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Quale alternativa nonviolenta?

Il Memorial dell’Holodomor a Kiev

Luigi Manconi, che solo qualche settimana fa era a sinistra l’alternativa etica alla oscena candidatura di Silvio Berlusconi alla presidenza della Repubblica, è ora al centro delle polemiche per aver sostenuto su Repubblica (Perché la resistenza armata è etica, 8 marzo 2021) il diritto di resistenza del popolo ucraino, per giunta evocando la resistenza italiana. A stretto giro di posta è arrivata la reazione di Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, e di Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi.

Valpiana comincia il suo intervento citando Gandhi: “la causa della libertà diventa una beffa se il prezzo che si deve pagare per la sua vittoria è la completa distruzione di coloro che devono godere della libertà”. Da studioso di Gandhi, non cito mai un testo senza la precisa indicazione della fonte. Questo perché quella gandhiana è una riflessione in situazione, che si sviluppa in costante rapporto con gli eventi storici, dai quali non può essere astratta. Ma si tratta anche di una riflessione che prende le mosse da alcuni principi di base, ben chiari e piuttosto stabili nel tempo. Uno dei quali è che occorre lottare contro l’oppressione. Senza questo principio la nonviolenza gandhiana semplicemente non sarebbe nata. Gandhi avrebbe accettato in Sudafrica la condizione cui erano ridotti gli indiani e in India la sottomissione agli inglesi. Il passo citato da Valpiana sembra dire il contrario. Sembra dire che è meglio sottomettersi, arrendersi, accettare l’oppressione, pur di salvare vite umane. Non è questo il pensiero gandhiano. È chiaro che possono esserci situazioni nelle quali il prezzo da pagare per la libertà è troppo alto. Ma è una cosa che occorre valutare caso per caso; e per questo sono fondamentali il contesto storico e il preciso riferimento di quella affermazione.

Gandhi, afferma Valpiana, “propone alle nazioni occupate da Hitler di ottenere la vittoria con la resistenza nonviolenta”. Ma questo non vuol dire che ritenesse le nazioni occupate moralmente obbligate a seguire il suo invito. Sarebbe cosa buona se un popolo oppresso resistesse senza ricorrere alla violenza. Ma se non vuole o non può farlo, ha il pieno diritto di resistere con la forza (diritto naturale garantito anche, come ricordava Manconi, dall’articolo 51 della Carta dell’Onu). Nel caso specifico occorre considerare una circostanza che è stranamente ignorata nella discussione sulla guerra in corso, non saprei se per ignoranza o per il timore di evocare i mostri del passato. Una circostanza che ha un nome preciso, terribile: holodomor. Il nome che gli ucraini hanno dato alla carestia del 1932-33 dovuta alla collettivizzazione forzata, che ha fatto nel Paese milioni di morti. Per gli ucraini si tratta di un genocidio, dovuto non a fatalità e nemmeno a semplici errori nella politica economica, ma all’intenzione precisa e criminale di piegare il popolo ucraino; lo si ricorda ogni anno a novembre. Se si vuole fare un paragone con la resistenza di qualsiasi altro popolo, bisogna immaginare una nazione che sia invasa da chi in passato si è reso responsabile di un genocidio nei suoi confronti.

Valpiana riconosce che noi “non possiamo dare lezioni morali” e sposta la questione dal piano morale al piano politico-strategico: “L’invio delle armi non sposta nulla sul piano militare, ed è ipocrita perché configura una delega senza assunzione di responsabilità.” Questo è semplicemente falso. Se non avesse trovato una resistenza armata, Putin avrebbe conquistato l’Ucraina in pochi giorni, rafforzando la sua posizione sul piano interno. E non è improbabile che fosse questo il suo progetto. La resistenza incontrata sta ottenendo una serie di risultati: Putin è sempre più in difficoltà all’interno, sia per le crescenti proteste della popolazione civile che per le perplessità degli stessi centri di potere, e naturalmente è sempre più debole e isolato a livello internazionale; tutto ciò rende più facile una uscita diplomatica dalla crisi. Mi sfugge in cosa consisterebbe l’ipocrisia e la mancata assunzione di responsabilità. Mi sembra che vi sia piuttosto molta ipocrisia in chi – sono sicuro che non è il caso di Valpiana: ma è un caso frequente – non vuole che l’Italia si immischi troppo perché teme che ciò possa portarci la guerra un casa. Che è come dire che si ritiene l’Ucraina sacrificabile alla nostra tranquillità. Che sarà relativa, perché dopo aver conquistato senza opposizione l’Ucraina Putin comincerà prevedibilmente a guardarsi intorno alla ricerca del prossimo Paese da aggredire.

Quale alternativa efficace propone Valpiana? Usare i cinquecento milioni di euro spesi per le armi inviate in Ucraina per

dotarsi della ‘polizia internazionale’ che ancora manca, per attuare la difesa civile internazionale, organizzare almeno una parte del volontariato europeo in corpo civile di pace, e sostenere ogni tentativo di isolare l’aggressore anche con aiuti finanziari a quella parte di popolo russo che sta costruendo l’alternativa a Putin con l’obiezione di coscienza e la diserzione dall’arruolamento bellicista.

La polizia internazionale, qualunque cosa sia, manca. E se manca, evidentemente è perché non è una cosa facile da realizzare. Anche ammettendo che esista una volontà politica comune, che esistano energie, che vi siano i fondi per realizzarla, è evidente che una polizia internazionale efficace, qualunque cosa sia, non si improvvisa. E dunque non è una proposta credibile, perché gli eventi in Ucraina non consentono tempi lunghi. Le altre cose sono buone e giuste, fanno parte della prassi nonviolenta e vanno incoraggiate in ogni modo. Anche esse tuttavia non sono risolutive. Finanziare la componente nonviolenta del popolo russo, che non è certo assente nella patria di Tolstoj, è anch’essa una prassi a lungo termine; la realtà attuale è che l’opposizione interna viene repressa con violenza.

Come spesso gli accade, Valpiana cita papa Francesco: “bisogna ‘fare di tutto’ per fermare la guerra, anche l’impossibile”. Il problema è che le alternative di cui parla sono in effetti cose impossibili o per lo meno improbabili; certo non immediatamente efficaci in un momento in cui un popolo sta sostenendo l’offensiva di uno degli eserciti più potenti al mondo.