Il vangelo leghista

Le parole del cattolicissimo ministro della famiglia Lorenzo Fontana sul mirabile accordo tra razzismo istituzionale leghista e cattolicesimo – “Ci accusano anche da ambienti cattolici, ma la nostra azione politica sull’immigrazione si ispira al catechismo. ‘Ama il prossimo tuo’ ovvero in tua prossimità e per questo dobbiamo occuparci prima dei nostri poveri” – possono indignare solo chi crede che il cristianesimo e il cattolicesimo posino su principi sani, santi e giusti. Chi, come chi scrive, è convinto del contrario, si scopre con qualche ribrezzo d’accordo con il ministro (che, sia chiaro, sul piano dell’esegesi neotestamentaria ha l’autorevolezza di una marmotta). In effetti il Vangelo dice più o meno questo. Interrogato da uno scriba sul “primo di tutti i comandamenti”, Gesù risponde che è amare il Signore con tutto il cuore; “il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Marco, 12, 31). Si tratta di una citazione da Levitico, 19, 18:
וְאָהַבְתָּ לְרֵעֲךָ כָּמוֹךָ
…e ama il tuo prossimo come te stesso.
La parola ebraica tradotta con “prossimo” è רֵיעַ, che indica una persona con cui si abbia familiarità: può indicare un amico, un fratello, un vicino. Il comandamento dunque non ha a che fare con un amore universale, qualcosa di simile alla metta buddhista, ma riguarda una sfera molto più limitata. Fontana ha ragione fin qui. Ha torto nel far corrispondere la figura del prossimo con quella del connazionale. Se prossimo è chi mi è vicino, anche fisicamente, allora può esserlo anche il mio vicino di casa straniero, o lo straniero che abita nel mio stesso quartiere, o gestisce il negozio sotto casa. Si può dire che l’etica del Vangelo (e del Levitico) più che un’etica dell’amore dell’Altro (la maiuscola va di gran moda) sia un’etica di buon vicinato. Non è una critica: c’è un gran bisogno di rapporti di buon vicinato.

C’è un altro passo evangelico che Fontana avrebbe potuto citare, se come esegeta neotestamentario non avesse l’autorevolezza di una marmotta. E’ Matteo, 15, 21:
Partito di là, Gesù si ritirò nelle regioni di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna cananea, originaria di quei paesi, gridava: “Abbiate pietà di me, signore, figlio di Davide; mia figlia è duramente vessata dal demonio!”. Ma egli non le rispose neppure una parola. Avvicinatisi i discepoli, lo pregavano: “Esaudiscila, perché sta gridando dietro a noi”. Egli rispose; “Non sono stato mandato se non alle pecore disperse della casa d’Israele”. Ma essa venne a prostrarsi davanti a lui e disse: “Signore, soccorrimi!”. Ed egli: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani“. Ma ella disse: “Si, signore, ma anche i cani si nutrono delle briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni“. Allora Gesù rispose: “O donna, grande è la tua fede! ti sia fatto come tu vuoi”. Da quel momento sua figlia fu guarita.
Qui compare un Gesù che davvero piacerebbe ai leghisti. Una donna cananea – oggi si potrebbe dire: extracomunitaria – gli chiede di guarire la figlia. Gesù si rifiuta, con una motivazione fondata tutta sulla sua diversità: è cananea (extracomunitaria), e lui fa miracoli solo agli ebrei. Una discriminazione bella e buona. Prima gli ebrei (che si tradurrebbe, per gente come Fontana, in: Prima gli italiani)! Alla fine accetta, ma non perché abbia cambiato idea sull’inopportunità di far miracoli per gli stranieri, che assimila ai cani, ma perché la donna ha detto una cosa arguta, e l’arguzia è una delle cose che Gesù apprezza di più.
Dunque ha ragione Fontana? Hanno ragione i leghisti cattolici? No, perché in quel passo c’è un’altra cosa, oltre alla distinzione – disgustosa: e se vi pare blasfemo che la consideri tale non è un problema mio – tra figli e cani. Gesù dice: “Non sono stato mandato se non alle pecore disperse della casa d’Israele”. Parole chiarissime: dice che il suo messaggio, la sua missione, la sua venuta sono solo per gli ebrei. Per nessun altro. Non per i cananei, che pure erano vicini. Questo vuol dire che non aveva intenzione di fondare nessuna chiesa, e meno che mai una chiesa cattolica, vale a dire universale. Fontana, insomma, potrebbe prendersi la ragione a condizione di riconoscere che il suo essere cattolico è basato su un enorme – tragico? comico? forse le due cose insieme – equivoco storico.

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