L’arte dei piaceri

Esistono due forme di piacere: il piacere dei cercatori di piacere e il piacere dei negatori del piacere. Il piacere dei primi è quello dell’acqua e del vino, del cibo e della musica, della lettura e del pensiero. I negatori del piacere hanno qualcosa di più alto, in genere qualche forma di dovere, e in nome di questo più alto negano, sdegnati, i piaceri. Il piacere in questo caso non è estetico, legato alla sensazione, ma nasce dalla percezione di sé in rapporto all’altro. Il negatore del piacere qui ed ora trae il suo piacere dal sentire di avere un posto nella società, o nel cosmo, perfino; di essere un soggetto riconosciuto. Per ottenere questo piacere più alto, o preteso tale, il nostro soggetto deve farsi seduttore: dell’altro o di Dio stesso. Può godere di sé solo nella misura in cui l’altro cede alla sua seduzione. E quando ciò riesce, potrà riposare nel suo io come in un nido. E godere di questo. Continue reading “L’arte dei piaceri”

ChatGPT e la pulizia del water

Il meritevole ministro dell’Istruzione e del merito, chiamato ad esprimersi su chatGPT, evita la condanna secca e riconosce che “Può essere impiegata per aiutare gli insegnanti a personalizzare l’apprendimento, ad adattare i contenuti in base alle attitudini individuali degli studenti, a monitorare i loro progressi e a fornire informazioni su come migliorare il loro rendimento”, pur aggiungendo che “L’intelligenza artificiale non può dunque soppiantare l’insegnante né marginalizzarne il ruolo, che è decisivo in tutti i gradi di scuola, in particolare nella primaria”. È singolare il modo in cui i giornali hanno riportato la notizia: alcuni hanno enfatizzato la prima parte, altri la seconda; per alcuni Valditara dice sì all’intelligenza artificiale, per altri afferma soprattutto che il docente è insostituibile.

Vorrei spiegare per quale ragione auspico invece che il docente, almeno a casa, sia sostituibile dall’intelligenza artificiale.

La scuola italiana è profondamente diseguale, e dunque inutile. Non occorre spendere troppe parole per dimostrarlo: i dati sono noti. I risultati in uscita rispecchiano con assoluta fedeltà la posizione di partenza. Si laureano i figli dei laureati, con uno scarto poco sensibile e poco significativo.

Le ragioni di questo fallimento – perché la scuola ha il compito di scompaginare gli assetti sociali, altrimenti davvero non serve a nulla – sono soprattutto due.

La prima è che la scuola italiana è noiosa. Di più: funebre. Ogni autore, che un tempo pure fu vivo ed ebbe le sue gioie e le sue ribellioni, è introdotto nella classe come un cadavere in chiesa; e il contegno che si chiede allo studente è esattamente quello di chi segua il feretro che accoglie qualcuno di cui non gli importa davvero. Nessuno sta bene a scuola, nessuno vi prova gioia, e ognuno dunque scapperebbe via, se potesse. Chi fa quello che la scuola richiede, lo fa perché il suo contesto fa sistema con quello scolastico, perché entra in classe con una visione del mondo, ricevuta dalla famiglia, alla luce della quale quel funerale, con la compunzione che esige, è cosa della massima importanza. Gli altri ridono della nostra ostentata serietà, si ribellano e, appena possono, tornano alla vita reale.

La seconda è che il docente italiano, nonostante tutta la sua prosopopea, è uno che fa metà lavoro. Una pubblicità degli anni Ottanta parlava di una certa Luisa che “inizia presto, finisce presto e di solito non pulisce il water”. Ecco, il docente italiano di solito non pulisce il water. Lascia, chiede, esige che a farlo sia la famiglia dello studente. Pur considerando la scuola fondamentale e irrinunciabile, abbandona lo studente nel momento decisivo: quando si tratta di applicare e dunque testare le conoscenze. Quando si tratta di fare i compiti. Che, per definizione, sono compiti a casa. E a casa uno studente ha la madre professoressa e un altro la madre operaia. Parlo di madre, perché questa incombenza ricade per lo più sulle spalle delle madri, un lavoro ombra che si aggiunge agli altri. I risultati sono prevedibili.

Le famiglie che non sono in grado di seguire i figli nei compiti ricorrono al professore privato. Il mercato delle lezioni private è molto fiorente e consente ai docenti di arrotondare con qualche extra il magro stipendio. (E a pensare male si potrebbe dire che è per questo, in fondo, che non puliscono il water.) Il che vuol dire che per molti studenti il diritto allo studio è garantito solo per metà. Per l’altra metà occorre provvedere d’intesa propria, pagando qualcuno che si assuma il compito ingrato di pulire il water.

Sarebbe bello se i docenti italiani la smettessero di dare compiti a casa, dal momento che è quando si applicano le conoscenze che c’è maggior bisogno del sostegno del docente. Non succederà presto, tuttavia, per il ben noto conservatorismo del sistema scolastico italiano. È più probabile un secondo scenario. Lo studente a casa è impegnato nello studio di Hegel. Trova nel manuale la parola Aufhebung. Il modo in cui il manuale la spiega tuttavia non gli risulta chiaro, e della spiegazione del docente ha un ricordo vago. Prende dunque lo smartphone e chiede a una intelligenza artificiale di spiegarglielo.

Questa seconda scena oggi è tutt’altro che improbabile. Immedesimandomi in uno dei miei studenti, chiedo a chatGPT di spiegarmi cos’è appunto l’Aufhebung. Mi dà una risposta piuttosto convenzionale. Insisto: voglio sapere che differenza c’è tra l’Aufhebung e la normale concezione del superamento. Ecco la sua risposta:

Il concetto di Aufhebung di Hegel differisce dal concetto ordinario di superamento perché implica che una cosa non viene semplicemente sostituita da qualcos’altro, ma piuttosto che la cosa originale viene conservata e trasformata in qualcosa di nuovo. In altre parole, Aufhebung non significa solo abbandonare una cosa, ma trasformarla e incorporarla in qualcosa di nuovo. Per esempio, se un’idea o una società viene superata, questa non è necessariamente negata o dimenticata, ma invece viene conservata e incorporata in un nuovo livello di comprensione o sviluppo. In questo modo, il passato non è visto come qualcosa da abbandonare completamente, ma piuttosto come qualcosa da apprendere e trascendere. Hegel utilizzò questo concetto per descrivere come la storia e la società progrediscono attraverso un continuo processo di superamento e trascendenza, dove il passato non viene negato, ma incorporato e trasformato nel presente e futuro.

Non so se un docente privato avrebbe saputo dare una risposta migliore.

Ma si dirà: un docente, un bravo docente, sa anche calare l’Aufhebung nella vita dello studente, sa trovare una connessione tra Hegel e la sua quotidianità. Anche chatGPT. Provate.

Come è stato rilevato da molti, chatGPT ha alcuni limiti evidenti. In qualche caso le sue risposte sono semplicemente sbagliate. In modo piuttosto curioso, sa riconoscere di aver sbagliato se glielo si fa notare e corregge l’informazione. Non è tuttavia difficile immaginare un futuro in cui questi errori saranno ridotti al minimo, più o meno paragonabili agli errori dei libri di testo e a quelli che i docenti fanno nelle loro lezioni, nonostante tutta la prosopopea. Certo un futuro con una intelligenza artificiale affidabile, in grado di sostenere efficacemente gli studenti nel lavoro a casa, è più realistico di una futura scuola italiana senza compiti a casa.

Bisognerebbe gioire, dunque. Finalmente uno strumento che può aiutarci a minimizzare i danni causati dalla nostra didattica inadeguata. E invece no. E invece le facce sono, nemmeno a dirlo, funeree. Come si farà ora a capire se un compito lo ha fatto lo studente o l’intelligenza artificiale? Il problema, a dire il vero, sussiste anche senza intelligenza artificiale. Come essere certi che i compiti a casa li abbia fatti lo studente e non il suo insegnante privato? Immagino che non sia un prooblema per i docenti perché l’insegnante privato è appunto un insegnante — uno della ditta, per dirla con don Milani — e dunque anche se i compiti li fa lui va bene così.

Tutto questo dibattito, surreale come spesso sono i dibattiti sulla scuola, rivela lo strappo centrale nella trama della scuola. Perché uno studente dovrebbe imbrogliare? Perché il suo interesse è prendere un buon voto, non imparare. E per prendere un buon voto, il vero fine del suo stare a scuola, ogni mezzo vale. Valgono mezzi discutibili come far fare i compiti a qualche altro, mezzi disonesti come copiare e mezzi disonestissimi come studiare, ossia riprodurre alla perfezione il discorso del libro di testo simulando un apprendimento che non c’è. La scuola è un luogo in cui alcuni cercano a ogni costo di strappare un voto e altri stanno lì a sorvegliare che ciò avvenga con merito: se non con quel merito che viene dal possesso della conoscenza, almeno con il merito che viene dall’aver sofferto abbastanza. E questo vuol dire che la scuola ha problemi davvero molto più seri dell’intelligenza artificiale.

Un altro mondo (virtuale) è possibile

Se dovessi sintetizzare in poche parole il mio ideale politico-sociale, direi più o meno questo: un sistema in cui gli Stati siano sostituiti da ma un insieme di città libere di federarsi con altre città, di stringere accordi commerciali e di creare insieme infrastrutture tecnologiche; ogni città sarà governata secondo il criterio della massima partecipazione possibile al potere.Sono ben consapevole che una simile realtà non ha molte speranze di realizzarsi, almeno a breve, anche se nel Rojava i curdi stanno facendo un tentativo coraggioso di praticare il municipalismo libertario di Murray Bookchin, filtrato dalla lettura di Abdullah Öcalan. Siamo però nel terzo decennio del secondo millennio, e la realtà che viviamo non è più solo la cara vecchia dimensione fisica. Abitiamo due mondi paralleli: il mondo fisico, reale (ma cosa è reale?) e quello virtuale. E a quanto pare – se le speranze di Zuckerberg non saranno deluse – nel futuro prossimo questo secondo mondo sarà sempre più presente nelle nostre vite. È anche, se non soprattutto, ormai, alla luce del mondo virtuale che dobbiamo saggiare la plausibilità dei nostri ideali.

Ho parlato di mondi paralleli. Non è proprio corretto, a dire il vero: perché questi due mondi si incrociano costantemente. Sui social network si discute di ciò che accade nel mondo cosiddetto reale, che a sua volta è trasformato da queste discussioni. Adattando il teorema di Thomas si può dire che se nel mondo virtuale le persone si convincono che alcune situazioni sono reali, esse diventano reali nelle loro conseguenze. È sui social network, più che nei luoghi reali, che si costruisce ormai il discorso pubblico, e gli esiti di questo lavoro hanno conseguenze sulla vita di tutti, non ultimo il risultato delle elezioni politiche.

I social network sono il luogo in cui si svolge una parte assolutamente significativa della nostra vita sociale. E poiché le nostre interazioni con gli altri costruiscono la società, è cosa della massima importanza ragionare sulla natura di questi luoghi. Per spiegare per quale ragione ritengo che i social network più diffusi rappresentino un pericolo per la nostra società userò due immagini.

Prima. Il signor Tizio esce di casa. Saluta il vicino. In quell’istante qualcuno, da qualche parte, guadagna cinque centesimi. Il signor Tizio compra il pane. Cinque centesimi. E così per tutto il giorno. E così per tutto l’anno. E così per tutta la vita. Tutta la vita di Tizio, momento dopo momento, interazione dopo interazione – amore, odio, passioni e noia – sarà servita a far comparire tanti soldi sul conto in banca di qualcuno.

Seconda. Una stanza piena di persone che parlano. Una mano invisibile abbassa la voce ad uno, alza la voce a un altro, mette a tacere del tutto un terzo, un quarto lo sposta in fondo alla stanza, un quinto lo porta fuori dalla stanza. Mentre tutti parlano, e hanno l’impressione che ciò che accade sia per così dire naturale, c’è qualcuno che regola le cose in modo da portare le interazioni dove vuole. Se ne accorgerà chi sarà stato espulso dalla stanza, ma non saprà con chi protestare: perché la mano è invisibile.

La prima immagine riguarda la monetizzazione, la seconda l’azione degli algoritmi. I social sono realtà commerciali private che trasformano le nostre vite in denaro. Per farlo hanno bisogno di due cose: raccogliere una grande quantità di dati su di noi e regolare le nostre interazioni. Shoshana Zuboff ha mostrato ne Il capitalismo della sorveglianza in quale modo i social si sono evoluti per trarre ricchezza – una enorme ricchezza – dai nostri dati e dalle nostre interazioni, in un modo che è insano e pericoloso: perché un social network pacato, in cui le persone discutono in modo razionale, è meno economicamente vantaggioso di un social network polarizzato, in cui si litiga e ci si odia.

La nostra seconda vita sui social è dunque questa. Abitiamo un mondo interamente proprietario (come se fosse proprietà privata tutto: la strada, il parco, perfino l’aria che respiriamo) e interamente finalizzato alla creazione di profitto economico. Facebook, Instagram, Tik Tok, Twitter sono il capitalismo allo stato puro: la creazione di un mondo in cui tutto, letteralmente, crea profitto economico. Ma la nostra seconda vita è costantemente intrecciata alla prima. E dunque la nostra vita, tutta la nostra vita, sta diventando questo. Se è vero che la conoscenza e il potere sono sempre legati, quello che rischiamo è un nuovo, più perfetto totalitarismo. Perché il potere nazifascista e comunista aveva dei limiti ben precisi. Ho visitato anni fa il museo dei servizi segreti dell’Albania comunista (la Casa delle foglie, a Tirana). I dispositivi a disposizione di Enver Hoxha per spiare i potenziali nemici del regime oggi strappano un sorriso. Nessun regime totalitario ha avuto mai accesso a una conoscenza dei singoli anche solo lontanamente paragonabile a quella offerta oggi dai big data. E questa conoscenza è già usata per manipolarci: per orientare le nostre scelte di consumo, i nostri comportamenti, i nostri modi di pensare.

Sulla cittadinanza digitale nei social network pesa un potere che estrae profitto e che al tempo stesso agisce con modalità kafkiane, che può bloccare qualcuno senza una reale ragione e senza che vi sia la possibilità di sapere chi ha preso la decisione e di contestarla realmente. E, considerato il peso che hanno i social network sulla vita delle persone, essere bloccati in questo modo può avere pesanti ripercussioni psicologiche, ma anche lavorative ed economiche.Una società interamente finalizzata al profitto privato, in cui le interazioni sono manipolate e non esiste alcuna garanzia per nessuno: questa è la realtà dei social network. E, poiché mondo reale e mondo virtuale sono costantemente intrecciati, questa è la realtà che i social network portano nelle nostre vite. Il capitalismo perfetto della dimensione virtuale preme sul mondo reale per plasmarlo a sua immagine.

Con uno di quei rari casi per i quali è lecito rispolverare l’espressione eterogenesi dei fini, la bizzarra gestione di Twitter da parte di Elon Musk ha mostrato a migliaia di utenti dei social network una alternativa. Mastodon è stato creato nel 2016 da Eugen Rochko, programmatore tedesco di origine russa allora appena ventiquattrenne. L’idea era quella di creare una alternativa a Twitter con un software libero e non commerciale. La logica di Mastodon è quella del decentramento: non un’unica piattaforma, ma un insieme di istanze che comunicano tra di loro. Alcune di queste istanze sono generaliste (quella italiana più grande è mastodon.uno), altre tematiche: per gli accademici ad esempio esiste in Italia l’istanza poliversity.it, mentre a livello internazionale c’è l’istanza scholar.social. Ogni istanza ha uno o più amministratori e un regolamento. In genere le istanze vietano i discorsi d’odio, il razzismo, il fascismo e simili. Data la natura del software, a dire il vero, chiunque può crearsi una sua istanza ispirata a valori diametralmente opposti (lo stesso social network di Trump, Truth, è una versione modificata di Mastodon); tuttavia la logica federativa di Mastodon consente una reazione per così dire immunitaria: l’istanza può essere isolata dalle altre, con le quali non potrà più comunicare. Ogni istanza può escludere le istanze che non ne condividono i valori. D’altra parte, l’utente che non dovesse più riconoscersi in un’istanza può spostarsi su un’altra, senza perdere i suoi contatti.

Su Mastodon non esiste alcun algoritmo. Nessuno decidere cosa comparirà a chi. I post compaiono in base all’ordine di pubblicazione. Non esiste pubblicità; ogni istanza si mantiene grazie al contributo volontario degli utenti. Nessuno raccoglie dati da monetizzare. Il sistema non è pensato per moltiplicare i like, ma per favorire la discussione. Avrete capito che si tratta, più o meno, della realizzazione virtuale della mia utopia politico-sociale. Un insieme di mondi sociali più o meno grandi (alcune istanze sono piccolissime) legati tra loro e immersi in un contesto più ampio, il Fediverso, che comprende altre piattaforme che condividono la stessa logica e che rappresentano alternative a servizi commerciali (PeerTube come alternativa a YouTube, ad esempio).

Chi giunge su Mastodon provenendo da Twitter è colpito dal clima sereno, dalla pacatezza e civiltà del confronto. Ad alcuni tornano alla memoria i tempi dei newsgroup, di IRC e dei blog. C’è stato un tempo in cui molti, compreso chi scrive, hanno creduto che la rete potesse contribuire a migliorare la qualità della nostra democrazia, favorendo il confronto e la condivisione delle conoscenze. Leggevamo Naomi Klein e ci dicevamo che un altro mondo è possibile. Sappiamo quello che è accaduto poi, nel mondo reale e in quello virtuale. Oggi leggiamo Realismo capitalista di Mark Fischer e contempliamo le macerie di quei sogni. Quello che leggeremo tra altri vent’anni dipenderà dalle scelte che facciamo oggi. E essere o non essere su un social network, e su quale social network essere, non è la meno importante di queste scelte.

Pubblicato su MicroMega, 3 gennaio 2023.

Mi son dannato l’anima a cercare

Kaasher natati et-lebi lada’at hokmah welirot etha’inian asher na’asah ‘al-ha-aretz ki gam baiom ubalailah shenah be’enav roeh. Weroiti et-kol-ma’asah haelohim ki lo iukol haadam limzo et-hamahaseh asher lasah tahat-hashemesh beshel asher ‘ahamol haadam lebaqesh welo imza wegam im iomer hehokam lada’at lo iukol limzo.

Mi son dannato l’anima a cercare
conoscenza, saggezza, il senso ultimo
di tutto questo affare sulla terra
che ci toglie il riposo notte e giorno.
Ed ho visto che le opere di Dio
tutto quello che accade sotto il sole
l’uomo non può comprenderlo: e chi dice
d’esser sapiente ed afferrare il mondo
più degli altri è smarrito ed impotente.

Qohelet, 8, 16-17. Traduzione di Antonio Vigilante.

Trema lacrime il bimbo solitario

Trema lacrime il bimbo solitario
se il ventre abituale cede al buio
e gli germina il fiato d’altri mondi:
una vecchia che striscia minacciosa
sulla lucida schiena d’un serpente
seguita da un corteo di spiritelli
corrosi da vermetti incandescenti.
Trema lacrime l’uomo solitario
preso alla gola da tristezza e angoscia
e vede e teme minacce di tenebra
non più vere di quelle d’un bambino.
L’anima nostra soffre di terrore:
non bastano a guarirla il giorno e il sole.
Si studi la natura, si contempli
la verità delle sue leggi eterne.

Lucrezio, De Rerum Natura, III, 87-93. Traduzione di Antonio Vigilante.

La paura e il potere

La prima volta che ho tradotto questi versi avevo diciassette anni. Era un esercizio: tradurre più cose possibile in endecasillabi, perché volevo che l’endecasillabo mi venisse naturale come il respiro. E tradussi Lucrezio (il secondo e il terzo libro per intero), e Orazio, e Baudelaire. Ed altro ancora. Credo di aver imparato da questi versi di Lucrezio più che da qualsiasi testo di filosofia. Ho imparato che dietro la maschera del potere c’è la miseria umana; che il potente, quasi non-uomo per la sua arroganza, per il ghigno che disgusta ed indigna, è in realtà un poveraccio, corroso dentro dal cancro del terrore. Non si possono leggere forse questi versi straordinari come un ritratto della classe politica della disgraziata Italia di oggi? Non li conosciamo, quei gusci vuoti che “ridono ai funerali dei fratelli” (”Io stanotte ridevo dentro al letto”)? L’invito a provare compassione per questa gente sembra una provocazione. Ma la compassione nasce da sé, appena ci si sofferma a considerare la terribile nudità di questi uomini e di queste donne, sospesi tra il terrore e la follia.

La gente spesso dice che la morte
e l’inferno non sono da temere
più delle malattie o di una vita
squallida – poiché l’anima, lo sanno,
non è che sangue, o se si vuole vento,
e la nostra dottrina serve a nulla.
Non fidarti: lo dicono per vanto
e non perché lo pensino davvero.
Guardiamoli: esiliati dalla patria,
mandati via dal cospetto degli uomini,
accusati dei crimini più turpi
affetti insomma da ogni pena vivono
nondimeno, ed ovunque li sospinge
la malasorte bestie nere immolano
e riti funebri offrono agli spiriti
degli antenati. Più la vita è dura
e più si volgono alla religione.
Per questo occorre giudicare l’uomo
nelle incertezze, e in mezzo ai casi avversi
saper chi sia: infatti allora sgorgano
le vere voci dal fondo dall’anima
e la maschera cade, e resta il volto.
L’avarizia, la fame dissennata
del prestigio che spinge i miserabili
ad andare al di là del giusto limite
a compiere delitti o a farsi complici
a sforzarsi con ansia giorno e notte
di raggiungere il massimo potere
sono mali, ferite della vita
che non poco alimenta la paura
della morte. Si crede che il disprezzo
e la miseria rendano impossibile
una vita piacevole e serena,
anticamere quasi della morte.
Inganna, la paura: e per fuggire
questi mali c’è gente che col sangue
dei sui concittadini ammassa beni,
raddoppia le ricchezze ed i delitti,
ride alle tristi esequie dei fratelli
ed ha paura di mangiare insieme
ai parenti. L’invidia li distrugge:
“Ma guardalo il potere che gli danno,
e quest’altro che passa come un dio
attorniato da stuoli di lecchini!”
E cadono nel fango e nella tenebra.
Vogliono, altri, la fama, e le statue.
E spesso per paura della morte
maturano un tal odio della vita
e della luce che col cuore gonfio
d’amarezza s’ammazzano. Non sanno
che il male che li affligge è la paura,
quel terrore che vince ogni ritegno
che spezza ogni legame d’amicizia
e li spinge a tacere la pietà.
Non pochi hanno tradito i genitori
o la patria cercando di sfuggire
all’Acheronte. Come i bimbi tremano
nel buio cieco, e tutto li spaventa,
così nel pieno della luce a volte
ci spaventano cose più risibili
di quelle che spaventano i bambini,
di quelle che s’aspettano i bambini.

Lucr. De Rer. Nat., III, 41-90.

1989-2010.

La scuola italiana nello specchio di quella americana

Sarebbe bello se sulla porta di ogni aula scolastica ci fosse scritto “Qui nessuno viene lasciato indietro”. Mi sembra una sintesi di quello che deve – e che può, mi piace sperare – essere una scuola perfino più efficace dell’I care di Barbiana. Purtroppo non basta una formula suggestiva per trasformare realmente la scuola. No Child Left Behind (Nessun bambino lasciato indietro) è, come è noto, il nome dell’atto del 2001 dell’amministrazione Bush jr con il compiuto dichiarato, appunto, di conciliare uguali opportunità ed elevati standard scolastici. E che invece, come mostra Andrea Mariuzzo nel recente e utilissimo Scuola e politica negli Stati Uniti 1980-2020 (Morcelliana, Brescia 2022), di bambini ne ha lasciati indietro parecchi. E, come è facile immaginare, a restare indietro sono stati quelli socialmente fragili.

L’atto del 2001 è stato l’esito di un lungo dibattito, stimolato in modo decisivo dal rapporto del Congresso A Nation at Risk, che nel 1983 evidenziava la mediocrità del sistema scolastico statunitense e in particolare il calo costante delle competenze di base degli studenti. Nell’analisi conservatrice un simile disastro era la conseguenza della concezione progressista, deweyana della scuola, che aveva favorito le competenze sociali a discapito di quelle disciplinari. Per rimediare occorreva imporre alle scuole un nucleo di competenze comuni, accertate periodicamente con dei test, e legare lo stipendio dei docenti ai risultati dei loro studenti. Ed è questa la logica sottostante all’atto del 2001.

Andrea Mariuzzo esplora la storia recente della scuola statunitense assumendo un punto di vista interessante: quello di una influente teorica dell’educazione che è passata dal campo conservatore a quello progressista, dopo aver acquisito consapevolezza dei limiti e dei pericoli della politica scolastica di impronta liberal. Storica dell’educazione, docente alla New York University, Diane Ravitch è stata Assistant Secretary of Education durante la presidenza di Bush jr. Durante la presidenza Clinton ha ricoperto il ruolo di membro dell’ufficio governativo che si occupa della preparazione del National Assessment of Ecucational Progress (NAEP), i test biennali che rilevano la preparazione degli studenti (l’equivalente statunitense delle nostre prove INVALSI). Dal 2005 in poi a Ravitch diventa chiaro che la via della ricerca di standard comuni di apprendimento, rivelati e certificati attraverso test, non favoriva, come era nelle intenzioni (o nella retorica), l’uguaglianza, ma al contrario allargava il divario sociale e culturale. La situazione allarmante rilevata da A Nation at Risk, peraltro, era una conseguenza dell’apertura del sistema scolastico a studenti provenienti da fasce sociali marginali; l’uso strumentale di quell’allarme aveva portato, di fatto, a creare un sistema nel quale l’importanza dei test rendeva centrale nell’insegnamento appunto la preparazione al superamento degli stessi, con una marginalizzazione di qualsiasi altra pratica didattica; e, come era facilmente prevedibile, la distribuzione dei fondi secondo i risultati dei test ha penalizzato e impoverito le scuole che lavoravano nei contesti sociali più difficili. Come nota Mariuzzo, il no child left behind ha prodotto “l’effetto opposto, frapponendo ostacoli proprio ai percorsi scolastici più fragili e a rischio” (p.56). Un esito disastroso che ha costretto l’amministrazione Obama ad un parziale aggiustamento e progressivamente a un cambiamento di paradigma, un processo interrotto dall’inattesa vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2017. La mano di Trump sulla scuola ha favorito, come era facile immaginare, soprattutto le scuole private confessionale, portatrici di grandi interessi economici. Ma non è stata una mano incontrastata: nel 2018 una impressionante ondata di scioperi dei docenti nella gran parte degli Stati, e in particolare quelli amministrati dai repubblicani, ha dato un segnale forte di volontà di riprendere in mano le sorti della scuola pubblica da parte di chi ci lavora, ed ha influito anche sulla politica scolastica dei candidati democratici, costretti ad accogliere le richieste emergenti dalla classe docente.

Nel 2020 Diane Ravitch evoca, per sintetizzare la situazione della scuola americana, lo scontro biblico tra Davide e Golia. Il gigante è il blocco politico-economico neoliberista e repubblicano, con la sua concezione efficientistica e meritocratica della scuola dietro la quale agiscono potenti interessi economici privati, mentre il piccolo Davide è la resistenza della tradizione deweyana. Un Davide, scrive Mariuzzo, “solo apparentemente debole ed esausto, perché il consenso ‘dal basso’ che la ‘resistenza’ ha mostrato di saper suscitare sembra tutt’altro che sfilacciato, e ha ora contorni sociali e teorici più distinguibili”, tra cui “il riferimento a una tradizione di pensiero pedagogico, filosofico e sociologico sul rapporto educativo ormai profonda e decisamente radicata tra gli addetti ai lavori…” (pp. 106-107).

E in Italia? Il governo più di destra della storia della nostra democrazia si è affrettato a rinominare Ministero dell’Istruzione e del Merito quello che una volta si chiamava Ministero della Pubblica Istruzione. Gli interessi economici privati, legati soprattutto alla Chiesa, sono potenti ed influenti anche da noi. Anche se non hanno ancora acquisito la centralità dei test statunitensi, le prove Invalsi stanno ottenendo una centralità crescente, e la preparazione alle prove è già realtà da tempo alla scuola primaria. Non mancano dunque tendenze che tendono a replicare nel nostro Paese quel modello che ha condotto negli US ad esiti così disastrosi.

Se però negli Stati Uniti il Golia neoliberista è efficacemente contrastato dal Davide deweyano, da  noi, nonostante vi sia una importantissima tradizione pedagogica progressista, che va dalla ricezione della lezione deweyana e attivistica alle esperienze eccezionali di educatori come don Milani, Danilo Dolci, Mario Lodi o, in tempi più vicini, Gianfranco Zavalloni, la pedagogia progressista sembra aver esaurito il suo slancio. Il dibattito pedagogico critico sulla scuola è per così dire di nicchia; mancano da noi figure del livello e soprattutto del peso sociale di Henry Giroux. Anche a sinistra, invece, è diffusa una insofferenza qualunquistica nei confronti della pedagogia, accusata di essere responsabile della crescente burocratizzazione e della perdita di rigore della scuola italiana. Nelle discussioni tra docenti prima o poi spunta fuori Segmenti e bastoncini di Lucio Russo (Feltrinelli, 1998), un libro in cui, dopo una analisi allarmistica del calo delle competenze degli studenti italiani, dovuto alla progressiva degradazione della scuola a semplice luogo di socializzazione con lo scopo di formare i consumatori di cui ha bisogno il consumismo, si indicava come alternativa radicale la rigorosissima scuola giapponese. Che si può rifiutare, ammetteva Russo, “anche per il gran numero di studenti suicidi”, con la consapevolezza però che è grazie a quella scuola che il Giappone produce tecnologia avanzata mentre l’Europa si limita a consumarla. Un discorso nel quale la salute psicologica degli studenti era sullo sfondo, un dettaglio trascurabile, mentre in primo piano veniva la competitività economica e tecnologica del Paese, e che appare perfettamente in linea con l’allarmismo di destra che, come abbiamo visto, ha giustificato negli Stati Uniti la standardizzazione del sistema scolastico con effetti diametralmente opposti alla creazione di uguaglianza sociale. La proposta era, nel caso di Russo, la semplice riproposizione della scuola tradizionale col suo preteso rigore; magari con un aggiustamento: creare un liceo che unisca sapere classico e sapere scientifico. E le altre scuole? A Russo interessava la formazione di una élite altamente preparata. Quanto agli altri, affermava il “diritto all’ignoranza”. Un decennio dopo Paola Mastrocola dirà le stesse cose con maggiore brutalità in Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare (Guanda, 2011).

Come è accaduto che idee simili siano diventate, per molti, di sinistra? Tutto il pamphlet di Russo è percorso da un’antipedagogia sprezzante e sarcastica. Il bersaglio era soprattutto Roberto Maragliano, accusato di voler liquidare d’un colpo millenni di civiltà umanistica e scientifica centrata sul libro come oggetto fisico, ma più in generale, con un uso sistematico dello straw man, qualsiasi ripensamento della scuola tradizionale era ricondotto alla caricatura di una scuola in cui si si limita a socializzare, senza più alcun reale rapporto con il sapere. Lo stesso Statuto degli studenti e delle studentesse, una legge importante anche se pochissimo applicata, era liquidato come documento “nel quale viene in ogni modo ribadita la natura della scuola come mero luogo di ritrovo e di socializzazione”. Chiunque abbia dato uno sguardo a quella legge può constatare da sé quanto questo giudizio sia intellettualmente disonesto.

Ecco, questa antipedagogia, questa posa sprezzante di chi la sa lunga, è risultata vincente per due ragioni. Da un lato consentiva di porsi in modo critico, con un atteggiamento che appariva dunque politicamente progressista – non è forse la critica dell’esistente l’essenza del progressismo? – e dall’altra forniva un alibi apparentemente inattaccabile per la propria pigrizia professionale: nessun reale ripensamento della propria secolare liturgia didattica era, è necessario. Questa dunque la narrazione che tiene in ostaggio in Italia il confronto sulla scuola pubblica: è in atto da decenni un piano politico-pedagogico neoliberista per smantellare la scuola e metterla al servizio di interessi estranei, per lo più economici; un piano cui occorre resistere rivendicando la lezione, l’impianto tradizionale della scuola e la centralità dei saperi disciplinari. Una narrazione che si distacca dall’analisi di Russo su due punti significativi. Il primo riguarda l’economia e il mondo del lavoro. Che, come abbiamo visto, è centrale in Russo, mentre ora qualsiasi apertura della scuola al mondo economico è considerata un evidente cedimento al neoliberismo (l’alternanza scuola-lavoro ha indignato, perfino scandalizzato  i docenti di sinistra). Il secondo riguarda la questione dell’uguaglianza. Che Russo aveva il merito di rigettare in modo sincero, mentre ora si afferma che vera uguaglianza è dare allo studente povero strumenti culturali rigorosi, che gli consentano di superare il gap culturale con quelli più fortunati di lui. Una tesi che ha plausibilità solo sulla carta, e si mostra per quella che è appena si mette piede in una classe di una scuola media di periferia

Non sorprende trovare gli stessi temi, le stesse prese di posizione e, soprattutto, lo stesso qualunquistico sprezzo della pedagogia in analisi di destra e di sinistra. Il tratto più significativo del dibattito sulla scuola da noi sembra essere proprio questa convergenza tra posizioni di destra e di sinistra. Si consideri il tema delle competenze. È diffusa anche a sinistra la convinzione che l’insistere sulle competenze o sull’apertura al mondo del lavoro abbiano fatto regredire le conoscenze dei nostri studenti, favorendo di fatto gli studenti provenienti da famiglie privilegiate. Una critica apparentemente di sinistra a quelli che sembrano essere aggiustamenti in senso liberista del sistema scolastico italiano. Le competenze non sono forse quelle di cui ha bisogno il mondo del lavoro? E portare gli studenti a lavorare non vuol dire abituarli allo sfruttamento? In assoluta buona fede, molti docenti di sinistra difendono una scuola delle conoscenze contro la presunta scuola neoliberista delle competenze. Dimenticando che non esiste alcuna vera conoscenza del latino se non si ha la competenza di tradurre un testo dal latino, né si può parlare di alcuna conoscenza dell’italiano se non si ha la competenza di parlarlo e scriverlo correttamente. Non esiste conoscenza autentica senza competenza. Chi polemizza contro le competenze sta di fatto difendendo una scuola delle nozioni: perché nozioni sono, appunto, delle conoscenze prive di competenze. E ribadendo, di fatto, la struttura tradizionale, trasmissiva e autoritaria, della scuola italiana, che da sempre ha, tra i suoi infiniti limiti, quello di non riuscire a favorire alcuna reale uguaglianza sociale. Lo studente povero, si dice, proprio perché parte svantaggiato ha bisogno di una scuola rigorosa, che gli trasmetta conoscenze solide e lo impegni in modo serio e continuo. Non era del resto quella di don Milani una scuola senza domeniche libere? Questo uso reazionario di don Milani è significativo del singolare cortocircuito di molte posizioni di sinistra sulla scuola. Di fatto qualsiasi proposta di cambiamento viene ricondotta a un progetto neoliberista, spesso con veri e propri salti mortali ermeneutici.

La seconda differenza riguarda la protesta dei docenti. La deriva di destra della scuola statunitense è stata arginata grazie al decisivo intervento dei docenti. Una simile mobilitazione in Italia è improbabile. I docenti italiani scioperano poco, anche quando sono indignati. Piuttosto a scendere in piazza sono gli studenti. I docenti reagiscono piuttosto con il boicottaggio. Resistono quotidianamente a qualsiasi tentativo di cambiamento ostinandosi nel fare quello che hanno sempre fatto: la cara vecchia scuola della lezione e dell’interrogazione. I cambiamenti finiscono sulla carta: nei tanti documenti che sono chiamati a produrre, e che costituiscono una scuola di carta parallela alla scuola reale. Si vogliono le competenze? E sia. Si scriverà da qualche parte che il docente lavora alle competenze. E in classe non cambia nulla. Quando occorre, si potranno anche certificare, quelle competenze. Lo si farà agevolmente, ricorrendo a formule predefinite che occorre solo selezionare da un menu a tendina.

Questa sorta di resistenza passiva colpisce più a sinistra che a destra. Perché la destra può fare a meno, in fondo, del coinvolgimento dei docenti: è sufficiente trasferire fondi dalla scuola pubblica a quella privata. Una pratica progressista invece passa inevitabilmente attraverso il ripensamento della pratica di insegnamento, a partire dal suo fondamento: la relazione con lo studente.

Articolo pubblicato su MicroMega, 29 dicembre 2022.

Un figlio

Tra qualche giorno mio figlio Ermes compie un anno. M’ero ripromesso di scrivere molto: di lui, ma soprattutto a lui. Di parlargli nelle mie pagine di diario, avviando un colloquio che ci accompagnerà per tutte le nostre vite. Mi accorgo invece di aver scritto poco; quasi nulla. E per lo più annotazioni per così dire pediatriche: il peso, la temperatura, la crescita.

Perché? Perché sono stato troppo impegnato a cambiargli il pannolino, a inseguirlo per casa quando ha cominciato a gattonare, a cullarlo sperando che si addormentasse. E a giocare con lui. E questo mi è bastato.

Ora sono le nove meno un quarto del mattino. Sta ancora dormendo. Ho qualche minuto, e qualcosa provo a scrivere. Smetterò appena lo sentirò piangere: perché piange sempre quando si sveglia solo nel nostro letto.

Dunque: un figlio. Qui, sulle mie gambe. Gli tengo le mani, gli canto “Ci son due coccodrilli…”. Poi con le mani impersono questi due coccodrilli. La mano destra è Cocco, la mano sinistra è Drillo. Cocco e Drillo parlano tra di loro. Poi litigano. Cocco divora Drillo. Ermes guarda allibito. Poi arriva l’orangotango: e allora bisogna battersi forte il petto. Ma il meglio viene con i due piccoli serpenti, che strisceranno sul suo corpicino, facendolo ridere a crepapelle.

Eccolo qui, Ermes. I suoi occhi enormi, le sopracciglia lunghe e perfettamente disegnate, i capelli folti. La sua espressione attenta, in qualche modo misteriosa, quando…

[Si è svegliato, è sceso dal letto e ha gattonato per la camera da letto piangendo. Bisognerà che continui al prossimo sonnellino.]

Dicevo: a volte c’è un’intensità particolare nel suo sguardo. Come se andasse oltre o altrove. O meglio: insieme andassimo oltre e altrove.

Mio figlio, un figlio. Cos’è?

Quando è nato ho passato un momento difficile. Perché, mi chiedevo, mettere al mondo un figlio? Prima di farlo bisognerebbe essere certi di saper rispondere alla domanda: perché viviamo? Se si mette al mondo un figlio senza sapere perché si vive si dà il proprio contributo a una sorta di cattivo infinito.

So che la questione si risolve facilmente. Il senso appartiene alle cose del mondo. C’è un richiamo universale, x rimanda a y, x trova in y il suo senso. Ma il mondo, l’insieme delle cose, non si lascia trattare così; e ugualmente la nostra vita. Per cui parlare di un senso della vita o di un senso del mondo vuol dire semplicemente applicare all’insieme delle cose una categoria che vale solo per le singole cose.

Soluzione facile, appunto: e dunque insufficiente. Perché la domanda resta. E con essa la sofferenza, la ferita dell’assurdo.

Un figlio. Quello che so, grazie ad Ermes, è che una vita può avere valore assoluto. So bene che qualsiasi vita ha un valore assoluto. Ma è una posizione per così dire teorica. Una di quelle cose che sappiamo, ma non sappiamo davvero. Qui c’è ora, invece, una vita che ha per me un valore realmente assoluto. Un valore di fronte al quale tutto cede. Se Dio ci fosse, non avrebbe per me un valore maggiore. Chi sostiene, come Giovanni della Croce, che le creature sono briciole cadute dalla mensa di Dio, non sa cos’è un figlio. E forse nemmeno cos’è l’amore. E cos’è Dio.

Un essere che ha valore assoluto. E intorno a lui un mondo che quel valore lo assedia, in cui la vita è di continuo prodotta e distrutta, come se a contare qualcosa – forse – fosse il dinamismo dell’insieme, non certo le piccole esistenze che quel dinamismo di continuo crea e distrugge.

Riconoscere dunque l’esistenza di una vita dotata di valore assoluto pone un problema. Che dire di un mondo che nega questo valore? Per i credenti quel mondo non è che apparenza; al fondo c’è un Dio buono che preserva ogni vita, tranne quelle che saranno condannate dalla loro malvagità – o dalla loro mancanza di fede. Una soluzione che in realtà aggiunge violenza a violenza: la violenza religiosa a quella della natura.

La natura, il nome che diamo al modo di funzionare della vita sul nostro pianeta, appare sinistra. Le leggi del mondo sono feroci. E possiamo adattarci ad esse, sottometterci, abituarci a rinunciare a noi stessi, vedendo in ciò la più profonda saggezza. Ma non quando abbiamo un figlio. Posso accettare la mia morte, ma non la morte dell’altro, dal momento in cui ho un figlio.

Un anno fa ero impegnato in una rilettura di Spinoza. Uno dei miei autori; e, con David Hume, il più orientale dei filosofi occidentali. Avvertivo la forza, la potenza, anche la bellezza di una vita che si ponga nell’ordine della natura, sentivo il respiro di una vita che sappia attraversarsi e deporsi nel seno delle cose. Ma non più ora che ho un figlio. Posso attraversare il mio io, svuotarlo e abbandonarlo come un guscio vuoto: ma non quello di mio figlio.

E dunque: vada al diavolo Spinoza. Ho un figlio, e dico no alla natura, all’origine, al principio.

Ermes è Dio della soglia, del confine e del passaggio. E così è. Sta tra i mondi. Questo e quell’altro. Il mondo in cui i fiori appassiscono e i rami cedono all’inverno e quello in cui ogni fiore è eterno. E io sto con lui, grazie a lui, attraverso lui nella ribellione dolce di questo altrove. “E l’altrove è gioia, colori, pace e amore amore amore”, dice Lisi.

Senza fondo

L’essere hegeliano è come qualcuno che si svegli un giorno in una stanza, senza sapere nulla di sé o del mondo. Chi sono io? Perché sono qui? Perché sono? Questo essere così tragicamente gettato in sé stesso cerca disperatamente per la stanza tracce di sé: una foto, una pagina di diario. Qualcosa che gli dica chi è, da dove viene, dove va. E lo trova, dice Hegel. Andando fuori, anzi internandosi, dice: e pare di vederlo sorridere, mentre lo scrive. Trova un’essenza che è il suo passato, ma un passato non temporale. Wesen, gewesen.

Cosa troviamo noi, sul cui dramma è esemplato quello dell’essere? I più pigri, un fondamento, un’origine — un’essenza, in effetti. Dio, da cui proveniamo. Quelli che non si accontentano di soluzioni illusorie frugano in un intrico di atomi, di cellule nervose, di sinapsi. E scoprono che ciò che è più intimo, ciò che è più proprio, il sé che si sta interrogando e sta cercando ansiosamente la sua essenza, la sua origine, il suo fondamento e la sua ragione, non è nulla di reale; nulla che sia oltre qualche processo fisico, l’azione di qualche meccanismo fisico-chimico-elettrico. Il sé, alla ricerca di un fondamento, vede con sconcerto che il suo stesso interrogarsi è illusorio, perché illusorio è lui stesso in quanto interrogante. Trovata chiusa la porta dell’essenza, è ricacciato verso la prima opposizione: essere, non essere. La prima, tragica consonanza: essere è non essere. E nel fondo del tragico, sente, è a volte la gioia.

Entriamo nel merito

Con ogni probabilità nessuno, nella storia del pensiero mondiale, ha affermato il principio del merito con più convinzione del filosofo cinese Mozi. “Nell’amministrare il governo, — si legge nell’opera a lui attribuita — gli antichi re-saggi collocavano in alto le persone moralmente eccellenti ed esaltavano i virtuosi. Se capace, anche un contadino o un artigiano sarebbe stato assunto con un alto rango, remunerato con emolumenti liberali, incaricato di importanti incarichi e autorizzato a emanare ordini definitivi” (Mozi, The Mozi. A complete translation , translated and annotated by Ian Johnston, The Chinese University of Hong Kong, Hong Kong 2010, 8). La meritocrazia era la via sicura per ottenere uno Stato solido, in grado di favorire il bene del popolo, mentre erano ben evidenti i mali derivanti dalla logica del nepotismo e dalla concentrazione del potere e della ricchezza in clan ristretti.

Poiché il nostro Paese ha un evidente problema di potere e ricchezze concentrati in clan ristretti, vien voglia di aderire entusiasticamente al pensiero di Mozi e di nutrire belle speranze per la nuova denominazione del Ministero dell’istruzione voluta dal governo Meloni: Ministero dell’istruzione e del merito. Finalmente nel nostro Paese i poveri, se meritevoli, potranno andare al potere o, se preferiscono, diventare ricchi. Sistematicamente.

Ma le cose non stanno proprio così.

Cos’è il merito a scuola? È senz’altro meritevole uno studente che, appunto, studia. E poi rispetta le regole. È educato e composto. Non crea problemi disciplinari. Fa quello che la scuola gli chiede di fare. Impara? È lecito dubitarne. Chi insegna sa che purtroppo non è scontato che aver preso un buon voto significhi aver imparato davvero. Cosa che è facile constatare provando a chiedere a qualsiasi studente di successo di parlare di un argomento a caso dell’anno precedente. Si scopre, spesso, che le differenze tra chi aveva i voti più alti e chi era perfino insufficiente sono minime.

Continue reading “Entriamo nel merito”

Hitler e il vegetarianesimo

Anni fa la lettura del bellissimo The bloodless revolution di Tristam Stuart mi offrì una prospettiva inedita sul vegetarianesimo di Hitler (ma dovrei dire: sull’hitlerismo in generale). Sono tornato sul tema, leggendomi le Conversazioni a tavola di Hitler, per aprire una finestra in un libro che sto scrivendo sul Diavolo e la violenza cristiana.

In questo libro ho parlato del dispositivo diabolico del cristianesimo, cercando di dimostrare i suoi effetti terribili sulla storia dell’Occidente e del mondo intero. Questo non vuol dire, come è naturale, che si tratti dell’unico dispositivo violento dell’Occidente, né che solo l’Occidente abbia dispositivi simili. Come detto nell’introduzione, ritengo che sia urgente ed importante una riflessione sulle radici culturali della violenza, che sono molteplici e in qualche caso intrecciate tra di loro. Di particolare importanza è scoprire radici violente lì dove sono particolarmente occultate; dove pare che vi sia, al contrario, la radice dell’amore e della benevolenza.

Se dovessi citare un caso simile potrei far riferimento all’esaltazione mistica della Natura e delle sue energie, diffusa nei diversi atteggiamenti riconducibili alla sensibilità new age. Una esaltazione che normalmente fa corpo con una fede cieca nelle cure naturali e la convinzione che la malattia non sia che la conseguenza di una qualche forma di alterazione dell’equilibrio naturale. Frequente è anche la scelta vegetariana o vegana, quando non il crudismo.

Una obiezione frequente, nei confronti dei vegetariani, è che anche Hitler era vegetariano. Si obietta che si tratta di un caso particolarmente rozzo di reductio ad Hitlerum e che Hitler era vegetariano non certo per convinzione personale, ma per ragioni di salute. Questo è falso. Hitler era un vegetariano con tendenze crudiste talmente convinto, da desiderare che anche il suo cane da pastore Blondi diventasse vegetariano (p.571). In un certo senso non è falso che fosse per lui questione di salute; ma non si trattava di guarire da qualche disturbo di salute. Hitler considerava innaturale per l’essere umano il consumo di carne e lo associava alla decadenza. I soldati di Cesare, osservava, non mangiavano carne, e così gli antichi vichinghi (p. 114); ed in natura sono più forti e resistenti gli animali vegetariani. In una conversazione sul futuro dell’umanità, dopo aver affermato che le religioni sono destinate al declino, conclude: “Ma c’è una cosa che posso predire a quelli che mangiano carne: il mondo futuro sarà vegetariano” (p.125).

Continue reading “Hitler e il vegetarianesimo”

La violenza delle radici

Michele Illiceto è intervenuto sull’Attacco del 17 settembre sul mio Dio è falso. Di seguito la mia replica, pubblicata sempre sull’Attacco il 22 settembre, con il titolo Perché Dio è falso.

Sono grato a Michele Illiceto per la sua lunga lettura del mio Dio è falso sull’Attacco di sabato 17 settembre. Sono abbastanza felice che sia riuscito a resistere alla tentazione di convertirsi all’ateismo, come scrive: perché l’obiettivo di quel libro non è quello di convertire chicchessia all’ateismo. In genere gli atei non fanno proselitismo. Si accontentano di poter dire le loro ragioni, una cosa che non è affatto scontata ancora nella nostra società. Ma in quel libro non cerco solo di spiegare le ragioni dell’ateismo. Il punto centrale è un altro, ed ha a che fare con ciò di cui mi occupo da sempre: la violenza.

La mia tesi non è affatto, come sembra ritenere Illiceto, che Dio è falso perché non è razionalmente dimostrabile. Una tesi che sarebbe tutt’altro che peregrina, a dire il vero, ma che richiederebbe una analisi preliminare di cosa è ragione. Nel libro in realtà mi sbarazzo abbastanza rapidamente della questione delle prove razionali, o presunte tali, dell’esistenza di Dio, sia perché esistono intere biblioteche sul tema, sia perché la questione per me è un’altra. A me interessano le ragioni reali della fede e non l’intellettualismo dei teologi. Chi crede in Dio non lo fa perché Dio è razionalmente dimostrabile, perché conosce la prova ontologica di Anselmo o è persuaso da quella cosmologica. Quello in cui si crede non è un Dio razionalmente dimostrabile, un Dio buono. Anzi, un Dio che è il Bene stesso.

Proviamo ad andare oltre la ragione, non senza aver prima osservato che ciò che chiamiamo ragione consiste in una serie di criteri logici che sono stati creati in Occidente per rendere possibile il discorso pubblico su ciò che è vero e ciò che è falso. Criteri ai quali la logica aristotelica ha contribuito in modo determinante e che la Chiesa ha accettato pienamente. Sospendiamo per un po’ la logica corrente e la ragione. Ammettiamo che vi possano essere narrazioni non strettamente razionali e tuttavia significative, profonde, in grado di orientare un’esistenza. Il punto, nel caso del cristianesimo, è che anche sospendendo la logica e facendo una generosa apertura di credito, la storia non torna. E non perché sia piena di offese alla logica e alla ragione — lo è — ma perché è piena di elementi che contraddicono e offendono il suo stesso fondamento.

Continue reading “La violenza delle radici”

L’oscurantismo politicamente corretto di Meta

Qualche anno fa ho letto un libro di Sergio Givone intitolato Quant’è vero Dio. M’è tornato in mente, il libro, qualche mese fa. Finita la stesura di un libro sull’ateismo, restava da decidere il titolo. E ho pensato che se un credente può titolare un libro Quant’è vero Dio, un ateo può titolarlo Dio è falso. Del resto, di questo si tratta. Per i credenti Dio è vero, per i non credenti Dio è falso. Ognuno crede di aver ragione, ma le due affermazioni dovrebbero avere la stessa legittimità.

Mi sbagliavo. Pubblicato il libro, ho pensato di pubblicizzarlo su Facebook. A dire il vero più per curiosità e per capire come funziona. Ed è stata, infatti, una esperienza istruttiva. La pubblicità è stata respinta con motivazioni poco chiare. Ho contattato il supporto Meta per chiederne la ragione. La conversazione è riportata di seguito (per comodità di lettura ho incollato il testo, ma posso naturalmente fornire lo screenshot).

Il libro è stato rifiutato per il contenuto e il titolo. Su Facebook non è possibile pubblicizzare un libro intitolato Dio è falso. Offende la religione. Con buona pace della libertà di pensiero.

Quello che sta accadendo è tanto chiaro quanto inquietante. Siamo in una società multiculturale. Gli individui si identificano sempre più con le culture, le culture si identificano con le religioni e le religioni diventano feudi inespugnabili. In nome della religione si può dire, proclamare, pubblicizzare qualsiasi superstizione, assurdità, atrocità, bizzarria e pretendere un assoluto rispetto. E in nome della religione e della sua inviolabilità si può vietare qualsiasi critica, qualsiasi espressione del libero pensiero. La via del politicamente corretto porta alla discriminazione della libertà di pensiero. Il principio è che se una affermazione, tesi, posizione offende qualcuno, è sbagliata e va vietata. E così l’ateismo sta sullo stesso piano dell’omofobia o del razzismo.

Di seguito la chat con l’assistenza di Meta.

Ciao Antonio , sono Gabriele da Meta Support Pro e sono felice di assisterti. Il numero della tua richiesta di assistenza è 1427551791098856

Salve Gabriele, come scrivevo, non mi è chiaro per quale ragione non è possibile pubblicizzare la pagina “Dio è falso”.

Ciao Antonio non ho nemmeno io il Motivo specifico ma per l Esperienza che ho come Operatore posso dirti che è per la Promozione di contenuti contro la Religione
Facebook non consente in alcun modo di Promuovere contenuti controversi o Discriminatori

E non è possibile su Facebook promuovere contenuti ateisticu?
Ma in questo modo sono discriminato io in quanto ateo.

Questo la si applica nel momento in cui si va a Pubblicizzare, è una politica effettuata data l alta Utenza presente sulla Piattaforma, circa quasi 2 Miliardi di Utenti
Non vedo dove vieni Discriminato essendo che come anche ad altre Persone Religiose ti è stato solo impedito di fare Pubblicità
Inoltre la Pagina ha un nome provocatorio mettendo per assoluto che Dio non esiste
Stessa cosa ovviamente viene applicata se una Pagina si chiama l Ateismo è Falso

La discriminazione è nel fatto che un libro religioso può essere pubblicizzato, un libro ateistico no.

Questa è la Normativa
No non è cosi Antonio
Non c’è nessuna Discriminazione

E in che modo un libro sull’ateismo riguarda caratteristiche personali?

Certamente e hai ragione ma nel momento in cui vai a Pubblicizzare ci sono delle Normative in vigore che non permettono a questo tipo di Contenuti di divenire virali

Certo che c’è. Consentite a chi è religiosi di fare cose vietate a chi è ateo

Dio è Falso è la cosa più che viola le Normative

Normative? Quali? Parliamone
Quale normativa?

Non mi pare, Io non sono religioso per esempio e nel mio Diario Personale condivido ciò che voglio contro o pro alla religione
Ma nel momento in cui vai a Pubblicizzare non puoi mettere in Evidenza questo tipo di Contenuti

I diritti riguardano la sfera pubblica. Se non ho il diritto di pubblicizzare il mio pensiero sono discriminato.

Dio è Falso, ripeto, stai mettendo per assoluto una cosa non provata, che non è verità assoluta ma per alcuni si e per altri no, inoltre è un nome provocatorio

E’ un po’ come dire a un omosessuale che può fare sesso a casa sua, ma non deve farsi vedere in pubblico

No perchè nel momento in cui vai a Pubblicizzare come Azienda Facebook adotta una Politica appunto per le Aziende
Quindi le Normative cambiano

Per me può essere provocatorio un libro intitolato “Dio è vero”.

No perchè se condividi questo genere di cose come contenuti personali sono visibili da tutte le Persone che interagiscono con te

Vorrei capire esattamente quale normativa è applicata nel mio caso.

Ma nel momento in cui vai a Pubblicizzare sei tu che stai dicendo agli altri guardate il mio contenuto, cosa giustissima ma per le Normative Facebook questo tipo di Contenuti non vanno bene

Mi indichi la precisa norma di Facebook?

Come ti ho detto all inizio della Chat non so nemmeno io quale Normativa nello specifico sia stata applicata, ma sto supponendo magari la motivazione
Ti giro le Normative cosi le puoi leggere attentamente
https://www.facebook.com/policies_center/ads?content_id=WzrrJ4A63UJlTK8&ref=sem_smb&utm_source=GOOGLE&utm_medium=fbsmbsem&utm_campaign=PFX_SEM_G_BusinessAds_PT_PT_DSA_Other_Desktop&utm_content=PT_PT_DSA_Other_Desktop&gclid=EAIaIQobChMIpOLs5p-F-gIVEeJ3Ch2JuQIPEAAYASAAEgLMIvD_BwE&utm_term=dsa-1675954003889&utm_ct=EVG
Leggile in questo modo puoi capire tu stesso magari quale sia stata violata, ti ripeto per la 3 volta non ho in possesso la ragione specifica e la Normativa specifica che hai violato

Chi sa in base a quale normativa mi è stato negato il diritto di pubblicizzare il mio pensiero? Posso rivolgermi a qualcuno per saperlo?

Sto solo supponendo

Quindi voi discriminate un utente in base a una norma non specifica, invitando lui stessi a cercare di capire perché è stato discriminato.

https://www.facebook.com/help/contact/164405897002583 Certo puoi provare a scrivere al Team che si occupa delle Pagine nello Specifico
tramite il Link sopra

Va bene. Grazie.
Questa chat è da considerarsi privata?

Limitare la Pubblicità ad una Pagina non costituisce nessuna Discriminazione, la stessa cosa viene eseguita su migliaia di Pagine che violano le Normative
La puoi considerare come vuoi, è soggettivo

Punto di vista tuo. Il mio è diverso. Sarebbe interessante vedere cosa ne pensa un giudice.
Va bene. Buon lavoro.

Infatti, molto vero
Grazie mille per aver contattato il Meta Support Pro
Ti auguro una splendida giornata! Inoltre, al fine di conoscere meglio la nostra piattaforma ti invito a seguire il nostro corso gratuito Blueprint : https://www.facebook.com/business/learn/courses che è stato progettato da Facebook come opportunità di apprendimento per gli inserzionisti e ti consentirà anche di ottenere una certificazione ufficiale, Riceverai un sondaggio per valutare il nostro supporto. Se vuoi, puoi anche compilarlo una volta ricevuta una risposta dal nostro team in modo da poter dare una valutazione completa del supporto ricevuto da noi





Un’intervista

Giusy Capone mi ha intervistato per il suo blog a proposito di Dio è falso. Una breve introduzione all’ateismo.

“Dio è falso” è un’introduzione all’ateismo. Qual è la sua posizione rispetto all’inclusione o all’esclusione della posizione degli agnostici sotto l’ombrello dell’ateismo?

L’agnostico ritiene che, riguardo a Dio, non si possa né affermare né negare. Spesso questa posizione è sostenuta con l’argomento che anche negare Dio, non potendosi dimostrare la non esistenza di Dio, è una forma di fede. Un argomento che però non considera che l’onere della prova spetta a chi afferma, non a chi nega. Spetta a chi afferma che Dio c’è, dimostrarne l’esistenza; e in assenza di prove valide, quella affermazione è falsa.

La mia idea è che l’agnosticismo sia ateismo. L’ateo non nega qualsiasi concezione di Dio. Se qualcuno affermasse che Dio è l’universo, l’ateo non avrebbe nulla da obiettare. Non si può negare a nessuno il diritto di considerare divino l’universo, né si può negare che l’universo esista. Quando si parla di Dio si intende, in Occidente, un essere personale, buono, creatore del mondo e che si prende cura dell’essere umano. Ma, soprattutto, si intende un essere che si rivela, che si rende conoscibile, anche se mai in modo completo. Quando l’agnostico afferma che non possiamo sapere se Dio c’è o meno, di fatto sta negando questo aspetto di conoscibilità e rivelazione, che è uno dei tratti fondamentali del Dio occidentale.

Percepito dai credenti e dalle classi sacerdotali come un pericolo per la Fede, l’ateismo rimane ancora oggi oggetto di timore, rifiuto, avversione. Ebbene, è un pensiero potenzialmente distruttivo per l’ordine sociale costituito?

Vedo che scrive Fede con la maiuscola e ateismo con la minuscola. Fino a quando la Fede sarà maiuscola e l’ateismo minuscolo, in effetti quest’ultimo sarà oggetto di timore, rifiuto ed avversione.

Bisogna chiedersi cos’è l’ordine sociale costituito. Alcuni ritengono che la società così com’è sia buona e giusta. Io penso che non lo sia. Di più: penso che la società occidentale non sia mai stata buona e giusta. Per secoli abbiamo avuto società nelle quali alcuni privilegiati concentravano in sé ricchezza, prestigio e potere, mentre la massa viveva nella povertà più assoluta. Per secoli abbiamo pensato la società in modo gerarchico, come una piramide sorretta dal sacrificio degli ultimi. E questo schema piramidale è stato giustificato e sostenuto dalla religione. Dimenticato il primato degli ultimi, Gesù è diventato il Cristo Re, modello celeste del potere terreno e vertice di una gerarchia spirituale che aveva un preciso corrispettivo nel mondo reale.

Questo sistema, apparentemente ordinato, è in realtà fortemente squilibrato, e dunque disordinato. Per me è ordinata quella società nella quale le risorse, il potere, il prestigio siano distribuiti in modo uguale tra tutti i componenti. È un tipo di società che non sarà possibile fino a quando non metteremo seriamente in discussione i principi sui quali continua a basarsi la nostra società, nonostante le profonde e rapide trasformazioni che sono sotto gli occhi di tutti. In questo senso considero l’ateismo anarchico: perché contesta la violenza dell’archè, del principio, dell’origine del nostro (dis)ordine sociale.

Spinoza, Meslier, Hume, Feuerbach, Nietzsche, Rensi, Onfray , Odifreddi, Vanini, Dawkins: nomi citati in bibliografia. Professore, quali tratti sono comuni agli argomenti razionalistici elaborati contro i testi sacri dei tre principali monoteismi?

Dal Trattato teologico-politico di Spinoza – che aveva il vantaggio di conoscere l’ebraico – in poi si è trattato semplicemente di trattare il testo sacro come qualsiasi altro testo: evidenziandone le contraddizioni, la complessa formazione, le interpolazioni, e considerandoli come espressione di una società lontana dalla nostra. Una cosa che oggi riconoscerà qualsiasi biblista. La differenza è che i credenti sono costretti a conciliare in qualche modo questa materialità, diciamo così, della Scrittura con il suo carattere sacro. Quello che piace, dunque, viene selezionato e riproposto ossessivamente ai fedeli, magari non senza qualche aggiustamento (si pensi alla libera rielaborazione dei dieci comandamenti), mentre quello che non piace (ad esempio le istruzioni per vendere la propria figlia come schiava, che si trovano subito dopo i dieci comandamenti) viene considerato espressione della cultura dell’epoca, come avvertirà senza alcuna apparente inquietudine una nota a piè pagina. Il problema è che nella Bibbia le istruzioni per vendere la propria figlia come schiava, o l’indicazione di uccidere le persone omosessuali, fanno parte della Legge di Dio esattamente come i dieci comandamenti. E se fossi credente questa operazione non lascerebbe tranquilla la mia coscienza.

Matrimonio, divorzio, diritti civili, discriminazioni, amore, sessualità. Il concreto vivere quotidiano in qual misura è regolato da norme religiose?

Nella misura in cui noi permettiamo che sia regolato da norme religiose. Praticamente tutto ciò che consideriamo progresso in tutti questi campi è stato ottenuto contro la religione. Non c’è un solo progresso nei diritti civili degli ultimi decenni che sia stato promosso dalle religioni. E non c’è progresso che non sia minacciato dalle religioni. La follia della Russia di Putin è eloquente: il patriarca Kirill che dichiara guerra alla civiltà occidentale, la cui decadenza è dimostrata dai diritti delle persone omosessuali, non è un folle fuori dalla storia. È un cristiano, semplicemente. Dice in modo meno diplomatico la stesse cose del Catechismo della Chiesa cattolica.

Professore, in mancanza di un Dio, quantunque truculento, feroce, efferato, a cui aggrapparsi come si  affronta il disagio, l’assenza di certezze, il dolore?

Aggrapparsi non è una grande idea. Come non è una grande idea decidere la propria visione del mondo lasciandosi guidare dalla paura. Il negativo fa parte della nostra vita. Qualsiasi tentativo di eliminarlo si ritorce contro noi stessi, perché ci porta a eliminare una componente importante della nostra umanità. Siamo esseri umani in quanto mortali, esposti alla sofferenza e all’incertezza. Possiamo far scomparire tutte queste cose con un colpo di mano metafisico, ma questo non ci renderà migliori. Ci farà vivere piuttosto una vita illusoria e inautentica.

La mafia e la città inesistente

L’Attacco di oggi ha in prima pagina un’intervista all’ex capo della Digos. Che dice che no, Foggia non è una città mafiosa. Certo, c’è la mafia, ma la città è un’altra cosa.

La mafia foggiana è diversa dalle altre mafie. E’ nata per derivazione dalla camorra, in quella maledetta riunione all’hotel Florio del 5 gennaio 1979 voluta da Raffaele Cutolo. È dunque una mafia giovane, senza grandi tradizioni, e pertanto, si direbbe, senza alcun profondo radicamento nel territorio. Questo vuol dire che sarebbe facile, volendolo, sradicarla.

C’è un’altra ragione di debolezza della mafia foggiana. La mafia è sempre, anche, un sistema politico di gestione del territorio, cosa che implica il controllo dell’ordine pubblico. La mafia contrasta la piccola criminalità, sia come servizio, diciamo così, che per evitare l’intervento dello Stato che potrebbe ostacolare le sue attività. A Foggia non solo questo non avviene – la microcriminalità è probabilmente la più alta in Italia – ma la mafia stessa è visibile, rumorosa, oppressiva. Non una mafia law and order, ma davvero un gangsterismo che _schiaccia_ letteralmente la città.

Perché la città non si libera da una presenza che la schiaccia e che non è così radicata? Le ragioni sono tre.

La prima è la mancanza di un qualsiasi senso di comunità e l’eccezionale capacità di distrazione del foggiano medio. Al quale non crea grandi problemi l’ammazzatina sotto casa, se può continuare con il suo rituale delle paste domenicali, della partitina a carte con gli amici, dello struscio per corso Vittorio Emanuele. I foggiani amano riempirsi la bocca con espressioni come “orgoglio foggiano”, ma di fatto non hanno alcun orgoglio per la propria città. La quale propriamente non esiste. Foggia è un insieme di individui. Gli unici collanti sociali sono la Chiesa e il calcio. Ma evidentemente non bastano. L’azione della Chiesa crea l’irresponsabile baciapile, quella del calcio il tifoso: e né con il baciapile né con il tifoso crei una comunità.

La seconda ragione è nella struttura di classe della società foggiana. Foggia è una delle città italiane con una più ampia presenza di sottoproletariato. Interi quartieri sono storicamente sottoproletari o si sono sottoproletarizzati negli ultimi decenni. E sul sottoproletariato la mafia esercita un fascino irresistibile: consente di raggiungere in modo efficace gli scopi sociali ed economici che sarebbe estremamente difficile ottenere per altre vie.

La terza ragione è nella mancanza di fiducia sistemica. E qui la responsabilità è tutta politica. Generazioni di stramaledetti figli di puttana hanno governato la città sostituendo il diritto con il favore. Per un foggiano ormai questo è un dato acquisito: anche se siamo in Italia, un paese democratico, non esiste in realtà alcun diritto. Nulla che possa essere ottenuto per il solo fatto di essere cittadini. Tutto va ottenuto grazie alle conoscenze giuste. E una società in cui la fiducia non è sistemica, ma posizionale, è intrinsecamente mafiosa. Checché ne dica l’ex capo della Digos.

Dio è falso

Ho lavorato lo scorso luglio a un opuscolo sull’ateismo che è cresciuto fino a diventare un libro: Dio è falso. Una breve introduzione all’ateismo, uscito con il mio progetto libertario endehors. Il libro è disponibile in ebook e cartaceo presso tutti gli store online: La Feltrinelli, IBS, Kobo, Amazon, StreetLib.

Ringrazio intanto Marco Trainito per questa bella recensione in anteprima (dal suo profilo Facebook).

La copertina

Sulla miseria morale del Dio biblico

Ho avuto il privilegio di poter leggere in anteprima questo brillante pamphlet dell’amico Antonio Vigilante, che sta per essere pubblicato in versione sia cartacea che digitale. Non si tratta solo di una rapida sintesi dei più noti argomenti razionalistici contro i testi sacri dei tre principali monoteismi che l’Occidente ha elaborato – diciamo – da Vanini a Dawkins (entrambi citati nella “bibliografia minima” posta in chiusura, insieme a Spinoza, Meslier, Hume, Feuerbach, Nietzsche, Rensi, Onfray e Odifreddi). Vigilante è filosofo e pedagogista, conosce l’ebraico ed è soprattutto un cultore della spiritualità orientale, e questo lo spinge a focalizzare l’attenzione soprattutto sugli aspetti etici delle dottrine religiose esaminate. Dopo una carrellata sulle classiche argomentazioni filosofiche contro l’idea stessa di un qualsiasi dio, il lettore è guidato nel luna park dell’orrore dell’Antico Testamento, in cui il dio ebraico appare in tutta la sua ferocia, a tratti persino grottesca: un creatore che ordina e compie in prima persona stragi pantagrueliche, tradisce il suo stesso popolo eletto, si contraddice platealmente e rivela tratti comportamentali di un infantilismo molesto e profondamente immorale.
Ma non è qui che Vigilante offre i suoi contributi più originali. La sua analisi diventa di notevole interesse filosofico-morale laddove decostruisce il dispositivo di discorso neotestamentario, rivelandone la natura intimamente violenta. Contro la vulgata che vede nel messaggio di Gesù una rivoluzione etica all’insegna dell’amore universale e di una nuova immagine di Dio, più conciliante e “umana”, Vigilante mette in luce il meccanismo della demonizzazione e della conseguente disumanizzazione del diverso che sta alla base del messaggio cristiano e che sfocia in una vera e propria metafisica del Nemico, in nome della quale chi non è già da sempre “con” Gesù è ipso facto esposto all’odio e alla cancellazione in questa vita e alla dannazione eterna nell’altra.
Per fare un esempio di come persino le prime comunità cristiane praticassero un’etica che oggi non può non farci inorridire, vale la pena leggere per intero la storia poco nota di Anania e Saffira, sulla quale giustamente Vigilante richiama l’attenzione. È narrata in Atti 5: 1-11 e questa è la versione della Bibbia CEI:

1 Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffìra, vendette un terreno 2e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. 3Ma Pietro disse: “Anania, perché Satana ti ha riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? 4Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. 5All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. Un grande timore si diffuse in tutti quelli che ascoltavano. 6Si alzarono allora i giovani, lo avvolsero, lo portarono fuori e lo seppellirono.
7Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dell’accaduto. 8Pietro le chiese: “Dimmi: è a questo prezzo che avete venduto il campo?”. Ed ella rispose: “Sì, a questo prezzo”. 9Allora Pietro le disse: “Perché vi siete accordati per mettere alla prova lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta quelli che hanno seppellito tuo marito: porteranno via anche te”. 10Ella all’istante cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta, la portarono fuori e la seppellirono accanto a suo marito. 11Un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in tutti quelli che venivano a sapere queste cose.

Già Voltaire aveva fatto riferimento a questo episodio nella voce “Pietro” del suo “Dizionario filosofico” (1764), scrivendo:

Casaubon non poteva approvare il modo in cui Pietro trattò il buon Anania e sua moglie Safira. Con che diritto, dice Casaubon, un giudeo schiavo dei Romani ordinava o tollerava che tutti coloro che credevano in Gesù vendessero le loro fortune e mettessero ai suoi piedi il loro ricavato? Se qualche anabattista a Londra si facesse portare ai suoi piedi tutto il denaro dei suoi confratelli, non sarebbe arrestato come seduttore sedizioso, come ladrone che non si mancherebbe di mandare a Tyburn? Non è orribile far morire Anania perché avendo venduto i suoi beni e avendone consegnato il denaro a Pietro, aveva trattenuto per sé e sua moglie, senza dirlo, qualche scudo per sovvenire alle loro necessità? Subito dopo che Anania è morto, arriva sua moglie. Pietro, invece di avvertirla caritatevolmente che ha appena fatto morire suo marito di apoplessia per aver tenuto per sé qualche obolo, e di dirle di badare bene a se stessa, la fa cadere in trappola. Le chiede se suo marito ha dato tutto il suo denaro ai santi. La brava donna risponde di sì, e muore sul colpo! (ebook Newton Compton 2012).

Aggiunge Vigilante, dopo aver richiamato il commento di Voltaire:

Che i due poveri coniugi siano stati uccisi realmente da Dio è, diciamo così, assai improbabile; non sarebbe certo una tesi, ripeto, valida in un processo. Ma se anche così fosse, le conclusioni sarebbero di non poco conto. Significherebbe che Dio è un essere terribilmente malvagio, che punisce con la morte una colpa risibile e comprensibile, come è con ogni evidenza questa. Di più: Dio guarda più al male che al bene. Perché Anania e Saffira hanno mentito, ma hanno anche dato i loro beni alla Chiesa. Perché Dio guarda il male, ingigantendolo, e non il bene fatto?
Lo scenario realistico è un altro. I due coniugi sono stati uccisi perché, con il loro comportamento, avevano disobbedito all’imperativo della setta di consegnare loro tutti gli averi. Ed è un episodio che illumina con una luce inquietante anche il cosiddetto comunismo primitivo dei cristiani. Per secoli i cristiani hanno ritenuto che la Chiesa delle origini fosse assolutamente pura, corrompendosi poi con il passare del tempo; e quale segno di questa purezza è sempre stata considerata la comunione dei beni. Molto più probabilmente questa comunione dei beni non era diversa dalla voracità che sempre caratterizza le sette religiose, che dopo essersi accaparrate le anime allungano le mani sui beni degli adepti, fino a spogliarli sia delle prime che dei secondi.

A tutto ciò Vigilante, consapevole che solo un dio clamorosamente inesistente può pretendere che si abbia fede in lui, oppone un’apologia dell’ateismo critico e ragionevole, e, da grande frequentatore del buddismo e del peculiare cristianesimo di Tolstoj, ovvero delle filosofie pratiche più autenticamente etiche, anche se legate a un qualche sistema di credenze religiose, raccomanda di non cedere mai alla tentazione di cadere nel fanatismo opposto.

Marco Trainito

Docenti: differenziare, non gerarchizzare

“È finalmente giunta nel mondo della scuola un’innovazione che rompe l’egualitarismo”, leggo nell’incipit di quello che, a mia conoscenza, è l’unico articolo che discuta seriamente l’idea del docente esperto.[1] Ed è un incipit tristissimo per chi, come me, crede che l’uguaglianza sia un valore importante, se non il più importante di tutti. Di mali la scuola ne ha infiniti, ma l’egualitarismo è davvero l’ultimo. Mi piacerebbe poter dire che le scuole italiane sono meravigliose comunità di eguali, impegnate nell’impresa solidale di istruire ed educare, ma mentirei. Non c’è alcuna reale comunità, salvo poche lodevoli eccezioni. Più che al comunismo anarchico, le scuole fanno pensare all’individualismo libertario: ogni docente è una monade, chiuso nella sua classe, nella sua disciplina e nel suo metodo. Ma anche con questi limiti, mi terrei stretta questa orizzontalità. Che non è nemmeno completa, perché ci sono comunque docenti che hanno la certezza di esserci anche il prossimo anno ed altri che non sanno invece dove saranno, così come permane una certa percezione inferiorizzante dei docenti di sostegno.

Un docente non ha prospettive di carriera. Avrà aumenti di stipendio solo in base all’anzianità. E questo è un male, si dice. E può essere. Ma non è il male peggiore.

Il male peggiore è che tutti i docenti facciano le stesse cose, come se la scuola non avesse bisogno di valorizzare competenze specifiche. Molti docenti hanno un dottorato di ricerca. Un titolo di studio che certifica una competenza di altissimo livello, che però alla scuola non interessa. A nessuno è venuto nemmeno in mente di prendere in considerazione il possesso del dottorato, per selezionare i docenti esperti. Mi piace pensare ad una scuola che consenta a chi ha un dottorato di dedicarsi alla ricerca insieme all’insegnamento. Oggi essa è rigorosamente riservata all’Università. Chiunque, con attitudine, passione e competenze adeguate a far ricerca, non riesca a entrare nel mondo universitario, è condannato al dilettantismo. La scuola trasmette il sapere, non lo crea. È un errore madornale. Ed è l’errore da cui scaturisce quel tanfo di stantio della cultura scolastica.

Più che i docenti esperti, ci servono i docenti ricercatori, cui la scuola dia il tempo e l’agio di studiare, insieme ed oltre l’insegnamento, in sinergia con le Università ed altri enti di ricerca. Ma abbiamo bisogno anche di docenti che facciano ricerca nella didattica della loro disciplina e che si documentino, studino, sperimentino nell’interesse della scuola.

Abbiamo bisogno, ancora, di docenti che sappiano leggere il territorio, che abbiano le competenze per comprendere dove nasce un insuccesso scolastico, quali sinergie attivare per affrontare una povertà educativa, come aprire la scuola alla comunità.

E poi abbiamo bisogno di competenze manageriali: il middle management di cui si parla tanto. Docenti che collaborano con i dirigenti nella gestione quotidiana della scuola, occupandosi di faccende per lo più noiosissime, ma senza le quali la scuola non funzionerebbe.

Abbiamo bisogno, più di qualsiasi altra cosa, di pensare le scuole come sistemi di apprendimento e autoformazione per i docenti, contesti di sviluppo umano e professionale. La carriera del docente esperto è ridicola ed umiliante non solo perché alla fine di un percorso ad ostacoli il vincitore riceverà un obolo piuttosto misero, ma perché sarà diventato esperto grazie ad anni di dedizione ai corsi indicati dal Miur. Ed è senz’altro curiosa l’idea di un lavoratore che diventa esperto non grazie al suo lavoro, nel suo contesto, gettandosi mente e corpo nella sua fatica quotidiana, ma per la semplice dedizione all’arte di star seduto a un banco, vita natural durante.

[1] P. Fasce, Introdurre il docente esperto è il minimo che si possa fare per ridare vita alla scuola, in “Linkiesta”, 9 agosto 2022, url: https://www.linkiesta.it/2022/08/docente-esperto-scuola-italia/

L’autoassoluzione della Chiesa in Canada

Tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli anni Novanta del secolo scorso il governo canadese ha costretto i bambini appartenenti a famiglie di nativi americani a frequentare un sistema di scuole gestito da diverse Chiese cristiane, l’Indian residential school system. Il compito di queste scuole era quello di far sì che i bambini dimenticassero la loro cultura di origine e venissero formati secondo la cultura e la religione dominante. Questa violenza culturale, già terribile, è tuttavia solo parte della violenza che questi bambini si trovarono a subire. Sequestrati alle famiglie, sottoposti a maltrattamenti ed abusi sessuali, sterilizzati, racchiusi in edifici malsani, tenuti in condizioni igieniche precarie, migliaia di questi bambini – in alcuni periodi addirittura più della metà degli ospiti – hanno perso la vita negli anni in queste scuole più simili a lager che a istituzioni educative. Quelli che sono sopravvissuti hanno trovato, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la forza per denunciare ciò che hanno subito ed avviare le ricerche su quello che appare come un vero genocidio.

La Truth and Reconciliation Commission of Canada, nata nel 2007 per accertare la verità e favorire la riconciliazione nazionale, ha chiesto da tempo a papa Francesco di chiedere perdono per il coinvolgimento della Chiesa cattolica. Il viaggio apostolico dei giorni scorsi intendeva venire incontro a questa richiesta. Ma lo ha fatto in modo del tutto insoddisfacente.

Sin dai tempi di Giovanni Paolo II la richiesta di perdono papale – quasi ormai un genere letterario – segue uno schema autoassolutorio: una succinta ed eufemistica descrizione della colpa; una lettura della stessa che la riconduce alla ben nota imperfezione della natura umana; una lunga celebrazione della grandezza della Chiesa. Il viaggio apostolico di papa Francesco in Canada non fa eccezione.

In Canada il papa ha fatto tre cose. Ha chiesto scusa. Ha sottolineato, con una scelta attenta dei termini, che quello che è accaduto non è opera della Chiesa come istituzione, ma di singoli cattolici. E ha usato strumentalmente i valori, reali o presunti, della comunità nativa canadese come conferma dei valori cattolici.

Il punto fondamentale, per i nativi, è la mancanza di ammissione di una responsabilità istituzionale della Chiesa cattolica. In un primo discorso del 25 luglio presso la Chiesa del Sacro Cuore di Edmonton ha fatto ricorso alla parabola della zizzania:

E al tempo stesso, non dobbiamo dimenticare che anche nella Chiesa al grano buono si mescola la zizzania. Anche nella Chiesa. E proprio a causa di questa zizzania ho voluto intraprendere questo pellegrinaggio penitenziale, e cominciarlo stamani facendo memoria del male subito dalle popolazioni indigene da parte di tanti cristiani e chiedendone perdono con dolore. Mi ferisce pensare che dei cattolici abbiano contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento che veicolavano un senso di inferiorità, derubando comunità e persone delle loro identità culturali e spirituali, recidendo le loro radici e alimentando atteggiamenti pregiudizievoli e discriminatori, e che ciò sia stato fatto anche in nome di un’educazione che si supponeva cristiana. (1)

Analizziamo queste parole. Anche nella Chiesa c’è la zizzania. Quell’anche, che il papa sottolinea ripetendolo, vuol dire che la zizzania c’è soprattutto fuori dalla Chiesa, ma purtroppo la Chiesa non riesce ad esserne immune del tutto. Ed è per questo che dei cattolici hanno contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento. I responsabili sono dunque solo alcune persone, incidentalmente di fede cattolica, che si sono limitate a contribuire ad azioni che sono state intraprese da altri. Il resto del discorso è un’autocelebrazione della Chiesa.

Due giorni dopo, il 27 luglio, papa Francesco incontra le autorità civili presso la “Citadelle de Québec”. Non è più in una parrocchia: ci si aspetterebbe un discorso più serio e meno autocelebrativo. Tutt’altro.

Il papa esordisce con una polemica qualunquistica contro il mondo contemporaneo, l’individualismo, l’incapacità di ascoltare, la frenesia eccetera, cui contrappone la saggezza arcaica dei popoli nativi, capaci “di porsi in ascolto di Dio, delle persone e della natura”. Quindi entra in argomento. Vediamo come:

Questi insegnamenti vitali, tuttavia, sono stati violentemente avversati in passato. Penso soprattutto alle politiche di assimilazione e di affrancamento, comprendenti anche il sistema scolastico residenziale, che ha danneggiato molte famiglie indigene, minandone la lingua, la cultura e la visione del mondo. In quel deprecabile sistema promosso dalle autorità governative dell’epoca, che ha separato tanti bambini dalle loro famiglie, sono state coinvolte diverse istituzioni cattoliche locali; per questo esprimo vergogna e dolore e, insieme ai Vescovi di questo Paese, rinnovo la mia richiesta di perdono per il male commesso da tanti cristiani contro le popolazioni indigene. Per tutto questo chiedo perdono. È tragico quando dei credenti, come accaduto in quel periodo storico, si adeguano alle convenienze del mondo piuttosto che al Vangelo. Se la fede cristiana ha svolto un ruolo essenziale nel plasmare i più alti ideali del Canada, caratterizzati dal desiderio di costruire un Paese migliore per tutta la sua gente, è necessario, ammettendo le proprie colpe, impegnarsi insieme a realizzare quanto so che tutti voi condividete: promuovere i legittimi diritti delle popolazioni native e favorire processi di guarigione e di riconciliazione tra loro e i non indigeni del Paese. (2)

Ancora qui i termini sono eufemistici. Nessun accenno ai bambini morti, alle sevizie, alle violenze sessuali. Se il discorso finisse nelle mani di qualcuno che non ha mai sentito parlare di quello che è accaduto in Canada, mai riuscirebbe a farsi un’idea della sua gravità. Anche qui la riduzione della responsabilità: il sistema è stato promosso dal governo ma sono state coinvolte diverse istituzioni cattoliche locali. Questione di parrocchie, nulla più. Poi torna il ragionamento del discorso precedente, presentato in modo più chiaro. Quello che è accaduto è che la Chiesa si è adeguata alle convenienze del mondo. È il mondo ad essere cattivo. La Chiesa è buona, pura, spirituale, ma purtroppo vive nel mondo, e qualche volta, come è accaduto in Canada a qualche parrocchia, non riesce a non farsene contaminare. Ma la Chiesa, nessuno potrà negarlo, è grande. È stata essenziale “per plasmare i più alti ideali del Canada”, dice. E poi cambia subito discorso, lanciandosi in un discorso sul mondo contemporaneo.

A conti fatti, al genocidio dei bambini nativi canadesi sono dedicate meno di una decina di righe nella trascrizione dei discorsi. Nell’ultimo, prima di ripartire, ribadisce:

Anche oggi, anche qui, vorrei dirvi che sono molto addolorato e desidero chiedere perdono per il male commesso da non pochi cattolici nelle scuole che hanno contribuito alle politiche di assimilazione culturale e di affrancamento. (3)

Papa Francesco non è andato in Canada a chiedere perdono. È andato in Canada ad assolvere la Chiesa come istituzione e il cattolicesimo come visione del mondo. Della bontà ahimè non incontaminabile e tuttavia salda della prima e della santità del secondo non è possibile dubitare.

Non sorprende che la visita del papa abbia lasciato l’amaro in bocca. Mussay Sinclair, senatore che ha presieduto la Truth and Reconciliation Commission, ha dichiarato che il papa ha lasciato “un buco profondo nel riconoscimento del pieno coinvolgimento (full role) della Chiesa nel sistema delle scuole residenziali, attribuendo la colpa a singoli membri della Chiesa”. (4)

Ma non si tratta solo di questo. Quella delle scuole residenziali è stata una violenza istituzionale che aveva una precisa giustificazione culturale. Condannarla come violenza di alcuni singoli non solo assolve l’istituzione, ma impedisce qualsiasi riflessione sulla violenza culturale che l’ha sorretta e giustificata.

E invece una reale riconciliazione non può che partire da una domanda: perché? Perché i cattolici, i cristiani in generale sono stati così violenti? Cosa ha spinto a non vedere in un bambino nativo un essere umano? Da dove veniva quella ferocia?

La risposta a questa domanda è nella parabola stessa che il papa ha evocato nella parrocchia, parlando ai nativi. La parabola della zizzania, che è una sintesi efficace della violenza del Vangelo. C’è un uomo che ha seminato del grano. Qualcuno però nella sua terra ha seminato zizzania insieme al grano. Cha fare? Raccogliere la zizzania? Ma c’è il rischio di sradicare anche il grano. “Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”, dice Gesù (Matteo, 13 30).

In questa parabola è di persone che si sta parlando. Di persone che sono grano e di persone che sono zizzania. Di persone che quando giungerà il Regno finiranno nel granaio e di persone che invece saranno legate e bruciate. Gesù invita a non raccogliere. Ma è un invito destinato, nella storia della cristianità, a restare inascoltato. Se alcune persone sono zizzania, se sono state piantate dal Maligno stesso, la tentazione di sradicarle subito, per ripulire il mondo dalla loro insidia, è irresistibile.

È questo che è accaduto, tra l’altro, nel Nuovo Mondo. Quando gli europei vi si trasferiscono, interpretano la loro vicenda storica alla luce della Bibbia. I cristiani sono il nuovo Israele che si fa strada nella terra del Diavolo. Scrive a fine Seicento il pastore Cotton Mather:

Gli abitanti della Nuova Inghilterra sono il popolo di Dio che si è insediato in quelli che un tempo erano i territori del Diavolo; e si può facilmente supporre che il Diavolo sia stato fortemente irritato, quando si è accorto che questo popolo stava adempiendo l’antica promessa fatta al nostro Gesù, che Avrai in possesso le terre più lontane. (5)

Il nativo americano non è diverso dal cananeo: è un essere corrotto, demoniaco, che non appartiene alla comune umanità. E che va sterminato, come propone nel Settecento il giurista Hugh Henry Brackenridge per quegli “animali volgarmente chiamati indiani”. (6)

Le azioni di una istituzione come la Chiesa cattolica si inseriscono in una storia. Il papa è l’ultimo successore di Pietro; c’è una linea di continuità che va dal primo papa fino a lui, ed è questa linea che giustifica la sua posizione. Ma non è l’unica linea. C’è anche una linea di continuità che va dalla violenza disumana di cui raccontano i primi libri della Bibbia – la storia di un popolo che Dio guida contro altri popoli, eccitandolo allo sterminio anche di donne e bambini – e dalla convinzione evangelica che il mondo si divina in salvati e dannati, esseri umani che sono da Dio ed esseri umani che sono dal Diavolo, alla lunga successione di atrocità di cui si sono resi responsabili i cristiani.

Fino a quando i cristiani non si libereranno dall’idea che un essere umano possa essere zizzania, la violenza cristiana sarà sempre possibile. E fino a quando non si metteranno seriamente in discussione radici dottrinali e scritturali – ma occorre dire: ideologiche – della violenza ogni richiesta di perdono non è che una facile autoassoluzione.

Note

(1) Viaggio Apostolico in Canada: Incontro con le popolazioni indigene e con i membri della Comunità Parrocchiale presso la Chiesa del Sacro Cuore (Edmonton, 25 luglio 2022), url: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/july/documents/20220725-incontroedmonton-canada.html
(2) Viaggio Apostolico in Canada: Incontro con le Autorità Civili, con i rappresentanti delle Popolazioni Indigene e con il Corpo Diplomatico presso la “Citadelle de Québec” (27 luglio 2022), url: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/july/documents/20220727-autorita-canada.html
(3) Viaggio Apostolico in Canada: Incontro con i giovani e con gli anziani nel piazzale della scuola elementare (Iqaluit, 29 luglio 2022), url: http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/july/documents/20220729-giovani-anziani-iqaluit.html
(4) A. Woods, ‘A deep hole’ — Murray Sinclair, Romeo Saganash harshly criticize Pope’s apology, in “Toronto Star”, 26 luglio 2022, url: https://www.thestar.com/news/canada/2022/07/26/pope-franciss-apology-fails-to-meet-truth-and-reconciliation-call-to-action-sinclair.html
(5) C. Mather, The Devil in New England, da The Wonders of the Invisible World, 1693, On-line: https://www.bartleby.com/400/prose/202.html. Il riferimento biblico è a Salmi, 2:8.
(6) D. Losurdo, L’ebreo, il nero e l’indio nella storia dell’Occidente, QuattroVenti, Urbino 1999, p. 9.

Il tempo dell’IArte

In questi ultimi mesi si sta attuando una rivoluzione silenziosa che con ogni probabilità avrà conseguenze notevoli sulla vita di tutti. L’Intelligenza Artificiale (IA) è usata da anni nei settori più vari: dalla salute ai trasporti alla gestione degli elettrodomestici. Sono ormai di uso comune dispositivi di IA che, al solo comando della voce, accendono o regolano l’intensità della luce, diffondono musica o consigliano cosa preparare per cena. Ora si stanno sperimentando le applicazioni dell’IA nella creazione di immagini partendo da un testo. I programmi sono diversi, e alcuni ancora in fase di test: Imagen (https://imagen.research.google), DALL-E 2 (https://openai.com/dall-e-2), e Midjourney (https://www.midjourney.com). Imagen non è ancora aperto agli utenti, DALL-E 2 è accessibile solo ad alcuni utenti selezionati, mentre Midjourney da qualche giorno può essere provato da tutti. Le mie osservazioni sono basate sull’uso di Midjoruney. Chi ha avuto modo di testarlo, afferma che i risultati con con DALL-E sono simili per quanto riguarda il livello qualitativo delle immagini, anche se con qualche differenza nello stile.

Partiamo da qui: il livello qualitativo. Che è altissimo. Se a un primo uso Midjourney può dare risultati banali e artisticamente poco interessanti, dopo una pratica sufficiente l’algoritmo è in grado di generare immagini impressionanti per la qualità artistica, la complessità e la bellezza.

Come funziona? L’algoritmo attinge a un ampio archivio di immagini e di stili, ai quali ricorre per soddisfare la nostra richiesta. Questo vuol dire che, quando inseriamo un testo per richiedere un’immagine, di fatto stiamo navigando nel nostro immaginario collettivo. O in una porzione di essa.

Per creare un’immagine occorre fornire all’IA informazioni sui contenuti dell’immagine, lo stile, il formato, le condizioni di illuminazione, i materiali, il tipo di risoluzione desiderata, e così via. Questa è all’esempio l’immagine che ho ottenuto provando a descrivere la scena finale di Solenoide di Mircea Cărtărescu, dando le indicazioni di stile che mi sembravano adatte.

I risultati saranno tanto più originali quanto più dettagliata, precisa e complessa sarà la richiesta. Al contrario, indicazioni vaghe forniranno una rappresentazione dell’immaginario collettivo, o meglio della particolare visione che ne ha l’algoritmo. Se si inserisce ad esempio il testo “God” si ottiene l’immagine di un uomo anziano, ma spesso anche una croce. Queste quattro immagini, ad esempio, sono proposte dall’IA con la sola indicazione del soggetto, “God”, e dello stile, “risograph” (una particolare tecnica di stampa):

Si tratta di due figurazioni che riflettono l’immaginario occidentale, ebraico-cristiano, e questo costituisce un limite evidente di un software che si rivolge ad utenti non solo occidentali. Del resto, quale sarebbe l’alternativa? Le figurazioni del divino sono talmente diverse, che ci si troverebbe nella semplice impossibilità di rispondere a una simile richiesta. La scelta è stata quella, oggettivamente etnocentrica, di lasciare una immagine ebraico-cristiana per “God”, consentendo poi di creare immagini di altre divinità inserendo i loro nomi. Per rispetto verso i musulmani, la parola “Allah” è invece vietata.

Non è l’unica parola vietata. Sono vietate su Midjourney le parole che potrebbero servire per creare immagini pornografiche (come “naked”) o eccessivamente cruente (come “severed”). Si tratta di un limite comprensibile in un programma che è ancora in fase di test, e che rischierebbe altrimenti di essere travolto dalla polemiche, e che lo rende peraltro abbastanza sicuro da usare in ambito scolastico.

Si può considerare arte quella creata in questo modo? La questione ripropone evidentemente quella che si pose ai tempi dell’invenzione della fotografia. Come scrive Francesco d’Isa,

Anche all’epoca dei primi dagherrotipi infatti ci si chiedeva se era possibile che uno strumento che con tanta facilità creava una rappresentazione realistica del mondo fosse in grado di generare delle opere d’arte. 1

Oggi sappiamo che un fotografo può essere un artista, anche se non chiunque fotografi è, per ciò stesso, un artista. Si può fotografare bene o male. Si può fotografare per documentare o per fare vera a propria arte. Sappiamo anche, però, che la fotografia e poi il cinema hanno cambiato il nostro immaginario. E tutto lascia supporre che la stessa cosa accadrà con programmi come Midjoruney.

Alcuni, presumibilmente la maggioranza, useranno il mezzo con risultati modesti. Altri creeranno vera e propria arte – quella che potremmo chiamare IArte. E qualcuno obietterà che di vera arte non si può parlare. Siamo in fondo ancora condizionati dalla concezione romantica del genio, dell’essere umano eccezionale che ergendosi sopra la massa dà vita all’opera d’arte. La quale dev’essere frutto di fatica e sacrificio, e soprattutto apparire assolutamente originale. Come può essere un artista chi si limita a descrivere una scena a un software?

Per rispondere a questa domanda occorre considerare come funziona la letteratura. Il rapporto che esiste tra lo scrittore e il lettore è lo stesso che esiste tra chi descrive la scena all’IA e l’IA stessa. Quando leggiamo un romanzo, traduciamo costantemente le parole dello scrittore in immagini. Senza questa nostra operazione l’opera non esisterebbe. Facciamo con le parole dell’autore la stessa operazione che l’algoritmo fa con le nostre parole. E d’altra parte il modo in cui immaginiamo ciò che l’autore descrive risente del nostro archivio di immagini, che possono venire dall’esperienza o dall’arte. Quando Leopardi descrive la sua donzelletta con il suo improbabile mazzo di rose e di viole, il modo in cui immaginiamo la scena è condizionato dalla nostra esperienza in fatto di ragazze, di campagne e di tramonti, ma anche dai quadri che abbiamo visto su questo tema.

Siamo noi gli autori dell’opera che leggiamo? Una risposta affermativa sembrerebbe bizzarra a chiunque.

Ma è forse, soprattutto, il tempo di liberarsi dall’ossessione per l’autorialità. Chi sta testando in questi giorni Midjoruney si trova di fronte a una straordinaria creazione collettiva di immagini. Nei diversi canali si susseguono centinaia di creazioni, a getto continuo, ed ognuna di essa può essere fatta propria da chiunque o diventare motivo di ispirazione. In questa fase – non sappiamo come si svilupperà poi – la produzione di immagini è un’impresa collettiva e collaborativa.

Come con la fotografia, alcuni useranno l’IA per creare immagini e altri saranno IArtisti. Ma anche per i primi i cambiamenti saranno con ogni probabilità significativi. Negli ultimi anni la produzione di immagini si è moltiplicata grazie ai dispositivi digitali ma ha portato al tempo stesso a un ripiegamento sul soggetto. Se l’obiettivo della macchina fotografica era rivolto verso il mondo, quello dello smartphone sembra essere costantemente rivolto verso sé stessi. Ognuno riproduce ossessivamente l’immagine di sé, quasi a voler dare consistenza a un soggetto che rischia in ogni momento l’evanescenza; il mondo fa da semplice sfondo. L’IA ci riconduce a noi stessi. Qualunque cosa si chieda all’IA di rappresentare, è di noi che stiamo parlando. Se chiediamo di rappresentarci una scena, è dal profondo di noi stessi che l’abbiamo tratta. Attraverso l’IA tiriamo fuori le immagini da noi stessi, con la mediazione dell’immaginario comune. Giungiamo a noi attraverso l’altro per riconsegnarci al mondo comune. È quello che fa da sempre l’arte, che non è creazione della bellezza – molte opere d’arte ritraggono l’orrore – ma rivelazione dell’intimo, messa in comune di quanto è più profondo – ed è qui il suo valore anche etico. Se questa analisi non è errata, dopo anni di ripiegamento avremo forse una nuova era dell’espressione.

1 F. D’Isa, La rivoluzione degli algoritmi, in “Il Tascabile”, 21.7.2022, url: https://www.iltascabile.com/scienze/arte-algoritmi/

Articolo pubblicato su Educazione Aperta.

Lea Ypi: dall’altra parte della storia

Accade non di rado che la successione delle nostre letture, apparentemente casuale, sveli invece una sua logica e suggerisca un’interpretazione. Mi è capitato di leggere Libera. Diventare grandi alla fine della storia (Feltrinelli, Milano 2022) di Lea Ypi (titolo originale: Free: Coming of Age at the End of History) dopo L’altra parte di Alfred Kubin e di accorgermi che, nonostante siano due opere separate da più di un secolo e che non potrebbero essere più diverse per lo stile, raccontano forse una stessa storia.

Kubin ha scritto il suo libro enigmatico nel 1908, dopo la morte del padre, in uno di quei momenti in cui è inevitabile fare i conti con la propria vita. Ma il suo romanzo, che anticipa le atmosfere di Franz Kafka, è anche una grandiosa rappresentazione del finis Austriae, il crollo dell’impero austro-ungarico e del mondo culturale che esso ha rappresentato. Il protagonista, alter ego dell’autore, parte su invito di Patera, un suo ex compagno di scuola, per il Regno del sogno, collocato in un luogo indefinito, al di fuori dell’Europa, separato dal resto del mondo e quasi inaccessibile. L’isolamento è la sua caratteristica principale. Il secondo tratto caratteristico è il suo aspetto per così dire vintage. A Perla, capitale del Regno, tutto, a cominciare dalle case, ha un aspetto vecchio. E di fatto lo è. Ogni cosa, comprese le case, è preso da altrove e riciclato. Per il resto, questa strana utopia non sembra muovere da nessuna delle promesse forti che da sempre danno vita alle utopie. Tranne una: il denaro. A Perla il denaro conta poco, gli scambi di denaro hanno un carattere più simbolico che reale, e c’è “una giustizia mostruosa” che regola l’avvicendarsi di ricchezza e povertà. “Quella sconfinata potenza, piena di tremenda curiosità, un occhio che penetrava ogni fessura, era onnipresente: nessuno le sfuggiva” (L’altra parte, Adelphi, Milano 2020, p. 70). È l’occhio di Patera, padre, stregone, perfino Dio di questo mondo sospeso. E colpisce, in questo romanzo di inizio Novecento, la prefigurazione per così dire onirica dei totalitarismi del Novecento.

Se provo a figurarmi una qualsiasi abitazione di Perla mi torna in mente la Casa delle foglie, il suggestivo museo dei servizi segreti comunisti di Tirana. In una stanza di quella che era la sede della Sigurimi è stato ricreato l’interno di una casa albanese tipica del periodo comunista. Tipica in senso stretto: i mobili erano gli stessi, il divano, il tavolino con il centrino ricamato, perfino la pianta in un angolo, la pianta aquila che ricorda la bandiera albanese. Oggi ripensando a quell’interno non posso fare a meno di pensare anche un televisore con sopra una lattina vuota di Coca-Cola. Era, racconta Lea Ypi, un cimelio dell’Occidente capitalista che veniva acquistato a caro prezzo, e che meritava una posizione di tutto rilievo in casa. Ma anche questa ricollocazione è in piena continuità con la logica di riciclo di Perla.

Il protagonista del romanzo di Kubin sceglie di vivere nel Regno del sogno, stanco della civiltà occidentale. Lea Ypi non ha scelto; è nata in un Regime comunista, incarnazione storica del sogno di Karl Marx. È nata in quello che pretendeva di essere il più ortodosso dei Paesi comunisti. Enver Hoxha si era distaccato progressivamente sia dalla Russia che dalla Cina, accusando entrambi di aver tradito gli ideali socialisti, chiudendo l’Albania in un isolamento perfetto e in una perfetta paranoia, di cui sono ancora oggi testimonianza i numerosi bunker antiatomici sparsi ovunque, diventati ormai uno dei simboli dell’Albania e venduti ai turisti nei negozi di souvenir.

Attraverso il racconto di Lea Ypi – il racconto della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua giovinezza – guardiamo questo regno isolato, ostinatamente fedele a sé stesso, attraverso gli occhi di una bambina che vive in quello che sembra il migliore dei mondi possibili. Certo, le difficoltà quotidiane sono evidenti – le file interminabili per ottenere i generi di prima necessità, ad esempio – ma acquistano senso grazie al confronto costante con il male occidentale. Loro, gli occidentali, mettono il denaro davanti a tutto. Loro hanno gente ricchissima e gente che muore di fame. Loro fondano la loro ricchezza sullo sfruttamento. Questa è la narrazione che viene dalla scuola e che è confermata dalla famiglia, ma con qualche incertezza. Perché i genitori esitano tanto a sistemare sul televisore il ritratto di Enver Hoxha? E cosa sono quegli strani discorsi su gente che si è laureata in stranissime università?

Sulla famiglia di Lea Ypi pesa un equivoco. Xhafer Ypi, l’odiato primo ministro albanese sotto il regno di re Zogu, per il regime comunista null’altro che un traditore della nazione, aveva lo stesso nome di suo padre. Una coincidenza spiacevole, ma nulla più. Solo dopo la fine del Regime Lea Ypi scoprirà che non si trattava di una coincidenza, perché quell’uomo era il suo bisnonno. E tutta la sua famiglia era segnata dalla biografia che ne faceva nemici di classe. Le università di cui i genitori parlavano erano i campi di rieducazione del regime comunista. La sua famiglia le aveva mentito sulle sue origini per proteggerla, per impedire che il peso della biografia la opprimesse.

Lea Ypi dunque esce contemporaneamente dall’infanzia e dal comunismo. Diventa grande, come dice il sottotitolo, alla fine della storia: perché tale parve a Francis Fukuyama la fine del comunismo (The End of History and the Last Man è del 1992). Come spesso accade (e come è accaduto anche da noi) molti si riciclano con grande abilità, diventano immediatamente sostenitori della democrazia e del liberalismo. Società civile, annota Ypi, diventa l’espressione chiave. L’Albania ha bisogno di costruire una società civile che manca. Questo dicono gli esperti occidentali, chiamati a guidare la transizione del Paese verso la democrazia. E le loro parole echeggiano quelle di Hercules Bell, l’antagonista e sfidante di Patera nel romanzo di Kubin, che rappresenta in modo assolutamente trasparente il capitalismo americano. Questo uomo ricchissimo, attivissimo, positivo, fautore della democrazia e della partecipazione, così si rivolge ai cittadini di Perla: “Il grande mondo fuori di noi ha fatto passi giganteschi verso la luce dell’avvenire! Voi siete ricaduti indietro e vivete accovacciati in una palude. Non partecipate in alcun modo alle meravigliose invenzioni della nostra nuova epoca, le innumerevoli invenzioni che diffondono l’ordine e la felicità, e di fronte a cui l’abitante del Sogno sta come un estraneo! Cittadini, vi meraviglierete quando uscirete di qui!” (Ivi, p. 179). Come estranei saranno gli albanesi di fronte all’Occidente più a portata di mano, quell’Italia con i supermercati pieni di cose troppo costose per poterle comprare, ma che è bello intanto visitare per il senso di pienezza che trasmettono.

Il Regno del Sogno, mandato in crisi dalla tensione tra Patera e Bell, precipita nel caos. La società stessa di disgrega, le case si sgretolano, la città è presa d’assalto dagli animali. L’Albania precipita nel 1997 ella cosiddetta anarchia, quando la crisi delle imprese piramidali, incarnazioni della promessa di benessere occidentale, manda sul lastrico la maggior parte delle famiglie albanesi, e la rabbia collettiva esplode incontrollata, seminando ovunque terrore e distruzione.

Quella di Kubin non è la storia del pragmatismo occidentale che sconfigge le fantasticherie utopistiche e stabilisce il regno del benessere. La conclusione del romanzo di Kubin è una riflessione sulla complicazione dei contrari. “Der Demiurg ist ein Zwitter” è la conclusione lapidaria ed enigmatica. Zwitter: ermafrodito, ibrido. Il Demiurgo è un ibrido.

Nemmeno la storia di Ela Ypi, raccontata con equilibrio, sensibilità e uno stile assolutamente nitido, racconta il passaggio della prigionia del comunismo alla libertà del capitalismo. L’autrice, che è una filosofa della politica, ci mostra che le cose non sono così semplici. Se per i suoi genitori comunismo era “la negazione di ciò che avrebbero voluto essere, del diritto di sbagliare e di imparare dai propri errori, di esplorare il mondo nei loro termini”, lei associa il liberalismo “alle promesse infrante, alla distruzione della solidarietà, al diritto di ereditare il privilegio, di chiudere gli occhi davanti all’ingiustizia” (p. 298). Quando raccontava la sua vita sotto il regime comunista ai compagni universitari di sinistra italiani – Lea Ypi ha studiato alla Sapienza – suscitava in loro imbarazzo ed irritazione. Per gli italiani di sinistra il comunismo era Allende e Ernesto Che Guevara, non certo un grigio dittatore come Enver Hoxha. “Nella migliore delle ipotesi, i miei racconti sul socialismo in Albania e i riferimenti a quello degli altri paesi con cui il nostro si era confrontato venivano tollerati come le osservazioni imbarazzanti di una straniera che stava ancora imparando a integrarsi”, scrive Ypi (p. 295). Il suo racconto mostra quanto di romantico e falso c’è in questa narrazione che è ancora fondante da noi (e non solo) per l’identità di sinistra, ma mostra anche che non meno falsa è la narrazione dell’Occidente come luogo della democrazia, della libertà e dei diritti. La società liberale è un altro sogno fragile, attraversato da crepe, destinato ad infrangersi; a ben vedere, l’altra parte – die andere Seite – della medesima medaglia del comunismo.

Vedo solo lo schifo

Suscitano indignazione le immagini del pregiudicato foggiano che con la moglie, anch’essa pregiudicata, ha portato i figli in pellegrinaggio sulla tomba di Totò Riina e Bernardo Provenzano, postando le foto su Facebook e accompagnandole con un testo che grida vendetta: “Per me restano grandi uomini. È un onore essere qui”.

Quando si tratta di fatti sociali, però, è sempre meglio seguire l’indicazione di Spinoza: “non deridere, non compiangere, non maledire ma comprendere”. E per comprendere un qualsiasi fatto sociale bisogna partire sempre dalla stratificazione sociale.

Non siamo tutti uguali, se non retoricamente. Alcuni sono ai vertici della società, altri nel mezzo, altri in basso. E il fatto che si sia in un punto o in un altro è fondamentale per comprendere chi siamo, cosa facciamo e perché.

Non è difficile collocare socialmente il nostro pregiudicato. Basta dare uno sguardo, appunto, al suo profilo Facebook. Ha studiato all’Università di Foggia ed è un libero professionista. Un architetto o un commercialista, si direbbe. Ma più veritiere sono altre due indicazioni, in aperta contraddizione: ha studiato presso “la strada” e lavora presso “La Bella Vita”. Tra i post pubblici c’è questo suo pensiero:

Buongiorno a tutti vedo solo lo schifo che più chifo che no ce ne ti chiamano amici fratelli e poi anno il coraggio di dire che sono di omertà fatemi il piacere che vi schifo da sopra a sotto spero solo che non abbiate mai una difficoltà xche sarà il giorno che vi schifero con ho sempre fatto ciao vvb schifezze..

Il nostro pregiudicato è una persona senza istruzione alcuna e, conseguentemente, senza nessuna vera attività lavorativa. È povero e socialmente escluso. Non ha nessuno strumento per cambiare la sua posizione sociale. In altri termini, è un sottoproletario.

A Marx non piaceva, il sottoproletariato. Lo chiamava Lumpenproletariat, cioè proletariato straccione. Esposto alla violenza, al crimine, gli sembrava del tutto inaffidabile per la prassi rivoluzionaria. Ed aveva ragione. Il sottoproletariato va bene per far film o scrivere libri: non c’è borghese che non si commuova e sia pronto a far le barricate pur di difendere il suo giudizio entusiastico su film come Accattone di Pasolini.

Ora, il sottoproletario ha una collocazione infelice, nella società, ma non per questo vede il mondo in modo diverso. Le sue mete sono esattamente quelle di tutti gli altri. Ogni membro della società desidera raggiungere la meta sociale del successo, a meno che non sia un filosofo – in questo caso desidera raggiungere il successo criticando la società. Non avendo strumenti culturali per mettere in discussione i modelli e i valori sociali, nel sottoproletario questi si presentano nel modo più evidente e ingenuo. Il borghese vuole la macchina potente, ma dissimulerà il suo desiderio di uno status symbol con ragioni più o meno etiche: la macchina più potente è più sicura (le case automobilistiche lo sanno bene, spiegava già Vance Packard ne I persuasori occulti). Il nostro sottoproletario vuole la macchina potente esattamente come status symbol, senza dissimulazioni. Sa che è un simbolo, ed è quel simbolo che desidera.

Le mete sociali, dunque, sono le stesse. Ma come farà a raggiungerle? Robert King Merton ha spiegato che è così che nasce la devianza. C’è un obiettivo sociale condiviso da raggiungere e c’è una via che la società indica per raggiungerlo. Nella nostra società l’obiettivo è il successo, la via è lo studio, il sacrificio, il lavoro. O almeno questa è la narrazione. Ma a qualcuno la via è preclusa. Perché, ad esempio, non riesce a scuola. Viene respinto una volta, poi di nuovo. Potrebbe provare a cominciare con un lavoro: ma un lavoro senza titolo di studio è troppo umile per poter sperare un giorni di arrivare alla meta. Ed allora ecco la scorciatoia. Si potrebbe cominciare, ad esempio, spacciando droga. Molti soldi e subito. Stessa meta, percorso diverso.

Torniamo ora al nostro sottoproletario foggiano. Occupa la posizione sociale più bassa in quella che è con ogni probabilità la peggiore città italiana. Se c’è un ultimo, in Italia, è lui. Che fare? Potrebbe cercarsi un lavoro da cameriere o lavorare nelle campagne. Fatica, sudore, sacrifici. Dignità, per alcuni. Ma vuol dire, in una società spietata come la nostra, esporsi ad umiliazioni continue, a lavori senza contratto, allo sfruttamento più selvaggio. Non si può negare che l’alternativa sia seduttiva. Ma non pare che quest’uomo abbia ottenuto granché riguardo a successo e denaro, a dire il vero. Cosa gliene viene? E qui bisogna considerare un altro bisogno fondamentale: il riconoscimento. Sentire che siamo in un contesto in cui gli altri ci apprezzano, ci riconoscono valore e competenza. Mettersi su quella via dà al nostro sottoproletario un linguaggio – penso di poter dire che la parola omertà era completamente sconosciuta al sottoproletariato foggiano fino a qualche anno fa –, una rete di relazioni, una visione del mondo. Una sottocultura nella quale la sua posizione sociale acquista una prospettiva diversa. Se avesse un po’ di cultura politica potrebbe filosofeggiare sul suo essere un elemento eterogeneo, la pietra scartata della società che diventa elemento di sovvertimento, con buona pace di Marx. Ma se avesse un po’ di cultura politica non sarebbe più un sottoproletario. Da sottoproletario, il massimo che può fare è idolatrare Riina e Provenzano, cercando per questa via di capitalizzare un po’ della loro aura maledetta.

Prima di condannare quest’uomo e sua moglie – qualcuno propone di togliere loro i figli – bisognerebbe chiedersi cos’ha fatto la società per impedire che finisse per umiliare la sua umanità portando fiori sulla tomba di due boss mafiosi. La scuola evidentemente lo ha espulso. I servizi sociali? A Foggia, una città con problemi sociali semplicemente spaventosi, l’assessorato ai servizi sociali è stato affidato dall’ex sindaco Landella a una donna senza alcuna esperienza in campo sociale, con all’attivo un diploma da estetista. Il Comune di Foggia è stato sciolto per mafia; e si direbbe che un sottoproletario mafioso dovrebbe sentirsi a casa in una città governata da una classe politica mafiosa. Così non è. Per la politica foggiana il nostro sottoproletario è carne da macello. Gente il cui voto costa venti euro: e che bisogna mantenere in tale stato miserabile appunto per poterne comprare il voto a un prezzo così basso.

Poi c’è la Chiesa. A giudicare dalle foto postate sul suo profilo Facebook il nostro sottoproletario è molto cattolico. In una di esse posa, tutto in ghingheri, accanto alla statua della Madonna. La Chiesa sembra essere l’unica istituzione sociale con la quale quest’uomo ha buoni rapporti. E pare uno spiraglio importante per aprire la sua sottocultura ad una visione più ampia. Tutt’altro. Quest’uomo può fotografarsi accanto alla statua della Madonna e sulla tomba di un boss mafioso senza alcuna inquietudine perché per il sottoproletariato il cattolicesimo è anch’esso una sottocultura, una religione assolutamente vuota, priva di qualsiasi principio morale o spirituale, centrata su statue, luminarie e fuochi d’artificio. E alla Chiesa va bene così.

/imagine

Disclaimer: alcune immagini possono urtare la sensibilità del lettore.

Il paesaggio, adesso, era solenne e grandioso nella sua uniformità; ci trovavamo ai piedi della Montagna di Ferro…“

Nel momento in cui leggo questo passo – tratto da L’altra parte di Alfred Kubin – la mia mente ricostruisce il paesaggio descritto. Come è un paesaggio solenne e grandioso? Come immaginare la sua uniformità? Come sarà questa Montagna di Ferro? La mente opera questa operazione ermeneutica in tempi estremamente rapidi, se la lettura dev’essere scorrevole e dunque piacevole. Ma in che modo compie questa operazione? Da dove trae le immagini? Abbiamo un set di immagini, più o meno vaghe, che possono servirci a rendere l’idea di un paesaggio solenne o di una montagna di ferro. Ma mano che l’autore ci fornisce degli input, la nostra mente funziona come un interprete iconico, che trasforma con eccezionale rapidità le parole in immagini. Ma per farlo deve attingere ad informazioni che vanno oltre la mente stessa. Ogni lettore immaginerà in modo personale quel paesaggio solenne e grandioso, eppure tutti i lettori attingeranno a un immaginario comune, che può essere più o meno ampio a seconda della vastità dell’esperienza del lettore.

Immaginiamo ora di poter essere noi stessi a fornire input a una mente esterna; di poter, cioè, dettare un testo ad una intelligenza artificiale che trasforma quello che diciamo in immagini, attingendo a un vastissimo repertorio di immagini. È quello che accade con Midjourney, che si presenta come “a new research lab focused on new mediums and tools for empowering people”. Al momento il software, in versione beta, può essere provato ad invito, ma si tratta di una tecnologia che senza alcun dubbio sarà presto disponibile per tutti e che con grande probabilità cambierà il nostro modo di concepire l’arte (e non solo).

Nei miei primi tentativi con Midjoruney – occorre inserire del testo dopo /imagine – ho provato a descrivere una scena semplice. Ad esempio un uomo che cammina di notte in una qualsiasi città italiana.

Ho provato poi ad aggiungere elementi fantastici, per creare situazioni inusuali. Con risultati affascinanti.

Quindi sono passato dalle immagini ai concetti. In che modo l’intelligenza artificiale avrebbe interpretato per me la morte di Dio?

E poi concetti ancora più astratti. Come la differenza ontologica.

O il concetto buddhista di vuoto.

Midjourney interpreta le immagini in base ad input che possono contenere anche particolari stilistici. È possibile chiedere all’IA di raffigurare la Montagna di Ferro descritta da Kubin, per confrontarla con quella che abbiamo immaginato noi leggendo il romanzo. Ma Kubin è stato anche e soprattutto un grande artista, ed ha accompagnato il suo romanzo con una serie di disegni che aiutano il lettore a raffigurarsi gli ambienti descritti. La stessa cosa può essere richiesta all’IA: si può chiedere di raffigurare una Montagna di Ferro nello stile di Alfred Kubin. Ma anche, se piace ibridare gli immaginari, nello stile di Shaun Tan o di Escher.

Le ricerche, mandate su un server comune, sono a disposizione di tutti (a meno che non si paghi per avere un accesso privato), e chiunque può intervenire per realizzare delle variazioni della stessa immagine. E questo pone la questione centrale: di chi sono le immagini create da Midjourney? Si può definire autore dell’opera chi fornito l’input all’IA? Posso ritenermi autore delle opere inserite in questo articolo (altre sono sulla mia pagina su Deviantart)? E potrei ritenermi autore di un’opera che avessi creato modificando il testo di un altro utente di Midjourney? Verrebbe da rispondere di no, perché è l’IA che ha fatto il lavoro. Ma, in fondo, il lavoro che l’IA compie a partire dal mio testo non è lo stesso che la mia intelligenza compie a partire dal testo di Kubin? Quando leggo un romanzo, la mia mente mette in scena l’opera, e senza questa messa in scena il romanzo non esisterebbe. Ma questo vuol dire che l’autore dell’opera è il lettore? A monte, ci si può chiedere se abbia ancora senso parlare di un’opera d’arte centrando l’attenzione sull’autore, e non sui processi da cui risulta, che sono inevitabilmente transpersonali – ed è in questo, forse, l’importanza di un’opera d’arte.

Io

Quello che chiamiamo io è una lucetta che a intermittenza si accende nella stanza di quel che siamo. E ogni volta che è accesa, ha la convinzione illusoria di essere sempre stata accesa e di essere l’intera stanza.

Papa Francesco, il piazzista di Dio

Dal Rinascimento in poi, gli sviluppi della scienza e della filosofia hanno progressivamente sgretolato il terreno metafisico-cosmologico su cui poggiava la dottrina cristiana. A fine Ottocento il processo è compiuto: si tratta solo di trarne le conclusioni. E lo fa Nietzsche con l’annuncio della morte di Dio; un annuncio fatto non a credenti, ma ad atei, proprio perché non si tratta di dire che Dio non c’è, cosa ormai banale ed evidente a tutti, ma che se Dio non c’è tutti i nostri valori devono essere trasmutati. Se era evidente a tutti, non lo era per la Chiesa cattolica, che per decenni ha continuato ad affermare e riaffermare caparbiamente il proprio contenuto dogmatico. Fino a quando è arrivato il colpo di grazia: la società del benessere, che progressivamente ha ridotto nei paesi industrializzati le basi sociologiche del suo consenso: una ampia massa di persone ignoranti, superstiziose, bisognose di rassicurazione ultraterrena perché spaventate da una vita difficile. Di fronte a questi cambiamenti epocali le posizioni possibili sono quattro. La prima è quella di un ripensamento serio e profondo del cristianesimo alla luce dei cambiamenti sociali e culturali. È la via imboccata dall’avanguardia più coraggiosa della teologia contemporanea, in particolare protestante, con autori come Bultmann, Bonhoeffer, Altizer, e in Italia da pensatori come Sergio Quinzio o quello straordinario provocatore che è stato Ferdinando Tartaglia. La seconda è quel ripensamento politico del cristianesimo come prassi di liberazione compiuto dalla teologia della liberazione sudamericana. La terza è la condanna della modernità. È la via del fondamentalismo evangelico ed ortodosso e, in modo apparentemente più blando, del papato di Giovanni Paolo II, con il suo attacco ossessivo al relativismo. L’ultima posizione è quella di un adattamento del cristianesimo al consumismo. È la via di certi telepredicatori evangelici statunitensi. Ed è anche la via che la Chiesa cattolica sembra aver preso con la guida di papa Francesco. Nulla lo dimostra meglio dell’ultimo suo libro. Che è, intanto, una operazione commerciale sfacciata. Il papa si affida, chissà perché, non alla Libreria Vaticana, ma alla semisconosciuta Libreria Pienogiorno di Milano. Una case editrice che si presenta così nel suo sito Internet: “Non un altro marchio editoriale, ma un marchio editoriale tutto nuovo che offre autori di successo, altovendenti, di qualità e proposte di assoluto interesse e rilievo del panorama italiano e internazionale”. Altovendenti. Non avevo mai incontrato questa parola, mi immagino che faccia parte di certo gergo aziendale sul quale sarebbe troppo facile fare ironia. Il fatto di essersi affidato a una casa editrice che pubblica autori altovendenti non è senza conseguenze. Perché, per quanto male di pensi di papa Francesco, è difficile credere che sia stato lui a pensare un titolo ruffiano come Buona vita e un sottotitolo ruffianissimo come Tu sei una meraviglia, che superano di gran lunga l’idiozia del precedente Ti auguro il sorriso. Per tornare alla gioia. Perché credere in Cristo? La risposta un tempo era: perché solo il Cristo ci salva dal peccato; perché siamo esseri profondamente corrotti e possiamo risollevarci solo con l’aiuto di Dio. Per secoli il cattolicesimo ha insistito sul peccato e la corruzione, con un compiacimento barocco di cui nessuno avverte la mancanza. Nel cattolicesimo di papa Francesco invece tutti gli elementi tragici e drammatici del cristianesimo sono rimossi o ridotti a burla. Il peccato, in primo luogo. Se vi accenna, è solo per tranquillizzare subito: quella nuvola è immediatamente fugata dalla luce di Cristo. Che vi siano stati migliaia di uomini di Dio, adeguatamente dotati di fede, che hanno compiuto le azioni più nefande sugli esseri più fragili, non lo induce a riflessioni amare sulla pervasività del male, o magari ad indagare – Dio non voglia! – su un possibile legame strutturale tra la dottrina, l’istituzione che la veicola e la pedofilia. Bisogna essere positivi. Sorridenti, anche. Allegri. Gioiosi. Ed è questa la risposta di papa Francesco. Bisogna credere perché la fede dà gioia. È un antidepressivo infallibile. Non è un particolare smarrimento del cristianesimo. Mi pare anzi che vi sia una piena continuità, una perfetta realizzazione della logica storica del cristianesimo. Se Dio muore per l’uomo, allora l’uomo è Dio. I pagani erano sorpresi e turbati da questo aspetto del cristianesimo: il sovvertimento del rapporto naturale, diciamo così, tra Dio e uomo. L’uomo va da Dio, perché Dio è Dio. Ma nel cristianesimo Dio va dall’uomo. Anzi, di più: si sacrifica per l’uomo. Ma ciò cui si sacrifica è Dio. Dunque nel cristianesimo il vero Dio è l’uomo. Dio è al servizio dell’uomo. Il cattolicesimo consumistico di papa Francesco è l’inverarsi postmoderno del Vangelo. Dio va all’uomo come un qualsiasi bene di consumo. Il suo scaffale, per la precisione, è quello dei prodotti adatti per una vita sana e salutare. Per i casi più difficili, può essere un antidepressivo; ma al tempo stesso è un ricostituente e un eccitante, perché al papa piacciono le persone energiche. In ogni caso, è un rimedio facile, a portata di mano, che costa poco. Pochissimo. E che funziona meglio di qualsiasi altro:
Probabilmente, nei momenti di difficoltà, tanti di voi si saranno sentiti ripetere le parole “magiche” che oggi vanno di moda e dovrebbero risolvere tutto: “Devi credere in te stesso”, “Devi trovare le risorse dentro di te”, “Devi prendere coscienza della tua energia positiva”. Ma tutte queste sono semplici parole e per chi è veramente “morto dentro” non funzionano. La parola di Cristo è di un altro spessore, è infinitamente superiore. È una parola divina e creatrice, che sola può riportare la vita dove questa si era spenta.
Dio funziona meglio. Ma lo scopo, la funzione, è la stessa: il benessere. E non occorrono grandi sacrifici per ottenerlo. Kierkegaard non aveva capito nulla. Essere cristiani è nulla più che vivere serenamente la propria vita. Non manca, è chiaro, la polemica contro questo mondo, l’invito ad essere diversi e in opposizione ad esso. Ma in papa Francesco anche questa opposizione diventa cosa da ridere. I giovani sono invitati ad avere ideali, senza che si specifichi quali (anche i fascisti dicono di avere ideali), mentre agli anziani raccomanda di non fare chiacchiere, un tema che chissà perché gli sta molto a cuore. Cose così. L’operazione di papa Francesco è a suo modo onesta. Il bene-Dio può dare quello che promette. Può essere che la vita diventi più facile, allegra, gioiosa. E tuttavia la conversione non riesce del tutto. Per usare un’altra metafora, papa Francesco vende un’automobile usata, usatissima, dopo aver sistemato la carrozzeria e rifatto la verniciatura. A vederla sembra nuova, quasi fiammante. Ma se sollevi il cofano scopri che il motore è logoro. Il motore del cristianesimo è nella sua cultura del giudizio, in quella divisione violenta tra salvati e dannati, tra chi è da Dio e chi è da Satana che è all’origine di tutte le atrocità commesse dal cristianesimo nel corso della sua storia, dallo smembramento di Ipazia al massacro dei bambini indigeni del Canada fino agli anni Settanta del secolo scorso. Un libro col sottotitolo Tu sei una meraviglia sembra voler scardinare questo stesso motore violento, in nome dell’accettazione totale e incondizionata del lettore. Ecco:
Scusa, fratello, non perderti d’animo. Hai la tentazione di sentirti sbagliato? Dio ti dice: “No, sei mio figlio!” Hai la sensazione di non farcela, il timore di essere inadeguato, la paura di non uscire dal tunnel della prova? Dio ti dice: “Coraggio, sono con te.”
Dio è un motivatore, un personal trainer metafisico. Bellissimo. Nessuno è sbagliato, perché siamo tutti figli di Dio. Ci sarebbe l’obiezione che se basta l’essere figli di Dio per non essere sbagliati, allora non si capisce perché l’Adam non abbia potuto godersi la vita nell’Eden, e Dio lo abbia fatto sentire così maledettamente sbagliato scacciandolo insieme ad Eva. Ma poi ecco che si fa avanti, poniamo, un pigro. E papa Francesco:
Dio detesta la pigrizia e ama l’azione. I pigri non potranno ereditare la voce del Signore. Capito?
Non ho la minima idea di cosa voglia dire ereditare la voce, ma è chiaro che i pigri non piacciono né a Dio né al papa. Se sei pigro, non va bene. Poi ci sono i tiepidi. Come ho accennato, al papa piacciono le persone energiche. E dunque al bando i tiepidi. “Gesù detesta più di ogni cosa la tiepidezza. Si vede il disprezzo di Dio per i tiepidi”. Dunque: Dio ti dice di non sentirti sbagliato perché sei suo figlio, ma se sei tiepido ti disprezza. Poi c’è la faccenda del sesso. Non venga in mente ai giovani di farlo, magari perché è una cosa naturale, naturalissima.
Io non vorrei fare il moralista, ma voglio dire una parola che non piace, una parola impopolare. Anche il Papa alcune volte deve rischiare per dire la verità. L’amore è nelle opere, nel comunicare, ma l’amore è molto rispettoso delle persone, non usa le persone. Cioè l’amore è casto. E a voi giovani in questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarsela bene, fare la bella vita, io dico: siate casti, siate casti.
C’è molta miseria morale nel non saper distinguere un rapporto sessuale fondato sull’amore da un rapporto sessuale fondato sul piacere reciproco ed entrambi da un rapporto sessuale mercenario, e ridurre tutto il sesso a quest’ultima tipologia. A meno il papa non voglia dire che ogni volta che due persone traggono piacere da una cosa che fanno insieme, vuol dire che si stanno usando a vicenda. Ma in questo caso tutto diventa peccato. Anche una conversazione intellettuale, che quanto più è profonda, tanto più dà piacere. Ma non è il caso di discutere davvero queste stronzate (pericolose, perché la vita sessuale è essenziale per la salute: è come se si dicesse ai giovani di essere anoressici), dando ad esse una dignità che non hanno. Sono sufficienti per mostrare come, sotto la carrozzeria riverniciata, vi sia lo stesso logoro motore cristiano, con il suo moralismo, la piccineria, la sessuofobia e al tempo stesso l’ossessione per il sesso, che finisce per occupare tutta la sfera morale, a discapito delle virtù civili – una perversione morale di cui noi italiani stiamo ancora scontando le conseguenze. Il papa è, secondo la dottrina cattolica, il rappresentante di Dio sulla terra. Papa Francesco lo è in un modo particolare: il rappresentante nel senso commerciale del termine. Il commesso viaggiatore. Il piazzista di Dio. Altovendente, bisogna dargliene atto.

Perché Noam Chomsky si sbaglia sull’Ucraina

Perché l’Ucraina (Ponte alle Grazie, Milano 2022) raccoglie sette interviste a Noam Chomsky, che vanno da 2018 a questi ultimi giorni; una raccolta utile per chiarire il punto di vista sulla crisi di quello che è forse il più autorevole rappresentante della sinistra radicale mondiale. La cui posizione si può racchiudere in due punti: le cause della crisi vanno ricercate nella politica di espansione nell’est Europa della Nato; l’uscita è da cercare in una neutralità dell’Ucraina sul modello dell’Austria con “un certo grado di autonomia per la regione del Donbass”. Poiché Chomsky non è un Orsini qualsiasi, conviene approfondire questa posizione ed evidenziarne i limiti e le contraddizioni. Il filosofo statunitense parte dai tempi della riunificazione della Germania. Allora Bush padre e Gorbačëv si accordarono: il leader russo avrebbe acconsentito, se la Nato si fosse impegnata a non espandersi più ad est della Germania. Chomsky sa bene che si è trattato di nulla più di un accordo verbale, ma questo accordo verbale è un pezzo fondamentale del suo puzzle interpretativo. Un altro pezzo è il fatto che nel 2008 gli USA abbianp invitato l’Ucraina ad aderire alla Nato, “stuzzicando l’orso che dorme”. L’orso, naturalmente, è la Russia. Ma “Germania e Francia opposero il loro veto”, precisa Chomsky. Ora, dal momento che Germania e Francia sono Nato non meno degli USA, affermare che la Nato abbia stuzzicato la Russia è sbagliato: la proposta di includere l’Ucraina è stata respinta proprio per non provocare la Russia. Il terzo pezzo del puzzle di Chomsky è che dietro la rivoluzione arancione ci sono gli USA:

Cercare di far uscire l’Ucraina dalla sfera d’influenza russa – obiettivo dichiarato di quanti si sono entusiasmati per le “rivoluzioni colorate” – è stata una sciocchezza, e anche pericolosa.

A dire il vero qui Chomsky non sta dicendo che l‘Euromaidan è stato manovrato dagli statunitensi; si tiene alla larga dalla sciocchezza del colpo di Stato di un Luciano Canfora. Dice che gli occidentali avrebbero dovuto invece considerare con ostilità lo spostamento degli ucraini al di fuori della sfera d’influenza russa. Dice, cioè, due cose. La prima è che le grandi potenze hanno diritto alle loro sfere d’influenza. Gli Stati Uniti hanno avuto ed hanno le loro, perché mai negare alla Russia la sua? La seconda è che i popoli farebbero bene a quietarsi, accettare questa logica, sottomettersi alla Realpolitik per la pace e il bene di tutti. Che non è proprio il discorso che ti aspetti da un pensatore radicale.

Ma l’ingresso dell’Ucraina nella Nato è poi una prospettiva realistica? Qui Chomsky si contraddice in modo incredibile. L’ingresso dell’Ucraina nella Nato, scrive, “non è un’opzione concreta”. E aggiunge, citando l’analista Anatol Lieven: “L’intera questione dell’adesione dell’Ucraina alla Nato, in realtà, è puramente teorica, quindi in un certo senso tutta l’argomentazione si fonda sul nulla”. Ora, Chomsky non si accorge che a fondarsi sul nulla è la sua argomentazione. Ritenere che la Russia abbia realmente invaso l’Ucraina per la questione dell’ingresso nella Nato, e ammettere al tempo stesso che l’ingresso nella Nato è sempre stato fuori discussione, significa ammettere che Putin non ha alcuna ragione per invadere l’Ucraina. Oppure riconoscere che quello dell’ingresso della Nato è un evidente pretesto, e che le ragioni sono altre, ascrivibili esclusivamente alla politica di potenza – alla politica fascista – di Putin.

In una intervista più recente, il filosofo si sofferma un documento “che ha avuto scarsa copertura mediatica”: il Joint Statement on the U.S.-Ukraine Strategic Partnership del 1 settembre 2021, che evidentemente gli era sfuggito prima. Documento nel quale, afferma, “si dichiara con forza che le porte dell’adesione dell’Ucraina alla Nato sono aperte”. “Questa dichiarazione – scrive – è l’ennesimo atto mirato per colpire l’orso in piena faccia”. Ennesimo. Non si accorge, e la cosa è davvero singolare in un intellettuale così attento, del richiamo nel preambolo a un documento fondamentale, che sembra ignorare del tutto: il Memorandum di Budapest del 1994. Con il quale la Russia, insieme alla Gran Bretagna, all’Irlanda del Nord e agli Stati Uniti, si è impegnata a non aggredire l’Ucraina, a rispettarne i confini, l’indipendenza e la sovranità, a non esercitare alcuna forma di controllo economico e a convocare immediatamente il Consiglio di sicurezza dell’ONU nel caso in cui l’Ucraina fosse minacciata di aggressione nucleare. Non un accordo verbale. Un impegno messo nero su bianco, che la Russia non ha rispettato. L’orso russo ha preso tutte le armi nucleari all’Ucraina, impegnandosi non solo a non aggredirla, ma anche a difenderla in caso di aggressione. E impegnandosi ad evitare qualunque coercizione economica ha negato esplicitamente qualunque diritto ad una sfera d’influenza.

Ritenere, come fa Chomsky, che sia stata questa Dichiarazione congiunta a spingere Putin ad ammassare le truppe sul confine ucraino e quindi ad invaderlo significa confondere la causa con l’effetto. La politica aggressiva e intimidatoria della Russia nei confronti dell’Ucraina è la premessa e la giustificazione geopolitica di quel documento; esattamente come oggi è la premessa della richiesta di ingresso nella Nato della Finlandia e Svezia, due paesi che, se non minacciati, mai avrebbero avanzato una richiesta simile.

Alla luce del mancato rispetto del Memorandum di Budapest si può anche valutare la praticabilità della proposta di un’Ucraina neutrale. Al di là del fatto che spetta agli ucraini decidere se vogliono essere neutrali – così come spetta loro decidere se vogliono far parte della Nato –, c’è da chiedersi quanto sia garantita la sicurezza di un paese neutrale con un vicino aggressivo, potente, guidato da un leader fascista, che ha dimostrato di non rispettare gli impegni internazionali.

Chomsky ha ben chiare le gravi responsabilità di Putin:

…l’invasione russa dell’Ucraina è un grave crimine di guerra, al pari dell’invasione statunitense dell’Iraq e di quella di Hitler-Stalin della Polonia nel settembre del 1939, giusto per fare due esempi emblematici. È sempre opportuno ricercare delle spiegazioni, ma non ci sono giustificazioni o attenuanti.

Meglio sarebbe stato se si fosse fermato qui. L’invasione dell’Ucraina è un atto criminale. E non ci sono giustificazioni. E invece finisce per cercare giustificazioni e attenuanti. Tutto l’impianto argomentativo di Chomsky è emblematico della crisi degli intellettuali di sinistra di fronte a un imperialismo di nuovo genere. Dopo aver condannato per anni, e giustamente, la politica di potenza degli Stati Uniti, ora Chomsky ricorre a quella stessa politica di potenza per aggiungere una costellazione di se e ma alla sua condanna dell’invasione russa dell’Ucraina, finendo per considerare più le ragioni presunte dell’orso che quelle della vittima dell’orso, che nella sua analisi semplicemente scompare: perché gli pare scontato che l’Ucraina e gli ucraini siano solo pedine di un gioco che li trascende e non soggetti storici con il diritto di autodeterminazione. E questo, in un pensatore radicale, è un cedimento piuttosto grave.

Non c’è pace senza giustizia. Lettera aperta al Movimento Nonviolento

Carissimi,

come per molti della mia generazione, il 1989 fu per me un anno di profonda sofferenza: quella sofferenza che prelude al cambiamento. Le mie inquietudini adolescenziali avevano trovato un punto di equilibrio nel comunismo. Come era giusto che fosse: ero un ragazzino proletario, osservavo la società dal basso (letteralmente: vivevo in un basso), e avevo un bel po’ di rabbia. Ora scoprivo che l’alternativa comunista era fragile, anzi peggio: violenta. Avrei potuto, dovuto capirlo prima, ma ero un ragazzino di provincia, che appena allora si affacciava al mondo; ed altri, del resto, quella consapevolezza non l’hanno ancora raggiunta, a distanza di decenni.

Cosa c’è dopo il comunismo? Quale strada prendere? È stata la mia domanda pressante degli anni dell’Università. Cui ho dato due risposte. La prima era, ed è, l’anarchismo. Che non vuol dire buttare giù lo Stato o crogiolarsi in un ribellismo adolescenziale, ma essere consapevoli che nessun cambiamento sociale reale può giungere dai partiti e che bisogna lavorare nella società stessa, a livello di microfisica del potere, per dirla con Foucault: agire sulle relazioni di classe, ma anche su quelle interpersonali, di genere, generazionali. Cercare ovunque di passare dall’asimmetria del dominio alla pratica dell’uguaglianza. L’altra risposta era la nonviolenza. Che per me all’anarchismo era ed è intimamente legata. Se la società che abbiamo è violenta, contestarla, contrastarla, cercare una alternativa vuol dire rifiutare la violenza, cosa che implica anche il rigetto del mito di una soluzione violenta delle contraddizioni sociali.

Con queste idee è maturata la mia scelta dell’obiezione di coscienza. Ho letto Capitini, Gandhi, Lanza del Vasto, Danilo Dolci. Poi sono passato dalla semplice lettura allo studio sistematico. Ho pubblicato qualche libro: e sono cresciute in me le domande. Studiando Gandhi, ho cercato di mostrare il fondo magico del suo pensiero, il modo irrazionale in cui affronta il nodo centrale della nonviolenza, quello dell’efficacia. E come alternativa ho proposto – per lo più a me stesso – una nonviolenza disincantata, senza miti, individualistica e laica.

Tra le cose che ho imparato, in questi anni, è che non è bene affezionarsi troppo ai sistemi di idee. Cominciamo a riflettere perché abbiamo domande e problemi da risolvere. Nell’ansia di rispondere aderiamo a un sistema: diventiamo comunisti, anarchici, nonviolenti, o altro. Costruiamo la nostra identità all’interno di questi sistemi di idee. E alla fine la sola idea di abbandonarli ci provoca angoscia. Quei sistemi di idee, che erano un mezzo per rispondere ad alcune domande, diventano un fine. Vanno difesi di per sé, ad ogni costo. Difendendoli, difendiamo noi stessi, il nostro bisogno di essere qualcosa o qualcuno.

Ecco, in questo 2022 credo che dovrò liberarmi dell’abito della nonviolenza, come nel 1989 mi liberai di quello del comunismo. Continuerò a leggere e ad amare Gandhi, Danilo Dolci, e soprattutto Capitini, senza considerarmi nonviolento o amico della nonviolenza, esattamente come leggo ed amo Gramsci senza considerarmi comunista.

Ho letto, in questi giorni così difficili, molti slogan. Nel testo della vostra campagna Obiezione di coscienza alla guerra, ad esempio, leggo: “Per fermare la guerra bisogna non farla. Per cessare il fuoco bisogna non sparare”. È una uscita che offende l’intelligenza, come tante altre che è toccato leggere; e il fatto che a scrivere simili idiozie siano spesso persone di cui apprezzo da sempre l’intelligenza e la cultura è per me un segno chiaro del fatto che ci si aggrappa disperatamente a un sistema di idee, anche a costo di sacrificare la propria intelligenza e il senso critico.

C’è uno slogan che invece mi pare di non aver letto, in questi giorni. È qualcosa di più di uno slogan, a dire il vero. Mi pare l’essenza stessa della nonviolenza. Dice che “la pace è frutto della giustizia”. Opus iustitiae pax. L’origine è Isaia, 32, 17 (וְהָיָה מַעֲשֵׂה הַצְּדָקָה, שָׁלוֹם), dove però il verbo è al futuro: sarà la giustizia a fare la pace.

Io non so davvero quale idea di giustizia abbiate voi. A me pare evidente che il primo di tutti i diritti sia, per dirla con Victor Jara, quello di vivere in pace. Ed derecho de vivir en paz. Jara è stato vittima, insieme a Salvador Allende e a innumerevoli altri cileni, dell’imperialismo americano. Schifoso, schifosissimo. Come schifoso, schifosissimo è oggi l’imperialismo di Putin. La base della nonviolenza italiana è l’antifascismo. Come è possibile non accorgersi, oggi, che Putin è fascista? Come è possibile essere così distratti, da non vedere quello che è scritto nero su bianco, ad esempio nei libri di Dugin? Nel putinismo tornano a galla tutti gli elementi del nazifascismo che credevamo di aver espulso dalla storia: il rigetto del mondo moderno di Julius Evola, il tradizionalismo religioso e l’esaltazione del Medioevo, il principio di gerarchia e il culto della violenza; e ai deliri esoterici del nazismo corrispondono i deliri della nuova cronologia di Fomenko.

Sarei felice se gli ucraini scegliessero la via della nonviolenza. Non posso avere però la certezza che questa scelta consentirebbe al Paese di mantenere la propria libertà ed indipendenza. Non credo in Dio, non ho la fede nella Provvidenza; anche se fossi credente, del resto, rifletterei sul silenzio di Dio ad Auschwitz. Né credo che esistano leggi della storia. Nella storia può succedere di tutto, compreso il ritorno del nazismo. Soprattutto, non ho alcun diritto di criticare la resistenza armata degli ucraini. Perché non ci sono io, sotto le bombe, né la mia famiglia, né mio figlio; e so con assoluta certezza che per difendere la vita di mio figlio potrei uccidere. Il diritto di difendersi quando si è aggrediti è un diritto naturale che nemmeno Gandhi si è mai sognato di negare. Proponeva l’alternativa nonviolenta, ma preferiva di gran lunga un popolo che resiste in armi a un popolo che accetta l’oppressione senza reagire.

La questione centrale, oggi come ieri, è quella dell’efficacia. Che è anche la questione che separa e distingue il pacifismo dalla nonviolenza. Il pacifismo afferma il valore della pace e condanna la guerra. La nonviolenza va oltre: cerca mezzi efficaci per perseguire obiettivi politici. Ora, è evidente che non esistono, al momento, alternative efficaci alla resistenza armata in Ucraina. Mi spiace dirvelo, ma il vostro comunicato con il quale annunciate “due iniziative concrete” quali la citata campagna di obiezione alla guerra e “la presenza domenicale all’Angelus in Piazza San Pietro a Roma”, concludendo poi, soddisfatti, con un becero “fatti, non parole”, mi ha strappato un sorriso amaro. Mi è tornata in mente una citazione di Günther Anders che trovai in un libro di Christoph Türcke letto negli anni Novanta. Türcke contestava la convinzione che marciare per la pace significhi davvero fare qualcosa per la pace: “atteggiamento che ha dato occasione a Günther Anders di rilevare come, per quel che lo riguarda, stare in silenzio o mangiare ininterrottamente panini al prosciutto sia in sostanza la stessa cosa” (Violenza e tabù, Garzanti, Milano 1991, pp. 28-9). Non ero d’accordo, allora, né lo sono ora, ma davvero iniziative concrete come assistere all’Angelus non mi sembrano troppo diverse dal mangiare panini. (Peraltro, e per inciso, la scelta di far portare la croce ad una donna ucraina e ad una donna russa durante la Via Crucis rivela una strana concezione della riconciliazione. Che è cosa complessa e difficile, e richiede, intanto, che il conflitto sia terminato e che l’aggressore abbia ammesso le sue colpe e chieda perdono all’aggredito. Riconciliare simbolicamente aggressore ed aggredito mentre l’aggressione è ancora in corso è un insulto alla vittima.)

Non sono d’accordo con Türcke perché mi pare che trascuri una cosa che era invece chiara già a Tolstoj: il potere dell’opinione pubblica. Che è un potere esposto ad ogni manipolazione, e tuttavia resta un potere reale. Non è un caso che Putin investa molto, e da tanti anni, nella disinformazione e nella diffusione di fake news, così come non è un caso che la Cina operi nella direzione del soft power. So che un vasto movimento di opinione può non fermare la guerra, ma di certo ostacola i piani dell’aggressore.

Sono consapevole che non si può chiedere al piccolo Movimento Nonviolento italiano di risolvere la crisi ucraina. Ma questo potrebbe farlo: andare in piazza a dire che ci sono un aggressore e un aggredito e che l’aggressore deve cessare la sua violenza. Senza nessuna ambiguità. Basterebbe questo, davvero. Che è quello che i nonviolenti hanno fatto ieri, quando l’aggressore erano gli USA. Oggi che ad aggredire è la Russia, si invoca una complessità che è in realtà la desolante semplificazione di chi legge la storia del secondo decennio del terzo millennio con le categorie geopolitiche degli anni Novanta del secolo scorso. Basterebbe esprimere la propria condanna morale dell’aggressore, invece di una generica condanna della guerra, che mette vergognosamente sullo stesso piano l’occupazione, il massacro di civili, gli stupri e la disperata difesa degli ucraini.

Non invidio le granitiche certezze ostentate in questi giorni dagli amici nonviolenti (o dagli amici della nonviolenza). Satyagraha, lo sappiamo, è forza della Verità. Ma il termine agraha (आग्रह) in sanscrito ha diverse sfumature: indica una forte adesione a qualcosa, la fermezza, la determinazione, ma anche l’ostinazione ottusa. La nonviolenza è esposta a questo rischio: essere la fanatica adesione a una costellazione di valori e di idee che si considerano come Verità, con la maiuscola, e che in quanto tali sono sottratti a qualsiasi discussione critica. Con il risultato che quella complessità che si invoca nella considerazione di un fatto storico viene poi rigettata con sdegno quando riguarda la nonviolenza stessa e la sua storia (non è complessa anche la storia della liberazione dell’India dal dominio inglese?). Un movimento che si ritiene detentore della Verità e che è incapace di qualsiasi autocritica, un movimento che non può essere messo in crisi da nulla, non è un movimento politico: è religione. E non sono sicuro che ci sia bisogno di aggiungere alle tante religioni prodotte dalla bizzarra fantasia umana anche la religione della nonviolenza.

La Spagna, la filosofia e le chiacchiere

Esiste un progetto globale per attaccare i saperi umanistici, che formano al pensiero critico, in favore di una concezione meramente strumentale della conoscenza, funzionale al capitalismo ed alla preparazione di lavoratori sempre meno consapevoli. Questa volta tocca alla Spagna: ed è, significativamente, proprio un governo di sinistra ad eliminare la filosofia, evidentemente scomoda, dai programmi scolastici.

Ecco, se cominciassi così un articolo sulla riforma spagnola dei programmi della scuola dell’obbligo (Educación Secundaria Obligatoria) del governo di Pedro Sanchez, potrei essere certo di una vasta condivisione, di un mare di like e di commenti indignati. Il mio articolo andrebbe ad ingrossare il discorso vanveristico sulla scuola, che in questo caso si fa internazionale. E nel quale purtroppo casca anche qualche giornale come MicroMega, sulle cui pagine digitali un indignato, ça va sans dire, Antonio Cecere scrive:

Per completare la contestualizzazione della scuola nel frastuono dell’epoca in cui stiamo vivendo, i sinistri pedagoghi spagnoli decretano l’espulsione della Filosofia dall’insegnamento sostituendo la vetusta e odiata (dalle classi dirigenti) materia plurimillenaria con materie più pratiche, come il lavoro su specifiche tematiche di attualità, i problemi di convivenza in una comunità pluralista, la formazione e l’orientamento personale e professionale, la digitalizzazione, l’economia e l’imprenditorialità.

Antonio Cecere, La sinistra masochista, Psoe e Podemos cancellano storia e filosofia, in MicroMega, url: https://www.micromega.net/la-sinistra-masochista/

Eppure basterebbe non dico documentarsi, ma ragionare un attimo per vedere la cosa diversamente. In primo luogo, perché si tratta di scuola dell’obbligo, vale a dire l’equivalente della scuola secondaria inferiore e dei primi due anni della secondaria superiore italiane. Ora, in Italia in questo segmento scolastico la filosofia non c’è. Non c’è mai stata, e nessuno ha mai pensato di mettercela. Anche al Classico la filosofia si insegna solo dopo la fine della scuola dell’obbligo. In Italia nessuno studente che abbia abbandonato la scuola alla fine dell’obbligo ha mai studiato filosofia. In secondo luogo, gli studenti nella scuola dell’obbligo dovranno affrontare temi etici e civici, legati alla democrazia e ai diritti. Ora, se mi si chiedesse come introdurre gli studenti alla filosofia, indicherei esattamente questi temi. Non c’è propedeutica filosofica più efficace che mostrare in che modo il ragionamento filosofico può contribuire a chiarificare i problemi comuni. Nelle nostre scuole gli studenti al terzo anno della secondaria superiore si trovano subito alle prese con Talete, Anassimandro e Anassimene. In terzo luogo, l’insegnamento della filosofia all’ultimo anno della scuola dell’obbligo era già stato eliminato dai popolari, ed è facoltà delle regioni reintrodurlo, se vogliono, anche nella scuola dell’obbligo. Per soprammercato, si potrebbe osservare che nei Paesi europei che danno il maggior contributo al dibattito filosofico mondiale, come la Francia e la Germania, la filosofia è tutt’altro che disciplina centrale nei programmi, mentre noi con i tre anni di storia della filosofia – sarebbe meglio chiamarla così, perché di questo si tratta – restiamo ai margini.

La cosa triste – più triste – di questo insistente, asfissiante chiacchiericcio pedagogico è che impedisce di affrontare i problemi reali. Che nella scuola italiana sono enormi: e considerare con attenzione e onestà intellettuale quello che stanno facendo gli altri Paesi è un buon modo per cercare vie alternative. La riforma spagnola ha punti di grande interesse, come l’eliminazione dei voti numerici e il ripensamento dei meccanismi di recupero, ai fini di combattere la dispersione scolastica. Ma anche di questo sarebbe impossibile parlare, senza essere travolti dal solito disperante muro di fallacie logiche, disinformazione, catastrofismo, proprio di gente che dalla filosofia, se l’ha studiata, ha imparato poco: e certo non la serietà dell’argomentazione.

La prassi che manca

La nonviolenza è prassi. Non è una teoria o un insieme di considerazioni edificanti sulla bellezza della pace, dell’amore, dell’armonia. È una via alternativa alla guerra per combattere l’ingiustizia e la sopraffazione. Questo vuol dire che, come la guerra, la sua validità va considerata concretamente: o è efficace, almeno in qualche misura, o non è. Una semplice rivendicazione dei valori della pace, senza alcuna indicazione concreta dei modi per ottenerla, è pacifismo, non nonviolenza.

Ho letto in questi giorni tutto, credo, ciò che hanno scritto sulla guerra in Ucraina i protagonisti della nonviolenza italiana. Alcuni di loro li considero compagni di strada, persone dalle quali ho imparato e imparo molto ogni giorno. In questo caso, ho però l’impressione di una crisi profonda, che non si ha il coraggio di confessare nemmeno a sé stessi. Perché leggo e rileggo, ma non trovo la cosa fondamentale: la prassi. O meglio: una prassi credibile. Trovo invece pratiche ipotetiche per soggetti evanescenti.

Ieri è comparso sul Fatto Quotidiano un articolo di Pasquale Pugliese, del Movimento Nonviolento, e Giorgio Beretta, della Rete Italiana Pace Disarmo, il cui titolo lascia ben sperare: Ucraina, etica della responsabilità e nonviolenza: ecco cosa fare di fronte alla crisi. E invece è emblematico della crisi di cui dicevo. Dopo aver stigmatizzato il pacifismo, che protesta contro la guerre “senza la costruzione per tempo di alternative credibili e praticabili”, gli autori spiegano che la nonviolenza è, appunto, la ricerca di queste alternative. E tuttavia, incredibilmente, alla questione concreta di cosa fare in Ucraina dedicano una decina di righe in conclusione. Nulla più. Una decina di righe nelle quali avanzano due proposte. La prima è: “sostenere attivamente tutti coloro che – all’interno dei due fronti contrapposti – si muovono con l’etica della responsabilità e la forza della nonviolenza: gli obiettori di coscienza, i disertori, i resistenti alla guerra e i dissidenti alla logica bellica i quali stanno pagando in prima persona e a caro prezzo le loro azioni”. La seconda è “imparare da questi errori e intraprendere già da oggi la strada del disarmo e della nonviolenza anziché una nuova folle corsa agli armamenti”. Partiamo da questo secondo punto. Non si tratta, è chiaro, di una proposta per aiutare l’Ucraina. Ma soprattutto, chi considerasse quello che sta accadendo ne trarrebbe le conclusioni esattamente opposte. L’Ucraina ha consegnato nel ‘94 tutto il suo arsenale di armi atomiche alla Russia, ottenendone in cambio l’impegno di non aggressione. Non aiutare oggi l’Ucraina significa una cosa precisa: che ogni Paese, se non vuole condividerne la sorte, farà bene a dotarsi si armi nucleari, in modo da dissuadere eventuali aggressioni; e che il disarmo nucleare è una ingenuità che viene pagata cara.

Quanto alla prima proposta, è da discutere in primo luogo l’equiparazione dei disertori dei due schieramenti. Siamo cresciuti con la retorica del disertore, che aveva qualche senso perché nel nostro immaginario il disertore era chi rifiuta una guerra di aggressore. Abbiamo cantato tutti Le déserteur di Boris Vian, nella versione di Ivano Fossati. “E a tutti griderò / di non partire più / e di non obbedire / per andare a morire / per non importa chi.” Al tempo stesso, cantavamo Bella ciao ed esaltavamo la lotta partigiana. A molti non piace che si paragoni la resistenza ucraina a quella italiana. A me sfugge la ragione, ma non è questo il punto. Di fatto, mettendo insieme i disertori ucraini e quelli russi Pugliese e Beretta stanno dicendo che le due cose, l’aggressione e la resistenza, sono la stessa cosa. E questo è falso, e direi anche eticamente inaccettabile. No, non sono la stessa cosa.

Ma consideriamo i soli obiettori di coscienza e disertori ucraini. Pugliese e Beretta sanno bene, immagino, quale sia la situazione dell’obiezione di coscienza in Russia. Il rapporto 2021 dell’European Bureau for Conscientious Objection, uscito proprio in questi giorni, denuncia la repressione di organizzazioni come Citizen Army Law, accusata di essere agente straniero, e Soldiers’ Mothers, soppressa 1; è appena il caso di ricordare la chiusura da parte di Putin di Memorial, la più importante organizzazione russa per i diritti umani. Sarebbe molto bello se vi fosse in Russia un rifiuto di massa del servizio militare, anche considerate le terribili condizioni dei militari sovietici, documentate da Anna Politkovskaja in La Russia di Putin (Adelphi); ma questo movimento non c’è. Allo stato attuale, non c’è nessuna speranza che il movimento degli obiettori russi, gravemente perseguitato, possa essere efficace per far cessare la guerra o anche solo per ostacolarla.

Che fare, dunque? Rispondere onestamente a questa domanda non vuol dire immaginare una prassi ipotetica. Se Zelensky ordinasse di arrendersi e avviasse una campagna di resistenza nonviolenta e di disobbedienza civile, forse nel lungo periodo la Russia sarebbe costretta a riconoscere nuovamente la libertà e l’autonomia dell’Ucraina. Forse. Ma può anche essere che questa stessa resistenza sia repressa nel sangue, o che si logori con il tempo. La storia è il campo della complessità, e usare il paradigma della resistenza gandhiana agli inglesi, considerandolo valido per ogni contesto e per ogni epoca, è una semplificazione. Soprattutto, quel se è null’altro che fantasticheria. Chiedersi cosa fare in Ucraina significa indicare soggetti e prassi concrete. A me pare che manchino sia i primi che le seconde. Sarei molto felice se qualcuno mi dimostrasse che non così.

[1]  European Bureau for Conscientious Objection, Annual Report Conscientious Objection to Military Service in Europe 2021, Brussels, 21 march 2022, pp. 52-54.

Chi vuole (davvero) la terza guerra mondiale

Bisogna comprendere le ragioni dell’altro, nel caso specifico di quell’altro così poco edificante che è Putin, e uscire da una visione unilaterale del conflitto. Non farlo, assicurano, significa restare in una logica binaria che ci condurrà dritti alla terza guerra mondiale. Occorre, dicono, considerare la complessità dei fenomeni, e dunque anche dei fatti storici.

Complessità è la parola chiave con cui a sinistra – nella sinistra ex comunista, pacifista e nonviolenta, femminista – molti ragionano di conflitto in Ucraina. E cosa vuol dire leggere il conflitto in modo complesso? Vuol dire considerare il ruolo della Nato. Che ha provocato la Russia con la sua espansione nell’Europa dell’est, fino a giungere al punto di rottura. Tutto qui. Che la Nato sia il potere da contestare, gli esportatori di democrazia che di fatto la democrazia l’hanno sempre uccisa, l’abbiamo detto, gridato nelle piazze per anni. Era vero? In parte: se è vero che qualsiasi realtà è complessa, anche quella realtà era più complessa di così. Ma soprattutto tornare oggi, nel 2022, in un mondo completamente diverso, a quella narrazione, vuol dire realmente semplificare, o peggio: travisare la realtà.

Vogliamo considerare la questione ucraina nella sua complessità? Bene. Consideriamo l’holodomor, il genocidio causato da Stalin in Ucraina negli anni Trenta del secolo scorso. Consideriamo i rapporti tra mafia russa e mafia ucraina (lo ha fatto Saviano). Consideriamo i rapporti tra oligarchi russi e oligarchi ucraini. Consideriamo il tentativo interno, in Ucraina, di porre un argine al potere degli oligarchi. Consideriamo la lotta tra Zelensky e il potentissimo oligarca Akhmetov, ma anche i suoi rapporti con Igor Kolomoisky. Consideriamo il fondamentalismo cristiano del patriarca Kirill e la sua influenza su Putin. Consideriamo il fascismo di Alexandr Dugin e il suo rapporto con Putin. Consideriamo tutto questo e decine di altre cose. Resta un popolo sotto le bombe. L’evidenza di un Paese che ne aggredisce un altro non cambia di un millimetro. Come non cambia l’urgenza di aiutarlo.

Ma prendiamo sul serio l’interpretazione. Ammettiamo che la Nato abbia fatto l’errore di provocare la Russia, non rispettando le reciproce sfere di influenza e minacciandola con il suo avvicinamento ai suoi confini. E chiediamoci: che c’entra l’Ucraina? Se le colpe sono della Nato, perché sotto le bombe c’è un Paese che non fa parte della Nato? Aver semplicemente chiesto di entrare nella Nato può essere una ragione sufficiente per bombardare un Paese? La domanda è retorica, e spero che sia considerata tale da tutti i lettori.

Se la colpa è della Nato, la Russia non deve prendersela con l’Ucraina, ma con la Nato. E d’altra parte se la colpa è della Nato, se è stata la Nato a spingere nel baratro l’Ucraina, allora la Nato da parte sua ha il dovere di intervenire, aiutando un Paese di cui ha causato la rovina. Dire che la colpa è della Nato – mi pare che anche questo non sia chiaro – non significa affermare che, come sempre, è tutta colpa degli Stati Uniti. Perché Nato siamo anche noi. E dunque è colpa anche nostra. Putin, a conti fatti, farebbe meglio a prendersela con noi. Del resto il suo ideologo, quell’Alexandr Dugin così caro alla destra italiana, afferma che la guerra è tra la superiore civiltà russa, evidentemente così libera da qualsiasi corruzione, così pura, così spirituale, e la corrotta civiltà occidentale. E il patriarca Kirill la pensa allo stesso modo, anche se temo che non gli piacciano troppo le riflessioni del filosofo sul “sesso degli angeli” e il carattere androgino del suo bizzarro soggetto rivoluzionario.

Se la complessità del conflitto non risiede nell’intreccio di odi, interessi e ideologia che da decenni – e in realtà da secoli – oppone i popoli ucraino e russo, ma nella lotta tra la Nato, rappresentante del neoliberismo occidentale, e la Russia, allora si tratta davvero di uno scontro di civiltà. E, poiché non si tratta propriamente di quel confronto tra visioni del mondo filosofiche che Nietzsche auspicava in quella che chiamava “epoca del paragone”, ma di uno scambio a suon di bombe, il conflitto tra civiltà sarà una guerra mondiale.

Che ne siano consapevoli o meno, quelli che invocano la complessità ricorrono allo stesso schema binario che condannano. Poiché sembra troppo semplice che ci siano un aggressore e un aggredito, un torto e una ragione, contrappongono a un aggressore un Terzo, che in realtà diventa il Secondo. L’Ucraina è fuori scena. Dietro di lei c’è la Nato, dunque l’Occidente. Una simile visione è perfettamente complementare a quella di Putin. Persone come Donatella Di Cesare si figurano le relazioni internazionali come un salotto nel quale si discute amabilmente dei torti e delle ragioni sorseggiando un tè, non prima di aver frequentato un corso intensivo sulla soluzione nonviolenta dei conflitti. Purtroppo il luogo del confronto internazionale è, invece, un ring. E c’è da chiedersi quale sarà, una volta messo su questo ring geopolitico – metafisico, direbbe il patriarca Kirill – il loro ruolo: il ruolo della sinistra ex comunista, pacifista, nonviolenta, femminista. Dalla parte della Nato evidentemente no. Perché la Nato è gli Stati Uniti, è l’Occidente. E l’Occidente è il capitalismo, il neoliberismo. Il male. Staranno con Putin? Qualcuno anche, magari; ma pochi, immagino e spero. Più probabilmente, non staranno da nessuna parte. Diranno che la boxe è una cosa incivile, e chissà chi ce li ha chiamati, questi due, sul ring.