Le cose belle non dicono

QHo partecipato alla Corte dei Miracoli di Siena all’Andrej. L’assenza di sé di Francesco Chiantese. Dico partecipato perché di questo si è trattato, e non di un assistere. Una stanza, al centro due sedie rosse e una tela, intorno, in uno stretto cerchio, il pubblico. Andrej è Andrej Rublëv, il pittore di icone russo, ma anche Andrei Tarkovsky, che all’artista ha dedicato uno dei suoi film migliori. Chiantese è in scena da solo, due voci fuori campo e un raggio di luce che di tanto in tanto trafigge il buio. Le voci lo interrogano, lo ammoniscono, lo inquietano. Finché giunge la sua, di voce. Che dice, tra l’altro: “Le cose belle non dicono. Le cose belle sono”.

Cosa vuol dire che le cose belle non dicono? Dire è significare, mostrare altro. Le cose belle non mostrano altro: sono qui, e null’altro. Mi viene in mente l’analisi fenomenologica del mondo che fa Heidegger nella prima parte di Essere e tempo. Le cose sono utilizzabili, sono strumenti che si rimandano l’un l’altro, in un sistema di connessioni. Stiamo nel mondo come utilizzatori di cose. Ma, dice Heidegger, accade che alcune cose non funzionino. Che uno strumento sia guasto. Questa inutilizzabilità può suscitare sorpresa – non è quello che ci aspettavamo – ma presentarsi anche come un ostacolo: essere “fra i piedi”, per usare l’espressione di Heidegger (Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, p. 10o). Ora, se le cose belle non dicono, vuol dire che sono anch’esse un non-strumento, costituiscono anch’esse in qualche modo un ostacolo. Ma che differenza c’è tra uno strumento rotto ed una cosa bella? Quale tra una tela bucata ed una magnifica icona russa?
Pensavo a questo, alla fine della rappresentazione, quando Chiantese mi ha accolto, come ha fatto con tutti, prima che uscissi. Non sono riuscito a complimentarmi con lui, a dirgli che quella che avevo visto era una cosa bella, perché ero ancora nella domanda: cosa è una cosa bella? e cos’è un gesto scenico come quello di Andrej?
Poco fa ho ritrovato sulla mia scrivania un foglio che ho preso ieri e che mi era finito in tasca distrattamente. L’ho letto: è una lettera di Chiantese ai partecipanti. Dice, tra l’altro:
Era da un po’ che non riuscivo a portare in questa città dove molto del mio mestiere è cominciato, proprio qui in questi spazi, uno dei miei più recenti inciampi.
Chiamo così i miei spettacoli di ricerca: inciampi. Più o meno fortunati, più o meno piacevoli, inciampi. Uno questo termine perché, nel teatro di ricerca, non si va in scena per mostrare quello che si sa fare (quello, per me, è necessario in altre circostanze) ma quello che non si è ancora in grado di fare; non si mostra in scena una consapevolezza, ma un’intuizione, sghemba, fallace, fragile.
Ecco: inciampo. Ciò che viene fra i piedi, ciò che fa cadere. Mi sembra questa la risposta alla domanda sulla bellezza. Le cose belle non dicono, ma indicono. Sono inciampi che annunciano qualcosa e che denunciano qualcos’altro. Nel caso di Andrej, siamo al cospetto di un duplice gesto creativo: quello dell’artista intento alla creazione della sua opera e quello dell’attore intento a ricreare il gesto creativo. Una doppia oscenità: perché l’opera si mostra completa, e il travaglio – perché di questo si tratta – da cui nasce resta celato, difeso dallo sguardo come cosa fragile e incerta.
Nella lettera di Chiantese c’è un altro passo che merita di essere riportato:
Il teatro è artigianato delle relazioni; si compie soltanto se la mia biografia e la tua biografia si compenetrano, in qualche modo, e ne nasce qualcosa che non appartiene a me quanto non appartiene a te: lo spettacolo. Tutto, tutto, tutto dev’essere in funzione di questo.
Credo che sia bella ed importante l’idea di un artigianato delle relazioni: che vuol dire, per me, cercare modi di essere-con diversi da quelli quotidiani, che sono, ancora, quelli della reciproca utilizzabilità. L’altro, come la cosa, significa, rimanda. Mentre occorre cercare modi, forme dell’essere insieme in cui l’altro, come le cose belle, non dica, ma sia. Questo è per Chiantese è il teatro, così come per me può e deve essere l’educazione.
Durante l’opera, alcune partecipanti hanno ritenuto opportuno disturbare chiacchierando, usando lo smartphone e addirittura, pare, dileggiando Chiantese. Il quale alla fine dello spettacolo se ne è lamentato garbatamente, rivendicando il rispetto non per sé, ma per il teatro. Con molta ragione, naturalmente. Ma mi sembra un inciampo, ecco, che conferma la significatività del gesto scenico. Proprio perché le relazioni quotidiane sono improntate alla comune utilizzabilità, al rimando significativo, al quale è funzionale il sistema dei ruoli e degli status, è profondamente disturbante un gesto scenico che proponga, anche, un diverso modo di concepire la relazione, e denunci la vacuità del ruolo dell’attore e dello spettatore. Non c’è da attendersi che un artigianato delle relazioni sia facile e susciti consensi. E tuttavia è necessario.
Pubblicato su Gli Stati Generali il 28 novembre 2018.