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Lo schwa renderà la nostra società meno sessista?

La proposta, avanzata dalla sociolinguista Vera Gheno, di introdurre lo schwa, una vocale media che si trascrive con una e rovesciata (ə), per superare il sessismo della lingua italiana, è oggetto di polemiche anche piuttosto accese, in particolare sui social network. Le obiezioni più violente vengono da chi rigetta i valori che sono dietro la proposta, ma non manca chi la rifiuta in nome della sacralità ed intangibilità della lingua italiana. Io condivido pienamente i valori e non ho alcuna sacra venerazione per la lingua — ritengo piuttosto che la lingua vada presa d’assedio, che ogni singola parola vada interrogata come si fa con un indiziato di reato — ; la mia condizione di persona che ha come madre lingua un dialetto caratterizzato da un uso perfino infestante dello schwa mi suggerisce però qualche considerazione critica.

Due scenari

Una obiezione alla proposta è che una lingua non si progetta a tavolino, non si modifica con interventi di ingegneria linguistica. E si risponde, sensatamente, che una lingua è un organismo vivo, che cambia di continuo grazie all’uso dei parlanti. E la questione si sposta sul piano sociologico.

Lo schwa si sta affettivamente diffondendo in una cerchia di persone che hanno in comune una particolare sensibilità al tema dell’inclusività linguistica. Molte altre persone lo rifiutano risolutamente, per ragioni politiche (proprio la non accettazione, confessata o meno, di quella inclusività) o estetiche (perché ritengono che sia un cambiamento che peggiora la lingua, pur comprendendo le ragioni che lo suggeriscono). E’ da ritenere che la maggior parte dei parlanti non si pongano nemmeno il problema e non sappiano cos’è lo schwa.

Ora, sono possibili due scenari.

Nel primo scenario, l’uso dello schwa resta ristretto, come ora, a una determinata cerchia.

Nel secondo scenario l’uso dello schwa si diffonde e diventa di uso comune.

Nel primo scenario, l’uso dello schwa ha un carattere gergale, fa parte del modo di parlare di un gruppo e ne rappresenta in qualche modo l’identità. L’uso dello schwa ha un significato forte, ma proprio per questo non riesce a diffondersi al di là del gruppo: diventa il segno distintivo di una sottocultura, non un elemento della cultura comune.

Consideriamo il secondo scenario. Che accadrebbe se lo schwa fosse di uso comune? La speranza di chi ne propone l’uso è che una lingua non sessista aiuterà a creare una società meno sessista, con importanti conseguenze sociali e politiche. Ora, se questa ipotesi è valida, è ragionevole trovare apertura, rispetto della differenza, realizzazione sociale e lavorativa delle donne nelle società che hanno già l’uso dello schwa o che comunque hanno una lingua meno sessista di quella italiana.

Il foggiano e il turco

Accennano alla mia lingua madre. E’ il dialetto foggiano, una lingua che non solo contiene lo schwa, ma che probabilmente è tra le lingue al mondo che vi fanno ricorso più frequentemente. L’impressione che si ha ascoltando un discorso in foggiano — soprattutto se è foggiano stretto, non edulcorato — è che manchino del tutto le vocali. In realtà lì dove ci si aspetta una vocale c’è uno schwa. La scrittrice Valeria Di Napoli (Pulsatilla) ironizzava su questa caratteristica del foggiano quindici anni fa, ne La ballata delle prugne secche:

Attenzione però: il foggiano non ha quasi vocali. Soprattutto chi parla in dialetto si esprime, praticamente, per sole consonanti. Ogni tanto c’è una vocale, ma quasi mai si tratta di a, e, i, o, u. Il suono vocalico più frequente è un misto tra h, eh e oh, che fa più o meno aeoh, ed è grossomodo il corrispondente di quel suono che in inglese viene indicato con una e rovesciata, “ə “, però un po’ più stretto.[1]

Qui si tratta, a dire il vero, di una cosa un po’ diversa. In foggiano è frequentissimo questo suono di cui parla Di Napoli, con funzione spesso fàtica (ma non solo: è una specie di parola jolly, di fatto il suono che esce più di frequente dalla bocca di un foggiano), e che si potrebbe trascrivere in effetti aoə. Esempio:

Aoə, əndo’ vəjiə?

Dove vai?

Lo schwa vero e proprio, come si nota nello stesso esempio, è una cosa diversa, e nel dialetto foggiano è costante sia nel corpo della parola che alla fine. Parole particolarmente lunghe possono avere anche più di tre schwa. Ancora Di Napoli ironizzava sull’aggettivo əntələttətə (che lei scrive: ndlltt’t)[2] (intolettato, cioè ben vestito), in cui lo schwa ricorre ben cinque volte.

Il ricorso sistematico allo schwa in fine di parola rende il foggiano assolutamente non sessista. “Buongiorno a tutti” in foggiano è: “Buongiornə a tuttə”. Lo schwa finale evita il maschile sovraesteso di tutti. “Siamo stati al mare” diventa: “Simə stətə o mərə”. Anche qui non è possibile sapere se noi siamo maschi, femmine o maschi e femmine insieme.

Si può dire che a questa lingua non sessista corrisponda una società non sessista? No. Non esiste alcun dato che consenta di ritenere la società foggiana meno sessista, più aperta alla differenza, più inclusiva di quella fiorentina, milanese o bergamasca. Consideriamo un dato significativo[3]: il tasso di occupazione femminile nella provincia di Foggia è del 26.6%; quello maschile del 54.6%. Per fare un confronto, a Firenze il tasso di occupazione delle donne è del 65.4% e quello degli uomini del 75.2%. Una differenza ancora significativa, ma lontana dal gravissimo divario che si registra a Foggia. Dietro questo dato c’è una cultura nella quale è ancora solido il modello male breadwinner/female carer (uomo lavoratore, donna casalinga e madre). E’ una realtà che conosco bene, avendo insegnato per dieci anni in un Liceo delle Scienze Umane (una scuola frequentata per lo più da ragazze) della provincia di Foggia.

A simili conclusioni si giunge se si prendono in esame lingue genderless come il turco.[4] “Herkese merhaba” in turco corrisponde perfettamente a “buongiorno a tuttə”, perché la parola “herkese” significa sia “a tutti” che “a tutte”. E il pronome “o” è al tempo stesso maschile, femminile e neutro: lui, lei, ciò. Una meraviglia.

Purtroppo non si può dire che a questa apertura linguistica corrisponda una apertura sociale. Anche qui mi limito a considerare il tasso di occupazione, che nel 2017 era del 32.2% per le donne e del 70.7% per gli uomini [5]: un dato migliore di quello di Foggia, ma comunque drammatico. Si potrebbe continuare con altre lingue ed altre società, come l’iraniano. Tutto sembra indicare che, nonostante l’ipotesi di Sapir-Worf — secondo la quale la lingua che parliamo condiziona fortemente il modo in cui pensiamo — parlare una lingua non sessista non comporta alcun vantaggio sociale per le donne, e meno che mai per le persone transessuali.

Né maschile né femminile

Ma perché introdurre lo schwa quando si potrebbe ricorrere semplicemente al femminile sovraesteso? Si può usare il femminile tutte le volte che ci si riferisce a gruppi in cui la componente femminile è prevalente (“Le studentesse della 5A”, anche se in 5A c’è qualche maschio), ma si può anche fare la scelta provocatoria, ma legittima, di usare sempre il femminile sovraesteso. Se si può fare con il maschile, perché non con il femminile? Una scelta politica forte che non richiede l’introduzione di suoni nuovi.

Il vantaggio dello schwa è nel fatto che esso include, per così dire, anche le persone che non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile. Vera Gheno racconta:

[…] la prima volta che mi è venuta in mente l’idea dello schwa (che poi ho scoperto essere una proposta che già circolava, per cui in verità non ho inventato proprio nulla) è stato in risposta a una persona che mi ha espresso il suo disagio nell’uso del maschile e del femminile a cui l’italiano la costringeva. Questa persona non si sentiva a suo agio perché non pensava a se stessa né come maschio né come femmina.[6]

Sarebbe superficiale minimizzare il problema, notando che le persone che non si pensano né come maschi né come femmine sono una esigua minoranza, per la quale non ha senso pensare a modifiche strutturali della lingua. Ma forse è anche più superficiale ritenere che la questione si possa risolvere con lo schwa.

Il nostro modo di pensare è caratterizzato dalla dualità, e dalla dualità è caratterizzato anche il linguaggio. E’ un dualismo che si ripropone anche nelle lingue artificiali. Un autore generoso come Lejzer Zamenhof, l’ebreo pacifista che ha creato l’Esperanto per favorire la comunicazione tra i popoli, ripropone nella sua nuova lingua, per tanti versi affascinante, le polarizzazioni delle lingue europee. In Esperanto donna si dice virino, uomo (nel senso di maschio) si dice viro; madre è patrino, padre è patro. Non solo: bello è bela, brutto è malbela. Una visione linguistica nella quale le cose sono bianche o nere: il brutto è il contrario del bello, e deriva da esso per corruzione (mal-). E polarizzato è perfino il Toki Pona, l’audace esperimento della linguista canadese Sonja Lang: una lingua che ha solo 123 parole, con le quali tenta di dire il mondo in modo diverso. Ma è ancora, appunto, una lingua che vive di opposizioni: maschio e femmina (mije/meli), bene e male (pona/ike) eccetera.

La violenza dei nomi

Una parte significativa della filosofia contemporanea considera criticamente le categorie filosofiche della tradizione occidentale. Nel corso del Novecento la violenza è esplosa, e l’impressione è che si sia liberata, in modo incontrollata, una energia accumulata da secoli, come in una molla prima dello scatto finale. Questa energia distruttiva è, nell’analisi di molti, nelle nostre categorie filosofiche. E poiché c’è un rapporto essenziale tra pensiero e linguaggio, questa violenza appartiene anche alla lingue che parliamo. Indipendentemente dallo schwa.

Consideriamo l’ebraico, la lingua da cui proviene la parola stessa schwa. Femmina in ebraico si dice נְקֵבָה (neqevah),[7] che deriva dal verbo נָקַב (naqab), ossia forarepenetrare; donna è אִשָּׁה (isha), derivato da אִישׁ, uomo: eccetera. Al di là dei singoli termini, che naturalmente riflettono la società — e veniamo da società patriarcali — la stessa struttura della lingua costruisce un mondo la cui apparente solidità riflette e fonda strutture di dominio sociale. Non solo il fatto che vi siano certi nomi o certi aggettivi, ma il fatto stesso che vi siano nomi, cui sul piano concettuale corrispondono le sostanze, crea un mondo inteso come un insieme di oggetti disponibili sulle quali esercitare il proprio controllo. In altre lingue a prevalere è il verbo, così come sul piano concettuale il mondo si presenta più come processo, che come sostanza. Come scrive Douglas Rushkoff, “A world of things is more static, more easily understood in terms of ownership and control, self and other”.[8] Quel mondo statico, fondato sul dualismo concettuale, segnato dal predominio maschile di cui abbiamo bisogno di liberarci.

Lungi dal minimizzare il problema di chi non trova una lingua per dire il suo non concepirsi né come maschio né come femmina, penso che debba essere il punto di partenza — uno dei punti di partenza — per ripensare il paradigma violento da cui proveniamo e nel quale siamo ancora in mille modi impigliati.

[1] Pulsatilla, La ballata delle prugne secche, nuova edizione, Castelvecchi, Roma 2009, p. 75.

[2] Ivi, p. 79.

[3] Dati Istat: http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=23172

[4] Ringrazio Xhokonda Vrapi per le indicazioni sulla lingua turca.

[5] Dati OECD.Stat: https://stats.oecd.org/Index.aspx?DatasetCode=LFS_SEXAGE_I_R#

[6] C. Sciuto, Gheno: “Lo schwa è un esperimento. E sperimentare con la lingua non è vietato”, url: https://www.micromega.net/vera-gheno-intervista-schwa/

[7] I due punti verticali sotto la n (נְ) sono appunto lo schwa. Come è noto, l’ebraico si scrive senza vocali. Le vocali sono aggiunte nei testi in ebraico rivolti a lettori occidentali (come la Biblia Hebraica Stuttgartensia).

[8] D. Rushkoff, What if All Language is Oppressive? https://rushkoff.medium.com/what-if-all-language-is-oppressive-1fc552320b00

Foto di Brett Jordan. Url: https://unsplash.com/@brett_jordan