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Scuola: la laicità difficile

Qualche mese fa ha fatto discutere la scelta del preside di un istituto comprensivo di Porto Tolle, nel cattolicissimo Veneto, di non consentire al vescovo di Chioggia di far visita alla sua scuola. L’argomento del dirigente era semplice: la scuola pubblica e statale è laica. La semplicità, sensatezza, evidenza dell’argomento naturalmente non sono state sufficienti ad evitare le polemiche, per lo più politiche: per certe forze conservatrici notizie del genere sono manna dal cielo.
Non si è fatto troppi problemi invece il dirigente dell’istituto “Ungaretti-Madre Teresa” di Manfredonia, che sulla homepage del sito pubblicizza con grande enfasi la visita di monsignor Moscone, nuovo vescovo della Diocesi. “Un pieno di emozioni questa mattina per alunni, docenti, personale e genitori”, si legge. E le foto fanno quasi tenerezza: sembrano uscite dagli anni Cinquanta, quando il Paese era fervidamente, unanimemente cattolico, i pochi anticonformisti, come i coniugi Bellandi di Prato – che si erano permessi di sposarsi solo civilmente – venivano pubblicamente umiliati e Dio, Patria e Famiglia era uno slogan che non faceva sorridere. Se non fosse per gli smartphone che spuntano qua e là, le foto sarebbero perfettamente vintage: il vescovo dall’aria bonaria, il preside compiaciuto, lo stemma episcopale in bella mostra, e soprattutto loro, i bambini. Col grembiulino azzurro, le bandierine, le mani sollevate per accompagnare chissà quale canto.
Nella lettera scritta in seguito alle polemiche suscitate dal suo diniego, il preside di Porto Tolle, Fabio Cusin, spiegava al vescovo che il suo no riguardava solo una certa modalità di intervento: “Poiché a scuola trattiamo di molteplici questioni attinenti i diversi aspetti della formazione del cittadino, e lo facciamo sollecitando lo spirito critico degli studenti, la Sua presenza a scuola potrebbe essere prevista, come accennavo poco sopra, in occasione di eventi culturali impostati sul confronto delle idee che, nel Suo caso, potrebbe riguardare l’ambito della fede e del sentimento religioso. Penso ad un dialogo inter-religioso o a dibattiti con personalità prive di credo religioso – agnostici od atei – al fine di favorire la riflessione critica degli studenti”. E’ questo il punto. La scuola, laica e pluralista, è aperta a chiunque abbia qualcosa da dire, e dunque anche al vescovo, ma a condizione che lo dica in un contesto di confronto. Il vescovo può intervenire nell’ambito di un progetto che preveda anche il suo contributo, così come possono intervenire l’imam, il rabbino o un monaco buddhista. Nel caso di Manfredonia si è trattato di una festa di accoglienza del nuovo vescovo. Una cosa che ha senso da parte di una comunità cattolica, che dà il benvenuto al suo rappresentante, ma la scuola non è una comunità cattolica, e quei docenti e dirigenti che confondono le loro private convinzioni e i loro credi con i doveri e i delicati compiti che vengono dalla loro missione educativa compiono un errore grossolano e pericoloso.
Nel liceo senese in cui insegno lo scorso anno abbiamo organizzato una tavola rotonda per discutere di felicità. C’erano un monaco buddhista, collaboratore del Dalai Lama, un monaco cristiano, due scienziati e un filosofo. L’idea iniziale era quella di fare un incontro con il solo monaco buddhista, che avrebbe soggiornato per qualche giorno a Siena, ma ci rendemmo presto conto della inopportunità di un intervento unidirezionale, senza contraddittorio né punti di vista diversi. Invitammo altre persone, altre voci, anche in polemica con quella del monaco: e ne venne fuori un confronto vivace, senz’altro formativo per i nostri studenti.
La scuola pubblica non può che essere questo, alla fine del secondo decennio del terzo millennio. Il luogo in cui non si catechizza, ma si discute. In una mia classe posso contare studenti provenienti da cinque o sei paesi diversi; ho ragazzi cattolici, musulmani, ebrei, e moltissimi non credenti. Una visita del vescovo così concepita, come una festa di tutta la comunità scolastica, dà inevitabilmente agli uni l’orgoglio della loro identità, agli altri la sgradevole sensazione di essere al più tollerati, e forse nemmeno quello. E’ la negazione del compito principale cui è chiamata oggi la scuola pubblica: accogliere le differenze, far dialogare le diversità, gettare le basi per quella società interculturale che è il futuro inevitabile di questo Paese.

L’Attacco, 26 marzo 2019.