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Chi vuole (davvero) la terza guerra mondiale

Manifestazione contro la guerra in Ucraina in piazza Castello, Torino, 26 febbraio 2022. ANSA/Alessandro DI Marco

Bisogna comprendere le ragioni dell’altro, nel caso specifico di quell’altro così poco edificante che è Putin, e uscire da una visione unilaterale del conflitto. Non farlo, assicurano, significa restare in una logica binaria che ci condurrà dritti alla terza guerra mondiale. Occorre, dicono, considerare la complessità dei fenomeni, e dunque anche dei fatti storici.

Complessità è la parola chiave con cui a sinistra – nella sinistra ex comunista, pacifista e nonviolenta, femminista – molti ragionano di conflitto in Ucraina. E cosa vuol dire leggere il conflitto in modo complesso? Vuol dire considerare il ruolo della Nato. Che ha provocato la Russia con la sua espansione nell’Europa dell’est, fino a giungere al punto di rottura. Tutto qui. Che la Nato sia il potere da contestare, gli esportatori di democrazia che di fatto la democrazia l’hanno sempre uccisa, l’abbiamo detto, gridato nelle piazze per anni. Era vero? In parte: se è vero che qualsiasi realtà è complessa, anche quella realtà era più complessa di così. Ma soprattutto tornare oggi, nel 2022, in un mondo completamente diverso, a quella narrazione, vuol dire realmente semplificare, o peggio: travisare la realtà.

Vogliamo considerare la questione ucraina nella sua complessità? Bene. Consideriamo l’holodomor, il genocidio causato da Stalin in Ucraina negli anni Trenta del secolo scorso. Consideriamo i rapporti tra mafia russa e mafia ucraina (lo ha fatto Saviano). Consideriamo i rapporti tra oligarchi russi e oligarchi ucraini. Consideriamo il tentativo interno, in Ucraina, di porre un argine al potere degli oligarchi. Consideriamo la lotta tra Zelensky e il potentissimo oligarca Akhmetov, ma anche i suoi rapporti con Igor Kolomoisky. Consideriamo il fondamentalismo cristiano del patriarca Kirill e la sua influenza su Putin. Consideriamo il fascismo di Alexandr Dugin e il suo rapporto con Putin. Consideriamo tutto questo e decine di altre cose. Resta un popolo sotto le bombe. L’evidenza di un Paese che ne aggredisce un altro non cambia di un millimetro. Come non cambia l’urgenza di aiutarlo.

Ma prendiamo sul serio l’interpretazione. Ammettiamo che la Nato abbia fatto l’errore di provocare la Russia, non rispettando le reciproce sfere di influenza e minacciandola con il suo avvicinamento ai suoi confini. E chiediamoci: che c’entra l’Ucraina? Se le colpe sono della Nato, perché sotto le bombe c’è un Paese che non fa parte della Nato? Aver semplicemente chiesto di entrare nella Nato può essere una ragione sufficiente per bombardare un Paese? La domanda è retorica, e spero che sia considerata tale da tutti i lettori.

Se la colpa è della Nato, la Russia non deve prendersela con l’Ucraina, ma con la Nato. E d’altra parte se la colpa è della Nato, se è stata la Nato a spingere nel baratro l’Ucraina, allora la Nato da parte sua ha il dovere di intervenire, aiutando un Paese di cui ha causato la rovina. Dire che la colpa è della Nato – mi pare che anche questo non sia chiaro – non significa affermare che, come sempre, è tutta colpa degli Stati Uniti. Perché Nato siamo anche noi. E dunque è colpa anche nostra. Putin, a conti fatti, farebbe meglio a prendersela con noi. Del resto il suo ideologo, quell’Alexandr Dugin così caro alla destra italiana, afferma che la guerra è tra la superiore civiltà russa, evidentemente così libera da qualsiasi corruzione, così pura, così spirituale, e la corrotta civiltà occidentale. E il patriarca Kirill la pensa allo stesso modo, anche se temo che non gli piacciano troppo le riflessioni del filosofo sul “sesso degli angeli” e il carattere androgino del suo bizzarro soggetto rivoluzionario.

Se la complessità del conflitto non risiede nell’intreccio di odi, interessi e ideologia che da decenni – e in realtà da secoli – oppone i popoli ucraino e russo, ma nella lotta tra la Nato, rappresentante del neoliberismo occidentale, e la Russia, allora si tratta davvero di uno scontro di civiltà. E, poiché non si tratta propriamente di quel confronto tra visioni del mondo filosofiche che Nietzsche auspicava in quella che chiamava “epoca del paragone”, ma di uno scambio a suon di bombe, il conflitto tra civiltà sarà una guerra mondiale.

Che ne siano consapevoli o meno, quelli che invocano la complessità ricorrono allo stesso schema binario che condannano. Poiché sembra troppo semplice che ci siano un aggressore e un aggredito, un torto e una ragione, contrappongono a un aggressore un Terzo, che in realtà diventa il Secondo. L’Ucraina è fuori scena. Dietro di lei c’è la Nato, dunque l’Occidente. Una simile visione è perfettamente complementare a quella di Putin. Persone come Donatella Di Cesare si figurano le relazioni internazionali come un salotto nel quale si discute amabilmente dei torti e delle ragioni sorseggiando un tè, non prima di aver frequentato un corso intensivo sulla soluzione nonviolenta dei conflitti. Purtroppo il luogo del confronto internazionale è, invece, un ring. E c’è da chiedersi quale sarà, una volta messo su questo ring geopolitico – metafisico, direbbe il patriarca Kirill – il loro ruolo: il ruolo della sinistra ex comunista, pacifista, nonviolenta, femminista. Dalla parte della Nato evidentemente no. Perché la Nato è gli Stati Uniti, è l’Occidente. E l’Occidente è il capitalismo, il neoliberismo. Il male. Staranno con Putin? Qualcuno anche, magari; ma pochi, immagino e spero. Più probabilmente, non staranno da nessuna parte. Diranno che la boxe è una cosa incivile, e chissà chi ce li ha chiamati, questi due, sul ring.