Perché dico no al bonus per i docenti

Sul Corriere della Sera di ieri Attilio Oliva scrive: “C’è ormai evidenza empirica da tante indagini internazionali che, a parità di contesti ambientali e socioeconomici, scuole simili danno risultati molto diversi: evidentemente la variabile che fa la differenza è la qualità professionale di chi la dirige e di chi vi insegna. Ciò significa che migliorare la selezione degli insegnanti e dei presidi dovrebbe essere l’obiettivo primario, ma fino ad oggi sostanzialmente trascurato” (1). Chi è Attilio Oliva? Presidente della associazione TreeLLLe, di cui è cofondatore insieme a gente Fedele Confalonieri e Marco Tronchetti Provera, viene da Confindustria, di cui è stato presidente della Commissione Scuola dal ’96 al 2000. TreeLLLe è una associazione – una lobby, dice qualcuno – che rappresenta il punto di vista del mercato sulla scuola; ed è una voce che, sui decisori politici, conta oggi più di quella degli insegnanti. Si sta facendo la scuola che vuole la Confindustria, non la scuola che vogliono i docenti, gli studenti, i genitori. E’ inevitabile che chi viene da Confindustria e ragiona con le logiche del mercato voglia portare queste logiche anche nella scuola. C’è da chiedersi però se questa logiche non rischino semplicemente di distruggere la scuola, di farne nulla più che un’appendice del mercato, una istituzione che socializzi al mondo economico, rinunciando definitivamente alle sue pretese di formazione integrale.
I Decreti Delegati del ’74 hanno portato nella scuola italiana una logica importantissima: quella della collegialità. La logica della collaborazione, del confronto, della gestione comune della scuola. Quello che sta accadendo oggi è lo smantellamento di questa logica democratica. Il collegio dei docenti, organo di gestione democratica e condivisa della scuola, viene sempre più svuotato e privato di poteri, che vanno invece al preside; ed i docenti vengono messi l’uno contro l’altro, divisi in bravi e meno bravi, in docenti da premiare e docenti da umiliare pubblicamente.
Secondo la logica di Confindustria il bonus dovrebbe sortire l’effetto di attirare verso la professione docente i migliori. Gli effetti saranno probabilmente opposti. I docenti della scuola italiana di oggi sono, con ogni probabilità, i migliori di sempre. Prima bastava la laurea, per insegnare; oggi raramente è sufficiente. Chi arriva ad avere una cattedra ha quasi sempre, oltre alla laurea, corsi di perfezionamento, specializzazioni, a volte perfino il dottorato di ricerca. Molti hanno fatto due anni di SSIS, al Scuola di specializzazione per l’insegnamento. Per la prima volta i docenti della scuola italiana si trovano ad affrontare la sfida dell’individualizzazione dell’insegnamento: devono fare una didattica diversa per lo studente con il sostegno, per lo studente dislessico, per chi ha un bisogno educativo speciale. Può essere che non lo facciano benissimo, ma lo fanno. Si trovano ad affrontare una sfida difficile con strumenti anche strutturali spesso assolutamente insufficienti. Eppure i docenti hanno uno status di gran lunga inferiore a quello di un tempo, sono sempre più figure socialmente irrilevanti, il loro sapere e le loro competenze sono ogni giorno messi in discussione, e spesso proprio dalla classe politica. Invece di riconoscere la qualità del lavoro del docente, si progetta di aumentare il suo orario lavorativo. Si dice che i docenti lavorano poco. Nessuno però si sogna di contestare l’orario di lavoro di un medico o, per restare nel campo dell’istruzione, di un docente universitario. Se diciotto ore di insegnamento sembrano poche, è perché non si è consapevoli del carattere qualitativo, altamente professionale, del lavoro del docente. E se nella società non è diffusa questa consapevolezza, non sarà certo una mancetta distribuita a qua e là a migliorare le cose. Cominci la classe politica, piuttosto, ad affermare pubblicamente il valore del lavoro dei docenti. Si dica ad una società che ci crede sempre meno che il lavoro educativo e culturale rappresenta la base di una autentica democrazia: e si agisca di conseguenza. Si faccia sfilare in prima fila, nel giorno della festa della Repubblica, non l’esercito – una istituzione di cui una democrazia può fare a meno, come dimostra il Costa Rica – ma la scuola: un esercito festante di bambini e di maestri, piuttosto della tristezza di divise e carri armati. Restituiamo agli insegnanti il rispetto che meritano: che vuol dire anche da loro la possibilità ed il diritto di stabilire da sé, da protagonisti, cosa dev’essere una buona scuola, non farlo decidere ai manager di Confindustria. Quello che sfugge a chi pensa di migliorare la scuola premiando i migliori è che una scuola è un sistema. Io entro in una classe nella quale entrano, ogni giorno, altri docenti; una classe che sta in una scuola in cui ci sono altre classe in cui entrano altri docenti. La qualità del mio insegnamento nella mia classe non è il risultato soltanto della mia preparazione, della mia passione, della mia volontà di lavorare bene. E’ il risultato di quello che fanno gli altri docenti nella mia classe, di quello che fanno gli altri docenti nelle altre classi, di quello che fa il preside. E ancora: di quello che è stato fatto in passato. Ci sono scuole in cui anche il migliore dei docenti possibili avrebbe enormi difficoltà ad insegnare. Sono scuole nelle quali si sono attivati, da anni, circoli viziosi: livellamento in basso, rinuncia alla qualità, abbassamento delle richieste per attirare gli studenti ed aumentare le iscrizioni. Ci sono invece scuole in cui anche l’insegnante meno preparato o meno appassionato riesce a dare il meglio, perché sostenuto da un sistema che funziona, dal lavoro collegiale, da circoli virtuosi, da dinamiche positive.
Quale impatto avrà la distribuzione dei bonus sul sistema-scuola? Nella visione della Confindustria, dovrebbe attivare un processo di competizione virtuosa. E’ molto probabile che accada il contrario. Le scuole sistematicamente disfunzionali si riconoscono per il riconoscimento che da sempre viene dato a docenti privi di reali qualità professionali, ma abili nel gestire le relazioni sociali e vicini alla presidenza. Queste persone, che da anni gestiscono funzioni strumentali, commissioni, ruoli di responsabilità, hanno da sempre un guadagno accessorio cui si aggiungeranno, ora, i soldi del bonus. Gli altri resteranno a guardare, scuotendo il capo: come sempre. Nelle scuole che funzionano il bonus sarà anche più dannoso. Una scuola che funziona, funziona perché è una comunità. Funziona perché si lavora, e bene, insieme. Funziona perché non si ragiona in termini di migliori e di peggiori, ma di valorizzazione di tutti. Cosa può fare il docente Tizio, cosa può dare alla scuola il docente Caio? Ognuno offre alla scuola quello che può, e la scuola si arricchisce grazie a questa differenza. Il bonus giunge ora a dire che questa comunità è fatta di docenti bravi e di docenti meno bravi. Crea un primo e un secondo livello, anche nella percezione degli studenti e delle famiglie. Esalta gli uni ed umilia gli altri. Spezza la comunità ed innesca le dinamiche individualistiche e disfunzionali delle scuole peggiori.
Più che distribuire mancette, il governo farebbe bene a valorizzare il lavoro dei docenti occupandosi della loro retribuzione generale e del contratto, che è fermo da anni. Ma non solo. Si sta selezionando in questi giorni la nuova classe docente. Un lavoro delicatissimo, cruciale per avere, domani, una scuola valida. Ma chi seleziona, oggi, i nuovi docenti? Il bando per la scelta dei commissari indicava alcuni titoli di preferenza, come l’abilitazione all’insegnamento universitario. Bene: gente preparata per scegliere i nuovi docenti. Ma quanto sarà pagato un commissario con un profilo professionale così alto? Meno di due euro all’ora. Molto meno di una colf e di un venditore di caldarroste. E per giunta non potrà usufruire dell’esonero dall’insegnamento. Chi sta dunque selezionando i nuovi docenti? Chi pensa che il suo lavoro e la sua professionalità valgano meno di due euro all’ora. Traete voi le conclusioni. C’è un modo semplice per sfuggire a queste logiche individualistiche e competitive: rinunciare al bonus. Non intascarlo. Dichiarare collegialmente, prima che venga fatta l’attribuzione, che chiunque sia individuato come destinatario del bonus rinuncerà ai soldi e li metterà a disposizione della scuola. Si costituirà così un fondo cassa che potrà essere usato in diversi modi: per acquistare materiale didattico, per dare una borsa di studio agli studenti in difficoltà, per finanziare progetti degli studenti. O, magari, per sostenere economicamente i docenti che sceglieranno di scioperare. In questo modo un provvedimento che ha lo scopo evidente di dividere una classe di lavoratori sortirà l’effetto contrario di rafforzarla e di renderla più compatta.
(1) A. Oliva, Bonus ai docenti. Assegnarli bene migliora la scuola, “Corriere della Sera”, 1 giugno 2016, p. 27.
Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 2 giugno 2016.

Author: Antonio Vigilante

antoniovigilante@autistici.org

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