Francesco Chiantese

QHo partecipato alla Corte dei Miracoli di Siena all’Andrej. L’assenza di sé di Francesco Chiantese. Dico partecipato perché di questo si è trattato, e non di un assistere. Una stanza, al centro due sedie rosse e una tela, intorno, in uno stretto cerchio, il pubblico. Andrej è Andrej Rublëv, il pittore di icone russo, ma anche Andrei Tarkovsky, che all’artista ha dedicato uno dei suoi film migliori. Chiantese è in scena da solo, due voci fuori campo e un raggio di luce che di tanto in tanto trafigge il buio. Le voci lo interrogano, lo ammoniscono, lo inquietano. Finché giunge la sua, di voce. Che dice, tra l’altro: “Le cose belle non dicono. Le cose belle sono”.Cosa vuol dire che le cose belle non dicono? Dire è significare, mostrare altro. Le cose belle non mostrano altro: sono qui, e null’altro. Mi viene in mente l’analisi fenomenologica del mondo che fa Heidegger nella prima parte di Essere e tempo. Le cose sono utilizzabili, sono strumenti che si rimandano l’un l’altro, in un sistema di connessioni. Stiamo nel mondo come utilizzatori di cose. Ma, dice Heidegger, accade che alcune cose non funzionino. Che uno strumento sia guasto. Questa inutilizzabilità può suscitare sorpresa…