Joseph Tusiani

Joseph TusianiMolti anni fa (dodici? tredici?) frequentavo la casa d’un filosofo e scrittore prossimo ai novant’anni, dal profilo reso ascetico dall’età, quasi del tutto cieco. Il mio lavoro – perché di un lavoro si trattava – consisteva nel leggergli i libri e giornali, nel commentarli con lui e nello scrivere ciò che lui dettava; in particolare, nel metter mano ad un brogliaccio dal quale sarebbe venuto fuori un libro sul mito e Giambattista Vico. Sporadicamente, mi capitava di fargli da segretario. Una mattina gli lessi una lettera di Eugenio Garin, alla quale si propose di rispondere immediatamente. Ed io avrei dovuto prestargli le mie mani. Ora, le lettere di Garin, scritte da lui o non so da chi, erano ammirevoli per il nitore, l’eleganza, la bellezza della scrittura, oltre che per il contenuto; e Garin era un autore sulle cui pagine avevo passato non poche giornate. La mia scritture invece era, ed è, penosamente contorta, sofferta, esasperata ed esasperante. Insomma, temevo un esito disastroso. E temevo bene: ché il timore mi fece per giunta sudare la mano, e mille sbavature s’aggiunsero a rendere completo il disastro. Quel filosofo e scrittore si chiamava Pasquale Soccio. Mi è tornata in mente, quella spiacevole mattina…