Il 12 luglio del 1615 a Roma, nella chiesa della Minerva, una terziaria francescana di quarant’anni confessa davanti agli inquisitori “di aver fatto ridotto di molte persone dell’uno, e l’altro sesso miei devoti, e figli spirituali, quali per non degenerare confusione li facevo dividere in più Congregazioni in alcune stanze secrete della mia casa in un’ora a ciò destinata, dopo una breve orazione che facevo loro in lode della carità carnale, spenti i lumi li facevo congiungere insieme, e ciò senza scrupolo d’incorrere in peccato, anzi fare atto meritorio ogni volta che si reiterava la copola, stante loro la partecipazione del dono di castità comunicatomi da Dio…” [1]. La suora si chiama Giulia di Marco, ed il suo è il più grande scandalo della Napoli di inizio Seicento. Di umilissime origini molisane, dopo le molte sofferenze che il suo secolo, non diversamente dai precedenti e dai successivi, riservava ai poveri, compreso il mettere al mondo un bambino che sarà costretta ad abbandonare, prende l’abito francescano e raggiunge Napoli, dove si dedica a pratiche di carità. E lo fa con tanto zelo, da acquistare presto una grande fama di santità ed una notevole popolarità in una città che da sempre ha…