Docenti: differenziare, non gerarchizzare

Switzerland: children at a woodwork class with their teacher, 1925 ca. CC BY 4.0.

“È finalmente giunta nel mondo della scuola un’innovazione che rompe l’egualitarismo”, leggo nell’incipit di quello che, a mia conoscenza, è l’unico articolo che discuta seriamente l’idea del docente esperto.[1] Ed è un incipit tristissimo per chi, come me, crede che l’uguaglianza sia un valore importante, se non il più importante di tutti. Di mali la scuola ne ha infiniti, ma l’egualitarismo è davvero l’ultimo. Mi piacerebbe poter dire che le scuole italiane sono meravigliose comunità di eguali, impegnate nell’impresa solidale di istruire ed educare, ma mentirei. Non c’è alcuna reale comunità, salvo poche lodevoli eccezioni. Più che al comunismo anarchico, le scuole fanno pensare all’individualismo libertario: ogni docente è una monade, chiuso nella sua classe, nella sua disciplina e nel suo metodo. Ma anche con questi limiti, mi terrei stretta questa orizzontalità. Che non è nemmeno completa, perché ci sono comunque docenti che hanno la certezza di esserci anche il prossimo anno ed altri che non sanno invece dove saranno, così come permane una certa percezione inferiorizzante dei docenti di sostegno.

Un docente non ha prospettive di carriera. Avrà aumenti di stipendio solo in base all’anzianità. E questo è un male, si dice. E può essere. Ma non è il male peggiore.

Il male peggiore è che tutti i docenti facciano le stesse cose, come se la scuola non avesse bisogno di valorizzare competenze specifiche. Molti docenti hanno un dottorato di ricerca. Un titolo di studio che certifica una competenza di altissimo livello, che però alla scuola non interessa. A nessuno è venuto nemmeno in mente di prendere in considerazione il possesso del dottorato, per selezionare i docenti esperti. Mi piace pensare ad una scuola che consenta a chi ha un dottorato di dedicarsi alla ricerca insieme all’insegnamento. Oggi essa è rigorosamente riservata all’Università. Chiunque, con attitudine, passione e competenze adeguate a far ricerca, non riesca a entrare nel mondo universitario, è condannato al dilettantismo. La scuola trasmette il sapere, non lo crea. È un errore madornale. Ed è l’errore da cui scaturisce quel tanfo di stantio della cultura scolastica.

Più che i docenti esperti, ci servono i docenti ricercatori, cui la scuola dia il tempo e l’agio di studiare, insieme ed oltre l’insegnamento, in sinergia con le Università ed altri enti di ricerca. Ma abbiamo bisogno anche di docenti che facciano ricerca nella didattica della loro disciplina e che si documentino, studino, sperimentino nell’interesse della scuola.

Abbiamo bisogno, ancora, di docenti che sappiano leggere il territorio, che abbiano le competenze per comprendere dove nasce un insuccesso scolastico, quali sinergie attivare per affrontare una povertà educativa, come aprire la scuola alla comunità.

E poi abbiamo bisogno di competenze manageriali: il middle management di cui si parla tanto. Docenti che collaborano con i dirigenti nella gestione quotidiana della scuola, occupandosi di faccende per lo più noiosissime, ma senza le quali la scuola non funzionerebbe.

Abbiamo bisogno, più di qualsiasi altra cosa, di pensare le scuole come sistemi di apprendimento e autoformazione per i docenti, contesti di sviluppo umano e professionale. La carriera del docente esperto è ridicola ed umiliante non solo perché alla fine di un percorso ad ostacoli il vincitore riceverà un obolo piuttosto misero, ma perché sarà diventato esperto grazie ad anni di dedizione ai corsi indicati dal Miur. Ed è senz’altro curiosa l’idea di un lavoratore che diventa esperto non grazie al suo lavoro, nel suo contesto, gettandosi mente e corpo nella sua fatica quotidiana, ma per la semplice dedizione all’arte di star seduto a un banco, vita natural durante.

[1] P. Fasce, Introdurre il docente esperto è il minimo che si possa fare per ridare vita alla scuola, in “Linkiesta”, 9 agosto 2022, url: https://www.linkiesta.it/2022/08/docente-esperto-scuola-italia/