La tombola a scuola (e Manzoni)

Per qualcuno è solo uno sgradevole ricordo d’infanzia. Per altri rappresenta ancora una minaccia, un tassello nel quadro depressivo delle feste comandate. Non so chi abbia inventato la tombola. Un nemico dell’umanità, immagino. Qualcuno che, infastidito da qualunque espressione di vivacità umana, si sia prefisso lo scopo di instaurare uno stato di placida noia, di quieta indifferenza, di apatico trasognamento; una esperienza priva anche della sfumatura mistica, o pseudo-mistica, del rosario.

Succede, a scuola, di accorgersi che si sta facendo – non ce la faccio a scrivere: giocando a – tombola. D’un colpo fissi lo sguardo su uno studente, poi sulla sua compagna di banco, ed ecco: l’espressione vuota della catatonia da tombola. Ma non è, dirà qualcuno, semplicemente la condizione normale a scuola? La scuola non è una disperante, accanita, pluriennale tombola?

Per quanto sia molto critico verso la scuola, non me la sento di dirlo. Non tutto è tombola. Accadono momenti di conoscenza, perfino a scuola. Accadono momenti di comunicazione profonda. Perfino di educazione comune. E tuttavia la tombola c’è. E tutto spinge verso di essa, a cominciare dalla folle asetticità – no: squallore – dell’ambiente, dal bianco dei muri, appena richiamato a qualche utilità dalla scritta “Giulia ti amo”.

Si verificano, direi, tre situazioni. La prima è la tombola del docente fantasma. Dopo la fine della seconda guerra mondiale alcuni soldati giapponesi – i soldati fantasma – continuarono a combattere, non si sa bene contro chi. Alcuni erano fedeli al codice dei samurai, per il quale è vergognoso arrendersi; altri semplicemente non sapevano che la guerra era finita. Come questi soldati, il docente fantasma continua a far lezione senza accorgersi che la lezione è finita o non c’è mai stata, che la classe intera è mentalmente altrove e che più produttivo per tutti sarebbe giocare alle parole crociate. In altri casi il docente si accorge della cosa, ma la sua etica gli dice che deve fare di tutto per continuare la sua missione; e si arrabbia, minaccia la nota o si spinge fino a metterla, iniettando un po’ di adrenalina nell’ora della tombola. Nei casi più gravi – che chiameremo tombola di terzo grado – è lo stesso docente a entrare nel vortice lento della tombola. Accade quando gli tocca lavorare su temi che lui stesso trova poco interessanti, ma ai quali non riesce a sottrarsi.

Mi ha scritto una collega ponendomi una questione non facile. Bisogna leggere I promessi sposi in seconda superiore? Il testo, dice, è difficilissimo per gli studenti, richiede una vera e propria traduzione, e certo non risulta appassionante. Che fare?

Le Indicazioni Nazionali sono chiare al riguardo. Manzoni è tra le cose che occorre fare. Anche se il rischio di tombola è altissimo. A dire il vero non ho mai capito – lo dico senza vantarmene, sia chiaro – se e quanto le Indicazioni Nazionali siano vincolanti. Si chiamano indicazioni e sostituiscono i vecchi programmi. Ma questo vuol dire che posso ignorare ciò che mi chiedono o propongono di fare?

Mi trovo di fronte al problema al biennio. Le Indicazioni Nazionali riguardanti le Scienze Umane indicano che al biennio occorre studiare la storia della pedagogia. Un tempo si cominciava al terzo anno e si procedeva in parallelo con lo studio della storia della filosofia. Al biennio risulta poco produttivo. Nella migliore delle ipotesi, una semplificazione estrema di ciò che poi studieranno dal triennio in filosofia, con il rischio di banalizzare fin da subito concetti complessi. Nella peggiore delle ipotesi, una cosa che si fa perché si deve fare. La tombola di terzo grado.

Lo scorso anno ho avuto una prima molto difficile. Ed ho deciso di lasciar perdere la storia della pedagogia, trattando piuttosto temi educativi come la relazione educativa, con risultati positivi. Ma ho rimandato il problema al secondo anno. Che fare? Riprendere e recuperare quello che non abbiamo fatto al primo? È una decisione che prenderò all’inizio dell’anno, parlandone anche con gli studenti. Ma il criterio mi è chiaro. Ho di fronte persone che hanno bisogno di cibo per crescere. Se mi accorgo che un cibo non è adatto a loro, non serve, non li aiuta, ho il dovere di lasciar perdere quel cibo. Sono al servizio dei miei studenti, non delle Indicazioni Nazionali. Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato.

Ho presente l’obiezione. Un bravo docente riesce a rendere interessante qualsiasi cosa. Il problema dunque non si pone. Se il cibo è amaro, il docente riuscirà in qualche modo ad addolcirlo. Ci metterà magari del miele, ma ce la farà. Nel caso di Manzoni, o di Dante, il miele abbonda: basta googlare. I Promessi sposi vengono proposti in tutte le salse, dalla parodia ai fumetti, nel disperato tentativo di renderli in qualche modo interessanti. Ma ha davvero senso farlo? A noi, in fondo, interessano, piacciono, appassionano davvero I promessi sposi?

Sento le voci di centinaia di colleghi di Italiano indignati. Certo che li appassiona. Lo leggono. Lo rileggono. Lo tengono sul comodino. Ogni sera una pagina prima di andare a letto. Sono sinceramente ammirato. Io no. Ho letto Manzoni verso i vent’anni. Mi ha annoiato a morte e ho lasciato perdere. Ho sul comodino Solenoide di Cartarescu.

Esiste, al di fuori e al di sopra dello studente, un mondo culturale, anzi spirituale. Immerso nella nebbia della sua età lo studente non riesce a coglierne la bellezza. Compito del docente è tirarlo fuori da quella nebbia, se occorre con la forza della seduzione; far sì che voli fino alle sacre nuvole che ospitano le sacrissime anime di Dante e di Manzoni, di Petrarca e di Leopardi. Esiste il Canone. E al docente si chiede di esserne il sacerdote – o l’esecutore testamentario.

Chiunque abbia una cultura non solo scolastica sa che quel Canone ha un bel po’ di crepe, che è il risultato di scelte anche politiche, e che c’è un mondo meraviglioso al di là di esso. E pensa che no, non c’era davvero bisogno di essere così rigidi.

Foto di jean wimmerlin su Unsplash

Author: Antonio Vigilante

antoniovigilante@autistici.org