I miei primi vent’anni di sbattezzo

Venti anni fa ero impegnato nello studio approfondito del pensiero di Aldo Capitini, cui ho dedicato il mio primo libro, La realtà liberata, uscito nel gennaio del 1999. Fu studiando Capitini che incontrai per la prima volta l’idea dello sbattezzo. Ero ateo, ed anche piuttosto anticlericale, dall’inizio dell’adolescenza, ma non avevo mai pensato ad un atto di rottura forte con la Chiesa. Come è noto, Capitini chiese di cancellare il suo nome dal registro dei battezzati nel 1956, in seguito al caso dei coniugi Bellandi, che per essersi sposati solo in Comune erano stati bollati pubblicamente dal vescovo di Prato come pubblici peccatori. Avevano cercato giustizia in tribunale, e prevedibilmente il tribunale aveva dato ragione al vescovo. In un pensatore tanto rigoroso nella critica dottrinale ed etica al cattolicesimo quanto attento alle relazioni umane con i cattolici, un gesto così forte nasceva dal profondo disgusto che suscitava una decisione palesemente ingiusta, che offendeva la laicità dello Stato affermata dalla Costituzione ed appariva come l’ennesima manifestazione di una arroganza incompatibile con i valori democratici. I cattolici chiamarono “sbattezzo”, per dileggiarla, quella richiesta. Il termine è oggi rivendicato con orgoglio dagli atei, anche se io preferirei parlare di scomunica.
Insomma, feci anch’io la mia richiesta di sbattezzo. La indirizzai al parroco della chiesa in cui sono stato battezzato ed al vescovo. Il parroco era don Fausto Parisi, morto quest’anno: un prete fuori dalle righe, molto amato da metà città e criticato dall’altra metà, molto presente sui giornali con la sua penna pungente e spesso sarcastica. L’ultimo ricordo che ho di lui è la sua omelia ai funerali di un altro protagonista della vita culturale foggiana, il filosofo Giuseppe Normanno: omelia appassionata e coraggiosa, durante la quale toccò anche, se non ricordo male, la questione spinosa del celibato dei sacerdoti. A rispondermi però fu il vescovo, monsignor Casale, che è ancora vivo, quasi centenario. Tra don Fausto e monsignor Casale c’era una inimicizia che era un forte fattore di destabilizzazione per la chiesa locale. Don Fausto accusava il vescovo di non so quali irregolarità. Di monsignor Casale ho notizia ogni tanto dai giornali: nonostante l’età molto avanzata non manca di prendere posizione sui temi più caldi; e, devo dire, sempre con posizioni molto aperte.
Questo, dunque, il breve carteggio, che si conclude l’ultimo giorno dell’anno con il riconoscimento della mia uscita dalla comunità cattolica.

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