Il Piccolo Principe & io


Presso l’editore Il Poligrafo di Padova è uscito il libro Ancora una volta Piccolo Principe. L’essenziale diventa “visibile” agli occhi di Maria Alessandra Soleti, di cui ho avuto il piacere di scrivere la presentazione. Eccone qualche pagina:

In principio era Kipling. Ci sarebbe questa frase in una ipotetica (ed evitabile) storia del mio personale rapporto con la lettura, che sarebbe un capitolo rilevante di una mia ancor più evitabile autobiografia. Just So Stories for Little Children, tradotto con Storie proprio così. Mi vedo ancora – ed è uno dei pochi ricordi della mia infanzia – in cartoleria, con mia madre, e quella richiesta insolita: voglio un libro. Quel libro. Un libro grande, cartonato, con molti disegni. Un libro che racconta le storie, strane e divertenti, di come e perché gli animali sono diventati come sono: perché la giraffa ha il collo lungo, perché il cammello ha le gobbe, perché l’elefante ha la proboscide. Eccetera. Solo da adulto avrei scoperto le illustrazioni originali di Kipling, che trovo bellissime. Quell’edizione invece era illustrata da disegni per bambini, che fecero bene il loro lavoro: non mi sarei appassionato alla lettura di quel libro (e forse alla lettura tout court) senza quelle illustrazioni. In principio era il testo, ma anche l’immagine. In principio era l’immagine che porta al testo. Eidos e Logos. Così è stato per me, così è stato per molti. Voi che leggete queste righe starete forse pensando al libro illustrato che è stato fatale per voi, che ha aperto il mondo magico della lettura e della fantasia. Ma sarà ancora così tra vent’anni? I ventenni, i trentenni di domani parleranno di un libro quasi magico, di figure animate dalle parole, di parole animate dalle figure? Può essere. Ma può essere anche che nei loro ricordi ci sia un’app su un tablet. Può essere che a compiere la stessa funzione iniziatica non sia stato un libro di carta, ma un software. Può essere che ricordino immagini animate, completate da suoni, e testi interattivi.

Qualcuno vedrà in ciò una degenerazione. Possiamo esserne non consapevoli, ma qualcosa ci spinge sempre, nostro malgrado, ad essere laudatores temporis acti, a pensare che il passato era meglio del presente. La carta ci appare più calda, più affettuosa, più sensorialmente appagante dello schermo di un computer, di un tablet, di un cellulare. Ma non abbiamo passato anche noi, da bambini, ore davanti alla televisione? Era forse freddo, lo schermo di un televisore, quando lo usavamo per entrare nei mondi fantastici di Jeeg Robot, di Mazinga Z, di Riù? Perché lo schermo di un pc o di un tablet dovrebbe essere più freddo di quello di un televisore?
Appartengo ad una generazione infelice per molti versi, fortunata per altri. Ho assistito al tramonto di ogni verità collettiva, alla fine penosa di tutte le grandi narrazioni; ho visto il mio paese governato per anni, per decenni da soggetti tali, che se si fossero scelti a caso dei detenuti di una qualsiasi galera, il livello di onestà pubblica ne avrebbe guadagnato; ho visto dominare incontrastati la mafia, i servizi segreti deviati, la massoneria deviata, la finanza corrotta, la delinquenza politica. Ma ho anche assistito a cambiamenti straordinari, che non sempre si verificano nel corso di una sola vita. Quando ero ragazzino l’omofobia, per dire, era incontrastata, mentre oggi assisto alle prime coraggiose unioni civili. Ho visto le televisioni in bianco e nero, poi quelle a colori, poi i primi pc, poi i primi cellulari, grandi come citofoni, poi i primi smartphone ed i tablet. Ho visto i libri diventare elettronici, le immagini animarsi, i testi diventare interattivi. Ho la fortuna di aver mantenuto sempre un po’ della curiosità e della meraviglia di quand’ero bambino: per cui mi ritrovo oggi a provare davanti ad un libro elettronico le stesse sensazioni che avrebbe provato negli anni Ottanta un bambino di sette anni il cui libro di carta si fosse, per una strana magia, improvvisamente animato. (Sì, vi sento. State dicendo che negli anni Ottanta i libri erano animati: li animava la fantasia dei bambini. Ma chi può mettere limiti alla fantasia di un bambino? Se un libro con qualche figura portava lontano, dove porterà un libro elettronico?).
Ho incontrato Il Piccolo Principe tardi: addirittura a trent’anni. E mi pare, tuttavia, di averlo incontrato al tempo giusto. Perché Il Piccolo Principe non è, come si crede, un libro per bambini; anzi lo è, ma non nel senso comune dell’espressione. E’ un libro che insegna agli adulti cosa è un bambino; ed è un libro che parla al bambino che è rimasto, latente, nascosto ed intimorito, nell’adulto. E’ un libro che gli parla per fargli coraggio, per farlo venir fuori. Non riesco a liberarmi, spesso, dall’impressione che quel viaggio misterioso abbia qualcosa a che fare con la Commedia dantesca. Il poeta fiorentino deve intraprendere, per purificarsi, il suo cammino nell’umanissimo Inferno, con i suoi gironi. Il Piccolo Principe nel suo misterioso viaggio visita i pianeti che rappresentano i diversi inferni del nostro essere adulti, uomini e donne concreti, adattati, impegnati con la realtà. Descrive con poesia, ma anche con implacabile realismo, le trappole della nostra vita quotidiana: la trappola del potere, in primo luogo, alla quale pochi sfuggono, e poi quella del denaro, quella della vanità, e quella del sapere (sì, anche il sapere può essere una trappola). E indica la via d’uscita, a portata di mano eppure terribilmente difficile. Essere bambini. Imparare da loro, essere come loro. Conquistare il loro sguardo, la loro poesia, la loro semplicità. Nella mia libreria ideale (cioè: nell’ordinamento ideale della mia libreria; quello reale risente di troppi traslochi) il libro di de Saint-Exupéry starebbe in mezzo a due altri libri che sono per me fondamentali: da un lato Il fanciullo nella liberazione dell’uomo di Aldo Capitini, dall’altro Il diritto del bambino al rispetto di Janusz Korczak. Capitini, il filosofo italiano della nonviolenza, insegna la radicale differenza del bambini, il “figlio della festa”, colui che appartiene alla dimensione della compresenza, il mondo liberato dal male, dalla violenza, dalla morte, un mondo che non è constatabile oggettivamente e non è nemmeno oggetto di fede nel senso religioso, ma nel quale già siamo nel momento in cui, posti di fronte all’altro, rinunciamo alla violenza. A questo mondo appartiene il bambino, con il suo impertinente “dire tu”, con il suo insensato parlare alle cose, agli animali, alle piante, con quella freschezza che ci strappa un sorriso, ma che ci proponiamo di raddrizzare, di “educare”, di socializzare: di spegnere. Il bambino imparerà a dare del lei, e che le persone sono persone e le cose sono cose, e che la realtà ha le sue leggi ferree, le sue distinzioni, i suoi muri, le sue crepe. Korczak ci mostra le infinite violenze cui, col pretesto dell’educazione, sottoponiamo il bambino. Un libro che si conclude con parole che dovrebbero essere scritte sulla parete di ogni aula scolastica: “Rispetto, se non umiltà, per la bianca, la candida, l’immacolata, la santa infanzia”. Si dirà: ma no, questo è romanticismo. Non c’è nulla di immacolato nell’infanzia, ci ha insegnato Freud. E la santità, poi! Un concetto vecchio, nel quale finge di credere solo qualche cattolico. Leggiamo la riga che precede. “I prìncipi del cuore sono proprio i bambini, questi poeti e pensatori”. Eccolo qui, il nostro piccolo principe. Poeta e pensatore. Korczak scrive queste righe nel 1929. Tredici anni dopo, la mattina di un giorno di agosto del 1942, il dottor Korczak accompagnerà i suoi bambini dell’orfanotrofio del ghetto ebraico di Varsavia. Un carro per bestiame li porterà a Treblinka, dove saranno sterminati tutti. Ed eccoli qui, l’adulto e il bambino. L’homo rapax – così lo chiama Korczak – e la sua vittima. Rileggiamo le parole finali del suo libro pensando a questi bambini che si avviano in fila verso il campo di sterminio. Sì, la bianca, la santa infanzia. Con buona pace di Freud. La santa infanzia sacrificata ieri nei campi di sterminio, sacrificata ieri, oggi e (se non cambiamo le cose) domani sull’altare della ragionevolezza feroce e insensata che costruisce i nostri palazzi, le nostre strade, la nostra ammirevole civiltà.