “mettere in evidenza in questo modo la propria diversità credo sia una cosa squallida”. E R. L: : “una città di kekke”. Potrei continuare.
“E’ finito tutto”, dice quel tale. Sarebbe bello potergli dare ragione. Sarebbe bello poter credere che quella manifestazione ha dimostrato che quelli come lui sono stati messi in minoranza, in una delle città più omofobe d’Italia. Ma la morte di Tonino viene a dirci che le cose non sono così semplici. Che la lotta contro questi maledetti, mandanti morali dell’omicidio di Tonino, è ancora lunga. E difficile.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 9 luglio 2015.

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