L’abbacinante luce degli inizi. Nota su “Solenoide” di Cărtărescu

Nota: Questo articolo contiene anticipazioni sulla trama di Solenoide.

Un uomo sui cinquantacinque anni, con gli occhiali spessi, il volto serio, il capo sollevato a guardare qualcosa che è in alto. Davanti a lui un bambino sui dieci anni, che guarda dritto nell’obiettivo della fotocamera. L’uomo regge un cartello su cui è scritto: “Unità con tutti per sempre”. Ma avrebbe potuto reggere cartelli con scritte come: “Basta la morte!”, “Abbasso la malattia!”, “Basta con la sofferenza!”. Cartelli, cioè, simili a quelli che in Solenoide di Mircea Cărtărescu (Il Saggiatore, Milano 2021) reggono i membri della setta dei Manifestanti.
L’uomo della foto si chiama Aldo Capitini. E per tutta la vita, non diversamente dai Manifestanti di Cărtărescu, ha protestato contro la morte, la malattia, l’invecchiamento, il dolore. Ed ha fatto di questa protesta la cifra stessa del suo pensiero. Si vuole che violenza sia solo quella che l’essere umano compie sull’altro essere umano. Ma che dire della violenza della natura? Che dire della violenza ontologica? Vivere non è essere torturati, violentati?

Alfred Kubin, “Stunde der Geburt”


Ma che senso ha protestare per la violenza che si subisce dalla natura? Sono forse la natura, la vita, l’essere — questi soggetti astrattissimi — degli interlocutori? Piuttosto, se ci fosse un Dio, si potrebbe chiedere conto a lui. Ma Capitini, che rivendica il diritto di chiamare in causa l’essere, nega Dio. O meglio: nega che la faccenda sia così semplice. Che ci sia un ente o super-ente nell’alto dei cieli, un Tu metafisico. La protesta contro l’essere è l’inizio di un cammino sul filo sottile dell’impossibile.
Cosa è stato Capitini? Un filosofo, certo. Ma un filosofo religioso. E cos’è Cărtărescu? Uno scrittore, certo. Ma Solenoide è una lunga, continua polemica contro la letteratura, questo gioco ingannevole che dipinge porte sui muri della cella, mentre si tratta di cercare una via d’uscita. Un libro, scrive, “perché significhi qualcosa, deve indicare una direzione”, “deve essere un segnale, deve dirti ‘vai là’, o ‘fermati’, o ‘vola’, o ‘squartati il ventre’”. Ma questo è, per Cărtărescu, anche l’errore della religione:

Quando il padrone gli indica qualcosa col dito, il gatto guarda il dito, lo annusa, lo lecca. In questo modo comprendiamo anche noi la Divinità, altrimenti incomprensibile e al di là del bene e del male, perduta per noi in una dimensione inattingibile. Le religioni sono, e devono esserlo, la contemplazione inetta del dito di Dio, nell’incapacità di comprendere che non il dito è il messaggio, che esso solo indica il verso dove.

La religioni guardano e venerano il dito di Dio, piuttosto che guardare nella direzione che indica, così come la scrittura crea giochi e seduzioni, mentre dovrebbe cercare la via d’uscita. Ma cos’è, guardare la direzione indicata dal dito di Dio, se non una religione più vera? E cos’è una scrittura che cerchi la via d’uscita? Il romanzo di Cărtărescu è un capolavoro letterario in quanto anti-letterario ed un’opera religiosa in quanto antireligiosa. E lo stesso si può dire di Capitini, il filosofo che per tutta la vita ha attaccato la religione, fino allo sbattezzo e alla messa all’Indice dei suoi libri, e che tuttavia ha pensato una sola cosa: la persuasione religiosa.

La via d’uscita, dunque. Che nel romanzo di Cărtărescu ha la complessità, i tormenti, gli smarrimenti di un percorso iniziatico. Un cammino allucinato, nel quale ad ogni passo si rischia la disperazione, sotto lo sguardo continuo della statua della Dannazione che sovrasta l’obitorio di Bucarest. La città stessa, con i suoi bloc decadenti, gli angeli di stucco, gli squallori dell’architettura comunista, è la rappresentazione urbanistica della condizione umana, dei suoi labirinti apparentemente senza via d’uscita.
Ci sono tre piani di realtà, nel romanzo di Cărtărescu. Il primo è quello nostro, umano. E la condizione umana è raccontata, dallo scrittore romeno, con una lucidità dolente per la quale non è possibile non pensare al conterraneo Cioran. C’è poi il livello minimale degli insetti, onnipresenti e decisivi nel romanzo, e ancora più in basso degli acari, delle creature infinitamente piccole che pure popolano massicciamente il mondo. E poi c’è un livello macro, ultraumano. Non potremmo essere noi simili agli acari della scabbia? Non potremmo muoverci senza saperlo in un corpo troppo grande per essere compreso da noi?

È possibile qualche comunicazione tra questi mondi? L’ipotesi di essere una specie non affatto diversa, nell’economia dell’universo, da quella degli acari, ci getta nello sconforto. Ma che succederebbe se riuscissimo a comunicare con degli acari? Un essere umano, nato tra gli acari, potrebbe fa conoscere loro l’esistenza di un mondo altro? Potrebbe spiegare agli acari della scabbia cos’è il corpo umano in cui si muovono? Il percorso iniziatico del protagonista di Solenoide — un professore di romeno in una scuola media di Bucarest — comprende anche quest’esperienza. Nascere tra gli acari come una sorta di Cristo sarcopte, predicare, far miracoli presso di loro, e poi morire smembrato e mangiato da loro, dopo aver constatato l’impossibilità di comunicare l’esistenza di un altro piano di realtà, perché essi non sono riusciti che a figurarsi “un acaro infinitamente pigro e indicibilmente triste”. Non è forse così con Dio? Ciò che chiamiamo Dio non è che il fallimento del tentativo di pensare un diverso piano di realtà?

E tuttavia il protagonista di Solenoide è un eletto. È stato scelto per la salvezza. Ma come? La guida dei Manifestanti, Virgil, si è dimostrato un Virgilio improbabile, schiacciato senza pietà dalla Dannazione, proprio come un insetto. Quando giunge il suo momento, il nostro professore dovrà scegliere. La Dannazione gli chiederà di salvare il suo manoscritto oppure Irina, la bambina che gli è nata da poco. La scelta è scontata per il professore ed è scontata per chiunque: salvare la bambina. Dal punto di vista narrativo, la scena sembra debole, con la sua conclusione ovvia. Ma quella scena viene dopo discussioni tra il professore e l’altra Irina, la sua compagna e madre della neonata. Che gli aveva chiesto: che fare se si dovesse scegliere tra la vita di una persona e un’opera d’arte di valore incommensurabile? Per il suo autore, il manoscritto ha evidentemente lo stesso valore, perché la scrittura, quella scrittura, è tutt’uno con la sua vita; è, anzi, la sua vita. Salvare la bambina significa affermare l’assoluta non sacrificabilità della vita umana, a costo anche di perdere sé stessi. Il punto di partenza per la salvezza è questo. Non posso uccidere.
Da qui parte Capitini per la sua teoria della nonviolenza. Il mondo è pieno di sofferenza e di violenza. Se dovessimo seguire la natura, giungeremmo facilmente alla conclusioni del Marchese de Sade: uccidere è l’atto più naturale che ci sia. E tuttavia, nota Capitini, non posso uccidere. Qualcosa in me si rifiuta. In questo rifiuto ci sono due cose: la ribellione contro la natura e le sue leggi violente e il riconoscimento del valore assoluto dell’altro. Ma se l’altro ha un valore assoluto, allora devo pensare il mondo in modo diverso. Devo pensare un mondo in cui l’altro non muore, in cui il suo valore assoluto non può essere negato.

Così Capitini giunge alla sua concezione della compresenza. Che è proprio l’unità con tutti per sempre. Compresenza è l’unità dinamica di tutti gli esseri che sono mai esistiti, tesa alla trasformazione del mondo naturale e vitale. Esiste? È una realtà? Qualcosa di metafisico? No. Nel suo romanzo Cărtărescu evoca la figura geometrica del tesseratto, l’ipercubo che sfida la nostra comune percezione trimimensionale del mondo. Ecco, la compresenza sta a Dio come il tesseratto sta al cubo. Quello che Capitini cerca di fare è tentare di scardinare la percezione comune della realtà, più che solidificarla ponendo come sua origine un Dio garante dell’ordine cosmico. La compresenza è il mondo aperto, squarciato dalla ferita del riconoscimento dell’altro come valore assoluto.

In Cărtărescu compaiono due volte le Storie di Erodoto. In un primo momento, è una scena che dice la tragicità della condizione umana. Il re Serse osserva il suo esercito e le sue navi nell’Ellesponto. Ma presto si rattrista: “Ho provato un senso di pietà a pensare quanto sia breve la vita di un uomo, se nessuno di tutti costoro, che sono così numerosi, vivrà ancora fra cento anni”. E suo zio Artabano gli risponde: “Cose ben più tristi di questa soffriamo nel corso dell’esistenza. Non c’è uomo, né fra di loro né in tutto il mondo, che nell’arco di una vita così breve sia tanto felice da non anteporre, non dico una volta soltanto, ma spesso, la morte alla vita. Le disgrazie che ci colpiscono e le malattie che ci affliggono ci fanno ritenere lunga l’esistenza, mentre essa è breve. (Storie, 7, 44–46). Alla fine del romanzo, è un episodio che apre alla speranza. A Corinto la nascita di Cipselo, figlio di Eezione e Labda, è accompagnata da una profezia dell’Oracolo di Delfi: sarà, il bambino, un macigno che si abbatterà sui governanti. E ai governanti — e governava l’oligarchia dei Bacchiadi — la profezia non piace. Mandano dei soldati per uccidere il neonato. Ma le cose non vanno come avevano previsto: perché il neonato sorride.
“Ora essi, lungo la strada, avevano stabilito che il primo che l’avesse avuto tra le mani avrebbe dovuto scagliarlo a terra. Ma quando Labda lo portò e glielo consegnò, per un caso voluto dagli dei, il bimbo sorrise all’uomo che lo aveva preso: questi lo notò, e un sentimento di pietà gli impedì di ucciderlo; impietosito, lo porse al secondo e il secondo al terzo: così il neonato passò per le mani di tutti e dieci, senza che nessuno si risolvesse a eliminarlo. Allora restituirono il bambino alla madre e uscirono; fermatisi sulla soglia, cominciarono ad accusarsi a vicenda, rimproverando soprattutto a quello che l’aveva preso in braccio per primo di non aver agito come convenuto.” (Erodoto, Storie, Libro V, 92, edizione UTET)

Cărtărescu è colpito, in questo racconto, dal potere trasformativo del sorriso, e il pensiero va a quel passo del Principio responsabilità in cui Hans Jonas parla del volto del neonato come fonte di una obbligazione morale immediata (non posso non prendermi cura di un neonato). Ma il racconto di Erodoto ha un seguito meno edificante. I soldati, “passato un po’ di tempo, decisero di rientrare e di prendere parte tutti quanti all’assassinio”. Ciò che non era stato possibile a ognuno di loro singolarmente, diventa possibile farlo insieme.
Questa è una cosa della massima importanza per una teoria della nonviolenza. La nonviolenza nasce dal riconoscimento della impossibilità di uccidere l’altro, e dunque del suo valore assoluto. Ma l’essere-con-l’altro è anche la fonte delle più atroci violenze. Il noi è omicida, anche e più dell’io. La via per uscire dalla violenza richiede non solo un riconoscimento del tu, ma anche una distruzione dell’io e del noi.

Il momento più abissale di quel romanzo abissale che è Solenoide è il capitolo (stavo per scrivere: canto, pensando al canto XI della Bhagavadgita) 41. Come Arjuna travolto dalla maestosità della forma universale di Krishna, il nostro professore di romeno abbandona progressivamente la sua forma umana, si fa feto, essere caudato, spermatozoo, e solo così riesce ad incontrare l’ovulo divino, attraverso “la morte che porta alla nascita”. È l’attraversamento dell’io, che permette la salvezza dalla rovina comune del noi — Bucarest sollevata in aria, con appeso il suo grumo di sofferenza — e la possibilità di toccare una dimensione altra, oltre la tridimensionalità della nostra violenza quotidiana.

Articolo pubblicato su Morel. Voci dall’isola, numero 3/2021.