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Il nuovo esame di Stato
e i sogni del signor Miur

Il pianista sorride al pubblico, si accomoda davanti alla tastiera, si raccoglie un attimo e poi attacca con notturno di Chopin. Va avanti per qualche minuto, la sala è già quasi presa dall’intensità di quella musica, quando all’improvviso smette di suonare e sembra porsi in ascolto, con l’espressione sicura di chi sa cosa sta facendo. Il pubblico è perplesso. Qualcuno più scaltro, o meglio informato, avverte: sta suonando 4′ 33” di John Cage. Il pubblico annuisce, è ora ammirato da una così ardita evoluzione. Dopo quattro minuti e trentatré secondi il pianista posa nuovamente le mani sulla tastiera ed attacca un blues, per proseguire con la sigla dei Puffi e concludere, con l’aria trionfale, con Tanti auguri a te. Il pubblico è in delirio.
Ecco, fino allo scorso anno l’orale dell’esame di Stato funzionava più o meno così. Lo studente preparava il percorso o la tesina, una rete surreale di link tenuti insieme da un tema centrale, che nelle varie ramificazioni si smarriva miseramente, ma funzionava ottimamente come pretesto per scegliersi una parte significativa delle domande dell’esame. Ed era divertente assistere alle evoluzioni che portavano dal male di vivere (il tema più gettonato in assoluto) al sistema muscolare, da Schopenhauer alle derivate.
Quest’anno lo spettacolo cambia. Il pianista si siede davanti alla tastiera. Non sorride: è tesissimo. Gli danno da scegliere tre buste. Apre la sua. Legge lo spartito e comincia a suonare con un certo senso di smarrimento. Poi si ferma. No, non sta suonando John Cage. Semplicemente non sa che suonare. Il pubblico va nel panico, poi qualcuno suggerisce: “I Queen!”. Il pianista ha uno sguardo interrogativo, anzi ha proprio la faccia a forma di punto di domanda. Ma il suggeritore è sicuro di sé: “I Queen, dai, è la morte loro!”. Il pianista attacca l’asino dove vuole il padrone, e continua a suonare per qualche minuto. Poi si bocca, e così via.
La critica del nuovo esame di Stato si è concentrata sul meccanismo delle buste, che in effetti è antipatico e ricorda più un telequiz che quello che si fa a scuola. Ma quello che è davvero discutibile è ciò che ci si aspetta dallo studente dopo l’apertura dalla busta. I materiali contenuti nelle buste (testi, documenti, immagini ecc.) “costituiscono solo spunto di avvio del colloquio, che si sviluppa in una più ampia e distesa trattazione di carattere pluridisciplinare che possa esplicitare al meglio il conseguimento del profilo educativo, culturale e professionale dello studente” (O.M. 205, art. 19). Il percorso avviato con l’apertura della busta, precisano nel sito del Miur, dev’essere “integrato e trasversale”. Lo studente legge, o guarda un attimo in materiale, e poi si parte con una trattazione che tutto lo scibile, o quasi. Come nel Gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse, si muoverà meravigliosamente tra scienza e letteratura, arte e storia, integrando e trasversaleggiando.
C’è una cosa che non cessa di stupirmi. Anzi due. La prima è che non perdiamo mai occasione per ostentare disprezzo dei nostri studenti, che consideriamo una generazione di semianalfabeti, ed al tempo stesso pretendiamo da loro le cose più raffinate. Devo confessare che io non sono affatto sicuro, letto un documento o vista un’opera d’arte, di riuscire a muovermi in modo trasversale tra diverse discipline. Non me ne voglia il ministro, ma occhio e croce direi che non è in grado nemmeno lui. La seconda cosa che mi stupisce è che la scuola chiedeva, e chiede, agli studenti questa capacità di muoversi in modo trasversale, quando essa stessa, invece, opera per compartimenti stagni. Nella scuola secondaria i Dipartimenti disciplinari raggruppano i docenti delle stesse discipline o di discipline affini. Il docente di filosofia si troverà a confrontarsi con quello di diritto o con quello di religione, ma non con quello di italiano e meno che mai con il collega di scienze. Ognuno porta avanti per conto suo il suo percorso disciplinare, il più delle volte senza curarsi nemmeno di cosa è stato fatto nell’ora precedente. All’università non va meglio. Una cosa che ti raccomandano al primo giorno del dottorato di ricerca è la specializzazione: se vuoi fare carriera scegliti un settore disciplinare ben definito e in quel settore diventa esperto di un campo di indagine anche più circoscritto. Più è ristretto e definito il campo di ricerca, più è facile ottenere l’abilitazione scientifica. Chi, come il sottoscritto, lavora sulla zona di confine tra pedagogia e politica, rischia di sentirsi dire che le sue ricerche appartengono alla filosofia politica dalla commissione per l’abilitazione in pedagogia, e che appartengono alla pedagogia dalla commissione di filosofia politica.
Come si spiega che un sistema scolastico così poco interdisciplinare richieda poi agli studenti la competenza di muoversi tra più discipline? Perché chiede allo studente qualcosa per cui evidentemente non è stato formato? Mi pare che il Signor Miur abbia qualche problema di identità. Come molti, soffre dello scarto tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere. Sa, oscuramente, che il sapere, inteso nel senso più alto, se ne frega delle separazioni disciplinari. E lui aspira al sapere più alto. Ha grandi ambizioni, il Signor Miur. Ma, come succede, non è attrezzato in modo adeguato alle sue ambizioni. Dovrebbe trasformare la scuola, chiedere ai docenti di insegnare in modo diverso, magari mandare anche all’aria le discipline e mettere al centro la ricerca su temi e problemi. Ah, impossibile! Al solo pensiero il Signor Miur suda. Si può però sempre far finta di. Io metto nero su bianco che è questo che il Signor Miur si aspetta dallo studente medio italiano. Chiudo gli occhi e mi godo la scena, mi figuro milioni di studenti impegnati nei loro meravigliosi giochi delle perle di vetro. Se poi proprio così non sarà, potrò sempre prendermela con gli insegnanti, che non si impegnano abbastanza per essere all’altezza dei miei sogni.

Gli Stati Generali, 22 giugno 2019.