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Essere rizomi

Green Book di Peter Parrelly è un film gradevole, ma poco più; certo non passerà alla storia del cinema. C’è una scena, però, che resta. Il film racconta (e romanza) la storia vera di un musicista nero, Don Shirley, che nell’America degli anni Sessanta decide di fare una tournée negli stati del sud. Per farlo ha bisogno di un autista che sia anche in grado di occuparsi della sua incolumità fisica, e lo trova in Tony Vallelonga, un buttafuori italiano non proprio onestissimo e un po’ razzista. C’è questa scena, dunque, in cui l’autista italiano rivendica il suo essere nero, più nero del musicista nero. Perché lui, Tony, è un proletario, è cresciuto nel Bronx, vive la vita difficile di chi è escluso, mentre l’altro sì, è nero, ma è ricco, abita una casa lussuosa, ha una vita di successo. Shirley allora scende dalla macchina, offeso. E poi si sfoga. No, la sua condizione non è quella di un privilegiato. E’ un nero che non è amato dai neri, perché privilegiato; è un pianista classico che non può suonare musica classica, perché non gli è consentito (è musica da bianchi), ed è costretto a fare la musica che piace ai bianchi per sentirsi colti; ed è omosessuale. La sua condizione è quella di chi non è più e non è ancora, per usare un’espressione del filosofo iraniano Dariush Shayegan. Non è più nero e non è ancora bianco. Abita uno spazio intermedio, ed è un abitare difficile.

Confesso che la scena mi ha colpito per la mia condizione di fuoriuscito, che è comune a tanti. Il non più-non ancora è la mia situazione quotidiana: non più pugliese, non ancora toscano. Se parlo di Foggia, mi si dice che non ne ho più il diritto, perché me ne sono andato; e se parlo (se parlo in modo critico) di Siena – la città in cui ora vivo – spesso capita che qualcuno mi dica che posso tornarmene a Foggia. Il non più-non ancora è una condizione che dovrebbe condannare all’afasia: si perde il diritto di parlare, per manifesta non appartenenza.
Si cita spesso una frase di Simone Weil: “Chi è sradicato sradica”. Si trova ne L’enracinement, un libro che, come capita spesso in Simone Weil, è pieno di cose sublimi miste a semplici idiozie. Questo discorso sullo sradicamento, peraltro, è uno degli argomenti del suo antisemitismo: perché gli ebrei, il popolo della diaspora, sono nella sua analisi – semplicemente delirante – “un manipolo di sradicati” che hanno “causato lo sradicamento in tutto il globo terrestre”. Di fronte a queste uscite, che sono tra i momenti più oscuri della filosofia europea del Novecento, vien da fare l’elogio dello sradicamento: dell’essere liberi, autonomi, creativi, in grado di costruire la propria identità e il proprio destino abbandonando gli ormeggi e inoltrandosi in mare aperto. Ma sarebbe retorica o poco più.
Mi viene in mente piuttosto l’immagine del rizoma, che Gilles Deleuze contrapponeva al modello gerarchico dell’albero. La radice affonda nella terra, verticalmente; salda, fissa, immobilizza. Il rizoma cresce libero, orizzontale, lega un punto all’altro; la sua natura non è quella di fissare, ma di connettere. Un sistema rizomatico è un sistema che non ha centro, ma mette in comunicazione diversi centri. E’ un sistema aperto.
Ecco: mi pare che oggi che molti tornano a parlare di radicamento, di patria, di identità, e già si sentono non troppo lontane le parole sangue e terra, sia importante pensarsi come rizomi. Rinunciare all’essere centrati e mettere piuttosto in collegamento, a cominciare da sé stessi, mondi diversi. Attraversare i confini fisici, culturali, mentali. Si dirà che è questo esattamente che vuole il capitalismo. Una massa di persone senza storia, senza legami, che diventano nulla più che consumatori e lavoratori disponibili a qualsiasi collocazione. E’ l’analisi, sintetizzata in slogan ripetuti fino alla nausea che sfiorano ormai il ridicolo, che ha fatto il successo mediatico di Diego Fusaro: il “turbocapitalismo apolide”, eccetera. Ma il rizoma non è la negazione della radice. Il rizoma è connessione: mette in contatti le radici. La mia, la tua. I rizomi – le persone-rizoma – vivono per creare legami fitti, complessi, insoliti, per costruire una radice unica e molteplice che è l’unica possibilità di resistere alla disumanizzazione in corso.

Pubblicato su L’Attacco, 13 marzo 2019.