Velo e autodeterminazione femminile

Dopo gli insulti e le minacce sui social network, Silvia Romano ha parlato della sua conversione all’Islam e della scelta di mettere il velo in una intervista al giornale on-line islamico La luce. Nella parte che riguarda l’hijab afferma:

Il concetto di libertà è soggettivo e per questo è relativo. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti. C’è qualcosa di molto sbagliato se l’unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo. Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima. Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale.

Sulla conversione all’Islam aveva scritto cose dure Cinzia Sciuto, autrice dell’ottimo Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli); leggo ora su Micromega un intervento, non meno duro, di Monica Lanfranco. Due donne che stimo, ma con le quali non sono d’accordo.[read more]

Prima di spiegare perché, occorre una premessa. Sono ateo, e forse potrei considerarmi perfino un ateo militante (sono iscritto all’UAAR). Considero le religioni un male sociale e in particolare ritengo che i monoteismi abbiano causato infinite tragedie storiche. Non ho alcuna simpatia per l’Islam, fatta eccezione per il sufismo. Ritengo che sia importante fare una battaglia culturale per denunciare la violenza simbolica delle religioni. Politicamente, sono di area anarchica ed antiautoritaria, pur consapevole di tutti i problemi di una tale collocazione. La questione del velo provoca non poco imbarazzo nelle persone di sinistra perché fa entrare in conflitto due valori importanti: il riconoscimento dei diritti delle minoranze, e in particolare dei migranti, e la libertà ed autodeterminazione delle donne. Che succede, ora, se una minoranza nega il secondo valore? Quale posizione assumere nei confronti di una minoranza che nega i diritti delle donne? Bisogna accettare limitazioni alle libertà femminili in nome del multiculturalismo o rigettare (come fa Cinzia Sciuto) l’idea stessa di un multiculturalismo che diventa il cavallo di Troia per far arretrare le società occidentali nel campo dei diritti civili delle donne?
Vorrei provare, seguendo le parole di Silvia Romano, a chiedermi se non sia possibile un punto di vista diverso. Preciso che non parlo in generale della questione del velo, perché non ha alcun senso parlarne all’ingrosso, mettendo su uno stesso piatto, per dire, Afganistan, Albania e Italia. Parlo dell’uso dell’hijab da parte di una donna musulmana nel nostro Paese.
Il diverso punto di vista è quello del diritto delle donne di dare un significato al loro corpo ed a quel rapporto con il loro corpo che è l’abbigliamento.
Le donne che subiscono violenza sessuale sono spesso sottoposte alla ulteriore umiliazione di dover spiegare come erano vestite e perché. Per qualcuno il fatto che una donna sia vestita in modo considerato provocante può comportare una attenuante per il violentatore. Un certo abbigliamento non è forse segno certo di disponibilità sessuale? No, rispondono le donne, non lo è. Una donna ha il diritto di vestirsi come vuole, senza che nessuno si senta autorizzato a dare alcun significato a quell’abbigliamento. Soprattutto: solo una donna ha il diritto di dare un significato al suo modo di vestirsi. Nessun altro. Solo una donna ha il diritto di dire di essersi vestita per piacere a sé stessa, per piacere agli altri o solo perché così le andava.
Consideriamo ora il velo. Silvia Romano afferma che portare il velo per lei significa sottrarsi a dinamiche sociali che non ama. Che la seduzione sia una pratica sociale è innegabile. È una pratica sociale tutt’altro che condannabile, ma alla quale qualcuno può legittimamente decidere di non partecipare. Simone Weil, una delle più lucide intelligenze del Novecento, vi si sottrasse per tutta la sua breve vita. “Essere oggetto di desiderio: è questo che genera in me, dopo il Luxembourg, una repulsione e un’umiliazione fortunatamente invincibili”, scriveva. L’accenno ai giardini del Luxembourg resta misterioso; non è da escludere che si riferisca all’incontro con un esibizionista quando era adolescente. Ma sarebbe un grave errore considerare queste repulsione come un tratto patologico dovuto ad un evento traumatico, così come sarebbe semplicemente ridicolo vedere in quelle parole una qualche imposizione maschile. È la scelta di una delle donne più libere del Novecento e fa parte in modo significativo della sua eccezionale spiritualità. Non aveva bisogno del velo, Simone Weil. Esprimeva il suo rifiuto di essere oggetto di desiderio con tutto l’abbigliamento e in generale con un atteggiamento che spesso sconcertava e intimoriva chi la incontrava.
Silvia Romano afferma che per lei il velo ha un significato. Indica la scelta di essere al di fuori del gioco sociale della seduzione. Monica Lanfranco afferma che invece il velo ha un altro significato: indica la violenza simbolica dell’uomo sulla donna, e le parole di Silvia Romano non sono che “formule insopportabili e ipocrite, quando si pensa ai milioni di donne nel mondo costrette a portarlo, pena anche la morte, da feroci dittature teocratiche totalitari”. Non è un grande argomento, perché qui non parla una donna afgana, ma una donna italiana, e non c’è nessuna prova che qualcuno la costringa a portare il velo, pena la morte. Se una donna è costretta a portare il velo, evidentemente è un male, come è un male qualunque imposizione; ma qui si parla d’altro. Qui c’è una donna che parla del suo abbigliamento e della sua scelta. E dice cosa significa, per lei, quell’abbigliamento. Replicare che quelle parole non esprimono realmente un punto di vista personale, ma una manipolazione culturale, è sbagliato per due ragioni. La prima è che si può vedere qualche forma di manipolazione culturale in qualsiasi esperienza o scelta, e la stessa Silvia Romano considera frutto di “un’imposizione da parte della società” il suo precedente modo di vestirsi. La seconda è che significa attuare una disconferma, quel meccanismo studiato dalla scuola di Palo Alto per cui in uno scambio comunicativo si nega l’esistenza stessa dell’altro come parlante. Non si tratta di discutere le affermazioni dell’altro; gli di dice: “Tu non esisti”. Ed è esattamente quello che accade a Silvia Romano. Le sue parole non vengono prese realmente in considerazione, non è una vera interlocutrice in un discorso pubblico. Si ritene che per sua bocca parli il Patriarcato, o qualcosa del genere. E questa è evidentemente una violenza. È una violenza, quando una donna parla, ritenere che sia un uomo a parlare in sua vece, se dice cose che non ci piacciono. E metterla così a tacere.
Nessuno – che sia uomo o donna – ha il diritto di stabilire il significato dell’abbigliamento di una donna, se non la donna stessa. Non sono affatto convinto che il velo sia indice di qualsiasi libertà, mi piacerebbe piuttosto vivere in una società in cui tutti abbiano il diritto e la libertà di andare in giro completamente nudi, se lo vogliono, ma sono anche consapevole che la liberà si incarna in forme diversissime. E che l’individuo stesso è l’unico cui si può riconoscere il diritto di dare un significato alla propria esperienza. Qualsiasi alternativa conduce a conseguenze disastrose.

Gli Stati Generali[/read]

Fottete i social network

Ho fatto un sogno, stanotte. Uscivo di casa e salutavo il vicino, e in quello stesso istante compariva l’immagine di un tizio seduto accanto a un enorme salvadanaio; in seguito a quel mio gesto, una monetina vi era finita dentro. Dlin! Dopo il saluto al vicino proseguivo con il mio cane verso il parco del quartiere. Qui il cane socializzava con altri cani, con i cui padroni scambiavo qualche chiacchiera. Ed ecco ancora l’immagine del tizio con il salvadanaio, in cui finivano una, due, tre monetine. Dlindlindlin! Mi sono svegliato agitato e perplesso. Che avrà voluto dire quel sogno? Mi sono riaddormentato e, come succede, ho sognato il seguito. Ma questa volta era un incubo. Ero sul letto di morte e mi accorgevo con tristezza infinita che tutta la mia vita non era stata che uno strumento per consentire al tizio del salvadanaio di arricchirsi a dismisura. Tutto era solo un mezzo. I miei amori, i miei odi, le mie passioni, i miei viaggi, il mio privato. Tutta la mia vita, ecco, era servita solo a far sì che quel salvadanaio crescesse sempre più, straripasse, tendesse all’infinito. Scrivevo questa tardiva rivelazione su un foglio che consegnavo a qualcuno, e in quell’istante l’ultimo dlin! mi confermava che fino all’ultimo respiro sarei rimasto in una gabbia d’acciaio. Continue reading “Fottete i social network”

I limiti del controllo

Qualche settimana fa uno studente mi ha fatto una domanda cui non è facile rispondere. Avevo letto in classe alcune pagine de Il futuro della democrazia di Norberto Bobbio, un libro del 1984 per molti versi ancora molto attuale. Nel primo capitolo Bobbio ragionava delle “promesse non mantenute” della democrazia. Tra le altre, la persistenza delle oligarchie, di ambiti in cui si esercita il potere in modo non democratico (e molto c’è da riflettere, oggi, sui social network), di forme di potere che si sottraggono al controllo (un controllo, osservata Bobbio, “tanto più necessario in un’età come la nostra in cui gli strumenti tecnici di cui può disporre chi detiene il potere per conoscere capillarmente tutto quello che fanno i cittadini è enormemente aumentato, è praticamente illimitato”), la mancanza di una educazione del cittadino, l’incapacità di uno Stato democratico di rispondere alle richieste sempre più numerose che provengono dalla società civile.
La domanda dunque era: come possiamo dimostrare che la democrazia sia in assoluto il miglior sistema di governo? Si trattava di una lezione di Scienze Umane, e studiando antropologia gli studenti già al terzo anno imparano cos’è il relativismo culturale. Se ogni cultura ha i suoi valori, come possiamo sostenere il valore transculturale della democrazia? Continue reading “I limiti del controllo”

רוּחַ-אֱלֹהִים רָעָה

Dio è buono, dici. Anzi, è il Bene. Ma dal Bene può venire il male? No, dici. Il male viene dal Diavolo. Ma perché allora nel primo libro di Samuele (16, 15) si legge:

הִנֵּה-נָא רוּחַ-אֱלֹהִים רָעָה, מְבַעִתֶּךָ

La CEI traduce, correttamente, “Ecco, un cattivo spirito di Dio ti turba”, mentre in una traduzione evangelica trovo “uno spirito cattivo permesso da Dio”, che vuol dire distorcere il testo. רוּחַ-אֱלֹהִים רָעָה significa proprio “uno spirito cattivo di Dio”. Ma se Dio è il Bene, come può venire da Dio “uno spirito cattivo”?

24 novembre

Ieri a Foggia sono morti due poveri. Vivevano in una baracca, si scaldavano con un braciere. Li ha uccisi il monossido di carbonio. Non avevano ancora quarant’anni.

Una volta, quando pubblicavo un foglio anarchico che si chiamava Tophet, contai gli immigrati morti tragicamente a Foggia: per lo più investiti a bordo strada, qualcuno – come la romena Claudia Ioana Pop – annegato nelle vasche per l’irrigazione, qualcuno bruciato. Erano decine. Una strage silenziosa, che avveniva, che avviene nell’indifferenza più completa.

In genere quando delle persone sono ridotte a cose senza importanza, c’è un dispositivo di disumanizzazione. Nel mondo antico, afferma Roberto Esposito, era il concetto stesso di cosa, che finiva per inghiottire anche esseri umani. Nel mondo cristiano, sosterrei io da qualche parte se fossi meno pigro, è la figura del Diavolo che consente la disumanizzazione e il massacro. Quello che sconcerta, a Foggia, è che non c’è bisogno di alcun particolare dispositivo per giustificare questo lento massacro. La ferocia è strutturale, si situa ad un livello preculturale, è un veleno che è nell’aria, che si respira parlando, ridendo, andandosene in giro per i centri commerciali. Perfino pregando.

6 novembre 2019

“L’individuo è cosciente della vanità delle aspirazioni e degli obiettivi umani e, per contro, riconosce l’impronta sublime e l’ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L’esistenza individuale gli là l’impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo. Già nei primi stati dell’evoluzione della religione (per esempio in parecchi salmi di David e in qualche Profeta), si trovano i primi indizi della religione cosmica; ma gli elementi di questa religione sono più forti nel buddhismo, come abbiamo imparato in particolare dagli scritti ammirabili di Schopenhauer.”*

– Direi che c’è tutto, qui.
– Tutto? Cosa?
– Il trascendimento. Quello che chiamo, anzi, attraversamento.
– E che ti sembra dell’ordine ammirabile?
– Che intendi?
– Intendo l’ophiocordyceps unilateralis.
– A suo modo è mirabile.
– A condizione di non essere una formica. A meno che tu non voglia dire che la formica attraversa il suo ego.
– Nemmeno io vedo una impronta sublime. Ma sento la necessità dell’attraversamento.
– Che sarà verso il radicale non senso delle cose, immagino.
– Fihi ma fihi.
– E la formica?

* Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton.

Liberatore V.

Il vento di marzo porgeva al fiuto dei signori il profumo dei tempi nuovi e sibilava sulla schiena curva dei cafoni con una carezza gelida, presagio di sventura, di un volgere ancora più triste di quella faccenda affannosa e senza grazia che era ed è lo stare sulla terra, lo stare nella storia. Aggrappati al monte con la tenacia e l’energia degli organismi primitivi, chiusi nel carcere delle quattro vie d’un borgo che si palesava cacato dal nulla – più delle altre vie e città e volti, voglio dire -, i cafoni assistevano da sempre al naturale svolgersi degli eventi con la pazienza e l’indifferenza degli animali da cortile; epperò qualcosa quell’anno stava cambiando, e te ne accorgevi da una parola in più nel parlare essenziale delle donne, da una nota più lunga, più ansiosa quando chiamavano i bambini, da un innaturale affrettarsi all’uscita dalla chiesa. I ritmi avevano subito qualche cambiamento appena percettibile, l’usata trama del vivere mostrava qualche tema nuovo, e qua e là compariva un lieve strappo, un tratto liso, mentre i signori, chiusi nelle giamberghe, sembrano risplendere più che mai nella natura loro – che era, indefettibilmente, di due generi: austeri, impassibili e lontani alcuni come statue, grassi, rosei e gioviali come porcelli gli altri. I primi ai cafoni mettevano una paura fottuta, roba da scappar via alla fontana, da abbassare lo sguardo come vergini, da farsi muti come pesci. Gli altri stavano tra i cafoni come cani da guardia tra le pecore al pascolo, di tutto lieti, allegri come lo stare al mondo fosse una festa, fraternamente ironici coi cafoni, delle cui mogli sorelle e figlie non disdegnavano di apprezzare le cosce e le zinne. D’un genere suo, anzi privo di qualsivoglia genere, unico nel suo esser-così, era Liberatore.

A chiedere in giro, difficilmente avresti trovato qualcuno capace di dirti come e quando precisamente era comparso quel cristiano alto e smunto, come roso dentro da una irragionevole tristezza, seccato dal fastidio di campare, eppure capace di un suo sorriso tragico, che alla gente pareva contenere una qualche oscura minaccia. Nessuno ricordava i parenti suoi, o di averlo visto giocare, criaturo tra i criaturi, nelle fangose vie del paese. Era, il suo stato, quello dei signori, ma pareva averlo rifiutato con una decisione di cui sfuggiva il perché. Se ne stava per suo conto, viveva la sua vita solitaria dove il paese si spegneva nella campagna, rintanato in un buco di cui s’ignorava il decoro, l’ampiezza, la decenza, poiché nessuno poteva vantarsi d’aver bevuto un bicchiere di vino oltre quell’uscio. Liberatore era l’esattore delle imposte. Il suo lavoro consisteva nel togliere ai cafoni quel poco che avevano. E’ un lavoro che può dare le sue soddisfazioni, soprattutto se fatto da un porcello di quelli che s’è detto: la soddisfazione di chi dà una mano al procedere logico della civiltà, che nulla ha da attendersi dai cafoni, se non che contribuiscano come possono al benessere di quelli che sanno cosa farsene dei trenta, quaranta o cinquant’anni che stanno tra il pianto della nascita e quello della morte. Ma Liberatore non provava nessuna soddisfazione. Avresti detto che bruciava di compassione per quella gente sporca e bastarda, e che si fosse imposto quel lavoro come una croce da portare sulle spalle per pagare chissà quale colpa compiuta in quel passato buio nel quale nessuno riusciva a scorgerlo.
Accadde una mattina, a metà mese. Una mattina di domenica. Una mattina fredda, epperò limpida, senza tormento di nuvole o battere di pioggia a frapporsi tra il qui e l’oltre, tra il dire e l’ascoltare. Coglionato da tre o quattro ragazzetti dei più cenciosi e stronzi sputati in strada dai bassi, Liberatore se ne venne allo slargo davanti alla chiesa del Purgatorio, lì dove scura una fontana emergeva dal pantano. Si fermò, mentre i figli di zoccola si disperdevano in un vicolo, e guardò le donne alla fontana. Erano quattro, una anziana, chiatta, il cui puzzo di lardo e sudiciume giungeva fino ai margini dello slargo, le altre tre ragazzette spinose e ostili come fichi d’india.


Questo racconto – incipit, a dire il vero: o scena – concluse, non saprei dire quanti anni fa, il progetto di Microcenturie. Estuario per romanzi fiume di breve corso.  Lo salvo qui, perché il sito non è più attivo da tempo.

La verità dell’annegato

La verità è reazionaria, l’interpretazione è rivoluzionaria. Questo, in sintesi estrema, è il messaggio che Gianni Vattimo affida a Essere e dintorni (La nave di Teseo, Milano 2018). Per chi, come chi scrive, si è formato filosoficamente tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del secolo scorso, Vattimo è stato un maestro; attraverso di lui abbiamo letto Nietzsche e Gadamer, grazie ai suoi scritti siamo riusciti perfino ad entusiasmarci per Heidegger, prima che Franco Cassano ci richiamasse alla civiltà del mare contro l’ossessione heideggeriana per il bosco (Il pensiero meridiano, 1996: un libro che merita di essere riletto e rimeditato con attenzione). Ma, per quanto faccia piacere che giunga a pensarsi perfino come anarchico (gli anarchici non sono mai abbastanza), si fatica davvero a seguirlo.

Abbiamo, dice, una società neoliberista che si presenta come l’unica possibile, come la forma stessa che la realtà assume oggi, una cornice alla quale non è possibile sottrarsi, e che è anzi talmente solida da scomparire anche come cornice. Quale filosofia corrisponde a questo sistema? Il realismo, la filosofia che afferma che le cose sono come sono, e che dunque giustifica il fatto che queste cose siano come sono. Lo dimostra, per Vattimo, il fatto che George W. Bush anni fa abbia dato qualche riconoscimento al nuovo realismo di John Searle: che non è un grande argomento, per un filosofo. Ed ecco, se questa verità – la realtà esiste, ed è quella in cui siamo – è funzionale al capitalismo, l’affermazione che la verità non esiste, che esistono solo interpretazioni (che è quello che sostiene l’ermeneutica), sarà rivoluzionaria. Vattimo si spinge perfino a parlare di una “vocazione terroristica dell’ermeneutica” (p. 74), ed il lettore non può fare a meno di sorridere, o si piegare il labbro amaramente. Perché questa presunta anarchia ermeneutica Vattimo pretende di fondarla non solo su Gadamer, che era un brav’uomo borghese e conservatore, ma anche su Heidegger, che invece era un nazista e un antisemita. In tutto il libro avvertiamo la fatica, il fiato grosso, lo stridore di unghie di un Vattimo che cerca di dimostrare che no, Heidegger non era davvero nazista, cioè era nazista ma dietro c’era qualcosa che va meditato, e sì, era antisemita, però in fondo Israele… Fino all’affermazione che il filosofo di Messkirch “alla luce di ciò che sappiamo oggi” avrebbe potuto e dovuto “puntare sulla rivoluzione comunista” (p. 383): e tu non puoi fare a meno di annotare a margine che se tuo nonno avesse avuto le ruote, sarebbe stato una carriola. Su Heidegger aveva ragione Cassano. Non era un teorico del nazismo (il suo rapporto con il nazismo non è paragonabile a quello di Gentile con il fascismo); era un filosofo in cui sono giunte a maturazione (meglio sarebbe dire: sono marcite) diverse linee ideali che hanno costituito la matrice del nazismo: il rifiuto del mondo moderno, l’evocazione della natura, dell’originario (si può misurare il tasso di nazismo di un testo tedesco considerando la ricorrenza del prefisso Ur-), la condanna della conoscenza scientifica e della tecnica. I motivi ideali che facevano tenerezza nei Wandervoegel e che creeranno l’orrore qualche decennio dopo. Heidegger non ha da dirci nulla più di un René Guenon o di un Julius Evola. Cioè: non ha nulla da dirci, tout court. Non, almeno, a sinistra. Non sorprende che, dopo aver ispirato Ahmad Fardid, tra i principali pensatori della rivoluzione iraniana, oggi faccia battere forte il cuore ad Alexandr Dugin, il filosofo del sovranismo, che riesce perfino a riprendere il Geviert, la più colossale stronzata heideggeriana.
Quanto alla faccenda della verità, mi pare che Vattimo si sbagli. Il capitalismo avanzato non ha alcun bisogno della verità, e meno che mai del realismo vecchio o nuovo. Nel sistema in cui siamo la verità è stata soppiantata da un sistema di rimandi, da una significazione universale priva di qualsiasi significato, da un caleidoscopio di immagini che non hanno più alcun peso simbolico, ma che con il loro potere di seduzione costituiscono la forma stessa della realtà. Detto altrimenti: siamo nella società dello spettacolo, come aveva capito Guy Debord. E nella società dello spettacolo nulla è vero. Tutto è immagine, e in quanto immagine, è spettacolo. Ciò che non può esistere come spettacolo semplicemente non esiste. E’ questa la tragedia che viviamo, anche politicamente.
Consideriamo chi muore in mare nel tentativo di raggiungere un approdo negato. Se c’è un reale sul quale possiamo e dobbiamo fondare la politica, oggi, esso è l’annegamento di questo uomo, di questa donna, di questo bambino. Ma è reale? Quale realtà ha quella morte? Sappiamo il numero dei morti. E’ un numero impressionante. Ma lo sappiamo davvero? Se lo sapessimo davvero, se quello per noi fosse un reale, non potremmo continuare con le nostre vite. Quella morte è una interpretazione. Può essere che sia vera, può essere che non sia vera. E quando ci giunge la foto di un bambino con la maglia rossa annegata sulla spiaggia, non abbiamo l’irruzione del reale: abbiamo lo spettacolo. Pubblicata dai giornali, condivisa sui social network, vista su milioni di schermi, quella tragedia finisce per essere digerita dal sistema delle immagini, che non sarebbe tale – non sarebbe un sistema – se non avesse il potere di assorbire anche ciò che è tragico e doloroso.
In Realismo capitalista Mark Fischer parte dallo stesso assunto di Vattimo – il capitalismo è oggi la forma stessa della realtà – ma giunge a conclusioni opposte. Per combattere il capitalismo abbiamo bisogno, diceva Fischer, di reali, di ciò che il capitalismo rimuove e reprime. Tale era, per lui, la catastrofe ambientale, tale era la depressione, tale era la burocrazia. Si potrebbe aggiungere che tale è, oggi, la morte in mare di chi cerca salvezza. La fine della natura, la nostra maledetta sofferenza ed alienazione (sulla quale il Carlo Michelstaedter de La persuasione e la rettorica ha da dirci molto di più del primo Heidegger di Essere e tempo), la morte in mare sono tre reali che urgono farsi verità. E come possano trovare, farsi verità in un sistema che riduce tutto a spettacolo è forse il principale problema filosofico del nostro tempo.

Gli Stati Generali, 23 luglio 2019.

Ismail Kadare e i labirinti della cultura

Ismail Kadare

“Per l’albanese della montagna la catena di sangue e dei gradi di parentela si prolunga fino all’infinito”, recita all’articolo 101 il Kanun, l’onnipervasivo codice giuridico-morale degli albanesi dell’altopiano del nord {1}. Questa continuità, che dà profondità storica e radicamento alla vita individuale, si converte in una infinita scia di sangue: perché il Kanun stabilisce, ancora, che in caso di omicidio, la famiglia della vittima ha il dovere di vendicare il sangue del parente ucciso, secondo rigorose norme rituali; a sua volta, la vendetta andrà vendicata, e così via: all’infinito, appunto. Ed è così che un omicidio diventa una mattanza senza fine.
In Aprile spezzato, capolavoro di Ismail Kadare che La Nave di Teseo pubblica ora in italiano con la traduzione di Liljana Cuka Maksuti, il Kanun si abbatte sulla vita di Gjorg, un giovane buono e riflessivo sul quale pesa il dovere di vendicare il fratello. Compiuta la vendetta ottiene la besa, una di tregua di trenta giorni durante i quali potrà circolare liberamente, protetto dalle leggi dell’onore; alla scadenza della besa dovrà correre a chiudersi nella kulla, la casa-torre familiare, e trascorrervi nascosto il resto della vita, pena la morte. Nei trenta giorni  di libertà il suo destino si incrocia con quello di Besian Vorpsi, un noto scrittore di Tirana che ha fatto fortuna scrivendo racconti sulla vita fiera e primitiva dei montanari dell’altopiano, esaltando la forza del Kanun, e che ora visita quelle terre a bordo di una carrozza elegante, in compagnia della bellissima e sensibile moglie Diana.  L’incontro con la realtà dell’altopiano – interi villaggi deserti, perché tutti gli uomini sono chiusi nelle case-torri dopo aver compiuto la loro vendetta, ed i campi restano incolti – farà vacillare la sua idealizzazione, mentre l’incontro con Gjorg cambierà per sempre la vita della moglie.

L’atmosfera è kafkiana, soprattutto nelle pagine in cui il giovane Gjiorg si avvia, dopo l’omicidio,  verso la kulla di Orosh, una sorta di fortezza che vigila sull’applicazione del Kanun, e dove dovrà depositare al più presto l’imposta del sangue, la tassa dovuta dopo aver compiuto la vendetta. Questo cuore oscuro dell’altopiano, che si alimenta anche economicamente con lo sterminio di intere generazioni, è tuttavia minacciato dalla modernità: dal sud, da Tirana, spira un vento diverso, un modo nuovo di pensare e di vivere che rischia di far vacillare le antiche regole. Si uccide sempre meno, e sempre meno soldi arrivano ad Orosh con le imposte del sangue.
Il romanzo di Kadare è ambientato in un tempo imprecisato, ma prima dell’avvento del comunismo; e ad una prima lettura può sembrare una denuncia dei mali antichi di parte del paese in un momento in cui essi sono già, almeno in parte, trascesi (“In nessun’altra parte del mondo puoi incontrare per strada persone che, come alberi marcati per essere abbattuti, portano su di sé il segno della morte”, dice Besian Vorpsi alla moglie). Ma leggendo il romanzo  (che è del 1978, il periodo della rottura dei rapporti tra Albania e Cina, con il conseguente isolamento del paese) si ha anche la sensazione che il vero bersaglio di Kadare sia un altro. Lo scrittore si sofferma sui mille modi in cui le regole del Kanun imbrigliano la vita quotidiana, gettando una intera popolazione, oltre che nell’orrore degli assassinii incrociati, in una sorta di sindrome ossessivo-compulsiva collettiva: e questi furono i tratti del comunismo di Enver Hoxha, che terrorizzò il popolo paventando una improbabile invasione dei nemici e disseminando l’Albania di bunker antiatomici. La kulla di Orosh fa pensare a quell’altro segno di potere che fu la villa di Hoxha nel Bloku, il quartiere centrale di Tirana allora riservato alle gerarchie del Partito. Ma quello di Kadare è anche un dramma che tematizza il rapporto tra cultura ed esistenza individuale. Attraverso il Kanun, Kadare mostra quanto può una cultura: una definizione capillare, precisissima, rigorosa e che non consente alcuna deviazione di tutte le azioni umane, una sorta di copione immanente al quale nulla e nessuno sfugge, un meccanismo che pesa come una maledizione da cui nessuno riesce a liberarsi. “Il Kanun era più forte di quanto sembrasse. Si trovava ovunque, strisciava per terra, ai margini dei campi, entrava nelle fondamenta delle case, nelle tombe, nelle chiese, nelle strade, nei mercati, nelle feste di matrimonio, saliva sino ai pascoli alpini, ancora più in alto, fino allo stesso cielo, per poi ridiscendere in forma di pioggia per riempire i corsi d’acqua, a causa dei quali accadeva almeno un terzo degli omicidi”. Quello di Gjorg è (anche) il dramma di chi si trova imprigionato nella sua stessa cultura. preso nella morsa di un modo di vivere che non consente scarti e che avvolge con un manto di lutto intere regioni. E’ un dramma che noi italiani conosciamo bene: e il libro di Kadare ha la stessa oscura forza e il medesimo valore di denuncia di romanzi come Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi e di opere sociologiche come Fare presto (e bene) perché si muore di Danilo Dolci.

{1} Kanun i Lekë Dukagjinit, EDFA, Tiranë 2016, p. 70.

Gli Stati Generali, 16 luglio 2019.

Oui, je suis John Dewey

A chi scrive capita di controllare l’accoglienza dei propri libri, sia presso i lettori (quante copie vendute?) che presso gli addetti ai lavori. Ci si imbatte così in citazioni, riprese, qualche elogio e qualche critica. Se sensata, la critica fa anche più piacere dell’elogio, perché vuol dire che le cose scritte non sono banali e danno da pensare. Una cosa meno frequente, per fortuna, è che qualcuno ti critichi, anche aspramente, ma prendendoti per un altro. E che altro!
Tempo fa ho cominciato a lavorare ad un manuale on-line di pedagogia, che poi è confluito nel progetto di divulgazione delle scienze umane Discorso Comune. Avevo scritto, tra l’altro, un capitolo sul grande filosofo e pedagogista americano John Dewey, completandolo con una scelta di testi. Ora, nel volume Sulle orme di Athena (Libreria universitaria, Padova 2016) Aldo Rizza cita diversi passi di quella piccola antologia deweyana, ma per una svista particolarmente curiosa li attribuisce a me. E, cosa ancor più curiosa, li critica passo dopo passo, parola per parola. Nel bel mezzo di una citazione di Dewey, ad esempio, annota: “Certo neppure il pragmatismo americano si spinge a dire tanto; si tratta di una estremizzazione superficiale di qualcosa che è certamente presente nel positivismo e nel pragmatismo, ma con più fine e accorta visione” (p. 338, nota). Dunque: Antonio Vigilante riprende e sviluppa il pensiero di Dewey, ma lo fa estremizzando in modo superficiale, con una visione più rozza. Peccato che tutti i testi che Aldo Rizza ha letto non siano miei, ma di John Dewey. Il quale, dunque, si trova ad essere più superficiale di sé stesso.

La cosa, è chiaro, fa ridere. E al tempo stesso riflettere. Qualche tempo fa Antonio Menna si è divertito a ipotizzare cosa sarebbe successo se Steve Jobs fosse nato a Napoli. L’esito, inutile dirlo, sarebbe stato catastrofico. Ora, il sottoscritto non corre alcun rischio di scrivere libri importanti quanto quelli di John Dewey. Facciamo però questa ipotesi: che nasca, in Italia, un filosofo della levatura di John Dewey. Ipotizziamo che questo filosofo non abbia voglia, per ragioni pienamente comprensibili, di sottoporsi al calvario della carriera accademica. Che non voglia, o non possa, fare per anni il portaborse, affrontare la trafila del dottorato, delle borse, degli assegni di ricerca eccetera; che abbia, poniamo, l’urgenza di lavorare, in mancanza di una famiglia che lo mantenga in attesa che l’accademia si accorga della sua grandezza. E’ una ipotesi tutt’altro che peregrina: se facessi l’elenco di tutti i giovani in gamba che hanno rinunciato alla carriera accademica perché le condizioni economiche famigliari non consentivano loro la condizione di portaborse (o perché – e forse più spesso – disgustati dalle logiche di selezione dei più capaci ) questo articolo diventerebbe troppo lungo. Ipotizziamo ancora che questo John Dewey italiano abbia però voglia, come succede, di continuare a pensare, studiare, scrivere. Quante possibilità avrebbe, in Italia, di essere letto con serietà? Temo che la risposta sia a pagina 338 del libro di Rizza.

Gli Stati Generali, 16 luglio 2019.

La controeducazione sessuale

“Ha forma ovoide con l’asse maggiore dall’avanti all’indietro, ed è delimitata in basso dal perineo, lateralmente dalle cosce, in alto dall’addome. Comprende in alto, davanti alla sinfisi pubica, una sporgenza di tessuto cellulare e di grasso, detta monte di Venere”. E’ l’incipit poco rassicurante – il seguito è anche peggio – della voce “vulva” in una vecchia edizione dell’Enciclopedia Curcio. Voce scritta in piccolo, quasi sussurrata, e naturalmente non accompagnata da nessuna immagine. Chi trovandosi ad essere adolescente negli anni Ottanta avesse voluto farsi un’idea di come funziona il corpo femminile, dopo aver fatto questo inutile tentativo con la divulgazione scientifica non aveva che una alternativa: la pornografia. Una alternativa però terribilmente imbarazzante, ché si trattava di andare all’edicola con qualche amico e sussurrare: “Vorrei quello…” E l’edicolante si divertiva a rispondere a voce altissima: “Quale, quello porno?”

Oggi la pornografia è accessibile agli adolescenti fin da subito, la prima esposizione avviene spesso già a dieci anni. Difficile dire però se si tratti di un cambiamento in meglio o in peggio. Quello che resta quasi costante è l’atteggiamento della scuola. Se negli anni Ottanta il sesso a scuola era rigorosamente tabù oggi qualche scuola tenta progetti di educazione sessuale, nei quali però si avverte il più delle volte il peso si una concezione medicalizzata, centrata sulle precauzioni necessarie per evitare malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate. Che è un passo avanti rispetto alla tradizionale sessuofobia, ma trasmette comunque una visione negativa della sessualità; ciò che prima era peccato ora diventa un pericolo da cui guardarsi. E il piacere? La cosa cioè per la quale si fa l’amore? Ha poco a che fare con la scuola, da sempre. Luogo in cui si perpetravano violenze continue, anche fisiche – non bisogna mai dimenticare che la scuola è stata questo, per secoli, e che ogni volta che un docente entra in classe ha alle spalle questa tradizione violenta – oggi la scuola è il luogo del dovere, e dunque della noia. In una società nella quale la ricerca del piacere è ovunque, vero principio regolatore dell’economia e della società, la scuola crede, in buona fede o per semplice abitudine, di dover educare al dovere, al sacrificio, all’impegno. Le sfuggono un po’ di cose. Le sfugge che la pornografia sta intanto educando i ragazzi a una certa concezione della sessualità, centrata sulla performance, mentre i mass media e Instagram presentano ossessivamente corpi levigati, scolpiti, privi della minima imperfezione. Gli adolescenti cercano di costruirsi un percorso tra il silenzio imbarazzato degli adulti e il chiasso del mercato del sesso, ma spesso è difficile.
Making of Love è il progetto coraggioso di quattro ragazze e quattro ragazzi che stanno lavorando ad un film da portare nelle scuole per fare educazione sessuale in modo diverso. “Creeremo un immaginario per i ragazzi diverso da quello del porno, perché è lì che oggi si impara a fare l’amore”, si legge nel Manifesto. Qualcuno obietterà che sì, è sbagliato imparare a fare l’amore su Internet, guardando film porno, ma l’alternativa non può essere la scuola: a fare l’amore si impara dalla vita. Può essere. Ma a scuola è importante che si imparino diverse cose che la vita, qualunque cosa si intenda con questo termine, può non insegnare. Ad esempio, ad accettare il proprio corpo con le sue imperfezioni reali o immaginarie (e chi insegna sa quanto è urgente un lavoro simile), a riconoscere che esistono forme diverse di sessualità, compresa la masturbazione, e liberarsi dall’idea che esistano cose sporche. Se davvero le scuole riuscissero a fare un lavoro in questa direzione, in futuro forse sarebbe meno grande, meno doloroso, lo scarto tra la sessualità che pratichiamo e la sessualità che raccontiamo.
Dietro il progetto, che è indipendente e si finanzia grazie ad una campagna di crowdfunding, c’è la riflessione di Paolo Mottana, docente di Filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, il cui Piccolo manuale di controeducazione è uno dei testi più vivi della pedagogia italiana contemporanea. Nel pensiero di Mottana, nella sua proposta di una controeducazione e di una educazione diffusa, si concentra il meglio della pedagogia e filosofia libertaria, da Fourier a Illich. In questi ragazzi a prevalere è piuttosto l’urgenza di diventare protagonisti di un momento importante nella formazione della loro generazione, sottraendo l’educazione sessuale tanto alla freddezza scientifica quanto al moralismo aperto o dissimulato degli insegnanti. Una urgenza che ad un’istituzione chiusa e autoreferenziale, quale è ancora la scuola, non può apparire che come una provocazione e una sfida. E probabilmente lo è: ma è una provocazione necessaria.

Gli Stati Generali, 23 giugno 2019.

Davide Marasco: fu accanimento terapeutico

Il 28 aprile 2008 è nato mio nipote Davide. Fu subito chiaro cose non erano andate granché bene. Con il passare delle ore i problemi presero forma in tre parole: sindrome di Potter. Non ne avevamo mai sentito parlare. Facemmo una ricerca in rete, e la tragedia si mostrò in tutta la sua crudezza. La sindrome di Potter, afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è incompatibile con la vita. “Prognosi costantemente infausta”: vuol dire che i bambini con sindrome di Potter muoiono. Sempre.
Davide non muore subito, però. Viene intubato ed i medici dell’ospedale di Foggia pensano di trasferirlo in altro ospedale per sottoporlo a dialisi in attesa di un improbabile (no: impossibile) trapianto di reni. Ma è necessario il consenso dei genitori, che comprensibilmente non arriva. Il dottor Magaldi si rivolge allora al Tribunale per i minorenni e chiede ed ottiene la sospensione della potestà genitoriale dei genitori di Davide, viene nominato tutor del bambino e ne dispone il trasferimento all’ospedale di Bari, dove viene sottoposto a dialisi. La vicenda diventa un caso che divide. Per alcuni si tratta di un provvedimento gravissimo, che priva due genitori dei loro diritti naturali per consentire a dei medici di mettere in pratica forme dolorose di accanimento terapeutico; per altri, è una legittima e doverosa difesa della vita. Il 30 maggio il Tribunale per i minorenni di Bari restituisce ai genitori la potestà genitoriale, con un provvedimento che suona come una beffa: i genitori saranno tenuti ad aderire a “tutte le indicazioni loro impartite, con l’avvertenza che in caso di inottemperanza potranno essere adottati nuovamente nei loro confronti provvedimenti limitativi della potestà genitoriale” (1). “Questa potestà genitoriale, nella decisione non c’è, è solo formalmente restituita ma sostanzialmente non c’è nessuno dei contenuti che caratterizzano la potestà genitoriale”, commentava il compianto Stefano Rodotà (2).

Dopo più di dieci anni la sentenza del Tribunale di Bari: quello su Davide Marasco fu accanimento terapeutico. I medici a processo – il dottor De Palo dell’ospedale di Bari oltre al citato Magaldi – si sono difesi sostenendo che la dialisi cui Davide è stato sottoposto era l’unica terapia salvavita possibile. Ma, obiettano i giudici, “alcuna terapia salvavita era concretamente prospettabile, visto che non si conoscono in letteratura casi di guarigione da una siffatta gravissima patologia mediante l’effettuazione del trapianto renale, sopravvenendo invece il decesso dei neonati affetti da tale patologia dopo pochi giorni dalla nascita. Né i convenuti sono stati in grado di confutare tale affermazione, ma si sono limitati ad invocare genericamente protocolli nazionali ed internazionali, senza meglio supportare l’affermazione con riferimenti a specifica letteratura scientifica”. Nei suoi quasi tre mesi di vita – morì il 18 luglio – Davide fu sottoposto ad intubazione, drenaggio pleurico, impianto di catetere venoso centrale, nuova intubazione orotracheale, predisposizione di accesso vascolare per dialisi, intervento chirurgico di cateterizzazione peritoneale, oltre a continui esami diagnostici. Subì perfino un assurdo intervento per risolvere una ritenzione dei testicoli. L’ho visto staccato dalle macchine, tra le braccia della madre, una sola volta: poco prima di morire.
La vicenda di mio nipote ha rappresentato per me uno spiraglio drammatico sullo stato dell’opinione pubblica nel nostro Paese. Ho un perfezionamento universitario in bioetica, come filosofo so quanto siano diversi i punti di vista su temi come il fine vita e l’eutanasia, ma quella che nelle aule universitarie è diversità di opinioni nelle televisioni, sui giornali, nei social network diventa uno scontro feroce, disumano, terribile. Persone che stanno vivendo una tragedia difficile da comprendere dal di fuori diventano nemici pubblici da attaccare senza nessuna pietà, senza risparmiare nessuna arma, comprese la diffamazione, l’irrisione, l’insulto. Eccelle in questa pratica disgustosa l’allora parlamentare cattolico Luca Volontè (attualmente a processo per corruzione). Evidentemente Volontè non ha la minima idea di cosa sia la sindrome di Potter, scrive che “sino all’età di dieci anni Davide dovrà sottoporsi a dialisi e poi sarà trapiantato e starà benone”, mentre gli sarebbe bastato perdere cinque minuti in rete per sapere che non esiste al mondo un solo bambino di dieci anni con sindrome di Potter, perché muoiono tutti poco dopo la nascita. In preda ad un autentico delirio, Volontè accusa fin dal titolo i genitori di Davide di “incredibile cinismo”, di voler “accoppare” il figlio perché non è perfetto, evoca l’eugenetica nazista, i sacrifici umani al demone Balaal, e conclude. “Davide vivrà, lo ha deciso il tribunale e il medico se ne prenderà cura, sempreché i genitori non montino una campagna per il funerale del proprio figlio” (3). Ora un tribunale ha stabilito che le cose non sono andate propriamente così.
Su un caso delicato, difficile, complesso come quello di Davide è legittimo avere posizioni diverse. Gli sviluppi della scienza e della tecnica ci pongono di fronte di continuo a nuove domande, che mettono a dura prova le nostre convinzioni. Quello che non è, che non può essere legittimo è fare le guerre ideologiche sulla pelle di chi sta soffrendo. Affermare la (presunta) purezza dei propri principi rivendicandoli sul corpo martoriato di un neonato. Incitare al disprezzo ed all’odio verso chi vive tragedie personali. I medici sono stati condannati per accanimento terapeutico. Nessun tribunale condannerà invece questo disgustoso accanimento ideologico, questo penoso sciacallaggio fondamentalista che rappresenta un cancro della nostra vita civile e morale.

(1) Il provvedimento si trova ora in Storia di Davide. Consenso informato e accanimento terapeutico, I quaderni di Eleonora, Napoli 2009, pp. 47-48.
(2) Intervista a Micromega on-line, 7 giugno 2008; ora la trascrizione è disponibile in Storia di Davide, cit., pp. 51-52.
(3) L. Volontè, L’incredibile cinismo di quei genitori di Foggia, in Liberal, 30 maggio 2008; ora in Storia di Davide, cit., pp. 45-46. Alle pp. 49-50 la mia risposta di allora: L’incredibile cinismo dell’onorevole Luca Volontè.

Gli Stati Generali, 19 giugno 2019.

La “logica” del leghista foggiano

Il signor Joseph Splendido lamenta la presunta omissione della nazionalità degli autori di reati sulla stampa locale e nazionale. “Perché nasconderlo quando si tratta di uno straniero a delinquere?” La risposta non è difficile, ed è sulla sua stessa pagina Facebook. Solo due giorni fa il leghista foggiano ha pubblicato la notizia di una rapina compiuta da una banca da una persona di etnia Rom. I suoi amici hanno prontamente commentato che “gli zingari sono la feccia della società” e che “la razza piu [sic] inaffidabile e [sic] quella dei rom: zingari si vendono anche le madri ma di che cosa stiamo parlando non ce [sic] gente piu [sic] bastarda”. Quando, nel novembre dello scorso anno, un incendio ha colpito il ghetto di Borgo Mezzanone, sulla pagina del signor Splendido ho letto, con le lacrime agli occhi e vergognandomi profondamente per loro, questi commenti dei suoi amici: “Speriamo che bruciano anche loro”; “Io vi bruciavo vivi”; “Finalmente“; “Fate la pipì sopra così sapete dove andarla a fare”. Il signor Splendido non ha censurato nessuna di queste bestialità, che peraltro configurano il reato di istigazione all’odio razziale.
In sostanza il signor Splendido lamenta la mancanza di frattaglie sanguinanti da dare in pasto al suo branco di cani. Una lamentela ipocrita, perché Splendido sa bene che nell’Italia salviniana non si perde occasione, anche sui giornali, per dare addosso agli stranieri. Da leghista foggiano – chissà cosa si prova ad essere un ossimoro vivente – dovrebbe però riflettere su una cosa. Io vivo da cinque anni in un paesino sui colli della Montagnola senese. Poco più di duemila e cinquecento anime. Il tasso di stranieri è dell’11,50% circa, quasi tre volte quello di Foggia (4%). Ai quali bisogna aggiungere i numerosissimi immigrati meridionali, soprattutto siciliani, impegnati nel settore edilizio. Nel paese non si hanno notizie di reati compiuti da immigrati. Li trovo al mattino nel bus delle 7.25 che ci porta al lavoro a Siena. Da quando viviamo qui io e la mia compagna abbiamo una percezione di sicurezza tale da lasciare senza problemi le buste della spesa incustodite. E tuttavia nemmeno qui è il paradiso. Undici anni fa, nel 2008, c’è stata una rapina a mano armata in una gioielleria del paese, che finì con l’uccisione di uno dei rapinatori. Era una banda di napoletani. Due anni fa un’altra rapina, questa volta in banca. Il rapinatore, arrestato, era un pugliese residente a Grosseto, che durante le rapine fingeva di essere marocchino. Pugliese era anche l’autore di diverse rapine tra Siena e San Gimignano, compiute tra il 2015 e il 2016; un cerignolano nel 2016 ha fatto una rapina a Colle Val d’Elsa con pistole e kalashnikov, mentre era foggiano l’autore di una rapina del 2015 a Stacciano Scalo. Potrei continuare a lungo.
Una parte significativa degli atti di delinquenza nella zona in cui vivo sono compiuti da persone meridionali, molte delle quali pugliesi. Seguendo la logica del signor Splendido, i giornali dovrebbero enfatizzare la provenienza dei delinquenti. Quindi io al mattino, andando a scuola, ai Banchi di sopra dovrei imbattermi nello strillo della “Nazione”: “Foggiano assalta banca con kalashnikov”. E poi, una volta entrato in classe, affrontare gli sguardi sospettosi degli studenti.
Ecco: quando si chiede che venga sbattuta in prima pagina la provenienza di chi compie un reato, bisognerebbe ricordarsi che i foggiani continuano ad essere emigranti. E che alcuni di loro compiono reati esattamente come gli extracomunitari. E che la logica razzista per la quale se uno sbaglia sbagliano tutti – che nel caso degli extracomunitari giunge a picchi di follia pura: un etiope in quanto extracomunitario è corresponsabile di quello che ha fatto un ghanese, anche se Etiopia e Ghana sono due paesi lontanissimi – è una logica che, se applicata a noi stessi, ci porterebbe ad essere additati in molti luoghi come delinquenti della peggior specie, pur essendo persone perbene.
Ma forse sto pensando male del signor Splendido. E forse i suoi amici sono raffinati analisti sociali, che si nascondono dietro espressioni colorite perché di questi tempi fare gli intellettuali non va di moda. Forse il signor Splendido vuole che i giornalisti diano la possibilità ai lettori di ragionare sui rapporti tra reati e provenienza. In questo caso, insegnando sociologia, mi permetto di anticipare le conclusioni. Non esistono etnie peggiori di altre. Non esistono persone predisposte al crimine per il colore della pelle o per la provenienza. Non esistono dna criminali, nemmeno in senso culturale. Esistono le classi sociali e le dinamiche di classe. Esistono quelli in giacca e cravatta (benché spesso travestiti con le felpe) che ha i loro reati: ad esempio rubare allo Stato, ossia a tutti noi, quarantanove milioni di euro. Esistono poi i proletari ed i sottoproletari, che hanno reati diversi: più visibili, anche se spesso meno gravi. Ed esistono poi i sotto-sottoproletari. Sono gli equivalenti italiani dei paria indiani: persone letteralmente intoccabili come i rom o gli schiavi neri delle campagne foggiane, gente che subisce quotidianamente una impressionante disumanizzazione, persone spinte ai margini dell’umano, destinatari di una considerazione e di una cura di gran lunga inferiore a quella che ottengono i cani. Anche loro compiono reati. Non sono più gravi di quelli compiuti dalla gente in giacca e cravatta, né di quelli dei proletari. Sono reati dettati dalla disperazione, dall’esclusione sociale, dall’essere non più esseri umani, ma extracomunitari, clandestini, esseri sospesi tra l’umano e l’inumano, tra la vita e la morte. La responsabilità di questi reati, quali essi siano, è tutta sulle spalle di chi, piuttosto di lavorare per restituire a tutti dignità, riconoscimento e possibilità di vita, capitalizza l’odio sociale e razziale per il proprio vergognoso tornaconto elettorale.

L’Attacco, 26 giugno 2019.

8.12.2011

Sono immerso costantemente nello sguardo dell’altro, lo respiro come l’aria: ne ho bisogno. E questo bisogno è miseria, povertà, mancanza. Lo avverto quando, chiuse tre porte, mi ritrovo nudo con me stesso. E nemmeno allora sono al sicuro dallo sguardo dall’altro. Anche allora vorrei offrire la mia stessa nudità, a volte: e cercare una solenne approvazione. Ma altre volte il mio corpo diventa trasparente, il desiderio del desiderio dell’altro svanisce, e con esso svanisce parte di me: quella polvere d’umanità che mi dà un nome e un volto e una parte. E’ allora che il bisogno, il desiderio di desiderio, lasciano il posto al desiderio semplice, puro.

La Siena spenta e un po’ cafona del sindaco De Mossi

Cacio e Pere è uno dei pochissimi locali in cui a Siena si faccia musica dal vivo di qualità. O meglio: in cui si faceva. Al termine di una vicenda che ha dell’incredibile, il locale ha dovuto chiudere a causa di un vero e proprio bullismo istituzionale da parte del Comune di Siena.
Prima di analizzare la vicenda occorre qualche nota di contesto. Siena è una città con un basso tasso di natalità e un crescente invecchiamento dei residenti. Di contro, è una città universitaria, con molti studenti fuori sede. Il terzo aspetto da considerare, fondamentale quando si parla di Siena, sono le contrade, che per chi di Siena non è possono essere un mondo difficile da comprendere; luoghi di una socialità intensa, che va ben oltre i giorni del palio. Ed ecco dunque il quadro: i ragazzi di Siena si divertono nelle contrade, che spesso e volentieri fanno musica da discoteca ad altissimo volume fino a notte fonda; gli universitari provano a divertirsi nei locali fuori dalle contrade, soprattutto in via Pantaneto, la via della movida della città; i residenti sopportano, volentieri (se sono contradaioli) o per forza di cose le intemperanze delle contrade, ma sono sul piede di guerra ogni volta che un locale non contradaiolo crea il minimo disagio.

Cacio & Pere ha subito più volte provvedimenti di chiusura temporanea da parte della vecchia amministrazione Valentini, per violazione delle norme comunali sulla musica dal vivo. Fino alla chiusura, nello scorso febbraio. Ad aprile il locale ha riaperto in una nuova sede, in via della Stufa Secca, già sede di uno storico pub. Prima ancora dell’apertura, un comitato di residenti si è rivolto al Comune per esprimere preoccupazione per l’apertura del locale. Il clima di campagna elettorale ha fatto il resto. Quanti voti porta un comitato di residenti? Non solo. Il sindaco De Mossi ha vinto le elezioni perché è riuscito a presentarsi come alternativa a un sistema di potere che appare compromesso con la crisi di Montepaschi, ma anche come il difensore indefesso (in senso tecnico: è stato l’avvocato dei contradaioli processati per la rissa dopo il palio del 2015) delle contrade, e quindi della senesità più autentica. E in questo caso difendere le contrade significa anche interpretare quel certo astio, nemmeno troppo sottile, verso luoghi e forme di divertimento al di fuori delle contrade.
Il locale è stato oggetto di un vero e proprio accanimento da parte dei vigili urbani, che non hanno tuttavia rilevato nessuna infrazione. Le norme comunali sulla musica dal vivo sono state rigorosamente rispettate; gli spettacoli sono terminati addirittura prima dell’orario prescritto. Ma, come nella favola del lupo e dell’agnello, ciò non è bastato: il Comune ha disposto il 23 maggio la sospensione a tempo indeterminato delle attività del locale. Motivazione: il rumore. Si chiede una relazione sulle attività svolte, che viene presentata il giorno dopo. E poi il nulla. Un nulla burocratico, fatto di risposte che non arrivano, assessori assenti, uffici che non sanno nulla e rimandano ad altri uffici, porte chiuse a qualsiasi forma di dialogo. E intanto i giorni passano, e per un locale ogni giorno di lavoro perso è un passo verso il fallimento. Oggi il comunicato: il locale chiude, per gli otto dipendenti partono le lettere di licenziamento. Una impresa giovane, che faceva cultura nel rispetto del regolamento comunale, distrutta scientemente da un’amministrazione comunale. Difficile trovare altri casi simili in Italia.
Il sindaco di una città come Siena ha un compito delicato: da un lato deve saper difendere e valorizzare la sua straordinaria tradizione culturale, dall’altro deve evitare il rischio della città-museo, ammirevole per la sua perfezione architettonica ma priva di vita. De Mossi non ha dimostrato fino ad ora di riuscire a fare né la prima né la seconda cosa. Non è un caso che non abbia mai nominato un assessore alla cultura. L’idea di cultura della sua giunta è espressa bene dal trenino disneyano che durante il periodo natalizio ha condotto i turisti in giro per la città. Il termine chiave è location. La città diventa la cornice, lo sfondo per eventi dal gusto discutibile, buon ultimo il raduno delle Ferrari in piazza del campo della prossima domenica 9 giugno. Lo stesso museo Santa Maria della Scala, che era stato rilanciato dal direttore Daniele Pitteri (prontamente liquidato), rischia di diventare un contenitore – una location, appunto – di eventi enogastronomici, mentre la meravigliosa Sala del Mappamondo del Palazzo pubblico potrà essere adoperata per i matrimoni, per promuovere il turismo matrimoniale. Una città che si svende al miglior offerente, pronta a qualunque cafonaggine pur di incassare, e intanto costringe al silenzio chi, nel rispetto delle rigorose norme comunali, cerca di fare musica di qualità. Siena merita di meglio.

Gli Stati Generali, 4 giugno 2019.

La cannabis light e i deliri della politica

Qualche mese fa ho provato la cannabis light. L’ho comprata  in una parafarmacia del centro di Siena, che la vendeva in diverse versioni aromatiche. Poi ho dovuto procurarmi le cartine: con qualche imbarazzo, quando il tabaccaio mi ha chiesto di quale tipo. Ho preso quelle più comuni, immaginando che andassero bene per rollare una canna, sia pure light. Ecco, rollare una canna: non avendo a portata di canna qualche studente, ho dovuto far ricorso a un video su Youtube. Esaustivo, comunque. Dopo due o tre tentativi mi sono trovato tra le mani una canna (sia pure light) rispettabilissima. Per essere sicuro di farne esperienza in modo autentico, non ho lesinato sulla quantità.
Seduto sul divano, mi sono dunque acceso la mia canna, sia pure light. Una parte di me sperava che benché fosse light, qualche interessante esperienza psichedelica l’avrei fatta. Ho fatto un tiro, poi un altro, e un altro ancora. Niente. L’ho finita. Niente. Mi son detto: dalle tempo, queste cose arrivano con calma. Ma niente niente. Ogni cosa restava testardamente sé stessa, me compreso. Dopo mezz’ora m’è venuto sonno, ma non saprei dire se per la canna (sia pure light) o per la stanchezza. Nella migliore delle ipotesi, in base alla mia esperienza posso riconoscere alla cannabis light una efficacia paragonabile a quella della tisana al tiglio.

Leggo ora che la Cassazione considera illegale la vendita di cannabis light. E il ministro Salvini si è affrettato a commentare:  “Siamo contro qualsiasi tipo di droga, senza se e senza ma, e a favore del divertimento sano”. Apprendo dunque di essermi drogato, quella sera. A dire il vero a me più che una esperienza Sesso, Droga & Rock’n’Roll è sembrata una cosa Brodino, Pigiamino & Nanna, ma se lo dice Salvini mi fido. Diciamo che mi hanno venduto dell’erba truccata, diversa da quella che ha provato Salvini (perché Salvini l’avrà provata, no, prima di esprimersi? mica sarà uno che parla a vanvera?). Cerchiamo ora di essere consequenziali. La tesi è che la cannabis, sia pure light, dev’essere vietata perché è una droga, e “qualsiasi tipo di droga” va vietata. Ma cos’è una droga? Ricorriamo, per imparzialità, alla Treccani: “Nel linguaggio corrente viene chiamata droga qualsiasi sostanza capace di modificare temporaneamente lo stato di coscienza o comunque lo stato psichico dell’individuo”. Bene: allora è droga anche il vino. E’ droga l’alcol, in qualsiasi forma. In base alla mia esperienza, è una droga infinitamente più potente di una cannabis light. Ed è una droga che fa in Italia quarantamila morti all’anno (dati di www.alcol.info). Un numero che include le persone morte per cirrosi epatiche, per malattie cardiovascolari, per infarto, ma anche le vittime causate dalla guida in stato di ebbrezza. Perché quando qualcuno beve, nessuno è al sicuro. Nemmeno il bambino che attraversa la strada.
Cosa dice Salvini, che è contro qualsiasi tipo di droga, di questa droga pericolosissima, che tante tragedie e tanti lutti provoca? Ecco: “La politica cerca il vino per quattro motivi: primo perché fa bene, secondo perché è un business, terzo perché è tutela del territorio, quarto perché rappresenta l’Italia nel mondo”. Queste le parole al Vinitaly dello scorso 7 aprile. Nelle sue parole, la droga che fa più morti in assoluto diventa un alimento che “fa bene”.
Quella della cannabis light è una faccenda in fondo marginale – i consumatori abituali di cannabis non sanno che farsene, e gli altri la provano per curiosità, e presto lasciano perdere – ma che dà la misura esatta della situazione nella quale siamo finiti. Una situazione di delirio continuo, nella quale il mondo è capovolto, problemi enormi scompaiono dall’agenda pubblica (chi parla del livello scandaloso dell’evasione fiscale?) ed altri inesistenti diventano ossessioni collettive. Un paese sotto effetto costante del delirio alimentato da “una politica che cerca il vino”. E ne abusa anche parecchio.

Gli Stati Generali, 1 giugno 2019.

Elogio della dismorfofobia

“Timore ossessivo d’essere o di diventare brutti, asimmetrici, deformi. Colpisce quasi esclusivamente giovinette di fattezze belle e regolarissime”, dice l’Enciclopedia Treccani. La parola viene dal greco: paura del brutto. Dismorfofobia. A dire il vero, più che di bruttezza in senso stretto si tratta di una difficoltà di venire a patti con la propria immagine. Non riconoscersi, e per questo, sì, trovarsi brutti. Non so quanto sia vera l’affermazione che il problema colpisce quasi esclusivamente belle ragazze. Non vedo per quale ragione dovrebbe soffrirne una ragazza bella più di una poco bella. E soprattutto perché dovrebbe soffrirne una donna più di un uomo. In ogni caso, chi scrive è dismorfofobico.
Ora, la cosa ha indubbiamente i suoi lati imbarazzanti, difficili o dolorosi. Il rinnovo periodico della carta d’identità, per dire, è un passaggio talmente impegnativo che dopo averlo superato si comincia a pensare con ansia al prossimo rinnovo, tra dieci anni. Ed ogni esibizione di un documento è una fitta al cuore. “Per ottenere il rimborso la preghiamo di compilare il modulo allegato e di rimandarcelo con copia del documento di identità.” Ma perché? Tenetevi pure il rimborso, grazie. Ma può essere perfino un problema guardarsi allo specchio al mattino. Soprattutto quando non si tratta del tuo specchio, che ti è diventato in qualche modo familiare, amico nella sua ostilità. Gli specchi degli alberghi – freddi, ostili, pronti a cogliere ogni particolare della tua estraneità a te stesso, capaci di restituirti le prove della tua alienazione con asettica ferocia – diventano prove iniziatiche. Come i finestrini del treno quando scende la notte.

La tua immagine, che cerchi di dimenticare, di lasciare da parte come un peso ingombrante, un bagaglio imbarazzante che vorresti dimenticare in una stazione, ti incalza, si riaffaccia approfittando di ogni spiraglio, di ogni frammento riflettente, quasi il mondo ci tenesse a ricordarti chi sei.
Ma dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva, diceva Hoelderlin. In questo caso il pericolo stesso è, per me, ciò che salva.
Sono fermamente convinto che voltare le spalle alla nostra società sia una pratica igienica, salutare, perfino salvifica. Il confronto con gli antichi, ma anche con quelli che respiravano solo un secolo fa, mi ha convinto che siamo con ogni probabilità nella società più stupida che abbia mai calcato il pianeta terra (per quanto vi siano poche notizie dei cosiddetti preistorici, che in realtà sono i protagonisti dei nove decimi della vita umana sulla terra). La stupidità è superficialità. E se la superficialità è un tratto umano costante, mi pare innegabile che oggi abbia raggiunto una perfezione prima inimmaginabile. Più che vivere, galleggiamo. scivoliamo sulle cose. E su noi stessi. Ed ecco: la cura della propria immagine, la sua riproduzione più o meno infinita, la sua arrogante imposizione all’altro mi sembra che occupino l’occhio del ciclone di banalità dal quale siamo agitati.
“Lathe biosas”, diceva il mio Epicuro. Vivi nascosto. Se c’è una massima filosofica assolutamente inattuale, è questa. Vivere nascosto? Perché mai? Nell’epoca del selfie, non c’è nulla di più insensato. E per chi l’epoca del selfie la rifiuta, per chi ne prova disgusto, non c’è prassi più rivoluzionaria. Attenzione: non si tratta di rifiutare la bellezza. Non si tratta di dire: ecco, non voglio essere bello, curato, attraente come voi. Un dismorfofobico ha un problema diverso dal sentirsi brutto. Non si riconosce. Non sente di essere lui l’immagine che vede, e questo gli provoca una sensazione dolorosa, qualcosa di non troppo diverso dal traumatico risveglio di Gregor Samsa. Ed è per questo che la dismorfofobia ha un che di rivoluzionario. La nostra civiltà si fonda sulla pretesa che le immagini, con il loro libero fluttuare, dicano la realtà. Che la rispecchino fedelmente. O meglio: che siano la realtà, tout court. La mia dismorfobia mi sottrae e a questa pretesa. Mi porta altrove. E mi consegna il diritto di essere, di sentirmi sempre al di là della rappresentazione che altri hanno di me: che vuol dire, più o meno, essere liberi.

L’Attacco, 23 maggio 2019.

La Chiesa omertosa

E’ stato condannato dalla corte d’Appello di Bari a vent’anni di carcere Gianni Trotta. Da sacerdote, ha violentato nove bambini, approfittando della sua condizione di sacerdote e di allenatore di una squadra di calcio in due paesini del Foggiano. Non si limitava alle violenze, don Gianni: gli atti venivano filmati e divulgati in Internet; a casa sua gli investigatori hanno trovato un vero centro di produzione di materiale pedopornografico. “La cosa più orribile che mi era mai capitata di vedere”, dice un investigatore.
Don Gianni, il delinquente, il pedofilo don Gianni, non è in realtà più don. La Chiesa lo ha ridotto allo stato laicale nel 2012, un provvedimento grave dal punto di vista religioso, che tuttavia ha lasciato libero un pedofilo. Perché l’uomo non è stato denunciato. La Chiesa locale sapeva che Trotta era un pedofilo, sapeva che avrebbe continuato a fare cose gravissime, sapeva che avrebbe distrutto la vita di bambini innocenti: ed ha taciuto. E l’uomo ha continuato a violentare altri bambini. La Chiesa avrebbe potuto salvarli; ha preferito salvare sé stessa. L’ex sacerdote passerà in carcere gran parte di quel che resta della sua vita. Gli altri, quelli che sapevano ed hanno preferito tacere, continueranno invece a pontificare sul bene e sul male, a considerarsi guide e pastori di anime, a riempirsi la bocca di Dio e Gesù Cristo e di Vangelo. Tanto le gente dimentica presto. Il sacerdote pedofilo – l’ennesimo – non fa notizia, non finisce sulle prime pagine dei giornali, e nonostante l’evidenza di un fenomeno sociale pericoloso e pervasivo, non crea allarme.

Nel suo libro “Sodoma” (Feltrinelli), nel quale documenta la diffusione dell’omosessualità nella Chiesa cattolica, comprese le più alte gerarchie, quelle più vicine al papa, il giornalista francese Frédéric Martel si chiede come si spieghi una così alta concentrazione di persone omosessuali in una istituzione pur apertamente omofoba. La risposta di Martel è che in passato, quando essere omosessuali significava subire un forte stigma sociale, entrare nella Chiesa offriva una via d’uscita a molti giovani: avrebbero potuto praticare l’omosessualità in un contesto riservato, nel quale ciò che conta è che si agisca con discrezione, senza fare scandalo. “Il sacerdozio – scrive Martel – è stato a lungo la via di fuga ideale per i giovani omosessuali. L’omosessualità è una delle chiavi della loro vocazione.” E questa, per Martel, è anche una delle ragioni della crisi delle vocazioni in una società in cui, nonostante l’omofobia della Chiesa, lo stigma sociale verso gli omosessuali si è di gran lunga attenuato.
Non c’è alcun problema se un sacerdote è omosessuale. E’ un problema solo per la Chiesa stessa: fino a quando continuerà nella sua lotta insensata e suicida contro l’omosessualità, anzi contro la sessualità stessa, costringerà migliaia di sacerdoti, di vescovi, di cardinali ad una penosa doppiezza. Considerando casi come quello di Trotta, tuttavia, non si può fare a meno di chiedersi se questo contesto rassicurante, questa discrezione spinta fino alla protezione di un criminale, costi quel che costi, non sia una soluzione appetibile anche per chi voglia praticare un crimine come la pedofilia con il minimo dei rischi. La Chiesa offre la possibilità di accedere all’infanzia e all’adolescenza, attraverso il catechismo, l’oratorio, le squadre di calcio, e al tempo stesso un ambiente omertoso, nel quale il massimo che si rischia è la riduzione allo stato laicale. Se le cose stanno così, la Chiesa non potrà liberarsi dalla pedofilia fino a quando non farà i conti apertamente, coraggiosamente, radicalmente con la sua sessuofobia e con la sua omofobia.

L’Attacco, 14 maggio 2019

I migranti e il silenzio della politica

Fa sorridere (amaramente) l’ingenuità mostrata dai lavoratori migranti che il 6 maggio manifestavano a Foggia per la dignità e i diritti: in uno dei loro cartelli si rivolgevano al sindaco Landella per chiedergli giustizia per il giovane gambiano morto nell’incendio della sua baracca di legno e lamiera. Avranno pensato che il sindaco è, come tale, il capo di una comunità, ed il capo di una comunità non può disinteressarsi delle violazioni dei diritti elementari che accadono nella sua città. Da Landella, naturalmente, solo silenzio. Ma null’altro che silenzio giunge anche dal principale sfidante di Landella, Pippo Cavaliere. Guardo e riguardo la sua pagina Facebook, che in campagna elettorale è per ogni candidato ormai il principale strumento di propaganda, ma nulla. Non una sola parola, non un link. Per il candidato di sinistra alle elezioni la manifestazione di centinaia di migranti semplicemente non è mai avvenuta. Né mi pare che altri si siano espressi.
Posso comprenderli. L’Italia è ormai un paese in cui il razzismo ha messo solide radici, e Foggia è anche più razzista della media italiana, benché abbia un numero di migranti decisamente inferiore alle città del centro-nord. Sotto elezioni è meglio non compromettersi con questa gente, si rischia di perdere voti. Ma a non compromettersi si rischia qualcosa di peggio: di vincere, ma di non differenziarsi affatto dall’avversario. Di essere diventati di destra, nel tentativo di sconfiggere la destra.

Uno degli argomenti di destra contro i migranti – uno dei pochi che usano quando provano ad argomentare, cosa che non va più molto di moda – è che i migranti sono manodopera a basso costo, che vengono qui solo per essere sfruttati, che l’immigrazione non è altro che racket di esseri umani. Che sia così, almeno a Foggia (o a Rosarno) è difficile negarlo. Ma la conclusione logica di questa premessa non è la negazione dell’immigrazione (che sarebbe, peraltro, la negazione di un fenomeno antico quanto la specie umana: e senza la quale, peraltro, la specie umana nemmeno esisterebbe, almeno non come è adesso), ma la lotta per i diritti dei lavoratori migranti. Se fosse un vero argomento, e non un pretesto, quelli di destra dovrebbero essere al fianco dei lavoratori africani che scendono in piazza per rivendicare i loro diritti, a cominciare da paga, contratto, alloggio decente e documenti. Solo in questo modo è possibile riportare legalità nelle campagne: e legalità è una delle parole di cui si riempiono la bocca i salviniani (salvo poi difendere a spada tratta il sottosegretario, già pregiudicato per bancarotta fraudolenta, accusato di corruzione).
Dietro il silenzio dei “politici” foggiani di fronte a quella manifestazione – un silenzio riempito dalle scomposte eruttazioni dei tanti frustrati da social network, degli infelici che vivono d’odio – c’è un duplice fallimento. Il fallimento, la miseria morale di una destra che si riempie la bocca dei valori cristiani tradizionali, ma non riesce a vedere nel nero che crepa in una baracca un essere umano; ed è un fallimento che prescinde dal successo elettorale. Chi costruisce il suo successo personale sull’odio e sul razzismo è un fallito come essere umano ed è un fallito come politico. Ed è il fallimento di una sinistra che per calcolo elettorale dimentica i fondamenti stessi di qualsiasi politica di sinistra: l’uguaglianza, la liberazione di tutti cercata, rivendicata, costruita faticosamente a partire da chi sta peggio.
Dietro il silenzio dei “politici” c’è il fallimento di una intera città, che tira a campare tra una partita di calcio e un panino in piazza (“un bilancio entusiasmante” per Libando, annuncia il sindaco Landella), senza davvero sapere dove sta andando – dove vuole andare.

L’Attacco, 9 maggio 2019

Il fenomeno Soccio

Conobbi Pasquale Soccio a metà degli anni Novanta. Mi portò da lui Franco Marasca, con la sua guida che aveva per me qualcosa di misterioso: l’utilitaria faticava, sbandava, a momenti urtava qualcosa, ma riusciva sempre in qualche modo a giungere a destinazione senza danni. Premise: “E’ un burbero benefico”. Mi parve piuttosto un San Girolamo, quest’uomo scavato dagli anni, cieco, ascetico, seduto ieraticamente nel suo studio dominato da un enorme tavolo ingombro di libri. Ad una parete un quadro di Giuseppe Ar che lo ritraeva da giovane. Mi sottopose a un fuoco di fila di domande; solo dopo compresi che si trattava di un esame, e che l’avevo passato. Soccio aveva bisogno di qualcuno che gli leggesse libri e giornali, che parlasse un po’ con lui e lo aiutasse a scrivere un libro di filosofia cui pareva tenere molto. Io ero alla ricerca d’un lavoro. E la paga non era granché, ma quando sei disoccupato – e io lo ero – guadagnare qualcosa è meglio che non guadagnare nulla.
Per un po’, dunque, ho fatto questo di lavoro – fino a quando la vecchiaia ha avuto la meglio, e l’ha ricacciato nella natia San Marco in Lamis, affidato alle premure della famiglia ed al calore di quello che fu il grembo materno. L’ho visto letteralmente rimpicciolirsi, farsi quasi bimbo nella sua culla, prima della liberazione.

Fragile di costituzione, ma anche per le origini sociali, Soccio aveva imparato come corazzarsi. Con la forza della cultura, con la fermezza (durezza, anche) del carattere, con gli opportuni legami sociali. Ed ora, vicino ai novant’anni, poteva permettersi di alzare la voce con persone di potere, le quali reagivano con la mansuetudine dello scolaretto che sa che la correzione è per il suo bene.
Dal punto della sociologia della cultura, il fenomeno Soccio è interessantissimo. Omero garganico, grande scrittore, grande filosofo. O no? Come filosofo i suoi meriti sono modesti. Penso, dunque invento, il libro cui stava lavorando quando l’ho conosciuto, parte da una idea interessante (la ragione produce miti), ma procede in modo raffazzonato e confuso. E c’è poco altro. Gli studi vichiani, tanto celebrati, si riducono sostanzialmente ad una antologia scolastica. Una buona antologia, ma non apre nuove vie agli studi vichiani. Unità e brigantaggio, scritto con Tommaso Nardella, è un libro interessante, ma non più di tanti altri; e quando ho studiato il brigantaggio per me sono stati ben più importanti i saggi di Tommaso Pedio. Il maestro studioso, ripubblicato in stampa anastatica con il contributo del Rotary e della Banca del Monte di Foggia in occasione dei novant’anni di Soccio, è un bignamino per la preparazione al concorso magistrale, privo oggi di qualsiasi interesse. Restano Gargano segreto e Lucera minore. Due libri di valore – il secondo più del primo – scritti in una prosa che qua e là attinge la poesia. La cultura di Soccio, tanto celebrata, era vasta, ma aveva confini ben precisi. Nulla aveva compreso, per dire, dei cambiamenti avvenuti nella filosofia a partire dagli anni Cinquanta; e poco e male conosceva la cultura in lingua inglese. Come accade a molti, apparire straordinariamente colto finché si muoveva nel suo campo (e costringeva l’altro a farlo); quando ci si avvicinava pericolosamente al perimetro della sua sfera del sapere, il discorso si troncava. Si giocava alle sue regole, o non si giocava affatto.
Come si spiega dunque il successo di Soccio? Bisogna riprendere un libro mediocrissimo come Omaggio a Foggia, anch’esso ripubblicato per il novantesimo di Soccio, questa volta dalla Provincia di Foggia. Soccio fa poesia dell’oggi e del passato di Foggia, con ostinato lirismo cerca poesia nei vicoli e nei secoli. “Io dormo sul tuo cuore antico, o Foggia, e sogno oro di grano, oro di lana”: così comincia. Due endecasillabi. Non dice che il “cuore antico”, ossia quel piano delle fosse che per Ungaretti meritava di diventare monumento nazionale, era stato devastato, distrutto per costruire proprio quel palazzo nel quale lui dormiva e sognava grano e lana. Un palazzo sul quale si legge una sorta di inno al progresso.
E’ un libro mediocrissimo, ho detto: perché è falso, e i libri devono più di ogni cosa essere veri. Essere magari sbagliati, scritti male, pensati peggio: ma portare la passione per la verità. Quel libro dà però al lettore quello che cerca. E quello che cerca è una narrazione rassicurante. Perfino poetica. Quella narrazione che sempre riporta il foggiano a Federico II, che fu l’unico a riconoscere il destino imperiale della città. Una narrazione che sarebbe innocua, se non distogliesse lo sguardo dalla realtà. Se non chiudesse in un bozzolo di indifferenza, in una idiozia poetica o erudita, che abbandona a sé stessi i terrazzani, i cafoni, i proletari che tra l’oro del grano e l’oro della lana gettano sangue e veleno.
Se dovessi scrivere un libro su Foggia, probabilmente si intitolerebbe Oltraggio a Foggia. Perché ritengo che compito di chi ha il privilegio di scrivere sia quello di dire la verità. Sempre, costi quel che costi. Sanguini quel che deve sanguinare. Se poi chi scrive ha le sue radici in una città che sta già sanguinando, dire la verità significa indicare le piaghe, toccarle, aprirle perfino perché siano ben evidenti. E si possa cominciare a curarle.

L’Attacco, 1 maggio 2019.

Cattivo gusto e dinamiche di classe

Vien quasi da difenderlo Feltri (e vi giuro: stavo per scrivere “il povero Feltri”). Fa una battuta si sfuggita, e vien giù il finimondo. E’ un po’, a dire il vero, come se di un genovese avesse detto che “è generoso, nonostante sia genovese”. A torto o a ragione, i foggiani non hanno fama di buon gusto nel vestire. Nella sua Ballata delle prugne secche Pulsatilla – la foggiana Valeria di Napoli – ricordava che “a Pisa, pacchiano si dice foggiano”. Spero ora che aver ricordato questa cosa non scateni una lotta contro i pisani e nuovi strali contro Pulsatilla, che da questo punto di vista ha già dato.
Vestono bene i foggiani? La questione è indecidibile, dal momento che nessuno ha il criterio oggettivo del buon gusto. Certo i negozi di alta moda non mancano, e certo sono parecchio frequentati. Ma c’è anche il mercato del venerdì, e al mercato del venerdì ci sono anche i banchi dei vestiti usati. Veste male chi compra cose usate? Ne dubito. Ci si può vestire benissimo anche spendendo poco: il buon gusto, fortunatamente, prescinde dal denaro. Ma temo che quelli che frequentano i negozi del centro non la pensino allo stesso modo. Ci sono, a Foggia, una quantità di termini offensivi per indicare una carta fascia della popolazione locale. Zanniërë, ad esempio. Non saprei dirne l’origine, credo che venga da zanne, ad indicare una qualche caratteristica animalesca del soggetto. Altri termini esprimono un certo pregiudizio antiantropologico: Mao Mao, ad esempio, o Cheyennë. Dalle parti di Foggia le tribù africane o indiane d’America non sono troppo apprezzate. Il foggiano elegante che reagisce con sdegno quando Feltri fa una battuta di sfuggita sui foggiani che vestono male non mancherà di mostrare disprezzo per ‘u zanniërë che gli passa accanto nella fatica quotidiana dello struscio per il corso, quasi usurpasse uno spazio buono, nel quale una borghesia volenterosa tenta di dare un tono alla città. Perché di questo si tratta, alla fine. Sempre. Dietro ogni pregiudizio ci sono dinamiche di classe. Il cattivo gusto è sempre quello dei poveri. I ricchi possono mettersi in testa anche un cappello a forma di merda (magari un po’ largo: “a cacata di vacca”, si dice a Foggia): tutti apprezzeranno l’originalità e lo stile. Foggiano è sinonimo di pacchiano perché Foggia, a dispetto della borghesia volenterosa di cui s’è detto, è nella percezione comune una città proletaria. Perfino un po’ sottoproletaria.

Diceva Paulo Freire che l’oppresso interiorizza il punto di vista dell’oppressore. Una città scivolata ai margini della festa del benessere in una società capitalistica, ossia priva di qualsiasi pietà al di là della retorica, diventa inevitabilmente oggetto di disprezzo e di derisione. E invece di interrogarsi sulle logiche escludenti, sulla crudeltà di quel tritacarne, come in un gioco di scatole cinesi riproduce al suo interno le stesse logiche escludenti, le stesse derisioni, lo stesso disprezzo. Il borghese disprezza ‘u zanniërë, il quale a sua volta disprezza lo straniero, l’ultimo arrivato, il paria assoluto. No, direi che il problema non è Feltri.

L’Attacco, 10 aprile 2019.

Famiglia

A voler essere proprio pignoli, la parola famiglia fa schifo. Deriva da famulus, schiavo. Era l’insieme degli schiavi che vivevano sotto la direzione di un pater familias. Spero che i sostenitori della famiglia tradizionale non vogliano riportare restaurare anche la schiavitù (al di là di quella dei lavoratori africani nelle nostre campagne, intendo). Non mi meraviglierei troppo.

Quelli che non la bevono

La parola apota fu creata all’inizio degli anni Venti da Prezzolini per indicare “quelli che non se la bevono”, una categoria di uomini in grado di sottrarsi al gioco delle contrapposizioni e considerare le cose con distacco, cercando la verità oltre le passioni di parte. La parola non ha avuto grande successo; l’idea ne ha avuto fin troppo. L’Italia di oggi è il paese degli apoti. Nessuno vuole berla; nessuno vuole lasciar intendere di essere ingenuo. Come una vera epidemia si diffonde nella società il sospetto: dietro tutto dev’esserci dell’altro. Bisogna sospettare, sospettare sempre.
Corruptio optimi pessima, dicevano gli antichi. Non c’è nulla di peggio della corruzione delle cose migliori. L’apotismo attuale è la corruzione di una cosa tanto importante quanto poco diffusa: il pensiero critico. Che è pensiero, appunto: e dunque una cosa difficile. Esige lo studio, l’informazione, la considerazione attenta delle ragioni e dei torti. In una società complessa, sono davvero pochi quelli che possono vantare una capacità critica nei campi diversi che rientrano nella sfera politica: l’economia, l’istruzione, la politica estera eccetera. L’impresa è talmente disperata che si finisce per gettare la spugna. E cercare scorciatoie. Una è quella di sempre: gli stereotipi, gli slogan, la semplificazione isterica della realtà. La strategia sottocognitiva che genera il leghismo salviniano, la politica del rancore, dell’odio, del capro espiatorio. L’altra (che alla prima spesso conduce) è il sospetto come sistema di vita. L’abbiamo visto all’opera l’altro giorno, in occasione della Giornata mondiale del clima. Migliaia di giovani che in tutto il mondo manifestano per difendere il pianeta al seguito di una ragazzina di sedici anni? Ma a chi vogliono darla a bere? Davvero si può essere così ingenui? Davvero una ragazzina può sfidare i potenti della terra? Ci dev’essere dietro qualcosa. Un sito pieno zeppo di pubblicità assicura che si tratta di una trovata pubblicitaria. E che non può avere alcun interesse per l’ambiente, dal momento che è una ragazzina con Asperger, ed è noto che chi ha l’Asperger non è in grado di provare empatia.

Non occorre dimostrare: basta sollevare un sospetto. Anche non legittimo: la legittimità la conquista con la diffusione. E la diffusione è sicura.
L’appartenenza a un movimento politico ha sempre un ritorno in termini di immagine di sé. Il comunista sognava un mondo libero e giusto, e intanto sentiva di appartenere a una avanguardia sociale, e questo sentimento inseriva dinamicità, eroismo perfino nella sua vita quotidiana. Il democristiano poteva sentirsi al contrario custode della democrazia, della sacralità della religione, della famiglia e dei valori tradizionali, ed anche questo, nonostante la disperata mediocrità di tanti politici democristiani, gli conferiva una qualche patina eroica. Perfino l’elettore di Forza Italia guadagnava qualcosa, in termini di immagine di sé. Poteva sentirsi membro, se non altro per simpatia e affinità, di una classe rampante, di successo, dell’avanguardia economica del paese. E’ questa dinamica che ha portato tanti operai a votare per Berlusconi.
Oggi l’italiano medio (che, lo dicono gli studi, cognitivamente è spesso regredito alla condizione di analfabeta funzionale) votando il nuovo movimento degli apoti – sì, sto parlando del Movimento 5 Stelle – può sentirsi uno che la sa lunga, uno che, grazie alle ore spese in rete a leggere e condividere, ha acquisito il terzo occhio: la visione di Quello che c’è dietro. Visione spesso confusa, a dire il vero. Ma cosa si pretende? I poteri forti fanno di tutto per nascondere il Vero. Ma loro sanno, comunque, che Qualcosa c’è. Sempre. Qualcuno darà loro degli ignoranti. Qualcuno dirà che non hanno studiato. Non c’è da stupirsi. Il Sistema ha creato tutte queste cose – le scuole, il sistema sanitario, la scienza… – per escludere dalla vera conoscenza e per calunniare loro, i liberi cercatori della verità. I frequentatori dell’Università della vita, l’unica che possa realmente rilasciare diplomi.
Non c’è nulla che un apota non possa scoprire. Non c’è fenomeno dietro il quale non intuisca un noumeno, per dirla con Kant. Di una sola cosa l’apota non è capace: sospettare che gliela stiano dando a bere, strumentalizzando il suo costante bisogno di essere rassicurato sulle sue capacità di dominio cognitivo del mondo. Quand’anche lo sospettasse, metterebbe a tacere il suo sospetto; e magari si chiederebbe chi sta manovrando nell’ombra per fargli venire dei sospetti.

Articolo pubblicato su l’Attacco, 20 marzo 2019.

Essere rizomi

Green Book di Peter Parrelly è un film gradevole, ma poco più; certo non passerà alla storia del cinema. C’è una scena, però, che resta. Il film racconta (e romanza) la storia vera di un musicista nero, Don Shirley, che nell’America degli anni Sessanta decide di fare una tournée negli stati del sud. Per farlo ha bisogno di un autista che sia anche in grado di occuparsi della sua incolumità fisica, e lo trova in Tony Vallelonga, un buttafuori italiano non proprio onestissimo e un po’ razzista. C’è questa scena, dunque, in cui l’autista italiano rivendica il suo essere nero, più nero del musicista nero. Perché lui, Tony, è un proletario, è cresciuto nel Bronx, vive la vita difficile di chi è escluso, mentre l’altro sì, è nero, ma è ricco, abita una casa lussuosa, ha una vita di successo. Shirley allora scende dalla macchina, offeso. E poi si sfoga. No, la sua condizione non è quella di un privilegiato. E’ un nero che non è amato dai neri, perché privilegiato; è un pianista classico che non può suonare musica classica, perché non gli è consentito (è musica da bianchi), ed è costretto a fare la musica che piace ai bianchi per sentirsi colti; ed è omosessuale. La sua condizione è quella di chi non è più e non è ancora, per usare un’espressione del filosofo iraniano Dariush Shayegan. Non è più nero e non è ancora bianco. Abita uno spazio intermedio, ed è un abitare difficile.

Confesso che la scena mi ha colpito per la mia condizione di fuoriuscito, che è comune a tanti. Il non più-non ancora è la mia situazione quotidiana: non più pugliese, non ancora toscano. Se parlo di Foggia, mi si dice che non ne ho più il diritto, perché me ne sono andato; e se parlo (se parlo in modo critico) di Siena – la città in cui ora vivo – spesso capita che qualcuno mi dica che posso tornarmene a Foggia. Il non più-non ancora è una condizione che dovrebbe condannare all’afasia: si perde il diritto di parlare, per manifesta non appartenenza.
Si cita spesso una frase di Simone Weil: “Chi è sradicato sradica”. Si trova ne L’enracinement, un libro che, come capita spesso in Simone Weil, è pieno di cose sublimi miste a semplici idiozie. Questo discorso sullo sradicamento, peraltro, è uno degli argomenti del suo antisemitismo: perché gli ebrei, il popolo della diaspora, sono nella sua analisi – semplicemente delirante – “un manipolo di sradicati” che hanno “causato lo sradicamento in tutto il globo terrestre”. Di fronte a queste uscite, che sono tra i momenti più oscuri della filosofia europea del Novecento, vien da fare l’elogio dello sradicamento: dell’essere liberi, autonomi, creativi, in grado di costruire la propria identità e il proprio destino abbandonando gli ormeggi e inoltrandosi in mare aperto. Ma sarebbe retorica o poco più.
Mi viene in mente piuttosto l’immagine del rizoma, che Gilles Deleuze contrapponeva al modello gerarchico dell’albero. La radice affonda nella terra, verticalmente; salda, fissa, immobilizza. Il rizoma cresce libero, orizzontale, lega un punto all’altro; la sua natura non è quella di fissare, ma di connettere. Un sistema rizomatico è un sistema che non ha centro, ma mette in comunicazione diversi centri. E’ un sistema aperto.
Ecco: mi pare che oggi che molti tornano a parlare di radicamento, di patria, di identità, e già si sentono non troppo lontane le parole sangue e terra, sia importante pensarsi come rizomi. Rinunciare all’essere centrati e mettere piuttosto in collegamento, a cominciare da sé stessi, mondi diversi. Attraversare i confini fisici, culturali, mentali. Si dirà che è questo esattamente che vuole il capitalismo. Una massa di persone senza storia, senza legami, che diventano nulla più che consumatori e lavoratori disponibili a qualsiasi collocazione. E’ l’analisi, sintetizzata in slogan ripetuti fino alla nausea che sfiorano ormai il ridicolo, che ha fatto il successo mediatico di Diego Fusaro: il “turbocapitalismo apolide”, eccetera. Ma il rizoma non è la negazione della radice. Il rizoma è connessione: mette in contatti le radici. La mia, la tua. I rizomi – le persone-rizoma – vivono per creare legami fitti, complessi, insoliti, per costruire una radice unica e molteplice che è l’unica possibilità di resistere alla disumanizzazione in corso.

Pubblicato su L’Attacco, 13 marzo 2019.

Sesso: quel divieto di parlarne in cui cresce la violenza

Ieri sera mi sono masturbato guardando un video porno. Se me ne uscissi con questa confessione durante una cena tra amici, le reazioni andrebbero dal sorriso imbarazzato allo sdegno; e probabilmente qualche amicizia ne uscirebbe compromessa. Se lo scrivessi sul mio profilo Facebook, molti mi accuserebbero – è successo per molto meno – di indegnità morale, chiedendo il mio urgente allontanamento da scuola. E se iniziassi così un articolo, come sto facendo ora, molti si chiederebbero dove voglio andare a parare.
E’ convinzione condivisa da coloro che a vario titolo si occupano di società – sociologi, psicologi, educatori – che ci siamo felicemente lasciati alle spalle la repressione sessuale, e che siamo in una società perfino ipersessualizzata. “Uomini e donne ora ricercano il piacere sessuale fine a se stesso, rinunciando persino agli orpelli convenzionali prescritti dal sentimentalismo”, scriveva Christopher Lasch ne La cultura del narcisismo. Era il 1979. In Italia si inaugurava la stagione delle commedie sexy ed ogni città poteva vantare almeno un cinema a luci rosse. Oggi un sito come Pornhub può vantare più di trentatré miliardi di visite all’anno. Ma la liberazione sessuale si è arenata di fronte ad un ultimo tabù: la confessione.

Nella Storia della sessualità Michel Foucault coglieva la relazione singolare che la sessualità occidentale ha intrattenuto con il cattolicesimo: la pratica della confessione ha costretto l’uomo e la donna occidentali a narrare di continuo, in modi anche minuziosi (quale peccato? quante volte?), la propria sessualità. E’ una narrazione che resta confinata nello spazio privatissimo del confessionale, ma è un sempre una narrazione, ossia una presentazione di sé all’altro. Una conseguenza non secondaria della crisi del cattolicesimo – una crisi significativamente legata anche ai continui scandali sessuali dei sacerdoti – è la fine di questa forma di narrazione, alla quale è forse da attribuire il fatto singolare che, mentre il sesso è ovunque, mentre l’accesso alla pornografia è facile come mai in passato, raccontare la propria sessualità resta un tabù.
Si obietterà che esistono libri erotici che scalano le classifiche. Senz’altro: ma la lettura di un libro erotico, o pornografico (alcune pornostar oggi sono anche scrittrici: si pensi a Sasha Grey) sta alla narrazione della propria sessualità come la lettura di un romanzo noir o di un giallo sta alla confessione di un omicidio.
La conseguenza di questo divieto tacito è che non ci è possibile costruire un discorso comune sul sesso: diventiamo etimologicamente idioti, abitiamo mondi privati, chiusi in sé, monadi di piacere senza porte né finestre. E in questi mondi privati, che sono stati sottratti allo sguardo pubblico col pretesto dell’intimità e del pudore, cresce il disagio, il malessere, la patologia (che non viene spesso curata perché non si riesce a parlarne nemmeno al medico), la solitudine. E cresce la violenza.
Se il discorso di ognuno di noi sulla propria sessualità (la narrazione, non la teoria: di teorie sul sesso ne abbiamo fin troppe) è vietato, lo è a maggior ragione quello dei soggetti che più di qualsiasi altro la nostra società costringe fuori dalla scena. Le chiama prostitute, ma il più delle volte non sono che schiave. Donne costrette a subire quotidianamente decine di stupri, ragazze africane o dell’est, a volte minori. La narrazione della propria vita sessuale – del proprio martirio sessuale – da parte di una schiava è la narrazione oscena per eccellenza, il racconto che non bisogna consentire, che bisogna ridurre al silenzio. Credo che uno dei libri più importanti usciti negli ultimi anni in Italia sia Le ragazze di Benin City di Isoke Aikpitanyi e Laura Maragnani. Un libro uscito nel 2007 presso un piccolo editore (Melampo) nel quale una ragazza nigeriana, ridotta in schiavitù in Italia, racconta la sua storia a una giornalista di Panorama. Un libro terribile. Un terribile atto di accusa contro la nostra idiozia sessuale, che diventa stupro, uno stupro continuo, una quotidiana umiliazione della donna nera da parte dell’uomo bianco, una follia violenta che la parola prostituzione riesce a far entrare nei canoni della normalità, quasi della accettabilità sociale, con il contributo di quel razzismo che torna sempre utile per favorire lo sfruttamento, sessuale o lavorativo, della donna e dell’uomo nero. “Le ragazze sono la vittima designata, l’agnello sacrificale. Chiamale come vuoi ma la sostanza è sempre questa. Un’africana stuprata è un’italiana salvata. E l’africana stuprata non può parlare perché non le dà retta nessuno”, scrive Aikpitanyi. Non può parlare. E se parla, il suo discorso non diventa discorso comune. E non perché soggetti come gli schiavi africani sono esclusi dai nostri discorsi comuni, ma perché un discorso comune sul sesso semplicemente non esiste.
Ecco, dunque, dove volevo andare a parare: “ieri sera mi sono masturbato guardando un video porno” potrebbe essere non la provocazione di una persona sopra le righe, non l’uscita infelice di una persona che non conosce o non è in grado di rispettare le regole sociali, e nemmeno l’esternazione di un porco, talmente ossessionato dal sesso da parlarne a sproposito, ma un primo passo, rivoluzionario, per cominciare a costruire un discorso comune e districare l’intreccio di sesso e violenza, di sesso e sfruttamento, di sesso e distruzione che è tra le ferite più dolorose della nostra società.

Pubblicato su Gli Stati Generali, 10 marzo 2019.

Bataille l’indù

“Le credenze degli Indù e dei buddisti (sic) attribuiscono un’anima agli animali…”.
Questa perla si trova ne L’esperienza interiore di Bataille (tr. it., Dedalo, Bari 2002, p. 277 nota). Un libro nel quale il filosofo francese si propone di fare “un viaggio ai limiti dell’umano possibile” (p. 34), ma riesce a raggiungere – oltrepassandoli, perfino – soltanto i limiti della pazienza del lettore.
Non gli si può negare qualche onestà. Dopo aver sproloquiato per pagine e pagine sullo yoga, scrive con candore:

Ma in fondo, so ben poco dell’India… I pochi criteri cui mi attengo – più di distacco che di consenso – si legano alla mia ignoranza. Non ho esitazioni su due punti: i libri degli Indù sono, se non pesanti, dispersivi, questi Indù hanno, in Europa, amici che non mi piacciono (p. 49).

Se si concorda, almeno in parte, sugli amici che non piacciono (ah, Filippani Ronconi!), non si può fare a meno di notare che, se è vero che i libri Indù (quali?) sono pesanti e dispersivi, Bataille ha scritto un libro Indù. Più di uno, a dire il vero.

Lo ammette lui stesso in un post-scriptum del 1953:

Non sono soddisfatto di questo libro in cui avrei voluto esaurire la possibilità di essere.  Non è che proprio mi dispiaccia. Ma ne odio la lentezza e l’oscurità. Vorrei dire la stessa cosa in poche parole (p. 275).

Inutile dire che il post-scriptum in questione è anche più lento ed oscuro del testo che vorrebbe chiarire. Si spera che emerga dalle carte di Bataille un post-scriptum al post-scriptum.

In margine a un concerto

Qualche giorno fa ho provato un brivido sentendo le note e i ritmi a me ben noti di una tarantella garganica in un ambiente inusuale, un teatro di Siena, e in un contesto non meno inusuale: prima di quelle note, di quei ritmi, avevo ascoltato musica nordafricana, mediorientale, balcanica, yiddish, spagnola, francese. Ho avuto la netta sensazione che fosse quello il contesto più vero: che quella musica fosse parte integrante di quel discorso. Si trattava di un concerto di Ginevra Di Marco accompagnata dalla Orchestra Multietnica di Arezzo, che da più di dieci anni porta avanti una ricerca musicale che fa dialogare la musica popolare europea con quella del Mediterraneo e araba.
Ho letto molto, ultimamente, di Dariush Shayegan, un filosofo iraniano scomparso lo scorso anno che per tutta la vita si è occupato del dialogo tra il mondo musulmano e quello occidentale. La sua tesi è che le società tradizionali, e quella islamica soprattutto, si trovano in una condizione paradossale, che chiamava entre deux: non possono più vivere nel loro tradizionale mondo culturale, ma non riescono ancora a vivere nel mondo occidentalizzato. Sono bloccati tra il non più e il non ancora, e questa situazione di impasse genera l’ideologizzazione dell’islam (che ha dato origine alla rivoluzione iraniana) e il terrorismo.

C’è un campo, però, nel quale questi mondi che paiono così lontani, e che con grandi sforzi la filosofia interculturale (di cui Shayegan è uno dei maestri) cerca di far dialogare, si incontrano meravigliosamente, ed è appunto la musica. Quella tradizionale islamica riesce ad incontrarsi con quella popolare europea senza stridore, come se fossero lingue che dicono in modo diverso la stessa cosa. E la cosa più interessante, e più importante, è che questo incontro, questo dialogo musicale non è affare da etnologi o da musicologi, ma è arte, ossia emozione. Chi ascolta sente di trovarsi di fronte non ad una operazione intellettuale, ma ad una cosa viva.
Quell’emozione ci dice che esiste una casa comune. E’ il Mediterraneo, una terra di scambi antichi, di antichi colloqui, non solo interni, ma aperti anche alle suggestioni del Medio Oriente e, più oltre, dell’Iran, dell’India. Esiste una continuità tra i ritmi zigani del flamenco, quelli arabi, quelli balcanici, e la nostra tarantella.
Da qualche tempo abbiamo deciso di voltare le spalle a questa casa comune. Non vogliamo saperne di albanesi, di Rom, di egiziani e tunisini. Ci siamo tirati fuori da questa fitta rete di intrecci, di legami, di richiami; siamo diventati un paese astratto. Astratta è la stessa rivendicazioni delle nostre radici, perché le radici affondano in un terreno comune, e non c’è albero se non c’è bosco. Negare le relazioni, gli scambi, i condizionamenti reciproci è tagliare e negare le nostre stesse radici. E’ una affermazione di identità che in realtà istituisce un popolo fittizio, che non è che un ego più grande, l’ipostatizzazione del nostro misero egoismo provinciale.
La nostra nuova casa e una casa inospitale. E’ una non casa, a dire il vero, perché il concetto di casa non è separabile dal concetto di ospitalità. E’ un non luogo, una dimensione astratta costruita dal denaro, nella quale le relazioni sono scambi economici e poco più. Il non più e non ancora caratterizza la nostra società non meno di quella islamica. Non siamo più la civiltà contadina, ce la siamo lasciata alle spalle con un senso di liberazione con il boom economico del secolo scorso. Non siamo ancora… cosa? Nulla. Non siamo ancora nulla. In passato avevamo un non ancora. Sognavamo una società giusta, avevamo davanti un progetto, una meta. Oggi non abbiamo davanti nulla. Non procediamo verso nulla. Il non ancora è lo spazio della sopravvivenza. Esistiamo, siamo vivi perché non è ancora avvenuta la catastrofe, che pure si annuncia. Tra il non più e il non ancora abitiamo uno spazio paradossale ed alienante. Non potendo procedere né retrocedere, ci trinceriamo nel presente per combattere una guerra di posizione contro i nostri fantasmi. E al prossimo mostriamo la faccia feroce, che non si sa mai.
Articolo pubblicato su l’Attacco, 22 febbraio 2019.

Il vangelo leghista

Le parole del cattolicissimo ministro della famiglia Lorenzo Fontana sul mirabile accordo tra razzismo istituzionale leghista e cattolicesimo – “Ci accusano anche da ambienti cattolici, ma la nostra azione politica sull’immigrazione si ispira al catechismo. ‘Ama il prossimo tuo’ ovvero in tua prossimità e per questo dobbiamo occuparci prima dei nostri poveri” – possono indignare solo chi crede che il cristianesimo e il cattolicesimo posino su principi sani, santi e giusti. Chi, come chi scrive, è convinto del contrario, si scopre con qualche ribrezzo d’accordo con il ministro (che, sia chiaro, sul piano dell’esegesi neotestamentaria ha l’autorevolezza di una marmotta). In effetti il Vangelo dice più o meno questo. Interrogato da uno scriba sul “primo di tutti i comandamenti”, Gesù risponde che è amare il Signore con tutto il cuore; “il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Marco, 12, 31). Si tratta di una citazione da Levitico, 19, 18:
וְאָהַבְתָּ לְרֵעֲךָ כָּמוֹךָ
…e ama il tuo prossimo come te stesso.
La parola ebraica tradotta con “prossimo” è רֵיעַ, che indica una persona con cui si abbia familiarità: può indicare un amico, un fratello, un vicino. Il comandamento dunque non ha a che fare con un amore universale, qualcosa di simile alla metta buddhista, ma riguarda una sfera molto più limitata. Fontana ha ragione fin qui. Ha torto nel far corrispondere la figura del prossimo con quella del connazionale. Se prossimo è chi mi è vicino, anche fisicamente, allora può esserlo anche il mio vicino di casa straniero, o lo straniero che abita nel mio stesso quartiere, o gestisce il negozio sotto casa. Si può dire che l’etica del Vangelo (e del Levitico) più che un’etica dell’amore dell’Altro (la maiuscola va di gran moda) sia un’etica di buon vicinato. Non è una critica: c’è un gran bisogno di rapporti di buon vicinato.

C’è un altro passo evangelico che Fontana avrebbe potuto citare, se come esegeta neotestamentario non avesse l’autorevolezza di una marmotta. E’ Matteo, 15, 21:
Partito di là, Gesù si ritirò nelle regioni di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna cananea, originaria di quei paesi, gridava: “Abbiate pietà di me, signore, figlio di Davide; mia figlia è duramente vessata dal demonio!”. Ma egli non le rispose neppure una parola. Avvicinatisi i discepoli, lo pregavano: “Esaudiscila, perché sta gridando dietro a noi”. Egli rispose; “Non sono stato mandato se non alle pecore disperse della casa d’Israele”. Ma essa venne a prostrarsi davanti a lui e disse: “Signore, soccorrimi!”. Ed egli: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani“. Ma ella disse: “Si, signore, ma anche i cani si nutrono delle briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni“. Allora Gesù rispose: “O donna, grande è la tua fede! ti sia fatto come tu vuoi”. Da quel momento sua figlia fu guarita.
Qui compare un Gesù che davvero piacerebbe ai leghisti. Una donna cananea – oggi si potrebbe dire: extracomunitaria – gli chiede di guarire la figlia. Gesù si rifiuta, con una motivazione fondata tutta sulla sua diversità: è cananea (extracomunitaria), e lui fa miracoli solo agli ebrei. Una discriminazione bella e buona. Prima gli ebrei (che si tradurrebbe, per gente come Fontana, in: Prima gli italiani)! Alla fine accetta, ma non perché abbia cambiato idea sull’inopportunità di far miracoli per gli stranieri, che assimila ai cani, ma perché la donna ha detto una cosa arguta, e l’arguzia è una delle cose che Gesù apprezza di più.
Dunque ha ragione Fontana? Hanno ragione i leghisti cattolici? No, perché in quel passo c’è un’altra cosa, oltre alla distinzione – disgustosa: e se vi pare blasfemo che la consideri tale non è un problema mio – tra figli e cani. Gesù dice: “Non sono stato mandato se non alle pecore disperse della casa d’Israele”. Parole chiarissime: dice che il suo messaggio, la sua missione, la sua venuta sono solo per gli ebrei. Per nessun altro. Non per i cananei, che pure erano vicini. Questo vuol dire che non aveva intenzione di fondare nessuna chiesa, e meno che mai una chiesa cattolica, vale a dire universale. Fontana, insomma, potrebbe prendersi la ragione a condizione di riconoscere che il suo essere cattolico è basato su un enorme – tragico? comico? forse le due cose insieme – equivoco storico.

La libertà di culto non vale per i satanisti?

Qualche giorno fa, a margine della risibile polemicuccia italiota riguardo le presunte invocazioni a Satana al festival di Sanremo, con immancabile presa di posizione del ministro dell’Interno, mi son chiesto sul mio profilo Facebook: “Ma esattamente perché le sette sataniche dovrebbero essere un problema? Non è grave che un ministro attacchi pubblicamente gli appartenenti ad una credenza religiosa? Che sarebbe successo se avesse detto che i protestanti, gli ebrei o i neocatecumenali sono un problema da combattere? Perché in questo paese non è possibile essere satanisti?”.
Il mio post ha inquietato assai alcuni bravi senesi, che improvvisandosi piccoli inquisitori di provincia hanno gridato allo scandalo per le mie parole di gravità inaudita, incompatibili con il mio ruolo di docente nel liceo cittadino. Quelle parole, dicono, dimostrano che il sottoscritto non può avere “le qualità morali richieste per un ruolo delicato come il suo quale quello di formare le giovani menti“. Per questi Torquemada in sedicesimo io avrei violato l’articolo 415 del Codice Penale: “Altrimenti, quando un domani troveremo tombe sfregiate, cadaveri vilipesi, animali trucidati per le strade, non vi lamentate”.
Non è naturalmente il caso di difendersi da questa accuse deliranti. Ci sarebbe da scrivere qualcosa su un certo ambiente provinciale che si scandalizza ogni tre per due, per il quale tutto ciò che esce dalla sacra triade Dio-Patria-Famiglia è eresia e fa sudare le mani e tremare le gambe, ma magari un’altra volta. Voglio scrivere due o tre cose sulla faccenda del satanismo e della libertà religiosa, che davvero mi sta a cuore.
Dunque: non hanno i satanisti diritto di seguire le loro credenze? Non è il satanismo un credo come un altro? La libertà di culto deve trovare un limite preciso nel solo satanismo?

Vediamo intanto la Costituzione. L’articolo 19 dice che “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume“. Ora, il concetto di “buon costume”, che qui costituisce unica possibile restrizione dell’altrimenti illimitata libertà religiosa, è estremamente controverso. Lo era molto meno quando la Costituzione è stata scritta, e nel Paese c’era un sentire comune, un modo di vita condiviso, un sistema pacifico di costumi e di usanze. Come pensare una cosa come il “buon costume” in una società complessa, nella quale si sono moltiplicati i culti religiosi, le credenze, le usanze, le scelte di vita? Dove esiste il criterio condiviso, unanime per stabilire quale costume è buono e quale no? Una lettura restrittiva dell’articolo riconduce il buon costume alla sola sfera sessuale, per cui bisognerebbe vietare tutti quei culti che prevedano pratiche sessuali promiscue e contrarie al comune senso del pudore. Ma, se è comprensibile che si vietino ipotetiche pratiche religiose a carattere sessuale in pubblico, cosa dire di pratiche private? Si può impedire ad adulti consenzienti di praticare sesso in privato attribuendogli un significato religioso? Se lo facessimo, saremmo ai tempi di Suor Giulia di Marco. Era il Seicento, e c’era davvero l’Inquisizione. Una interpretazione più ampia, e condivisibile, fa rientrare nei cattivi costumi le pratiche violente. E sarei abbastanza d’accordo. Poiché la sensibilità nei confronti della violenza sta crescendo, mi pare che si possa accettare il principio di vietare tutte le pratiche religiose a carattere violento. Ma non sono sicuro che una tale interpretazione estensiva colpirebbe (solo) i satanisti. Che dire, ad esempio, del rito del sabato santo a Nocera Terinese? Non è contro il buon costume colpirsi le gambe fino a farne fuoriuscire copiosamente il sangue, imbrattando le strade lungo le quali sfila la processione? Non è uno spettacolo terribile per i bambini? Bisogna poi considerare che l’evoluzione del senso comune porta molte persone ad avere orrore di ogni forma di violenza verso gli animali. Che dire allora delle tante feste del patrono durante le quali gli animali sono esposti, maltrattati, usati per divertimento, spesso rimettendoci la vita? Non sono riti contrari al buon costume?
Si dirà: ma i satanisti sono brutta gente; ci sono stati satanisti che hanno compiuto cose terribili. Vero. Come è vero che mentre scrivo si sta svolgendo in Vaticano un summit sulla pedofilia dei sacerdoti cattolici. Come è vero che non era un satanista, ma un predicatore cristiano il reverendo Jim Jones, responsabile della morte di 909 suoi seguaci. E potrei continuare con una lunga, lunghissima lista di crimini e di criminali.
Si dirà, ancora: ma il satanismo predica l’odio. Non necessariamente, in realtà; e non diversamente da molte religioni. Ma soprattutto occorre fare un discorso più complesso. La figura di Satana è legata a doppio filo alla spaventosa violenza che l’Occidente ha compiuto nei secoli nei confronti di diversi soggetti: gli ebrei, i non cristiani, le donne, i neri, eccetera. Se si analizza ognuna di queste forme della violenza occidentale, si scopre che la vittima è associata in qualche modo a Satana, e che ciò giustifica la sua soppressione. L’ebreo è satanico, e per questo può essere ucciso. La donna è satanica, e per questo può essere accusata di stregoneria e uccisa, non prima di aver abusato di lei sessualmente. I neri sono satanici: non è forse il nero il colore del Diavolo? E dunque la schiavitù non è un peccato.
Insomma: il cristianesimo predica l’amore, ma indica anche un Nemico terribile, assoluto. Ed è in nome di questo nemico che la religione dell’amore può praticare l’odio e la violenza più atroci. Basta che qualcuno sia associato o associabile al Nemico, per diventare oggetto di odio. E’ la stessa logica che conduce queste brave persone ad invitare “chi di dovere, a fare gli accertamenti del caso”. Perché il professore di liceo che invita al rispetto rigoroso della libertà religiosa ha osato parlare di Satana, e dunque è oltre il cerchio della rispettabilità. Lo si può associare ad ogni nefandezza, come “animali trucidati per le strade”. Una immagine, peraltro, evocata in modo davvero maldestro in una città come Siena, in cui non più di qualche mese fa un cavallo si è schiantato in piazza in un palio in onore della Madonna, morendo poco dopo.
Immagine: William Blake, Satan Smiting Job with Sore Boils, 1826.