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Dobbiamo proprio rileggere Pirsig

Robert M. Pirsig

Mi sto convincendo che la via migliore per uscire dal pantano in cui è caduta la scuola pubblica sia quella di non rilasciare più alcun titolo di studio e di non mettere più voti. A scuola il voto, che dovrebbe essere un mezzo, diventa il fine. Non si viene per imparare, ma si impara (per lo più: si fa finta di imparare) per avere il voto. E poi il diploma. Di qui il mercanteggiare sulle pagine da studiare (“professore, toglieteci questo e quest’altro”), le piccole furbizie, gli imbrogli veri e propri. Di qui l’imparare a memoria. Di qui la scuola trasformata in qualcosa di indefinibile – una triste ed inutile eterotopia.

Discuto di questa idea con alcuni colleghi nel newsgruoup it.istruzione.scuola. Una collega con cui molti anni fa ho discusso a fondo di molte cose commenta: “Comunque dobbiamo proprio rileggerci il Pirsig”. Non colgo il riferimento, finché lei non prosegue con la citazione:
Il più grosso problema dello studente è una mentalità da mulo, inculcatagli da anni di politica del bastone e della carota. L’abolizione dei voti e dei diplomi non si propone di punire i muli o di liberarsi di loro, ma di creare un ambiente in cui ogni mulo possa trasformarsi in un uomo libero.
Così tornerebbe alla nostra scuola senza voti e senza diplomi, motivato questa volta non dai voti ma dalla conoscenza. Lo stimolo a imparare gli verrebbe dal di dentro. Sarebbe un uomo libero. Non avrebbe bisogno di disciplina per la sua formazione, anzi, se i professori dei suoi corsi non si impegnassero a dargli quel che cerca sarebbe lui a metterli in riga con qualche domanda fuori dai denti. 

Ho letto Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta quasi dieci anni fa; lo ricordo come un bel romanzo di viaggio con fastidiose velleità filosofiche. Vado a controllare la mia edizione. Il passo citato è a pagina 196 (l’edizione è Adelphi), ed è ovviamente sottolineato.
A quanto pare sì, bisogna rileggere Pirsig.