Virtualizzare l’esperienza

In un post di qualche mese fa, Roberto Cotroneo denunciava il crollo della qualità fotografica dovuto all’uso delle fotocamere dei cellulari, sia per i limiti intrinseci dello strumento, sia per il ricorso massiccio alle modifiche a posteriori, che per lo più producono foto pacchiane. Il post ha suscitato, com’era prevedibile, un mare di polemiche e di obiezioni, sintetizzabili in uno dei primi commenti: “La ‘bella foto’ è nella sensibilità di chi scatta”. Cosa incontestabile. Si possono fare belle, bellissime foto con una fotocamera giocattolo, come la Lomo, o con la fotocamera di un iPhone. Il problema però è proprio “la sensibilità di chi scatta”. 
Da qualche mese ho la fortuna di vivere in una città bellissima, meta di turisti provenienti da tutto il mondo. Da qualche mese li osservo, i turisti. Ci sono quelli che arrivano in fila indiana, seguendo la guida con l’ombrello alzato, ed hanno l’aria un po’ stanca ed un po’ smarrita: come se quello fosse un lavoro, l’adempimento di un compito, più che un piacere. Ci sono quelli che invece arrivano a gruppi di due, di tre, di quattro. Più liberi, più interessati, più rilassati. Tutti hanno in comune però una cosa: scattano fotografie. Scattano fotografie a più non posso. Cosa assolutamente normale, si dirà. Chiunque in vacanza scatta fotografie: ed era così anche quando c’erano le fotocamere analogiche, e bisognava comprare la pellicola e poi pagare lo sviluppo e la stampa (e buona parte delle foto erano da buttare). Ma c’è ora, mi sembra, qualcosa di diverso. Un tempo prima si guardava, poi si fotografava. Oggi mi pare che le cose si siano invertite: prima si fotografa, poi si guarda. Anzi, l’impressione è che, dopo aver fotografato, non si guardi nemmeno. Che si preferisca guardare il duomo di Siena o piazza del Campo non direttamente, ma attraverso lo schermo del proprio cellulare; come se questo sguardo altro, questo sguardo tecnologico e virtuale, avesse un valore maggiore. L’occhio cattura la scena e la manda alla propria memoria personale. L’occhio della fotocamera del cellulare cattura la scena e la manda a Facebook: ossia alla nostra nuova memoria collettiva. Si verificano così due cose. La prima è che la nostra esperienza viene virtualizzata. Una volta c’era l’esperienza di piazza del Campo, oggi c’è l'{esperienza di piazza del Campo}. La seconda è che questa esperienza virtualizzata è immediatamente una esperienza sociale. Naturalmente anche le vecchie fotografie analogiche venivano socializzate: l’album fotografico veniva mostrato ad amici e parenti. E tuttavia restava una cosa soprattutto personale, così come personali erano i ricordi. Ora invece quello che ho {visto} dev’essere immediatamente visto anche da altri, diventare parte di un patrimonio comune di cose {viste}. Quel che perde in intensità, l’esperienza – l'{esperienza} – lo conquista in orizzontalità. E’ come se il soggetto, al contatto con una qualsiasi realtà, se ne ritrasse quasi, e la toccasse attraverso il filtro dello schermo; e immediatamente deponesse poi il peso di questa {realtà} colta attraverso lo schermo, depositandola nell'{esperienza} collettiva. Per avviare lì un discorso sul mondo che è evidentemente più sostenibile dell’esperienza del mondo.