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L’autorità scolastica

E’ diffusa anche a sinistra, presso educatori che si richiamano ad esempio alla tradizione dell’attivismo freinetiano, la convinzione che l’autorità sia una componente inevitabile dell’educazione, e che si tratti piuttosto di esercitarla nei corretti limiti o con la giusta prospettiva. Il corollario di questa convinzione è che una relazione educativa è inevitabilmente una relazione asimmetrica.

Mi pare che si possano distinguere due forme di autorità in campo educativo. La prima è quella che chiamerei autorità personale. E’ un tipo di autorità che posa in primo luogo su atteggiamenti personali: alzare la voce, ad esempio, esprimere comandi, assumere nella relazione, per dirla con Pat Patfoort, la posizione Maggiore, costringendo l’altro nella posizione minore. La seconda è l’autorità burocratica. In questo caso la persona investita di autorità non ha bisogno di ricorrere a modalità relazionali particolari. Esercita la sua autorità attraverso atti burocratici. Non ha bisogno di alzare la voce o battere il pugno sul tavolo. Di fronte a un qualsiasi atto scorretto dello studente, potrà scrivere una nota sul registro. Se l’atto sarà grave, potrà chiedere di convocare il Consiglio di classe, che ai sensi del regolamento prenderà provvedimenti. Tutta la procedura avviene attraverso atti scritti.

Ora, al di là delle apparenze, la seconda forma di autorità è più violenta della prima. Nel primo caso esiste una relazione, anche se asimmetrica. Esiste una possibilità di confronto, e dunque di resistenza. Nel secondo caso la relazione scompare e tutto si sposta sul piano neutro della razionalità burocratica. Nel primo caso c’è una relazione burrascosa, nel secondo una procedura.

Per fare un esempio: nonostante il suo elogio (non solo teorico o retorico) della frusta, don Lorenzo Milani resta infinitamente meno autoritario di un qualsiasi docente della scuola pubblica statale. Perché quando un ragazzo di Barbiana lo manda a quel paese o lo insulta – e succedeva – don Milani deve litigarci: deve stare nella relazione. A un docente basta scrivere sul registro ed attivare la procedura impersonale che conduce alla punizione.

Poiché la relazione viene annullata in una procedura legale-burocratica, l’unica forma possibile di resistenza sarà a sua volta sul piano legale-burocratico. La famiglia che ritenga di aver subito un’ingiustizia farà ricorso ad un avvocato, che userà contro la scuola quelle stesse procedure che la scuola attiva per punire lo studente. Sono forme di resistenza piuttosto rare, ma sufficienti perché i docenti lamentino la crisi della scuola e la fine del riconoscimento sociale del docente, mentre si tratta della semplice conseguenza del rifiuto della relazione educativa.

Perché di questo si tratta. Esercitando la sua autorità in modo burocratico, il docente si tira fuori dalla relazione. E poiché l’educazione è relazione, oppure non è, il docente rinuncia all’educazione.

Naturalmente il suo punto di vista è diverso. Dal punto di vista apparentemente pieno di buon senso di un docente, la punizione burocratica insegna allo studente che esistono delle regole, che queste regole vanno rispettate e che se non si rispettano le regole succedono cose spiacevoli. In effetti è una cosa importante da comprendere. Ma in quale contesto? In qualsiasi contesto? Direi di no. Che esistano regole, e che il rispetto delle regole sia importante, è un principio valido in qualsiasi contesto, ma non è di qualsiasi regola che qui si parla. Ad esempio, a scuola lo studente impara che nei rapporti con gli altri occorre essere corretti. Se è programmata una verifica e lui si assenta, il docente interrogherà un suo compagno, che alla prima occasiona gliela farà pagare. E non gliela farà pagare mettendogli una nota. Gliela farà pagare litigandoci: come avviene nelle relazioni. Dunque la nota o la sospensione non insegnano in generale che occorre rispettare le regole, poiché questo si impara comunque nel rapporto con l’altro. Insegnano che esistono alcune regole particolari, alcune particolari modalità relazionali (uno studente può prendere una nota se dà del tu al docente), alcuni stili di comportamento richiesti dall’istituzione.

E veniamo al punto. La teoria e la retorica sulla scuola correnti presso le persone progressiste affermano che la scuola è un luogo di resistenza al capitalismo, al neoliberismo, alle logiche del mercato del lavoro. Ora, se ci chiediamo in quali contesti, al di fuori della scuola, sarà importante aver imparato che bisogna rispettare le regole di un sistema, ed in quale contesti, al di fuori della scuola, il mancato rispetto delle regole di un sistema verrà ugualmente sanzionato in modo legale-burocratico, evitando la relazione, la risposta pare evidente: il contesto lavorativo. E non qualsiasi contesto lavorativo. Un contesto caratterizzato da gerarchizzazione, da forte competitività, da serialità relazionale (a scuola non è previsto alcun coinvolgimento della classe come comunità nella riflessione sugli interventi punitivi). Esattamente un contesto lavorativo tipico di una realtà neoliberista. E’ questo che facciamo, quando reagiamo ad una provocazione, a una mancanza di rispetto, a una qualsiasi scorrettezza in modo burocratico. Prepariamo i nostri studenti al mercato, nonostante tutta la nostra retorica anti-sistema.