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I bambini come merce

A meno che non si sia convinti che l’estinzione degli italiani sarebbe cosa buona e giusta – una tesi che si potrebbe sostenere con ottime ragioni – il drammatico calo della natalità nel nostro Paese costituisce un problema. Non ho dunque alcuna preclusione verso una cosa come degli Stati Generali della Natalità. Li seguirei perfino con entusiasmo, se fosse un’occasione per parlare del calo della fertilità dovuto all’inquinamento ed all’uso di pesticidi. O delle difficoltà che incontrano le giovani coppie nel mettere al mondo figli a causa della precarizzazione del lavoro. O del ricatto che le donne si trovano spesso ad affrontare sul lavoro, e che le costringe spesso ad abbandonare il lavoro una volta avuto un figlio. O della fragilità dell’assistenza sociale, dei costi dell’asilo nido, eccetera.

Ma no: nulla del genere. Gli Stati Generali della Natalità di oggi, a Roma, sono aperti dal papa, e questo dice molto. Ma non tutto. Perché non si tratta della solita ipoteca clericale sui temi della famiglia, ma di una apparentemente inedita sinergia tra mondo cattolico e mondo finanziario. Sponsor dell’iniziativa sono banche ed assicurazioni e i relatori, tolte le solite comparsate politiche, sono per lo più manager.

Il testo di presentazione dell’iniziativa merita una analisi, perché dice molto dei tempi che stiamo vivendo.

Un figlio è un dono, ma è anche un bene comune, capitale umano, sociale e lavorativo. Essi sono il bene più importante che ogni generazione produce e lascia in eredità al mondo che verrà. Eppure stiamo sprecando questa opportunità.

Un bambino è dunque capitale. Umano, sociale, lavorativo. E’ un prodotto e un bene. Un bene che deve evidentemente fruttare.

Nello slittamento semantico che porta dal bene della nascita al bene nel senso mercantile del termine, di cosa che ha un valore economico, che frutta, c’è tutta la miseria del capitalismo. E non ci si lasci ingannare dal fatto che si parli di bene comune. Un bambino non è un bene comune, come non lo è una persona. Un bene comune è la sua istruzione, che dovrebbe essere sempre interamente gratuita, sottratta ad interessi privati ed economici. Un bene comune è la sua salute; un bene comune è l’aria che respirerà, che bisognerebbe salvaguardare contro qualsiasi interesse privato. Eccetera.

Ma di questi beni comuni non possono parlare le banche, né le assicurazioni, né i portatori di qualsiasi interesse privato e commerciale. Dovrebbero parlarne i politici, se non fossero troppo impegnati a fare gli interessi degli affaristi e di quegli affaristi dello spirito che sono i preti.