Joseph Tusiani e Pasquale Soccio

Joseph Tusiani
Molti anni fa (dodici? tredici?) frequentavo la casa d’un filosofo e scrittore prossimo ai novant’anni, dal profilo reso ascetico dall’età, quasi del tutto cieco. Il mio lavoro – perché di un lavoro si trattava – consisteva nel leggergli i libri e giornali, nel commentarli con lui e nello scrivere ciò che lui dettava; in particolare, nel metter mano ad un brogliaccio dal quale sarebbe venuto fuori un libro sul mito e Giambattista Vico. Sporadicamente, mi capitava di fargli da segretario. 
Una mattina gli lessi una lettera di Eugenio Garin, alla quale si propose di rispondere immediatamente. Ed io avrei dovuto prestargli le mie mani. Ora, le lettere di Garin, scritte da lui o non so da chi, erano ammirevoli per il nitore, l’eleganza, la bellezza della scrittura, oltre che per il contenuto; e Garin era un autore sulle cui pagine avevo passato non poche giornate. La mia scritture invece era, ed è, penosamente contorta, sofferta, esasperata ed esasperante. Insomma, temevo un esito disastroso. E temevo bene: ché il timore mi fece per giunta sudare la mano, e mille sbavature s’aggiunsero a rendere completo il disastro. 
Quel filosofo e scrittore si chiamava Pasquale Soccio. Mi è tornata in mente, quella spiacevole mattina degli anni Novanta, leggendo ora le Lettere di Joseph Tusiani a Pasquale Soccio (1974-1993), pubblicate dalle Edizioni del Rosone per celebrare i novant’anni di Tusiani.

Devo confessare che non ho mai amato molto Tusiani. Persona di straordinaria cultura, ci mancherebbe; grande poeta in latino e grande traduttore in inglese di classici italiani: ma circondato, almeno qui, da quella stessa quasi-santificazione che a molti rendeva antipatico lo stesso Soccio (dimenticato poi rapidamente dopo la morte), da quella piaggeria che in genere si mostra verso la falsa grandezza, e che spesso finisce per mortificare anche la grandezza vera.
Mi piacciono, invece, queste lettere. Mi piace lo stile, accurato senza essere artefatto, ma più ancora la sincerità dell’affetto, la sintonia intellettuale, la sensibilità comune per la terra garganica, con le sue dolcezze e le sue asprezze. La prosa di Soccio voleva essere poesia, e spesso lo era davvero. Qua e là si divertiva a disseminare i suoi scritti di endecasillabi. Tusiani, lettore attentissimo e sensibile, prontamente li ritrova e li segnala in Lucera minore (“Come in regale volontaruio esilio, / nelle sere d’0estate e nei meriggi… / gli occhietti d’oro della camomilla”) e nel libro sul convento di San Matteo. Ma le stesse lettere di Tusiani tendono alla poesia ed all’endecasillabo. Tra tutti, mi sembrano degni di nota questi versi finali d’una lettera in endecasillabi datata New York, 30 giugno 1980:
Ah, non m’è giunta risposta a due lettere
e per due brevi istanti (poi fugati
dalla certezza del tuo vivo raggio)
mi son sentito in luogo oscuro e solo;
ma finalmente, pochi giorni or sono,
di te m’ha scritto novità gioiose
il gran pittore delle mie radici.
Ei ti dirà, se presto tu lo veda,
che la frase blasfema conclusiva
mi fu dettata da malinconia –
quella nebbia sottile e insidiosa
che, grazie alla tua luce che mi salva,
or che ti scrivo più non so che sia.
E’ un endecasillabo anche la firma: Un abbraccio dal tuo Joseph Tusiani.