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La filosofia e il negativo:
il tempo per essere veri

I momenti più belli dell’anno scolastico sono i primi giorni di giugno, quando il programma è ormai finito e, liberi dall’incombenza delle lezioni, è possibile parlare seduti sull’erba, godendosi il sole e la compagnia. In uno di questi momenti ho provato a fare un bilancio dell’anno con gli studenti di quarta. Una classe che ho preso quest’anno, e con la quale c’è stato qualche problema iniziale dovuto alla sensibile differenza di metodo tra me ed il docente dell’anno precedente. In quest’anno scolastico abbiamo attraversato più di mille anni di filosofia, dalle certezze del pensiero medievale fino alle inquietudini kantiane. Come è andata, dunque?
Dopo qualche complimento di rito viene fuori un aggettivo che, nonostante la bella giornata, mi gela: deprimente. Studiare filosofia è stato deprimente. Poiché so che spesso i ragazzi danno alle parole un significato un po’ diverso da quello corrente, chiedo spiegazioni. E viene fuori che la filosofia è deprimente perché toglie ogni certezza. Non abbiamo assistito solo al crollo della visione del mondo medioevale. Non abbiamo seguito solo Cartesio nel suo dubbio metodico. Ci siamo interrogati anche sulla validità dello stesso cogito cartesiano. Quanto è solida la certezza di noi stessi? Chi siamo davvero? Hume ci ha gettato addosso un bel po’ di domande; con Kant siamo finiti ad interrogarci sulla realtà di ciò che vediamo.
E ci siamo fatti poi mille domande morali.

Le radici culturali dell’abbandono scolastico

Poco dopo aver letto l’articolo di Valerio Camporesi sul difficile problema dell’abbandono scolastico mi è capitata sotto mano una intervista al filosofo Umberto Galimberti che meriterebbe di essere discussa punto per punto. Mi limiterò qui a considerare la seguente affermazione, che mi sembra un buon punto di partenza per parlare di abbandono scolastico: “Per me fino a 18 anni bisogna tenere una scuola dell’obbligo, inevitabilmente. E i ragazzi vanno in qualche modo sedotti… sedotti con la cultura. Allora vanno a scuola volentieri.”
Dunque: la cultura e la seduzione. La scuola ha la cultura, che per un filosofo come Galimberti è evidentemente qualcosa di straordinario, e tuttavia non basta da sola, ha bisogno di essere resa piacevole e interessante: l’esempio è quello della Commedia letta da Benigni. Ma la scuola ha la cultura? No. La scuola ha una cultura. I programmi scolastici, o per meglio dire le programmazioni dei singoli docenti, offrono agli studenti una fetta di cultura, dalla quale restano escluse molte cose. Restano esclusi molti aspetti della cultura occidentale che non rientrano nel canone occidentale, così come resta esclusa praticamente tutta la cultura orientale, africana, sudamericana. Ma resta esclusa, soprattutto, la cultura delle classi subalterne. La cultura scolastica rappresenta una parte significativa della cultura in cui si riconoscono le classi alte della società italiana: una cultura lodevolissima, fatta di straordinari capolavori letterari, filosofici, artistici, ma che non è la cultura, non ha, di fatto, un valore universale, non è una casa comune degli italiani. Si dirà che è compito della scuola far sì che lo diventi. Può essere. Ma intanto non tutti gli studenti che entrano a scuola si ritrovano in quella dimora culturale: alcuni perché appartenenti a classi subalterne, altri perché stranieri, altri ancora per entrambe le ragioni.

Mi pare che qui vada cercata una delle ragioni dell’abbandono scolastico. Non dico nulla di nuovo, naturalmente. Ma dopo Gramsci, don Milani, Bourdieu, occorre ancora constatare il carattere monoculturale della scuola, la sua incapacità di essere ponte tra culture, di farsi luogo di dialogo tra visioni del mondo. Senza un riconoscimento reciproco non è possibile alcun lavoro educativo e culturale. Se lo studente porta a scuola una cultura diversa da quella scolastica, e se la scuola con quella cultura non è in grado di dialogare, l’esito è solo uno: l’abbandono. Lo studente prende atto della incompatibilità dei due mondi, e sceglie quello al quale sente di appartenere: il mondo della famiglia.
C’è poi la faccenda della seduzione. La Commedia è straordinaria, ma per un adolescente può essere noiosa. E allora si cerchi di renderla divertente. Ma se la Commedia è straordinaria, perché risulta noiosa? Com’è che tutte queste cose eccezionali conciliano il sonno? Si dirà che è perché i ragazzi di oggi sono abituati alla iperstimolazione da videogiochi e smartphone, e faticano a restare concentrati su un testo o su un pensiero complesso. Ma quando eravamo ragazzini noi gli smartphone non esistevano, e Dante ci annoiava a morte ugualmente.
Bisogna riflettere sulla natura dell’apprendimento. Al di fuori della scuola, esso ha due caratteristiche: è naturale e sociale. La più grande impresa della vita, dal punto di vista dell’apprendimento, è la conquista del linguaggio. Che avviene senza alcun insegnamento, in modo spontaneo, ma che non è possibile senza relazioni sociali. Questo riguarda, a conti fatti, tutti i nostri apprendimenti. Impariamo quando ne abbiamo davvero bisogno – un bisogno organico – e lo facciamo in situazioni sociali. Ora, l’apprendimento scolastico non ha né la prima né la seconda caratteristica. E’ un apprendimento artificiale, che si presenta in assenza di bisogno, ma che soprattutto avviene (avviene?) in assenza di una vera situazione sociale: perché una classe che ascolta un docente non è una situazione sociale.
Ed è questa l’altra causa di abbandono scolastico. Una ipotesi che mi sembra meritevole di indagine è che l’abbandono scolastico sia più elevato in quei gruppi sociali nei quali non solo esiste una cultura diversa e lontana da quella scolastica, ma in cui sono più radicate forme di apprendimento sociale per bambini e adolescenti. A soffrire di più, a scuola, sono i bambini che vengono da gruppi nei quali non esiste una distinzione netta, nei compiti sociali, tra loro e gli adulti, e costantemente si chiede la loro collaborazione attiva nella vita sociale. Giunti a scuola, si trovano in un contesto in cui il fare lascia il posto all’ascoltare, che è una competenza che manca anche agli adulti, e si pretende che i bambini esercitino per cinque ore al giorno.
Se queste ipotesi non sono infondate, per combattere l’abbandono scolastico non basta essere più seduttivi. Bisogna diventare culturalmente umili, riconoscendo che esiste vita culturale anche al di fuori del canone scolastico, e cercare una socialità vera. Che vuol dire, tanto per cominciare, mandare una buona volta in pensione i banchi e le cattedre.

Pubblicato su Occhiovolante, 7 marzo 2019.

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