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L’equivoco dello schiaffo educativo

E’ triste, nel paese che ha dato i natali a Maria Montessori, dover scrivere ancora oggi un articolo per confutare l’opinione che gli schiaffi possano essere educativi. E’ triste ma necessario, poiché si tratta di una convinzione ancora ben salda e diffusa, come lo è la pratica corrispondente. Ho avuto modo di constatare che è una convinzione diffusa anche tra i giovani, ed in particolare tra quei giovani che, per gli studi intrapresi, si troveranno con ogni probabilità a lavorare in futuro nel sociale ed in campo educativo.
Vorrei provare a spiegare per quale motivo ritengo che questa convinzione sia una bestialità pedagogica, e che la pratica corrispondente sia una violenza inaccettabile.
Faccio notare, per cominciare, che nessun soggetto può essere preso a schiaffi impunemente. Una donna non può essere presa a schiaffi da marito, un lavoratore non può essere preso a schiaffi dal suo superiore, un cliente importuno non può essere preso a schiaffi dal commesso, e così via. Nemmeno il giudice, dopo aver letto la sentenza, può prendere a schiaffi l’imputato, e lo stesso vale per le guardie carcerarie. Perché una persona condannata, poniamo, per omicidio non può essere presa a schiaffi, mentre un bambino che ha mangiato di nascosto la cioccolata sì? Perché nella nostra società il detenuto resta, nonostante la condanna, un essere umano dotato di dignità; il bambino no. Il bambino è un essere umano a metà, per così dire; per quanto sia grande l’amore che affermiamo di provare per lui, non siamo disposti a riconoscergli piena umanità e piena dignità. Altrimenti mai ci sogneremmo di prenderlo a schiaffi.
Si dirà: ma il bambino non è, appunto, un uomo; non ha ancora sviluppato le sue capacità. E questo è un motivo per negargli dignità? Seguendo questa logica, bisognerebbe dunque prendere a schiaffi i portatori di handicap, le persone con ritardo mentale, i malati, i vecchi ormai spenti. Invece pensiamo il contrario: qualsiasi atto di violenza verso questi soggetti viene considerato particolarmente grave proprio perché si tratta di soggetti deboli. Perché non vale lo stesso con i bambini?
Nel caso dei bambini, la violenza ha l’alibi dell’educazione. Bisogna a questo punto chiedersi cos’è educazione. Senza farla troppo lunga, possiamo con ragionevole approssimazione dire che educare vuol dire aiutare un bambino a crescere ed a diventare una persona completa (impresa che non giunge mai ad una sua conclusione, perché nessuno può dirsi davvero persona completa). Ora, chi schiaffeggia un bambino è guidato da questa concezione dell’educazione? Lo dubito. Per chi usa lo schiaffo come risorsa pedagogica educare è evidentemente una cosa diversa: fare in modo che il proprio figlio faccia quello che lui vuole, che ubbidisca, che non dia fastidio, che si lasci guidare dall’esterno. Tutto questo ha naturalmente ben poco a che fare con l’educazione intesa nel suo senso più pieno. Un bambino che non dà fastidio, che ubbidisce ai genitori, che si lascia guidare non è un bambino educato. Può essere, al contrario, un bambino infelice, incapace di esprimere i suoi bisogni, inibito; un bambino che diventerà un adulto conformista, una persona priva di originalità ed incapace di scelte autonome.
Lo schiaffo rivela dunque un tragico equivoco di fondo riguardante l’educazione. Perché vi sia educazione occorre una disposizione preliminare: la capacità di mettersi dalla parte del bambino, di ascoltarne e rispettarne i bisogni. Il bambino deve venire prima, sempre. Se l’adulto mette prima sé stesso – i suoi bisogni, la sue esigenze – non c’è educazione.
Che succede ad un bambino che riceve uno schiaffo? Succede quello che succede a chiunque abbia subito una violenza. Succede che sviluppa sentimenti negativi – rabbia, rancore, odio – verso chi gli ha fatto violenza. Può anche succedere – ed è anche peggio – che sviluppi sentimenti negativi verso sé stesso. Che pensi, cioè, di meritare di essere preso a schiaffi. Il bambino pensa che i genitori siano buoni, e dunque se lo picchiano dev’essere sbagliato lui. Ognuno può facilmente immaginare come crescerà un bambino che abbia una simile condizione. Può anche succedere – e succede quando gli schiaffi sono tanti – che il bambino diventi semplicemente indifferente agli schiaffi. Un bambino cresciuto così si indurisce, assorbe i colpi come un bravo pugile e sfida il genitore ad alzare l’asticella della violenza. E’ una spirale distruttiva dalla quale tutti escono disumanizzati.
Lo schiaffo non è mai, soltanto, una violenza fisica. Uno stesso schiaffo può suscitare un pianto inconsolabile o un sorriso, se dato con l’intenzione di punire o per scherzo. Ciò che conta non è dunque l’atto in sé – fermo restando che uno schiaffo forte fa male quale che ne sia l’intenzione -, ma il contesto, il senso. Uno schiaffo è una forma di umiliazione: un modo per porre il bambino in una posizione di inferiorità all’interno di una relazione di che fanno male quanto lo schiaffo fisico. Così come doloroso – particolarmente doloroso – è l’affetto condizionato. Il far sentire al bambino che gli si vuole bene solo a condizione che si comporti come i genitori vogliono; che l’affetto non è una cosa sicura, su cui contare sempre, ma qualcosa che può venire a mancare se si comporta male.

Editoriale per Stato Quotidiano.