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Predicare la nonviolenza a chi sta sotto le bombe

Piazzapulita

“Non è assolutamente accettabile la guerra per conquistare né la libertà né la pace”, ha affermato ieri a Piazzapulita la filosofa Donatella Di Cesare. Lo ha detto a una ragazza Ucraina. Che le ha replicato che “è facile parlare della pace quando è a casa sua”, e che la lezione sulla pace bisognerebbe farla a Putin. E lei, serafica: “La pace vuol dire anche interrogarsi sulle ragioni dell’altro e pensare di poter avere torto”.

Poiché Di Cesare è una filosofa, è bene ricordarle la distinzione, fondamentale in filosofia morale, tra azioni e inazioni necessarie e azioni e inazioni supererogatorie. Le prime sono le cose che è doveroso per tutti fare o non fare. Soccorrere qualcuno che sia in pericolo o abbia avuto un malore è una azione necessaria e doverosa, così come ci si aspetta da tutti che – almeno in condizioni normali – seguano i precetti di non rubate o non uccidere. Le azioni o inazioni supererogatorie sono moralmente appezzabili, ma non doverose. Se è doveroso soccorrere chi sta male, non lo è salvare qualcuno al prezzo della nostra stessa vita. Se qualcuno lo fa, lo apprezziamo, lo consideriamo in qualche modo un eroe morale, proprio perché ha fatto più di quello che è ragionevole chiedere a qualcuno. L’etica evangelica della nonviolenza – il porgere l’altra guancia, la non resistenza al male – è interamente supererogatoria. Ci si può chiedere se diventi obbligatoria per chi si dichiara cristiano, o se ci si possa legittimamente dichiarare cristiani senza posizionarsi a quel livello morale, ma è indubbio che non si può chiedere a chiunque di porgere l’altra guancia.

Questo vale naturalmente anche per i popoli. Durante una manifestazione una ragazza ucraina reggeva un cartello con la scritta: “If Russia stops fighting, there will be no war. If Ukraine stops fighting, there will be no more Ukraine!” Se la Russia smette di combattere, non ci sarà più guerra. Se smette di combattere l’Ucraina, non ci sarà più Ucraina.

Non sono sicuro che questa affermazione sia vera sul piano teorico. È possibile difendere la libertà e l’indipendenza di un popolo anche senza ricorrere alla lotta violenta, con la resistenza popolare nonviolenta e la noncollaborazione. Questo non vuol dire che questa via nonviolenta sia sempre efficace. Può essere che la resistenza nonviolenta fallisca. Non condivido le semplificazioni di certa nonviolenza, espressa da slogan come il potere dei senza potere. La nonviolenza è una forza che agisce nella realtà storica, e la realtà storica è il luogo di una complessità irriducibile a leggi e meno che mai a slogan. Ma questo, del resto, vale anche per la resistenza armata. Una difesa armata può riuscire ad arrestare un’occupazione, a rallentarla, a impegnare il nemico in una guerra logorante, ma può anche fallire. Anche qui, non esistono leggi.

Il punto è un altro. Resistere scegliendo la via nonviolenta è una scelta supererogatoria. Siamo pieni di ammirazione per i popoli che scelgono questa via, soprattutto quando si tratta di quella che Gandhi chiamava nonviolenza del forte, ossia l’opzione nonviolenta scelta da chi pure ha la possibilità di resistere con le armi. Ma nessuno può chiedere a un popolo una simile scelta supererogatoria. Nemmeno dal punto di vista gandhiano. Il padre della nonviolenza distingueva tre cose: la nonviolenza, la resistenza armata e l’accettazione dell’oppressione. E riteneva la prima preferibile moralmente alla seconda, ma la seconda sempre preferibile all’accettazione dell’oppressione. Detto altrimenti: va benissimo se un popolo sceglie la via della nonviolenza; ma se non lo fa, ha il diritto di resistere con la violenza a chi l’opprime. Moralmente inaccettabile è solo la passività. Che è, in fondo, collaborazione con l’oppressore.

Il popolo ucraino ha dunque tutto il diritto di resistere con le armi. E nessuno ha il diritto di fargli la morale.

C’è poi il discorso delle ragioni dell’altro. Qui ci sono due questioni, una teorica e una contingente. Sul piano teorico, la nonviolenza afferma che qualsiasi conflitto va affrontato con la via del trascendimento, ossia cercando una soluzione che tenga conto delle esigenze di entrambe le parti. Nei manuali di formazione alla nonviolenza si immagina in genere una situazione nella quale le due parti hanno in effetti entrambe le loro ragioni. Si tratta di simulazioni che hanno come sfondo teorico una concezione dell’individuo come essere razionale portatore di interessi legittimi. Le cose purtroppo spesso non stanno così. In un conflitto, può essere che qualcuno porti interessi apertamente illegittimi, che lo faccia con un atteggiamento di insensata violenza e che risponda con sarcasmo alla richiesta di una mediazione. In altri casi, una mediazione, ossia la ricerca di una soluzione che tenga conto delle richieste delle due parti, è semplicemente impossibile. Se A volesse uccidere B, consentire ad A di fare solo un po’ male a B non è evidentemente una soluzione possibile. Non si media tra il lupo e l’agnello. Non fino a quando il lupo fa il lupo.

Nel caso contingente, c’è davvero poco da comprendere le ragioni della Russia. Nel momento in cui si invade un paese e si massacra la popolazione civile, qualsiasi ragione scompare. Invadendo l’Ucraina, la Russia ha perso qualsiasi diritto ad una considerazione delle proprie ragioni. È dalla parte del torto, in modo assoluto. Si potrà tornare a parlare delle ragioni della Russia quando Putin sarà stato costretto a lasciare il potere e sarà processato per crimini contro l’umanità – è notizia di oggi il bombardamento di una centrale nucleare – e quando la Russia avrà risarcito l’Ucraina dei danni materiali. I danni umani e morali – i più di duemila civili morti fino ad ora, tra cui diciassette bambini – non sono risarcibili, e resteranno per sempre come una vergogna sulla coscienza inquieta della Russia.