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Bataille l’indù

“Le credenze degli Indù e dei buddisti (sic) attribuiscono un’anima agli animali…”.
Questa perla si trova ne L’esperienza interiore di Bataille (tr. it., Dedalo, Bari 2002, p. 277 nota). Un libro nel quale il filosofo francese si propone di fare “un viaggio ai limiti dell’umano possibile” (p. 34), ma riesce a raggiungere – oltrepassandoli, perfino – soltanto i limiti della pazienza del lettore.
Non gli si può negare qualche onestà. Dopo aver sproloquiato per pagine e pagine sullo yoga, scrive con candore:

Ma in fondo, so ben poco dell’India… I pochi criteri cui mi attengo – più di distacco che di consenso – si legano alla mia ignoranza. Non ho esitazioni su due punti: i libri degli Indù sono, se non pesanti, dispersivi, questi Indù hanno, in Europa, amici che non mi piacciono (p. 49).

Se si concorda, almeno in parte, sugli amici che non piacciono (ah, Filippani Ronconi!), non si può fare a meno di notare che, se è vero che i libri Indù (quali?) sono pesanti e dispersivi, Bataille ha scritto un libro Indù. Più di uno, a dire il vero.

Lo ammette lui stesso in un post-scriptum del 1953:

Non sono soddisfatto di questo libro in cui avrei voluto esaurire la possibilità di essere.  Non è che proprio mi dispiaccia. Ma ne odio la lentezza e l’oscurità. Vorrei dire la stessa cosa in poche parole (p. 275).

Inutile dire che il post-scriptum in questione è anche più lento ed oscuro del testo che vorrebbe chiarire. Si spera che emerga dalle carte di Bataille un post-scriptum al post-scriptum.