Il fenomeno Soccio

Conobbi Pasquale Soccio a metà degli anni Novanta. Mi portò da lui Franco Marasca, con la sua guida che aveva per me qualcosa di misterioso: l’utilitaria faticava, sbandava, a momenti urtava qualcosa, ma riusciva sempre in qualche modo a giungere a destinazione senza danni. Premise: “E’ un burbero benefico”. Mi parve piuttosto un San Girolamo, quest’uomo scavato dagli anni, cieco, ascetico, seduto ieraticamente nel suo studio dominato da un enorme tavolo ingombro di libri. Ad una parete un quadro di Giuseppe Ar che lo ritraeva da giovane. Mi sottopose a un fuoco di fila di domande; solo dopo compresi che si trattava di un esame, e che l’avevo passato. Soccio aveva bisogno di qualcuno che gli leggesse libri e giornali, che parlasse un po’ con lui e lo aiutasse a scrivere un libro di filosofia cui pareva tenere molto. Io ero alla ricerca d’un lavoro. E la paga non era granché, ma quando sei disoccupato – e io lo ero – guadagnare qualcosa è meglio che non guadagnare nulla.
Per un po’, dunque, ho fatto questo di lavoro – fino a quando la vecchiaia ha avuto la meglio, e l’ha ricacciato nella natia San Marco in Lamis, affidato alle premure della famiglia ed al calore di quello che fu il grembo materno. L’ho visto letteralmente rimpicciolirsi, farsi quasi bimbo nella sua culla, prima della liberazione.

Fragile di costituzione, ma anche per le origini sociali, Soccio aveva imparato come corazzarsi. Con la forza della cultura, con la fermezza (durezza, anche) del carattere, con gli opportuni legami sociali. Ed ora, vicino ai novant’anni, poteva permettersi di alzare la voce con persone di potere, le quali reagivano con la mansuetudine dello scolaretto che sa che la correzione è per il suo bene.
Dal punto della sociologia della cultura, il fenomeno Soccio è interessantissimo. Omero garganico, grande scrittore, grande filosofo. O no? Come filosofo i suoi meriti sono modesti. Penso, dunque invento, il libro cui stava lavorando quando l’ho conosciuto, parte da una idea interessante (la ragione produce miti), ma procede in modo raffazzonato e confuso. E c’è poco altro. Gli studi vichiani, tanto celebrati, si riducono sostanzialmente ad una antologia scolastica. Una buona antologia, ma non apre nuove vie agli studi vichiani. Unità e brigantaggio, scritto con Tommaso Nardella, è un libro interessante, ma non più di tanti altri; e quando ho studiato il brigantaggio per me sono stati ben più importanti i saggi di Tommaso Pedio. Il maestro studioso, ripubblicato in stampa anastatica con il contributo del Rotary e della Banca del Monte di Foggia in occasione dei novant’anni di Soccio, è un bignamino per la preparazione al concorso magistrale, privo oggi di qualsiasi interesse. Restano Gargano segreto e Lucera minore. Due libri di valore – il secondo più del primo – scritti in una prosa che qua e là attinge la poesia. La cultura di Soccio, tanto celebrata, era vasta, ma aveva confini ben precisi. Nulla aveva compreso, per dire, dei cambiamenti avvenuti nella filosofia a partire dagli anni Cinquanta; e poco e male conosceva la cultura in lingua inglese. Come accade a molti, apparire straordinariamente colto finché si muoveva nel suo campo (e costringeva l’altro a farlo); quando ci si avvicinava pericolosamente al perimetro della sua sfera del sapere, il discorso si troncava. Si giocava alle sue regole, o non si giocava affatto.
Come si spiega dunque il successo di Soccio? Bisogna riprendere un libro mediocrissimo come Omaggio a Foggia, anch’esso ripubblicato per il novantesimo di Soccio, questa volta dalla Provincia di Foggia. Soccio fa poesia dell’oggi e del passato di Foggia, con ostinato lirismo cerca poesia nei vicoli e nei secoli. “Io dormo sul tuo cuore antico, o Foggia, e sogno oro di grano, oro di lana”: così comincia. Due endecasillabi. Non dice che il “cuore antico”, ossia quel piano delle fosse che per Ungaretti meritava di diventare monumento nazionale, era stato devastato, distrutto per costruire proprio quel palazzo nel quale lui dormiva e sognava grano e lana. Un palazzo sul quale si legge una sorta di inno al progresso.
E’ un libro mediocrissimo, ho detto: perché è falso, e i libri devono più di ogni cosa essere veri. Essere magari sbagliati, scritti male, pensati peggio: ma portare la passione per la verità. Quel libro dà però al lettore quello che cerca. E quello che cerca è una narrazione rassicurante. Perfino poetica. Quella narrazione che sempre riporta il foggiano a Federico II, che fu l’unico a riconoscere il destino imperiale della città. Una narrazione che sarebbe innocua, se non distogliesse lo sguardo dalla realtà. Se non chiudesse in un bozzolo di indifferenza, in una idiozia poetica o erudita, che abbandona a sé stessi i terrazzani, i cafoni, i proletari che tra l’oro del grano e l’oro della lana gettano sangue e veleno.
Se dovessi scrivere un libro su Foggia, probabilmente si intitolerebbe Oltraggio a Foggia. Perché ritengo che compito di chi ha il privilegio di scrivere sia quello di dire la verità. Sempre, costi quel che costi. Sanguini quel che deve sanguinare. Se poi chi scrive ha le sue radici in una città che sta già sanguinando, dire la verità significa indicare le piaghe, toccarle, aprirle perfino perché siano ben evidenti. E si possa cominciare a curarle.

L’Attacco, 1 maggio 2019.

Joseph Tusiani e Pasquale Soccio

Joseph Tusiani
Molti anni fa (dodici? tredici?) frequentavo la casa d’un filosofo e scrittore prossimo ai novant’anni, dal profilo reso ascetico dall’età, quasi del tutto cieco. Il mio lavoro – perché di un lavoro si trattava – consisteva nel leggergli i libri e giornali, nel commentarli con lui e nello scrivere ciò che lui dettava; in particolare, nel metter mano ad un brogliaccio dal quale sarebbe venuto fuori un libro sul mito e Giambattista Vico. Sporadicamente, mi capitava di fargli da segretario. 
Una mattina gli lessi una lettera di Eugenio Garin, alla quale si propose di rispondere immediatamente. Ed io avrei dovuto prestargli le mie mani. Ora, le lettere di Garin, scritte da lui o non so da chi, erano ammirevoli per il nitore, l’eleganza, la bellezza della scrittura, oltre che per il contenuto; e Garin era un autore sulle cui pagine avevo passato non poche giornate. La mia scritture invece era, ed è, penosamente contorta, sofferta, esasperata ed esasperante. Insomma, temevo un esito disastroso. E temevo bene: ché il timore mi fece per giunta sudare la mano, e mille sbavature s’aggiunsero a rendere completo il disastro. 
Quel filosofo e scrittore si chiamava Pasquale Soccio. Mi è tornata in mente, quella spiacevole mattina degli anni Novanta, leggendo ora le Lettere di Joseph Tusiani a Pasquale Soccio (1974-1993), pubblicate dalle Edizioni del Rosone per celebrare i novant’anni di Tusiani.

Devo confessare che non ho mai amato molto Tusiani. Persona di straordinaria cultura, ci mancherebbe; grande poeta in latino e grande traduttore in inglese di classici italiani: ma circondato, almeno qui, da quella stessa quasi-santificazione che a molti rendeva antipatico lo stesso Soccio (dimenticato poi rapidamente dopo la morte), da quella piaggeria che in genere si mostra verso la falsa grandezza, e che spesso finisce per mortificare anche la grandezza vera.
Mi piacciono, invece, queste lettere. Mi piace lo stile, accurato senza essere artefatto, ma più ancora la sincerità dell’affetto, la sintonia intellettuale, la sensibilità comune per la terra garganica, con le sue dolcezze e le sue asprezze. La prosa di Soccio voleva essere poesia, e spesso lo era davvero. Qua e là si divertiva a disseminare i suoi scritti di endecasillabi. Tusiani, lettore attentissimo e sensibile, prontamente li ritrova e li segnala in Lucera minore (“Come in regale volontaruio esilio, / nelle sere d’0estate e nei meriggi… / gli occhietti d’oro della camomilla”) e nel libro sul convento di San Matteo. Ma le stesse lettere di Tusiani tendono alla poesia ed all’endecasillabo. Tra tutti, mi sembrano degni di nota questi versi finali d’una lettera in endecasillabi datata New York, 30 giugno 1980:
Ah, non m’è giunta risposta a due lettere
e per due brevi istanti (poi fugati
dalla certezza del tuo vivo raggio)
mi son sentito in luogo oscuro e solo;
ma finalmente, pochi giorni or sono,
di te m’ha scritto novità gioiose
il gran pittore delle mie radici.
Ei ti dirà, se presto tu lo veda,
che la frase blasfema conclusiva
mi fu dettata da malinconia –
quella nebbia sottile e insidiosa
che, grazie alla tua luce che mi salva,
or che ti scrivo più non so che sia.
E’ un endecasillabo anche la firma: Un abbraccio dal tuo Joseph Tusiani.