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Massimo Cacciari e la lumpenfobia

Ho seguito oggi il convegno La discriminazione razziale fra diritto, etica e scienza presso l’Università di Siena. Mentre la sessione mattutina aveva un carattere tecnico giuridico, quella pomeridiana, su Politiche razziali, verità scientifica ed etica della dignità umana, comprendeva relazioni del genetista Telmo Pievani, del filosofo Massimo Cacciari e del giornalista Gad Lerner.
Non essendo né giurista, né scienziato, scrivo a caldo due righe sulla relazione di Massimo Cacciari. Il cui discorso per comodità sintetizzo nei seguenti punti:
1) Il razzismo è una ideologia. Qualsiasi dimostrazione scientifica sull’inesistenza della razza (sulla quale verteva il bell’intervento di Telmo Pievani) non coglie il punto. Ad una ideologia razzista bisogna contrapporre una ideologia antirazzista.
2) Questa ideologia antirazzista deve partire dalla dignità umana, che la nostra civiltà europea ha elaborato più di qualsiasi altra, sia nell’Illuminismo che nella tradizione teologica cristiana.
3) La dignità dell’uomo consiste nella sua possibilità di essere causa sui, nel suo non essere determinato dalla natura, ma di potersi scegliere liberamente.
4) Se la dignità umana consiste in questo, allora ogni volta che si chiude qualcuno in una definizione (tu sei questo) si sta offendendo la sua dignità. Ma il razzismo consiste appunto nel ridurre qualcuno alla sua presunta razza.
5) La libertà non è solo un diritto, ma un dovere. Io devo essere libero, devo corrispondere alla mia dignità.
6) La libertà non comporta alcun solipsismo. Io sono libero, ma presto scopro che non posso essere libero se non grazie e attraverso gli altri. Dunque non posso riconoscere la mia libertà senza riconoscere al contempo la libertà altrui.
Vediamo questi punti. Lasciamo per ora da parte il punto 1), e vediamo il punto

2) Le affermazioni sul primato dell’Europa o dell’Occidente in questo o quello celano pigrizia intellettuale, quando non sono espressione di semplice sciovinismo eurocentrico. Per dirne solo una: se la dignità dell’uomo consiste nella possibilità di essere, di prender forma liberamente, essa è già nel buddhismo, cinque secoli prima dell’era cristiana. Poiché esattamente come l’uomo di Pico, l’uomo buddhista può diventare di volta in volta animale o dio (letteralmente), o liberarsi del tutto dalle forme. Solo chi ignora (chi vuole ignorare) che la storia dell’Europa è stata una storia terribilmente violenta – una storia di violenza dell’europeo sull’europeo (le guerre di religione), ma soprattutto di violenza dell’europeo sull’altro (le crociate, lo schiavismo eccetera) – può ancora rivendicare per l’Europa la scoperta della dignità umana. Una dignità che evidentemente non è riuscita ad arginare l’orrore.
3) Che l’uomo possa essere causa sui, che possa essere realmente libero, è una affermazione che buona parte della tradizione filosofica occidentale – e non certo la peggiore – nega. In questa definizione, l’uomo è colto nella sua differenza dall’animale. Se l’animale può essere solo quello che la natura ha stabilito, l’uomo può scegliere di essere quel che vuole. Ora, questa operazione, che è in effetti tipica dell’Occidente, è pericolosa. Se la dignità dell’uomo consiste nell’essere diverso dall’animale, se ne deduce che l’animale non ha dignità. E se la dignità è ciò che dà valore, che rende una vita degna di rispetto, allora l’animale può non essere rispettato. E’ una operazione pericolosa, dicevo, perché storicamente è accaduto, e può sempre accadere, che la linea di separazione tra uomo e animale venga spostata, in modo da includere l’uomo stesso. Nel conflitto l’altro uomo è degradato ad animale: e se l’animale è l’essere non degno di rispetto, allora l’uomo animalizzato può essere ucciso. E’ quello che accade ordinariamente in guerra. Più che ribadire l’eccezionalità dell’uomo, bisognerebbe piuttosto attaccare la linea di separazione, che finisce per essere la linea che separa il sacro dal massacrabile. La stessa libertà umana, del resto, può essere usata come un argomento per giustificare il massacro. Per approfondire questa affermazione passiamo al punto
5) Dice Cacciari che la libertà non è un diritto, ma un dovere. Tu devi essere libero. E se uno non lo è? Il fatto che l’essere umano sia libero diventa presto un’aggravante verso di lui. La predilezione verso gli animali di molte persone che esprimono per il resto il più feroce razzismo ha qui la sua origine. L’animale, poiché non è libero, è sempre innocente.  Quando il nostro cane azzanna la rondine caduta dal nido, un po’ ci dispiace, ma presto ci diciamo che è la sua natura, e non può farci nulla. Non così l’essere umano. Lo straniero che ci figuriamo come feroce ha scelto la sua ferocia, non è stato sospinto da forze più grandi di lui. E’ noto il meccanismo delle attribuzioni: quando un reato è compiuto da un soggetto verso il quale si prova simpatia sociale, ad esempio un pensionato, si enfatizza la costrizione: ha dovuto rubare perché povero; quando si tratta di uno straniero l’attribuzione è interna: è lui che ha scelto di delinquere. Oppure scatta il dispositivo opposto: lo straniero viene sospinto al di là della linea di confine. Come essere umano potrebbe essere libero, ma lui ha rinunciato alla libertà, è venuto meno a quello che Cacciari considera un dovere, e per questo non ha più alcuna dignità umana. E’ come un animale, anzi peggio di un animale, perché l’animale non ha mai avuto la possibilità di essere libero, mentre lui l’aveva, e vi ha rinunciato.
4) L’uomo può prendere la forma che desidera, dice Pico della Mirandola. Non è proprio così, perché esistono i condizionamenti sociali, economici, culturali, ed anche un genetista avrebbe un nel po’ da dire. Ma può, certo, prendere alcune forme, in modo libero o meno che sia. Ora, una volta che ha preso una forma, quella forma non è definitiva, può sempre diventare altro, e al tempo stesso quella forma, pur provvisoria, lo definisce. Questo vuol dire che se da un lato chiudere qualcuno in una definizione è una violenza, può essere una violenza non minore rifiutarsi di considerare la definizione che qualcuno dà di sé. Un ateo potrebbe diventare credente, ma fino a quando resta ateo, pretende di essere riconosciuto non come essere umano in generale, ma come essere umano che non crede in Dio. Una moderna democrazia non è un patto sociale tra essenze umane proteiformi, ma tra individui che hanno assunto una identità per la quale chiedono riconoscimento. E non riconoscere questa identità circoscritta – provvisoria, magari: ma reale fino a quando c’è – significa violare i diritti umani.
6) Questo è, mi perdoni Cacciari, un teorema che ignora bellamente la complessità della realtà umana e sociale. Non occorre scomodare né Simmel né Freud per constatare che in società la mia libertà è fortemente contrastata, quando non negata. Se vivessi da solo la mia possibilità di azione, il mio potere, sarebbe limitato (e libertà e potere sono intimamente legati), ma anche vivere in società richiede una dolorosa rinuncia delle mie possibilità e pulsioni, a cominciare da quelle sessuali. Soprattutto, il teorema mette sul tavolo una moltitudine di individui, tra i quali immagina un patto sociale razionale. Ma questo patto finisce per istituire un individuo di secondo grado, che è il gruppo. Posso sentire che il mio gruppo è fondamentale per la mia libertà, ma un gruppo si costituisce in contrapposizione e spesso in conflitto con gli altri gruppi. In caso di carenza di risorse, l’individuo libero, investito di dignità, non si percepisce come un umano in generale, ma come il membro di un gruppo che (realmente o, più spesso, in modo immaginario) è danneggiato dall’azione di uno o più gruppi diversi. E quando ciò accade il gruppo diventa violento. Pronto al massacro, non senza prima una degradazione dell’altro ad animale.
La relazione di Cacciari mi sembra una espressione di un bias particolarmente diffuso tra i filosofi, consistente nel ritenere che i problemi storici, sociali, economici si possano risolvere con qualche trovata teorica più o meno edificante, conciliando le cose a livello ideale, quando non retorico. Senza uno straccio di dato sociologico, la questione del razzismo si risolve fin troppo facilmente. E naturalmente tutto resta come prima fuori dalle aule universitarie.
L’intervento di Cacciari era iniziato con uno spunto di grande interesse, purtroppo non sviluppato: il razzismo come discorso funzionale al potere. In origine c’è il dominio di un gruppo sull’altro; la distinzione di razza tra il primo gruppo e il secondo serve a giustificare questo dominio. Il bianco ariano domina il nero indigeno. E’ esattamente quello che sta accadendo oggi, ed è la ragione per la quale, se è importante ricordare che le razze geneticamente non esistono, qualsiasi discorso scientifico rischia di lasciare il tempo che trova. Il nuovo razzismo ha poco a che fare con la genetica. L’altro disprezzato, degradato, odiato, lasciato affogare non è connotato dall’appartenenza a una razza in senso genetico. Il gruppo cui appartiene è quello dei marginali. E’ per questa ragione che il nuovo razzismo può essere filosemita, e al tempo stesso esultare per il pazzo che butta via le coperte al clochard. Il razzismo è, oggi, lumpenfobia, se mi si passa il neologismo E’ odio dello straccione, del sottoproletario, di chi è sporco, che sia straniero o italiano. Il lumpen è un essere umano reale, non virtualizzabile; perché mi pare che questo nuovo razzismo sia, tra le altre cose, un effetto indesiderato di decenni di riproposizione televisiva di un mondo lindo, luccicante, perfetto, kitsch nel senso di Kundera, presentato come unico orizzonte umano desiderabile (e, sia detto per inciso, anche per questo immagini come quella di Aylan morto sulla spiaggia rischiano di essere controproducenti). E’ qualcosa che richiede molto più di qualche rassicurante considerazione sulla presunta natura umana.
Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 17 gennaio 2019.

Ripartiamo dall’ultimo romanzo di Francesca Melandri

Credo che mio nonno fosse un uomo buono. Lo ricordo fragile, alle prese con i nostri quaderni delle elementari, sui quali si affaticava per imparare a leggere e scrivere. Perché mio nonno era analfabeta. Orfano, era cresciuto per strada, fino a quando lo Stato non si era accorto di lui e gli aveva messo una divisa addosso per mandarlo ad uccidere gente che non conosceva in terre di cui non aveva nemmeno mai sentito parlare. Ne tornò con una croce di ferro, una campana indiana e notti piene di incubi, tutte le volte che gli capitava di vedere un film di guerra.
Mio nonno – sì, quell’uomo buono – era fascista e razzista. Esaltava Mussolini e odiava i neri. Gli africani. Non gli indiani: quelli erano buoni. In India era stato prigioniero degli inglesi, credo trattato con umanità sia dagli inglesi che dagli indiani. Diceva che lo Stato gli aveva rubato la giovinezza. Gli sfuggiva che quello Stato che gli aveva rubato la giovinezza era Mussolini.

Ho ripensato spesso a mio nonno leggendo Sangue giusto di Francesca Melandri (Rizzoli). Un romanzo che comincia in un modo che sembra bizzarro, ma che man mano che si procede nella lettura appare plausibile, al punto che ci si chiede perché non ci abbiamo pensato prima. E’ la storia di un giovane etiope che un giorno bussa alla porta di una buona famiglia romana con un annuncio sconcertante: lo straniero in realtà straniero non è, ha il “sangue giusto” italiano. Perché il patriarca della famiglia, Attilio Profeti, ha fatto la guerra in Etiopia, e lì ha avuto una donna, e dalla donna ha avuto un figlio che a sua volta ha avuto un figlio. Come chissà quanti dei nostri nonni.
Il libro è un viaggio nelle due Italie, quella fascista di ieri e quella di oggi, difficile anche da definire. Un viaggio nell’orrore dell’iprite e dei lanciafiamme, ieri, e dei CIE oggi, ma anche e soprattutto un viaggio nell’assurdo, anzi nel grottesco. Grottesca è l’Italia fascista, con il capovolgimento sistematico di tutto ciò che è razionale, sensato, vero, con la menzogna e la mistificazione eretti a sistema, con l’epos ridicolo di un popolo rozzo ed ignorante che ha la pretesa di civilizzarne un altro. Grottesca è l’Italia berlusconiana e post-berlusconiana, l’Italia antimusulmana che però accoglie con tutti gli onori Gheddafi, consentendogli anche di tenere una lezione sul Corano a cinquecento ragazze scelte da una agenzia di escort, con la benedizione di quelli che si abbarbicano al crocifisso per esorcizzare la paura del diverso. Un’Italia che intristisce, e che tuttavia è anche migliore di quella reale: perché nel romanzo un parlamentare forzista ha uno scatto di dignità e si dimette per non dover avallare la posizione di Berlusconi nel caso Ruby. “Nella realtà il 5 aprile 2011, quando al Parlamento italiano fu chiesto di avallare o respingere la tesi difensiva di Silvio Berlusconi sull’episodio della prostituta minorenne, i deputati della maggioranza di governo votarono a favore all’unanimità e nessuno di loro si dimise da parlamentare”, scrive Francesca Melandri in una nota conclusiva. Nessuno scatto di dignità. Nessun segno di speranza.
La guerra in Etiopia è stata rimossa dalla memoria collettiva del paese. C’è stata la guerra, c’è stata il fascismo, ci sono stati i partigiani, ci sono stati gli eccidi dei nazisti. Non ci sono mai stati gli eccidi degli italiani. A Roma c’è ancora una via dell’Amba Aradan, il luogo in cui i soldati italiani hanno compiuto uno dei massacri più feroci e vili, con l’uso di armi chimiche. Una via intitolata ad un crimine di guerra – come se a Berlino ci fosse una via intitolata a Sant’Anna di Stazzema – la dice lunga sulla scelta deliberata di non vedere. Il libro di Simone Belladonna Gas in Etiopia. I crimini rimossi dell’Italia coloniale (Neri Pozza, 2015) è passato inosservato. “I numeri di quell’impresa coloniale sono impressionanti, paragonabili solo a quelli dei francesi in Algeria nel 1954 e degli americani in Vietnam del 1960”, scrive Belladonna. Ma la guerra d’Algeria e quella del Vietnam hanno suscitato in Francia e negli Stati Uniti forti movimenti di opinione, hanno segnato la cultura, l’immaginario, la politica. In Italia nulla.
Ma il rimosso ritorna. Nella persona di Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti, nel romanzo di Melandri; nelle persone cui neghiamo un porto, nella triste realtà di questi giorni. Su Facebook una donna, ieri l’altro, diceva che le donne sulla nave Diciotti andrebbero sterilizzate: e parlava di donne che sono state stuprate in Libia. In un altro commento leggevo che i bambini su quella nave bisognerebbe ucciderli subito, perché poi da grandi diventeranno criminali. I deliri feroci di un popolo che non ha mai fatto i conti con il suo recente passato coloniale, che non ha mai riconosciuto le sue colpe, che non ha mai chiesto perdono a nessuno.
Sangue giusto di Francesca Melandri è un romanzo bellissimo, vero: e dolorosissimo. Un libro che spiega meglio di qualsiasi altro perché siamo al punto in cui siamo. Non sorprende che sia letto ed apprezzato più all’estero che in Italia.
Per favore, leggetelo. Parlatene. Parliamone.

Gli Stati Generali, 26 agosto 2018-

Razzismo: cosa può fare la scuola

La tragedia di Fermo è una tragedia annunciata. Da anni stiamo assistendo ad una sistematica azione di imbarbarimento della vita pubblica da parte di politici, giornalisti, opinionisti, che ha reso pubblicamente tollerabile ciò che altrove susciterebbe scandalo: il dileggio pubblico, il discorso di odio, la violenza verbale verso il diverso; una violenza che è inevitabilmente premessa alla violenza fisica. Un segnale inquietante sono stati gli insulti reiterati al ministro Kyenge. Il fatto che un persona nera, e per di più donna, facesse parte del governo ha fatto venire allo scoperto quel misto di crassa ignoranza, razzismo e fascismo di cui è composto buona parte del fondo – propriamente: la feccia – della sottocultura italiana. Quel che è disperante, è la difficoltà di contrastare il razzismo montante. E’ noto il bassissimo livello culturale degli italiani, l’incapacità della maggioranza della popolazione di orientarsi nel mondo in cui vive (secondo l’indagine PIAAC dell’OCSE meno di terzo degli italiani hanno le conoscenze e le competenze necessarie per vivere in una società complessa). Un cittadino ignorante è un elettore ignorante, e un elettore ignorante elegge una classe di politici rozzi, che manipolano le paure popolari, che alimentano il razzismo, che affrontano problemi complessi ricorrendo a misere semplificazioni. Un circolo vizioso che è difficilissimo spezzare. 
Da insegnante, mi chiedo cosa può fare la scuola. Provo a dare qualche risposta, con la consapevolezza che non esistono soluzioni semplici, perché la scuola stessa – e questo fa parte del processo di imbarbarimento cui ho accennato – è sempre più indebolita, depotenziata, delegittimata, ridotta a logiche di mercato che nulla hanno a che vedere con l’educazione e la formazione critica dei cittadini. 
In primo luogo, la scuola può evitare di essere razzista essa stessa. L’accusa di classismo, rivolta alla scuola italiana, risale almeno alla Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana. Ed è una accusa tutt’altro che ideologica, che coglie un fatto oggettivo. Basta entrare in un qualsiasi liceo o in un qualsiasi istituto professionale. L’affermazione che i licei sono scuole esclusivamente borghesi può forse essere discussa: troverete sempre il figlio di operaio che ha fatto il classico o lo scientifico ed è lì a dimostravi che non è così. Ma è piuttosto improbabile il contrario: l’istruzione professionale e quella tecnica sono prevalentemente riservate ai ceti economicamente svantaggiati, a quello che una volta si chiamava proletariato. Secondo il rapporto ISTAT La scuola e le attività educative (2012). “I risultati scolastici sono correlati all’estrazione sociale della famiglia di origine: quelli meno soddisfacenti si riscontrano più di frequente nelle famiglie in cui la persona di riferimento è operaio (il 41,3% ha conseguito il giudizio “sufficiente”), lavoratore in proprio o in cerca di occupazione (37% in entrambi i casi)”. Ora, questi dati si incrociano in modo eloquente con quelli riguardanti gli studenti stranieri. Secondo il rapporto del MIUR Alunni con cittadinanza non italiana. Tra difficoltà e successi, relativo al 2013/2014, solo il 3,8% degli studenti nati all’estero sceglie il Liceo classico, contro un 39,5 % che sceglie un professionale e il 38,1% che sceglie un istituto tecnico. Nel sistema scolastico italiano gli stranieri si collocano dove si collocano i proletari. In quella fetta di sistema scolastico che fin dall’inizio è stata pensata per formare il braccio della società, non la mente né la classe dirigente. Benché questo suo classismo sia stato denunciato da tempo, la scuola italiana non riesce ad uscirne. 
Non è, bisogna dire, tutta colpa sua. Molto conta la percezione sociale dell’istituzione scolastica, dell’importanza dello studio, la propensione ai lavori intellettuali, l’influenza della famiglia e delle sue aspirazioni. Ma è innegabile che c’entri anche il lavoro di orientamento dei docenti. Chi scrive negli anni Ottanta, alla fine della scuola media, fu orientato verso l’istituto professionale, nonostante una chiara, evidentissima propensione per gli studi umanistici. Era difficile, a quei tempi, pensare un percorso diverso per il figlio di un operaio. La mia esperienza di docente mi porta a ritenere che a distanza di qualche decennio queste dinamiche classiste siano ancora ben radicate in molti contesti. 
Non si può dire che le scuole non facciano il possibile per accogliere gli studenti stranieri. Spesso, a dire il vero, fanno anche l’impossibile, con le scarse risorse di cui dispongono: ma non è detto che si muovano nella direzione giusta. Molto spesso, l’unica preoccupazione è quella di mettere lo studente in grado di conoscere la lingua italiana. In molte scuole occuparsi degli stranieri vuol dire esclusivamente organizzare corsi di italiano per stranieri. Se lo studente è particolarmente in difficoltà, gli si può mettere la nuova etichetta di BES, alunno con bisogni educativi speciali, e gli si offre un comodo salvacondotto, che a dire il vero permette anche ai docenti di rilassarsi un po’. Cosa manca? Manca la differenza. E’ un percorso a senso unico, che porterà lo studente a italianizzarsi, nella migliore delle ipotesi, ma senza che la scuola abbia preso nulla da lui, dalla sua cultura, dalla sua identità. Manca lo scambio. Non è detto naturalmente che accada sempre. Non mancano esperienze di integrazione reale, non mancano forme di scambio e di arricchimento. Ma mi pare che la visione dominante, nonostante le decine di volumi di pedagogia interculturale che finiscono ogni anno sugli scaffali delle librerie, sia quella. Il crocifisso alle pareti è il simbolo di una anacronistica chiusura identitaria, l’ora di religione costringe fuori dall’aula gli studenti musulmani o comunque non cristiani, mentre un’ora di storia delle religioni aconfessionale o di etica civica potrebbe essere occasione di confronto e di scambio tra culture.
La chiusura della scuola italiana non è solo confessionale. Più in generale, è semplice miopia provincialistica. Si può uscire dal sistema scolastico italiano senza aver mai sentito nemmeno nominare capolavori della letteratura universale come il Mahabharata, ignorare tutto della straordinaria cultura cinese, non sentirsi minimamente ignoranti se non si sa chi è Murasaki Shikibu. Nella scuola italiana si studia la cultura italiana e un po’ della cultura europea, tutto il resto non interessa. Il messaggio implicito è che tutto ciò che non è italiano o europeo è ignoranza e barbarie.
E veniamo al punto decisivo: lo sciovinismo. Uno sciovinismo soft, sia chiaro, non siamo mica ai tempi del fascismo. Ma innegabile. A scuola si entra gradualmente, dolcemente nella rassicurante narrazione degli italiani “brava gente”, più portati per fare l’amore che per la guerra, il popolo che ha civilizzato l’Europa e il mondo con Dante e Petrarca, Leonardo e Lorenzo il Magnifico. Non si mancherà di vantare la grandezza della cultura europea di un Erasmo o di un Comenio. Lo studente sarà un po’ confuso quando si ritroverà di fronte all’olocausto, che fortunatamente riceve a scuola tutta l’attenzione che merita, e che è un pozzo di barbarie aperto nel bel mezzo dell’Europa; ma nessuno gli parlerà – o gli parlerà con i toni necessari: non come si spiega un paragrafetto del libro di storia – del terribile genocidio compiuto dai belgi in Congo, o delle atrocità del colonialismo italiano, della vergogna dello schiavismo, della violenza e della distruzione che l’Europa ha portato nel mondo in nome della civilizzazione.
Uscire da questa narrazione è il meglio che la scuola possa fare per combattere il razzismo. La visione scolastica, che se ne sia consapevoli o meno, è ancora quella dell’uomo bianco, e segnatamente del borghese bianco. La scuola può con assoluta buona fede affermare i principi della solidarietà, della fratellanza, dell’umanesimo, trasmettendo al contempo una visione che esclude o pone ai margini della civiltà tutto ciò che è fuori dall’Europa, così come può ignorare o minimizzare il grido delle vittime di ieri e di oggi, quando sono vittime del lato oscuro dell’occidente. e’ giunto il momento di fare i conti con la nostra ombra, con il nostro passato violento, guardare coraggiosamente nei nostri limiti: del resto, è quanto ha fatto la migliore cultura europea del Novecento, dolorosamente consapevole dell’intreccio di grandezza e miseria che caratterizza la storia del nostro continente. Ma non si tratta solo del passato. Una delle accuse che gli studenti rivolgono più frequentemente alla scuola è quella di non metterli in grado di leggere il presente. Ed hanno le loro ragioni. Ci si difende ripetendo il mantra che studiare il passato è indispensabile per capire il presente. Che è vero, ci mancherebbe: ma non sufficiente. Per capire quello che accade in Medio Oriente fa sicuramente bene conoscere la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, ma occorre anche conoscere la storia della formazione dello stato di Israele, la storia recente dell’Iran, con il colpo di stato del ’53, e le guerre contro l’Iraq, e così via. Un lavoro che si fa sporadicamente, magari a ridosso dell’ennesima strage, e che dovrebbe essere invece costante, organico, centrale. Ogni giorno bisognerebbe analizzare quello che accade a livello internazionale, indagarne le cause, ascoltare più voci, anche leggendo più giornali. Ogni giorno in classe bisognerebbe sfogliare Le Monde, il New York Times, il China Daily, il Times of India. Costruirsi, ogni giorno, uno sguardo ampio, generoso, capace di apertura critica, di analisi profonda, di valutazione imparziale. Un difficile lavoro politico – ma insegnare è sempre un lavoro politico – per superare l’Italietta ignorante che legge la società complessa del terzo millennio con la profondità delle cartoline africane dell’Italia fascista.   
Articolo pubblicato su Gli Stati Generali l’8 luglio 2016.

Razzismo standard

A proposito di vignette vigliacche. Uno dei tanti fascisti di Facebook pubblica un vecchio manifesto fascista dal contenuto inequivocabilmente razzista: un uomo nero che violenta una donna bianca e la scritta Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia. Segnalo la cosa a Facebook, che mi risponde che il contenuto non è stato rimosso perché hanno riscontrato che rispetta i loro Standard della comunità.
Leggo questi Standard della comunità:

Facebook non consente i contenuti che incitano all’odio, ma attua una distinzione tra contenuti seri e meno seri. Se da un lato incoraggiamo gli utenti a mettere in discussione idee, eventi e linee di condotta, non consentiamo la discriminazione di persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia.

Poiché il manifesto è inequivocabilmente razzista ed inequivocabilmente incita all’odio contro i neri, bisogna dedurne che per Facebook si tratta comunque di un contenuto “meno serio”.
Intanto a Foggia una giornalista de l’Unità viene processata per aver commentato criticamente su Facebook un manifesto di una scuola per estetiste, che mostrava una bambina bionda, intenta a truccarsi, e la scritta Farò l’estetista. Ho sempre avuto le idee chiare.

Perché siamo razzisti

Foto Ansa

Trentuno persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Italia. Morti annegati davanti alle coste della Libia. Tra loro nove donne. Provenivano per lo più dalla Nigeria, un paese nel quale la nostra Eni occupa 40.625 chilometri quadrati con i suoi pozzi petroliferi che stanno devastando il delta del Niger, costringendo alla fame pescatori e contadini. Leggo su Facebook i commenti alla notizia data da la Repubblica: “affondassero tutti sti gommoni………….zozzi schifosi, sostegno agli abitanti di lampedusa, che quotidianamente devono sopportare questo schifo………..” (riporto pari pari, chilometrici punti sospensivi compresi); “Tra poco li andremo a prendere nel loro paese per farci invadere!!”; “31 voti in meno per il pdmenoelle”.

Non mancano i commenti tutt’altro che razzistici, ma bisogna considerare che la Repubblica non è Il GiornaleLa Padania. Si prenda una qualsiasi notizia che riguarda gli immigrati e si leggano i commenti: non mancheranno mai, qualunque sia il sito Internet, espressioni gravissime di razzismo, che diventeranno numericamente prevalenti nei siti di destra.
Cosa sta accadendo nel nostro paese? Perché si giunge a chiamare “rozzi schifosi” delle persone morte in modo terribile, ed a rallegrarsi della loro morte? Perché un vicepresidente del Senato giunge ad insultare pubblicamente un ministro, solo perché di pelle nera? Perché siamo diventati così spaventosamente razzisti? Perché l’Italia non è, come scriveva qualche giorno fa John Foot su The Guardian, un paese non razzista in cui però il razzismo è tollerato. Se una persona come Calderoli giunge a diventare vicepresidente del Senato, se una forza politica razzista come la Lega Nord va al governo, vuol dire che il razzismo non è solo tollerato, ma serve a fare carriera politica. Le prove non mancano. Si pensi, ad esempio, all’isterismo collettivo seguito, nel 2007, all’omicidio di Giovanna Reggiani. Si scatenò allora una vera caccia al rom ed al romeno, alimentata dai giornali e dalle forze politiche di destra; ma è bene ricordare che lo stesso Walter Veltroni, leader dell’appena nato Partito Democratico, si affrettò ad attaccare la Romania ed a chiedere iniziative straordinarie sul piano della sicurezza, proprio come un qualsiasi leader di una forza xenofoba. Si era, del resto, in campagna elettorale.
Perché, dunque, siamo razzisti?

Per una serie di ragioni. La prima è che, semplicemente, siamo ignoranti. Spaventosamente ignoranti. Secondo il linguista Tullio De Mauro più della metà degli italiani hanno difficoltà a comprendere un testo scritto. Non proprio analfabeti, ma quasi. Ora, chi non è in grado di comprendere un testo scritto non ha gli strumenti per uscire dai propri pregiudizi e cogliere la complessità dei fenomeni. E’ condannato ad affrontare il mondo con poche categorie concettuali, con idee semplici semplici, mai sottoposte a critica. Pregiudizi, appunto.
La seconda ragione va ricercata nel fatto che questa spaventosa ignoranza non viene combattuta, ma al contrario strumentalizzata dalla classe politica. Il nostro paese spende ogni anno 26 miliardi di euro per il suo apparato militare, mentre è penultima nell’area Ocse per le spese per l’istruzione. 
Alla classe politica italiana fa comodo l’ignoranza diffusa. Rende le cose estremamente più semplici. Una volta c’erano le ideologie, e la politica si giocava sul piano delle visioni del mondo. Oggi che le ideologie sono tramontate, la politica è questione di slogan, di piccole promesse, di minuti interessi. Una volta si prometteva una società più giusta, oggi l’abolizione di una tassa. In questo contesto, la xenofobia funziona a meraviglia per ottenere consenso.
La terza ragione è nel nostro passato recente. L’Italia è stata fascista solo qualche decennio fa. Solo qualche decennio fa il nostro paese ha visto le leggi razziali ed il colonialismo. Solo qualche decennio fa, il nostro paese ha contribuito allo sterminio di sei milioni di ebrei. Solo qualche decennio fa, il nostro paese è andato in Africa a portare la civiltà: devastando, massacrando, bruciando vivi esseri umani con i lanciafiamme, consumandoli con armi chimiche.
Tutto ciò è stato rimosso. Il mito degli “italiani brava gente” dev’essere mantenuto a costo di ogni menzogna, di ogni omissione. Il fascismo è stato solo una parentesi infelice, che non ha segnato realmente l’identità italiana. Le cose non stanno così. Il fascismo è stato davvero, in realtà, “l’autobiografia della nazione” di cui parlava Piero Gobetti. O meglio: l’autobiografia di una parte consistente della nazione, ma non di tutta. C’era un’altra Italia, nobilissima. L’Italia, per restare sul piano intellettuale, dello stesso Gobetti, dei fratelli Rosselli, dei Capitini, dei Calogero, e così via. Sul piano popolare, sarà l’Italia partigiana.
Quello che è accaduto negli ultimi decenni è che quest’altra Italia è diventata sempre più evanescente, e ciò principalmente a causa della crisi delle ideologie. L’operaio un tempo trovava nel comunismo una visione del mondo che gli consentiva di andare oltre i suoi immediati interessi, pur legittimi, e di aprirsi al mondo. Oggi non c’è più alcun ideale a riscattarlo dalla sua condizione: ed accade sempre più spesso che il pregiudizio prenda il posto dell’ideale.
Siamo stati fascisti, insomma, e per molti versi lo siamo ancora. Il fascismo non è una malattia transitoria, ma un tratto di fondo della nostra identità. Non è difficile scorgere dietro chi chiama “zozzi schifosi” dei disperati annegati in mare il volto truce del fascismo.
La quarta ragione va ricercata nei mass-media, che svolgono una funzione fondamentale in quella semplificazione del mondo che ha preso il posto delle ideologie. La natura stessa del mezzo televisivo non consente il pensiero complesso: è per questo (e non solo perché non sappiamo che farcene) che i filosofi da qualche decennio non compaiono più in televisione (a meno che non facciano i politici). In televisione bisogna esprimere il proprio pensiero in pochi minuti: ed in genere si è interrotti prima di aver finito. Tutto resta – deve restare – alla superficie. Negli ultimi anni i mezzi di informazione di massa, e principalmente la televisione, hanno contribuito ad alimentare il razzismo dando costantemente una visione distorta dei fenomeni, riservando una attenzione morbosa a casi di cronaca aventi come protagonisti gli stranieri e passando sotto silenzio quelli nei quali, al contrario, gli stranieri sono vittime. Si crea così una visione distorta dei fenomeni, alimentata anche dai social network (nei quali c’è almeno la possibilità di imbattersi in qualcuno che la pensi diversamente).
La quinta ragione è nella crisi economica. E’ un fenomeno ben noto alle scienze sociali: nei momenti di crisi economica, si diffondono posizioni di violenza verso chi è diverso. Il meccanismo è semplice: se le cose vanno male, la colpa deve essere di qualcuno. Di chi? Per rispondere in modo serio a questa domanda bisognerebbe capire a fondo la realtà economica attuale, quel sistema terribilmente complesso che Gallino chiama finanzcapitalismo: ma è una cosa difficile. Più facile è trovare un capro espiatorio. E dunque: siamo in crisi perché ci sono troppi extracomunitari, perché li manteniamo (affermazione ripetuta con la massima convinzione contro ogni evidenza: gli stranieri producono il 12% del Prodotto Interno Lordo), perché ci rubano il lavoro, e così via.
Da uomo di scuola, non posso fare a meno di interrogarmi anche sulle responsabilità del sistema scolastico. Integrazione e lotta al razzismo sono tra le parole chiave della politica scolastica degli ultimi anni, ma sono buone intenzioni che si scontrano con un deficit strutturale della nostra scuola, e che riguarda la natura della cultura che vi si trasmette (e il fatto che la si trasmetta, semplicemente, è un altro dei problemi della scuola italiana). Nella scuola in cui insegno si è diffusa la notizia che sono buddhista. Mi è capitato più volte, durante una supplenza in qualche classe non mia, di sentirmi fare domande sulla mia religione. Domande del tipo: “Ma voi buddhisti siete quelli che pregano facendo così?” (minando la genuflessione dei musulmani). Nessuno ha messo in grado questi studenti di conoscere il buddhismo e l’islam, che solo due tra le maggiori religioni mondiali. La scuola italiana intende combattere il razzismo con le migliori intenzioni, ma non comprende che per farlo occorre in primo luogo conoscere le culture diverse dalla nostra. Offrendo un programma culturale interamente italocentrico ed eurocentrico, si trasmette il messaggio latente che nulla di significativo è stato fatto, scritto, pensato al di fuori del continente europeo. Che noi, in fondo, siamo i migliori, e nulla abbiamo da apprendere dagli altri.
Editoriale per Stato Quotidiano.

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