L’angelo non necessario. Il fascismo di Putin

Tolstoj

Nella sua più importante opera filosofica, così poco letta in Italia da far pensare a una vera rimozione, Il Regno di Dio è in voi (1893), Lev Tolstoj analizzava la società russa del suo tempo come un sistema di dominio interamente fondato sulla violenza. Un sistema fortemente diseguale, con pochi ricchi e potenti e una grande massa di contadini poverissimi, tenuti a bada con la forza – la polizia, l’esercito – e con una prassi religiosa che era nulla più che superstizione e inganno, senza alcun rapporto con gli elementi etici del Vangelo. Una società violenta che Tolstoj invitata a sovvertire con la nonviolenza: rifiutandone, cioè, la logica stessa, e dunque minandone la base. Ma come, in concreto? Quale era il punto debole sul quale intervenire? La risposta di Tolstoj non è affatto ingenua. La leva per rovesciare l’assetto sociale è l’opinione pubblica. Nelle società contemporanee essa è una forza sociale fondamentale, controllare la quale è essenziale per il potere. E l’azione nonviolenta, con il suo carattere etico e la disponibilità al sacrificio, è la più adatta ad agire sull’opinione pubblica. Tanto più, osservata Tolstoj, che la società contemporanea è scissa. Da un lato la violenza dei forti sui deboli, degli oppressori sugli oppressi; dall’altra l’inquietudine degli stessi oppressori, in un’epoca in cui gli ideali umanitari vanno diffondendosi e la loro pratica di oppressione è sempre meno giustificabile ai loro stessi occhi. Su questo disagio la nonviolenza avrebbe fatto leva.

Era, ho detto, una idea tutt’altro che ingenua. Ma Tolstoj non aveva previsto che con l’avvento della società di massa e la crescita dell’industria culturale il potere sarebbe riuscito a manipolare con efficacia quasi perfetta l’opinione pubblica. Quanto al disagio dell’oppressore, il metodo più semplice per liberarsene era semplicemente rinunciare agli ideali umanitari. Elaborare una nuova cultura, cinica e brutale, che si facesse beffa di ogni ideale umanitario. Tolstoj, insomma, non aveva previsto il fascismo (mentre aveva intuito che la realizzazione violenta degli ideali di giustizia non avrebbe portato nulla di buono).

Cos’è fascismo?

A dire il vero il fascismo non si è limitato – non si limita – a gettar via gli ideali umanitari, affermando contro di essi la forza bruta. Sarebbe stata una operazione sincera, e la sincerità è essa stessa un valore: mentre il fascismo è negazione di qualsiasi valore, menzogna allo stato puro. La negazione di ogni valore avviene dunque, nel fascismo, in nome della spiritualità. Si legga la prima parte della voce Fascismo nell’Enciclopedia Treccani, firmata da Mussolini ma scritta da Giovanni Gentile, l’ideologo del fascismo. L’uomo fascista, scrive, è colui

che sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo. (Mussolini 1931)

Ecco la risposta. Il fascista non può più essere accusato di sfruttare qualcuno per i propri biechi interessi personali. Quello è l’individuo liberale e borghese. Lui no, lui ha trasceso la sua individualità. Lui è mistico. Lui è tutt’uno col suo duce, col suo popolo, col movimento della sua nazione, col passato e le sue tradizioni. Lui è puro e innocente: se e quando ricorre al manganello, lo fa perché lo richiede l’interesse superiore del popolo e dello Stato, che è l’incarnazione del bene. La violenza ha un fine etico e spirituale che la purifica.

Il sistema di sfruttamento resta lo stesso. I poveri continuano ad essere sfruttati. I preti continuano ad ingannarli con il loro insieme di rituali ossessivo-compulsivi che evidentemente non è più così efficace, perché ha bisogno di essere corretto e sorretto da una nuova religione, quella politica. Ma tutto diventa più brutale, in quanto spirituale. La spiritualità occidentale è quella cristiana. E la spiritualità cristiana si è formata attraverso le lunghe, estenuanti lotte degli anacoreti contro il Diavolo; lotte che avvenivano nella loro stessa mente, nella loro stessa carne. Il mondo spirituale è scisso tra bene e male, Dio e Diavolo. È insidiato da un Nemico che è ovunque, anche dentro di noi. Ed essendo un Nemico assoluto, terribile, richiede una lotta senza quartiere, nella quale è lecito qualsiasi mezzo, reso puro e santo dal fine, che è divino.

Con l’avvento dei fascismi il sistema di dominio diventa più spirituale e più brutale ad un tempo. E si può forse dire che il fascismo italiano è stato meno brutale del nazismo proprio perché meno spirituale. Nel fascismo la rozza corporeità del duce, la sua imbarazzante carnalità tende a prendere tutta la scena. La propaganda nazista presenta invece Hitler intento ad accarezzare cani o caprioli, l’erede della tradizione spirituale romantica, dell’idealismo antiborghese dei Wandervogel, il dittatore vegetariano dalla fisicità diafana. E dalla ferocia perfetta.

Kirill

Buona parte del mondo occidentale ha scoperto il patriarca Kirill dopo il 6 marzo scorso. Un uomo vestito con paramenti tanto vistosi da diventare ridicoli, che tiene un discorso con il quale non si limita a giustificare l’invasione dell’Ucraina: lo fa con argomenti che appaiono deliranti. Il mondo occidentale è il mondo del peccato, il mondo delle libertà illecite, di cui il Gay Pride è per il patriarca la rappresentazione più scandalosa.

Pertanto, ciò che sta accadendo oggi nella sfera delle relazioni internazionali non ha solo un significato politico. Stiamo parlando di qualcosa di diverso e molto più importante della politica. Stiamo parlando della salvezza umana, di dove finirà l’umanità, da che parte del Dio Salvatore, che viene nel mondo come suo Giudice e Creatore, a destra o a sinistra, saremo. ” (https://bitterwinter.org/patriarch-of-moscow-blesses-war-against-gay-prides/).

La lotta, per il patriarca non è militare o politica, ma metafisica.

Proviamo ad inquadrare storicamente queste parole. Per diversi decenni il mondo è stato diviso in due blocchi politici, economici ed ideologici: il mondo occidentale capitalista e quello comunista. Dopo il 1989 il secondo mondo è crollato, i paesi ex-comunisti sono diventati democratici, benché in modo problematico ed essendo minacciati costantemente dal caos (si pensi al periodo di anarchia albanese). La fine di una alternativa ha fatto sì che si potesse perfino parlare – è la nota tesi di Francis Fukuyama – di fine della storia. Ma il testimone della lotta contro l’Occidente è stato preso dal mondo islamico.

Dariush Shayegan (2015) ha mostrato come dietro la rivoluzione islamica iraniana e più in generale l’uso politico dell’Islam ci sia una ideologizzazione della religione che non sarebbe avvenuta senza il rapporto con il mondo occidentale. In altri termini, l’Islam prende dall’Occidente l’ideologia e la usa per ribellarsi all’Occidente. Non si comprende la rivoluzione islamica iraniana se non si tiene conto dell’influenza di pensatori occidentali come Marx o Heidegger. La tesi ricorrente, alla vigilia della rivoluzione, era quella del غرب‌زدگی, la Westoxification, l’intossicazione occidentale. Il mondo iraniano si sente aggredito culturalmente da quello occidentale, avverte che sta smarrendo la propria identità, anche e soprattutto religiosa, e ritiene che sia necessario reagire rifiutandolo radicalmente. Più ad est la percezione non è stata troppo diversa. In India Gandhi e Tagore discutono con posizioni diverse della stessa cosa: l’aggressività culturale dell’Occidente e i modi per resistere. Che sono nonviolenti, per Gandhi, ma anche decisi nel rifiuto delle merci e della lingua inglese.

Oggi in Russia è all’opera qualcosa di simile. La Russia non ha bisogno di imparare dall’Occidente l’uso ideologico della tradizione religiosa. È un paese che è stato organizzato per decenni secondo la più forte ideologia del mondo contemporaneo. Che è entrata in crisi lasciando un caos politico economico, un forte senso di sconfitta nei confronti dell’Occidente e un desiderio di rivalsa ugualmente forte. Putin intende dar voce a questo desiderio. E il patriarca Kirill gli offre una ideologia fondamentalista: il ruskij mir, un tassello fondamentale del quadro del fascismo di Putin. Mir in russo è sia mondo che pace. Il mondo russo, dunque; e la pace russa. Questo mondo russo è un campo di valori spirituali tradizionali in aperta opposizione a quelli del mondo occidentale. Il che vuol dire da un lato la guerra alle persone omosessuali – del 2013 è la legge sulla propaganda gay, che vieta in Russia qualsiasi rappresentazione di relazioni sessuali non eterosessuali; la parlamentare autrice della legge, Yelena Mizulina, sta cercando anche di depenalizzare la violenza domestica sulle donne e i bambini – dall’altro la persecuzione di minoranze religiose come i Testimoni di Geova.

L’unità della Russia cercata attraverso la religione, nella sua forma più violenta. L’unità di potere spirituale e potere politico è evidenziata anche fisicamente dallo spostamento della dimora del patriarca Kirill nel Cremlino. Mentre la fede ortodossa conquista sempre più fedeli nella società russa, ampiamente secolarizzata, “il patriarcato – ricorda Matteo Zola, direttore di East Journal – ha potuto mettere insieme un discreto gruzzolo di rubli, pari a quattro miliardi di dollari secondo il Moscow Times” (Zola 2016).

Dugin

Se alla sua destra ha l’ineffabile patriarca Kirill, con il suo deposito di cari vecchi valori cristiano-ortodossi, alla sinistra Putin ha Alexandr Dugin. Già fondatore, con Ėduard Limonov, del nazionalboscevismo, è ora per molti senz’altro l’ideologo di Putin. Definizione forse eccessiva; certo è che Putin trae molta ispirazione, diciamo così, da quello che scrive.

Ho letto La Quarta Teoria Politica di Dugin (pubblicato in Italia da NovaEuropa) l’estate dello scorso anno. Volevo comprendere meglio i riferimenti teorici di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, la via che stava prendendo in Italia la destra evidentemente sempre più estrema. Ricordo che pubblicai sul mio profilo Facebook la copertina del libro. E un amico commentò: “Ma perché lo leggi? De Maistre o Chateaubriand o Junger sono più interessanti”. E aveva ragione. E tuttavia temo che non sia possibile comprendere quello che sta accadendo – e non mi riferisco solo al conflitto in Ucraina – senza leggere Dugin.

Alexandr Dugin

Dugin è uno di quegli autori che si definiscono rossobruni, ossia un po’ comunisti e un po’ fascisti. Una definizione che ho sempre trovato impossibile. Il fascismo non è sintetizzabile con alcunché. Far reagire qualsiasi cosa col fascismo, e pretendere che ne venga fuori qualcosa che non sia fascismo, è come moltiplicare un numero per zero e sperare che il risultato sia diverso da zero. Il fascismo è lo zero della politica. Qualunque cosa si sintetizzi col fascismo diventa fascismo tout court.

Il 7 marzo Dugin ha pubblicato sul suo profilo Facebook un post che è una sintesi perfetta del suo pensiero:

La Russia ha stabilito un percorso per costruire il suo mondo, la sua civiltà. E ora il primo passo è stato fatto. Ma sovrano di fronte al globalismo può essere solo un grande spazio, un continente-stato, una civiltà-stato. Nessun paese può resistere a lungo a una completa disconnessione. La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi. Ma quando vinciamo, tutti ne approfittano. È così che deve essere. Stiamo creando i presupposti per una vera multipolarità. E quelli che sono pronti ad ucciderci ora saranno i primi ad approfittare della nostra impresa domani. Scrivo quasi sempre cose che poi si avverano. Anche questo si avvererà…

È chiaro cosa è davvero in ballo, per Dugin e dunque per Putin. Si tratta di una resa dei conti con l’Occidente. La Russia intende riconquistare la grandezza perduta. Dopo la fine del comunismo ha cercato la via della integrazione nel mondo globalizzato, ma restando sempre in un ruolo subalterno. Ora l’alternativa ideologica è quella di porsi come mondo altro rispetto all’Occidente.

I riferimenti di Dugin sono i pensatori del fascismo tradizionalista, come Julius Evola e René Guenon, pensatori francesi come Deleuze, ma soprattutto Martin Heidegger. E la circostanza ci rimanda ancora all’Iran della fine degli anni Settanta, perché il filosofo tedesco fu fondamentale, attraverso Ahmad Fardid, anche per l’elaborazione filosofica della ideologia religiosa che ha portato alla rivoluzione islamica. La Quarta Via che teorizza Dugin è la Terza Via del nazismo e del fascismo corretta con il socialismo, sfrondato da ateismo e progressivismo (Dugin 2017, p. 293). E poiché il fascismo rivendicava di avere aspetti socialistici, un fascismo socialistico, senza materialismo, ateismo e progressivismo (cioè: senza marxismo), è semplicemente nazifascismo.

Seguire Heidegger per Dugin vuol dire essere consapevoli che non è possibile una rivoluzione semplicemente conservatrice. Non si può cioè tornare al logos della tradizione occidentale, perché questo stesso logos, insegna il filosofo tedesco, ci ha condotti dove siamo. Bisogna risalire alle origini, andare oltre il logos, ricollocarsi in un’origine che è al di qua del peccato originale dell’Occidente. Il soggetto rivoluzionario non sarà più la classe, come nel comunismo, né la nazione o la razza, come nel fascismo. Sarà il Dasein, il termine che Heidegger usa per indicare l’essere umano.

Non è facile seguire Dugin nella pars construens del suo discorso. Come organizzare la società secondo modelli non individualistici e liberali? Scrive:

Dobbiamo scavare più a fondo [rispetto alle teorie anti-liberali del passato] e fare appello alla Tradizione e a fonti pre-moderne di ispirazione. Qui si collocano lo stato ideale platonico, la società gerarchica medievale e le visioni teologiche del sistema normativo sociale e politico (cristiana, islamica, buddista, ebraica o indù). Queste fonti premoderne sono uno sviluppo molto importate per la sintesi nazionalbolscevica. (Ivi, p. 293)

Che è una indicazione inquietante, fascista in senso stretto, ma non si può negare che sia una indicazione chiara. Torniamo alle Leggi di Manu, ristabiliamo le gerarchie, rimettiamo a posto la società. Ma non ha detto, Dugin, che occorre risalire oltre la linea logocentrica occidentale? E cos’è, la Repubblica platonica, se non il frutto di questo logocentrismo? Se ne accorge, Dugin, procedendo nella riflessione. E giunge alla sua proposta concreta: il caos.

Così l’unico modo di salvarci, di salvare l’umanità e la cultura da questo incanto è fare un passo oltre la cultura logocentrica, verso il caos. Non possiamo restaurare il logos e l’ordine, perché portano in sé la ragione della loro stessa eterna distruzione. In altre parole, per salvare il logos esclusivo dovremmo fare appello all’istanza alternativa inclusiva che è il caos. (Ivi, p. 337)

Il caos gode di ottima stampa, in ambito filosofico, dopo Nietzsche. Non sono sicuro però che la realizzazione storica di questo progetto filosofico rappresenti la salvezza per chicchessia.

Il sesso degli angeli

C’è un aspetto del pensiero di Dugin che pare singolare, soprattutto se si pensa all’omofobia di cui s’è detto. Per il filosofo russo il soggetto della Quarta Teoria politica – che, abbiamo visto, è il Dasein heideggeriano – non è il maschio. Che è dietro il logos occidentale. Ma non è nemmeno la femmina, che è il contrario del maschio, e dunque complementare ad esso. Il Dasein è al di qua del genere. È agender, o meglio androgino. “Un androgino è un essere umano alla radice, prima dell’essere umano sessuato e il suo radicalismo è in esso, significando il suo appartenere alle radici. ” (Ivi, p. 314). I riferimenti, qui, sono esoterici, e vanno dal Libro di Enoch all’Atalanta Fugiens. E si potrebbe dire che questo essere umano asessuato è anche astorico, qualcosa come l’uomo astratto di Feuerbach distrutto criticamente da Marx; oppure, ricordando (con qualche imbarazzo) Gender di Ivan Illich, si potrebbe chiedere se non sia il soggetto proprio dell’odiato liberismo. È bene, piuttosto, ricordare l’influenza che ha avuto Sesso e carattere di Otto Weininger sul nazismo. La donna (come gli ebrei) amorale, presa interamente dalla sessualità, il maschio attivo, produttivo, volto al bene, libero dal sesso (Weininger 2012; cfr. Mosse 1985, p. 145). L’androgino non è tanto il superamento del dualismo tra maschile e femminile, quanto la sublimazione del maschile. Se il maschio è, a differenza della femmina, libero dal sesso, un maschio completo sarà affrancato dalla stessa identità di genere. Sarà, cioè, un angelo. “Nello spirito dell’angelomorfismo dell’antropologia politica della Quarta Teoria Politica possiamo describere [sic] il sesso del soggetto di questa come il sesso degli angeli” (Ivi, p. 315). Viene da sorridere. Ma passa, il sorriso, se ricordiamo da dove siamo partiti: spiritualità e fascismo. L’uomo fascista, diceva Gentile, “sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere”. Il Dasein di Dugin lo sopprime al punto de eliminare il suo stesso genere.

Conclusione

Dietro tutto questo c’è una realtà di oppressione che non è troppo diversa da quello descritta, denunciata, dissacrata da Tolstoj. Un sistema politico nelle mani di una casta di oligarchi ricchissimi e loschi, intenti a fare affari con il tanto odiato Occidente in accordo con la mafia o mafiosi essi stessi, mentre qualunque voce di dissenso viene spenta con la violenza. È chiaro a chiunque sappia usare il cervello che questa Russia non può rappresentare la seria alternativa ad alcunché. È un paese che ha smarrito la sua identità ed è caduto in uno stato di confusione. Se il compito della filosofia è esprimere lo spirito di un’epoca, un dilettante della filosofia come Dugin è realmente, come si definisce sul suo profilo Facebook, il più grande filosofo russo. La sua confusione mentale, il suo scimmiottare le avanguardie occidentali pretendendo si trarre da esse una alternativa russa all’Occidente, è il riflesso perfetto della confusione della Russia di oggi. Risolvere questa confusione con una politica di potenza porterà la Russia alla sua bancarotta completa. Bisognerà vedere se sarà un disastro che riguarderà solo la Russia o nella sua missione suicida, nella sua vocazione al caos coinvolgerà anche l’Occidente.

Riferimenti

Emanuel Carrére, Limonov, Adelphi eBook, Milano 2012.
Alexandr Dugin, La Quarta Teoria Politica, NovaEuropa, s.l. 2017.
Georg Mosse, Nationalism and Sexuality, The University of Wisconsin Press, Madison 1985.
Benito Mussolini, Fascismo, voce dell’Enciclopedia Italiana, vol. XIV, Treccani, Roma 1932.
Dariush Shayegan, Lo sguardo mutilato. Schizofrenia culturale: paesi tradizionali di fronte alla modernità, Ariele, Milano 2015.
Otto Weininger, Sesso e carattere, Mimesis, Udine 2012.
Matteo Zola, Il potere della Chiesa russa, in Il Tascabile, 24 ottobre 2016, url: https://www.iltascabile.com/societa/potere-chiesa-russa

Prima gli italiani! Anzi: prima i Rom!

La notizia che una famiglia di Rom ha occupato a Porto Cervo una lussuosa villa la cui proprietà riconducibile a Formigoni (ma i giornali parlano senz’altro di “villa di Formigoni”) mette in serio imbarazzo salviniani e populisti d’ogni genere. Da una parte i Rom, dall’altra Formigoni, rappresentante dell’odiata casta politica. Chi odiare di preferenza? Verrebbe quasi da preferire i Rom, questa volta, tanto più che la motivazione dei genitori – “Anche i nostri figli hanno diritto a una vacanza al mare” – è di quelle che mettono tenerezza. Ma i Rom sono Rom, e l’odio nei loro confronti è radicato, tenace, fortissimo.
Una soluzione che salva capra e cavoli è la domanda: come mai in questo caso hanno sgomberato rapidamente, mentre quando occupano la casa di un poveraccio non si riesce a mandarli via nemmeno con le bombe? Con questa domanda il populista manifesta la massima antipatia verso i Rom senza cedere di un millimetro nel suo odio verso Formigoni. Se qualcuno poi gli chiedesse come e quando dei Rom, che in genere si vedono negato il diritto alla casa popolare, hanno abusivamente occupato la casa di un poveraccio, il populista salviniano si illuminerebbe come chi si trova a ricevere un inaspettato assist. Ve la ricordate la faccenda di Avezzano? Ah, c’è da fremere di indignazione a distanza di più di un anno. Una povera famiglia di italiani, lui muratori e lei casalinga, che si allontana un po’ da casa e al ritorno, orribile a dirsi, la trova occupata da una famiglia. E quale famiglia! Rom! All’epoca (era il marzo del 2016) Salvini si precipitò di corsa in difesa degli espropriati, e un leghista locale, tale Paolo Arrigoni, annunciò che era disposto a dargli man forte con una ruspa. Una ruspa vera. “E’ inimmaginabile che una famiglia con tre figli finisca per strada a causa dell’ennesima truffa messa in atto dai rom. Ormai è sufficiente assentarsi per qualche ora che si rischia di perdere casa, di perdere tutto. Rom, immigrati clandestini, finti profughi, quand’è che il governo finalmente inizierà a tutelare i cittadini italiani e non questi parassiti senza scrupoli e pronti a tutto?”, aveva dichiarato indignato ai giornali.
Rom, immigrati clandestini, profughi (ovviamente finti) da un lato, cittadini italiani dall’altro. Ma le cose non stavano proprio così.
Come è noto a chiunque conosca un po’ la realtà rom, ossia quasi a nessuno, in Rom sono stanziati in Abruzzo fin dal Quattrocento. Centinaia di anni. Sono italiani esattamente come tutti gli altri. Italiani con cittadinanza italiana. Italiani con tutti i diritti dei cittadini italiani, compreso il diritto alla casa.
E’ chiaro che il salvinianesimo si trova di fronte ad un problema di non poco conto. “Prima gli italiani”, gridano salviniani e populisti (compresi molti pentastellati). Dopo la crisi delle grandi narrazioni, per molti italiani è questo l’unico slogan pseudo-politico praticabile. Ed è uno slogan che non contiene, propriamente, la rivendicazione di un qualche primato morale e civile del popolo italiano. Sono inutili complicazioni intellettualistiche, roba d’altri tempi, quando si soppesava il contributo dei popoli: una faccenda che richiede uno sforzo di riflessione e di confronto che non si può chiedere all’italiano medio. Ma per quanto semplice semplice, lo slogan un qualche sforzo intellettuale lo richiede. Almeno quello di rispondere alla domanda: chi sono gli italiani? Chi siamo noi che diciamo di essere prima? La faccenda sembra facile, ma non lo è. Perché, ecco, nel caso di Avezzano, sono proprio i Rom che, in pieno spirito salviniano, avrebbero potuto dire: prima noi, che siamo italiani. E quando Salvini è andato ad Avezzano, non hanno mancato di dirglielo. “Quella che stava nella casa è di origine marocchina sposata a un italiano. Abbiamo più diritto noi che siamo italiani da sette generazioni.” Ora, stando al salvinianesimo, avrebbero perfettamente ragione. Da una parte abbiamo una famiglia composta da una marocchina e un italiano, da un’altra una famiglia di italiani da sette generazioni. Chi viene prima? Chi è più italiano? Chi è italiano?
Si può rispondere a questa domanda in diversi modi. Si può dire che è italiano chi è nato in Italia. Questo però vuol dire riconoscere lo ius soli, dare la cittadinanza ai bambini figli di stranieri che sono nati in Italia e riconoscere la loro italianità. Una cosa piena di buon senso, ma che Salvini e i populisti rifiutano con sdegno. La seconda risposta è che è italiano chi parla italiano. La lingua come elemento unificante di un popolo. Ma anche questa risposta comporta qualche problema, perché una buona parte di italiani l’italiano non lo parlano affatto. In molte famiglie la lingua principale è il dialetto, ed è spesso un dialetto diversissimo dalla lingua nazionale. E in non poche famiglie è l’unica lingua parlata, e l’italiano, se è compreso, è compreso male e parlato peggio. La terza risposta è che sono italiani quelli, al di là della lingua, che si riconoscono nella cultura e nella identità italiana. E se si chiede cos’è questa identità italiana, viene fuori il crocifisso. Nella discussioni animatissime sull’ipotesi di rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche, la ragione più usata dai populisti è che il crocifisso è un simbolo dell’identità italiana, e come tale non va toccato. Ma è un ragionamento che non sta in piedi. Ci sono italiani cattolici, italiani evangelici, valdesi, buddhisti, atei. E anche quelli che si professano cattolici, il cattolicesimo spesso lo seguono ben poco. Cercare l’identità in un simbolo religioso, in un paese sempre più rapidamente secolarizzato, è una impresa votata al fallimento e al paradosso. E’ appena il caso di considerare che il clero cattolico è costituito sempre più da extracomunitari. La quarta risposta è che è italiano chi risiede in Italia, ma non da qualche mese o da qualche anno. Da sempre. Ma sempre, come si sa, è un avverbio che va usato con estrema cautela. Chi può dire che la propria famiglia è in Italia da sempre? La genealogia riserva brutte sorprese. Più ragionevole può essere limitarsi a qualche secolo. Ma anche in questo caso, i Rom abruzzesi possono rivendicare a pieno titolo la loro italianità.
Se non basta la nascita, se non basta la lingua, se non basta l’identità religiosa e non è nemmeno sufficiente essere in Italia da molto, si potrà ricorrere a qualcosa di più impalpabile e al tempo stesso di più solido. Il sangue. La razza. Se si ricorre a una teoria della razza, si può dire che i Rom, anche se parlano italiano, anche se vivono in Italia da secoli, non sono italiani. Sono una razza diversa. In altri termini, il salvinianesimo può uscire dalle sue contraddizioni sono diventando apertamente fascista. E non un fascismo aggiornato, un “fascismo del terzo millennio”, ma il fascismo in senso stretto, il fascismo nella sua manifestazione più atroce. Il fascismo della teoria della razza e delle leggi razziali. Una teoria della razza, però, oggi come ieri, colpirebbe gli ebrei. E Salvini non ha nulla contro gli ebrei. Quando la Brigata Ebraica si rifiuta di sfilare al corteo del 25 aprile insieme ad una organizzazione palestinese, Salvini non ha dubbi: “Io sto con la Brigata Ebraica tutta la vita”. Lo slogan “Prima gli italiani!” include dunque anche gli ebrei, e la cosa è rassicurante. E dunque nemmeno questa via è praticabile. Chi sono, allora, questi italiani? Da chi è composto il noi salviniano-populista?
La risposta è meno difficile di quel che sembra, ed in fondo non ha molto a che fare con l’italianità in sé. In una società capitalistica, in cui tutto gira intorno al denaro, c’è un solo segno di riconoscimento, un solo criterio per stabilire l’identità e la differenza: il denaro stesso. Il noi populista è costituito da quelli che possiedono una quantità di denaro che li mette in grado di partecipare, in misura maggiore o minore, al benessere capitalistico. I non italiani sono quelli che questo denaro non lo hanno, e cercano di ottenerlo. E così facendo, spaventano chi il denaro lo ha, e credendo che si tratti di un gioco a somma zero, immagina che ogni euro che finirà nelle sue tasche sarà tolto dalle sue. Il noi salviniano è un noi piccolo borghese, abbastanza miserabile, non meno rassicurante del noi fascista. E’ il soggetto storico del vero fascismo del terzo millennio, un fascismo pronto ad ogni ferocia per difendere quel benessere da nemici reali o immaginari. Non bisogna lasciarsi ingannare dall’uso strumentale che salviniani e populisti fanno dei poveri italiani, la cui esistenza renderebbe inopportuna, ingiusta, moralmente e politicamente condannabile l’accoglienza del diverso. Il povero italiano – il povero vero non quello della retorica – è una presenza non meno disturbante dello straniero, rappresenta una minaccia non meno reale per la casalinga di Voghera, che in questi tempi grami è sempre lì lì per degenerare nella casalinga di Erba.
Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 6 luglio 2017.

Razzismo standard

A proposito di vignette vigliacche. Uno dei tanti fascisti di Facebook pubblica un vecchio manifesto fascista dal contenuto inequivocabilmente razzista: un uomo nero che violenta una donna bianca e la scritta Difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia. Segnalo la cosa a Facebook, che mi risponde che il contenuto non è stato rimosso perché hanno riscontrato che rispetta i loro Standard della comunità.
Leggo questi Standard della comunità:

Facebook non consente i contenuti che incitano all’odio, ma attua una distinzione tra contenuti seri e meno seri. Se da un lato incoraggiamo gli utenti a mettere in discussione idee, eventi e linee di condotta, non consentiamo la discriminazione di persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia.

Poiché il manifesto è inequivocabilmente razzista ed inequivocabilmente incita all’odio contro i neri, bisogna dedurne che per Facebook si tratta comunque di un contenuto “meno serio”.
Intanto a Foggia una giornalista de l’Unità viene processata per aver commentato criticamente su Facebook un manifesto di una scuola per estetiste, che mostrava una bambina bionda, intenta a truccarsi, e la scritta Farò l’estetista. Ho sempre avuto le idee chiare.